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«Il ritratto splendido d’ un uomo». Il racconto Ferro di Primo Levi fra biografia, autofiction e Storia

Sandro Dalmastro.
Crediti: per gentile concessione degli eredi Delmastro e Valabrega

Abstract

Nel racconto Ferro del Sistema periodico Primo Levi consegna al lettore il ritratto di Sandro Delmastro, suo antico compagno di università e di scalate, primo caduto del Comando militare piemontese del Partito d’Azione nell’aprile del 1944. All’interno della sua autobiografia chimica inserisce la miniatura di una seconda biografia, raccontandoci in poche pagine il nocciolo morale della vita di un amico amatissimo. Sotto la penna di Levi letteratura e Storia sono fuse in un abbraccio vivificante per entrambe: la letteratura intensifica i fatti, li inquadra da una nuova prospettiva, li riveste di colori più vivaci; la Storia, dal canto suo, non solo fornisce la materia prima della vicenda narrata, ma rappresenta il sostrato che ne alimenta, in ogni passaggio, lo spessore etico.

* L’espressione tra virgolette nel titolo è usata da Natalia Ginzburg in Introduzione, in Primo Levi, Il sistema periodico, Einaudi, Torino 1979, collana «Letture per la scuola media», pp.  V-XII; pp. IX e X

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In the short story “Ferro” (Iron) from “Sistema periodico” (The Periodic Table), Primo Levi presents the reader with a portrait of Sandro Delmastro, his former university and climbing companion, the first casualty of the Piedmontese military command of the Action Party in April 1944. Within his chemical autobiography, he inserts a miniature second biography, recounting in a few pages the moral core of the life of a beloved friend. Under Levi’s pen, literature and history merge in an embrace that is invigorating for both: literature intensifies the facts, frames them from a new perspective, and clothes them in more vivid colours; history, for its part, not only provides the raw material for the story, but also represents the substrate that feeds its ethical depth at every step.

* The expression in quotation marks in the title is used by Natalia Ginzburg in the Introduction to Primo Levi, Il sistema periodico, Einaudi, Turin 1979, series “Letture per la scuola media”, pp. V-XII; pp. IX and X.

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* L’espressione tra virgolette nel titolo è usata da Natalia Ginzburg in Introduzione, in Primo Levi, Il sistema periodico, Einaudi, Torino 1979, collana «Letture per la scuola media», pp.  V-XII; pp. IX e X

Una generazione

Il 4 giugno 1975 il Sistema periodico di Primo Levi, pubblicato in aprile da Einaudi, fu presentato da Carlo Mussa Ivaldi – docente di Fisica ed ex partigiano – presso l’Unione Culturale di Torino.  Intanto, in Piazza Solferino, si svolgeva una manifestazione antifascista in risposta a un comizio di Giorgio Almirante. Nuto Revelli che, come Levi, aveva militato nel partito d’Azione durante la lotta partigiana e che era a sua volta in prima linea nel combattere ogni rigurgito di fascismo in quella prima metà degli anni Settanta, avrebbe voluto essere all’Unione Culturale insieme all’amico scrittore e ai vecchi compagni della Resistenza, ma era rimasto bloccato in piazza dall’intervento della polizia e lamentava di aver persino «pianto un po’ a causa dei lacrimogeni».[1]

Levi, per sua stessa ammissione, aveva voluto tracciare nel nuovo libro il ritratto di una generazione – la sua – segnata dal fascismo, dalle leggi razziali, dalla Resistenza, dalla deportazione. Non a caso, dei quindici racconti autobiografici (su ventuno totali) che lo componevano e che di fatto ricostruivano, attraverso altrettante microstorie, un panorama della storia d’Italia dagli anni Trenta agli anni Sessanta del Novecento, ben tre erano ambientati ai tempi dell’università, nel quadriennio 1937-1941: anni cruciali per la formazione di chiunque, ma che nel caso di Levi aveva significato anche un faticoso processo di auto-acculturazione all’antifascismo, sullo sfondo della tragedia storica che si preparava. Levi ne parlò anche quel giorno all’Unione Culturale:

Ho dedicato molte pagine, cioè mi pare almeno quattro elementi, se non mi sbaglio, tre o quattro elementi, sessanta pagine, agli anni dell’Università. Perché lo sono per tutti, gli anni importanti, ma per noi lo erano in specie; e vorrei dire che lo erano particolarmente per me. Perché erano anni estremamente dialettici; si trattava, in un colpo solo, di sbrogliarsela con due avversari: uno era la chimica che avevamo davanti e l’altro erano le leggi razziali.[2]

Le due militanze

Ma la dimensione storica era ineludibile non soltanto perché inscritta nei testi. Il Sistema periodico, pur potendo vantare una genesi molto lontana nel tempo,[3] aveva preso corpo e forma nei primi anni Settanta nel confronto e nell’attrito con la storia contemporanea, in un periodo caratterizzato dal timore di un ritorno del fascismo e dalla strategia della tensione: era, insomma, un’opera militante. Sul «Corriere della Sera» dell’8 maggio 1974 il suo autore aveva scritto una riflessione che aveva il sapore amaro di una diagnosi:

Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti.[4]

Ogni racconto del Sistema periodico era intitolato a un elemento della tavola di Dimitrij Mendeleev; se quindici di essi raccontavano un momento particolare della formazione umana e professionale di Levi e della sua “carriera” di chimico, i rimanenti erano testi di invenzione e costituivano altrettante vie di fuga rispetto alla linearità biografica. A conferire unità ai capitoli autobiografici era l’impostazione vocale dell’io narrante, che si autorappresentava come un uomo prossimo al pensionamento intento a ricordare la sua lotta di chimico con la materia.[5] Tali capitoli possono essere ascritti a buon diritto al genere dell’autofiction, giacché Levi costruisce letterariamente tanto il proprio alter-ego autobiografico quanto i personaggi che incontra e, all’occorrenza, non disdegna di «arrotondare»[6] i fatti. Prima di affrontare il racconto Ferro e il suo protagonista Sandro bisogna tenere a mente, insieme alla definizione di autofiction, anche quella di opera militante, la quale può essere utilmente ampliata riportando le parole di Corrado Stajano sul Sistema periodico:

L’impalcatura del libro è inconsueta, le storie non sono mai gratuite, hanno radice nella materia, madre delle cose, in ciò che è certo, verificabile, fattibile, in lotta contro l’irrazionalità, le vociferazioni, il terrorismo verbale, le cose vacue, le stupidaggini, l’incultura, la retorica, l’indimostrato. Il ferro e il rame contro le parole che non significano. Un esempio di antifascismo quotidiano, l’equazione poetica che dimostra come nello scontro vincono sempre la serietà e la ragione.[7]

Il volume era «un esempio di antifascismo quotidiano», nel quale – attraverso la rivisitazione del recente passato – si rafforzava e si motivava l’impegno nel presente, che in quegli stessi anni indusse Levi a frequentare le riunioni del Cogidas (Centro operativo fra genitori per l’iniziativa democratica antifascista nella scuola). Al tempo stesso, però, c’era un’altra militanza da onorare, un’altra lotta, culturale, da condurre e per la quale testimoniare: il superamento dello steccato che allora più di ora separava il sapere umanistico da quello scientifico, in polemica «con una cultura accademica e umanistica che esclude la possibilità di interpretare la scienza, la materia, l’esperienza concreta in termini poetici».[8] E Ferro, il quarto racconto della raccolta e il secondo dedicato agli anni universitari, forse più di altri assomma in sé e fa convergere le due militanze: a partire dai frammenti conservati nella memoria dello scrittore ci consegna il ritratto memorabile e insolito di un giovane, ri-creato con strumenti preziosi e eterogenei quali l’immaginazione scientifica e quella poetica, la letteratura, l’etica, la conoscenza della materia e del mondo naturale e, insieme, ci porta bruscamente dalle storie degli individui alla storia.

 

Lacerare il velo

Ferro narra dell’amicizia fra Primo e Sandro, nata nei laboratori del dipartimento di Chimica dell’università di Torino, dove entrambi studiano. Ci troviamo nel marzo del 1939, le leggi razziali, che hanno bollato come diversi e inferiori Levi e gli altri studenti ebrei, sono state approvate ormai da diversi mesi. Anche Sandro, pur essendo “ariano”, si sente un diverso e un isolato. I due iniziano a studiare insieme e Sandro porta Primo in montagna, gli insegna ad arrampicare, lo trascina con sé in escursioni spericolate sulle Alpi piemontesi.

Nessuno dei due si riconosce nel presente, ovvero nel fascismo, e cerca autonomamente una strada che sia soltanto sua. Primo crede di trovarla nella Chimica e nella Fisica, discipline che gli sembrano rappresentare, naturalmente, «l’antidoto al fascismo» perché «chiare e distinte e ad ogni passo verificabili, e non tessuti di menzogne e di vanità, come la radio e i giornali».[9] Sandro la identifica con i sentieri di montagna, dove si sente libero e può testare i propri limiti, fisici e non. La montagna diventa, in mancanza di meglio, la loro scuola politica. All’interno della coppia di amici avviene un mutuo scambio: da Sandro, Primo apprende a cavarsela in situazioni estreme, a non arrendersi di fronte alle difficoltà, a resistere alla fatica e alla fame; grazie a Primo, Sandro conosce autori e libri che vanno ad alimentare la sua visione del mondo anticonformista e irriducibile ai diktat del fascismo. Arrivano insieme, lentamente e inesorabilmente, a una forma di antifascismo «esistenziale»,[10] che opera sul piano morale, nell’intimo delle coscienze, senza uscire allo scoperto. Insieme vivono, sul “Dente di M” (fuori dalla finzione, la piemontese Uja di Mondrone, nelle Alpi Graie), un’avventura di montagna indimenticabile, che assomiglia a un rito di iniziazione alla vita adulta.

Per molte pagine la narrazione ricalca lo schema del racconto di formazione, ma nel finale il tono, lo scenario e il tempo della storia cambiano bruscamente. Sandro, che dall’inizio del racconto è chiamato sempre con il solo nome di battesimo ed è costruito come un personaggio letterario, diventa d’emblée un personaggio storico. Levi lacera il velo della finzione che lui stesso ha cucito fino a quel momento attorno alle fattezze del suo protagonista per mostrarci la persona che vi è celata dentro e lo fa narrandoci le circostanze storiche della sua morte:

Sandro era Sandro Delmastro, il primo caduto del Comando Militare Piemontese del Partito d’Azione. Dopo pochi mesi di tensione estrema, nell’aprile del 1944 fu catturato dai fascisti, non si arrese e tentò la fuga dalla Casa Littoria di Cuneo. Fu ucciso, con una scarica di mitra alla nuca, da un mostruoso carnefice-bambino, uno di quegli sciagurati sgherri di quindici anni che la repubblica di Salò aveva arruolato nei riformatori. Il suo corpo rimase a lungo abbandonato in mezzo al viale, perché i fascisti avevano vietato alla popolazione di dargli sepoltura.[11]

«Sandro era Sandro Delmastro»: l’identificazione onomastica qui ha la funzione scoperta di scongiurare un destino di oblio e di “salvare un nome” che merita di essere ricordato nel futuro; al contempo, risponde all’esigenza di incidere sul presente degli anni Settanta mostrando in presa diretta la violenza del fascismo ed esprimendo – con i fatti – un giudizio morale inequivocabile.

Per descrivere nel modo più veritiero possibile la morte di Delmastro, avvenuta quando lui era ancora in Lager, Levi si documenta come farebbe uno storico e chiede informazioni a Ester Valabrega, sua antica compagna di università, che di Sandro fu la fidanzata. Il 24 maggio del 1974 Ester gli scrive una lettera dalla quale lo scrittore attinge a piene mani. Il confronto con il documento rivela che Levi parte dalle parole di Ester e le converte in un linguaggio elevato e manzoniano: l’obiettivo è dimostrare che l’uccisione di Sandro è anche un sacrilegio, una violazione delle norme che differenziano l’uomo dalle bestie:

Salì sul treno una squadraccia della “Muti”, Sandro fu catturato, caricato su un camion e portato a Cuneo alla Casa Littoria. Che cosa sia avvenuto qui all’interno non si sa bene: Gli fu offerta la libertà se si fosse arruolato: certo è che approfittando di un attimo di confusione (pare provocato da alcuni operai che stavano montando una stufa) riuscì a fuggire uscendo sul viale che già stava guadagnando a sinistra quando un brigante nero, un ragazzo sui 15 anni, Lo rincorse e imbracciato il mitra lo scaricò sulla Sua nuca. […]  Il corpo di Sandro fu abbandonato in mezzo al viale con il divieto alla popolazione di dargli sepoltura.[12]

La scelta di raccontare la morte di Delmastro, dopo aver seguito i primi passi della sua autoeducazione all’antifascismo, equivale ad abbozzare la miniatura di una seconda biografia all’interno della biografia maior del Sistema periodico: la storia di un rappresentante esemplare della «generazione perduta»,[13] narrata nei suoi momenti salienti (quindi con evidenti e scontati scarti cronologici), la fotografia di un giovane che si compone di tanti fotogrammi diversi, alcuni estratti dal ricordo, altri reinventati con l’aiuto della letteratura, altri ancora trasformati – rispetto al dato storico – dall’occhio dell’artista impegnato a immortalare, in senso etimologico, una creatura amata e non più vivente.

Un racconto (e un personaggio) dalla doppia tessitura

Ma come funziona la biografia-ritratto di Ferro? In che rapporto si pone con la storia? E in quale modo la letteratura contribuisce al genere biografico?

Il racconto (e il personaggio) possiedono una doppia tessitura, storico-fattuale e letterario-finzionale. L’incipit del racconto sottolinea con forza il primo elemento fornendo un sommario della situazione internazionale nei primi mesi del 1939:

Fuori delle mura dell’Istituto Chimico era notte, la notte dell’Europa: Chamberlain era ritornato giocato da Monaco, Hitler era entrato a Praga senza sparare un colpo, Franco aveva piegato Barcellona e sedeva a Madrid. L’Italia fascista, pirata minore, aveva occupato l’Albania, e la premonizione della catastrofe imminente si condensava come una rugiada viscida per le case e nelle strade, nei discorsi cauti e nelle coscienze assopite. Ma dentro quelle spesse mura la notte non penetrava; la stessa censura fascista, capolavoro del regime, ci teneva separati dal mondo, in un bianco limbo di anestesia.[14]

La cinepresa dello scrittore si sposta poi all’interno dell’Istituto Chimico, dove Sandro e Primo trascorrono le loro giornate: lì si innescano processi che rimangono sconosciuti alla storia che si legge sui libri e che è opera collettiva (e dunque anonima). Eppure, senza questi – che sono al centro del racconto – non si comprende fino in fondo quella. C’è poi un curioso effetto di realtà inserito nel discorso diretto di Sandro, che ci porta diritti nel marzo del 1939 e che introduce il tema delle leggi razziali:

Attraverso la foschia, e nel silenzio affaccendato, si udì una voce piemontese che diceva: «Nuntio vobis gaudium magnum. Habemus ferrum». Era il marzo 1939, e da pochi giorni, con quasi identico solenne annuncio («Habemus Papam») si era sciolto il conclave che aveva innalzato al Soglio di Pietro il Cardinale Eugenio Pacelli, in cui molti speravano, poiché in qualcosa o qualcuno bisogna pure sperare. Chi aveva pronunciato il sacrilegio era Sandro, il taciturno.[15]

Dopo aver descritto l’aspetto fisico di Sandro e il suo essere un isolato in mezzo ai compagni di studio, Levi chiosa: «Da pochi mesi erano state proclamate le leggi razziali, e stavo diventando un isolato anch’io».[16] Lo scrittore fa capire al lettore che lo sfondo storico non è affatto neutro: esso al contrario rappresenta il sostrato che alimenta, dall’inizio alla fine, lo spessore etico della vicenda narrata. Già, perché oltre a tracciare i contorni di una biografia, Ferro cerca di trasporre dalla vita alla pagina le strategie di sopravvivenza messe in atto da una generazione per fronteggiare il fascismo in cui era nata e cresciuta e, insieme, l’erompere di una consapevolezza, inizialmente nebulosa, poi via via più solida, che si rafforza al passo degli eventi storici, come dimostra il finale in cui la scelta partigiana (di Sandro, ma non solo) è già compiuta ed è portata alle estreme conseguenze.

Per quanto riguarda la biografia di Sandro Delmastro la letteratura agisce sulla storia effettiva dell’individuo secondo tre direttrici: selezione di alcuni dati (e omissione di altri), concentrazione e intensificazione di tratti, recupero e trasfigurazione cifrata di elementi reali.

Le origini e la formazione intellettuale dentro e fuori il racconto

Sandro Delmastro era nato a Torino il 7 settembre del 1917, ultimogenito di un capomastro di origini contadine proveniente dal piccolo villaggio di Zubiena, nel biellese. Il padre, con il tempo, aveva fatto fortuna come impresario edile e nella terza decade del secolo la famiglia, che viveva in un appartamento moderno e confortevole in via Madama Cristina 96, aveva raggiunto una posizione economica talmente buona da potersi permettere di far studiare il figlio minore al Liceo Alfieri e poi all’Università di Torino. È vero che Sandro fu il primo laureato in casa Delmastro, ma è altrettanto vero che in Ferro le origini famigliari sono sfumate e per metà reinventate:

Era nato sulla Serra d’Ivrea, terra bella ed avara: era figlio di un muratore, e passava le estati a fare il pastore. Non il pastore d’anime: il pastore di pecore, e non per retorica arcadica né per stramberia, ma con felicità, per amore della terra e dell’erba, e per abbondanza di cuore. […]

Il padre era morto quando lui era bambino, erano gente semplice e povera, e poiché il ragazzo era sveglio, avevano deciso di farlo studiare perché portasse soldi a casa: lui aveva accettato con serietà piemontese, ma senza entusiasmo.[17]

Quando Primo nel maggio del 1974 manda a Ester il racconto Ferro, completato secondo le indicazioni che lei gli ha fornito sulla morte di Sandro, la avverte che nella biografia dell’amico ci sono alcune inesattezze, «alcune volute, altre involontarie».[18] Di sicuro con il tempo nella sua memoria si erano formate delle lacune; tuttavia, abbassò volutamente il livello sociale del personaggio rispetto al modello in carne ed ossa per far funzionare al meglio il meccanismo dell’attrazione fra opposti che in Ferro è il vero motore dell’amicizia fra lui e Sandro («gli dissi che eravamo come un catione e un anione, ma Sandro non mostrò di recepire la similitudine»);[19] persino il cane di Sandro ‒ che nella realtà era stato  un cane di razza ‒ paga le spese del “declassamento” letterario e diventa un bastardino. Quanto alle vicende famigliari di Delmastro, Levi preferì romanzarle anziché proporne una versione veritiera, con l’intenzione di usare un certo riguardo ai parenti di Sandro ancora in vita.[20] Ma c’è un terzo motivo, che più degli altri ci introduce nel laboratorio della scrittura leviana e ci svela il suo modus operandi rispetto alla biografia: l’immagine di un Sandro figlio dei boschi e della terra, estraneo nell’intimo alla vita cittadina e addirittura pastore nella stagione estiva, si attaglia bene alle idee che lo stesso Delmastro nutriva e che non avrà certamente nascosto a Primo durante le loro conversazioni. Negli scritti di Delmastro che sono giunti fino a noi, infatti, traspare una polemica costante contro la città, le industrie, le officine, la divisione del lavoro, la meccanizzazione indotta da un progresso incontrollato e scriteriato: tutte realtà che imprigionano materialmente l’uomo e lo allontanano dal contatto vivificante con la natura e dalla sua essenza più autentica. Da alcune pagine risalenti agli anni dell’università si coglie addirittura che Sandro, per la sua spiccata sensibilità, era capace di provare quella che gli psicologi chiamano «la sensazione oceanica», ovvero un «vissuto somatico di fusione con un paesaggio vasto e maestoso» che provoca uno stato di profondo benessere».[21] Valga, come esempio, il brano tratto da un breve apologo che mette in scena uno stato di grazia momentaneo, sulla riva di un torrente:

Qui, pensava, qui non c’ è affatto bisogno di affaccendarsi o di prendersi per i capelli, qui sotto il sole non c’è che da lasciarsi vivere, è così facile vivere quando si è sdraiati nell’erba e si sente il profumo di maggio che il sole sprigiona da questa calda, buona terra. Allora è impossibile formularsi un’idea di vita differente che non sia accompagnata dalla sensazione di sentire sul corpo la calda carezza del vento, mentre qualcosa che è dentro di questo corpo si è a un tratto ingrandito, è uscito ed erra senza meta e senza ragione nella profondità del cielo azzurro. Cole [è il protagonista dell’apologo, NdA] naturalmente non sa che in quel momento egli ha raggiunto l’armonia con il mondo esterno, che ha la pace, egli non lo sa […] perché è felice.[22]

Ci troviamo di fronte a un caso insieme di recupero e trasfigurazione cifrata di elementi reali e di intensificazione di tratti caratteriali. Sul versante delle omissioni, Levi passa sotto silenzio il fatto che Delmastro scrivesse per sé brevi testi, abbozzi di dialoghi, frammenti di racconti che lo aiutavano a mettere nero su bianco le sue idee e a riflettere sul presente. Ci dice però che a un certo punto, un po’ grazie all’amicizia con Primo, un po’ perché erano «mesi pieni di eventi fatali»[23] e si cercavano ovunque risposte e stimoli, Sandro divenne «un lettore furioso»: «digeriva e ricordava tutto, e tutto in lui si ordinava spontaneamente in un sistema di vita; insieme, incominciò a studiare, e la sua media balzò dal 21 al 29»[24]. Levi tralascia il titolo dei libri che Sandro divora ma noi sappiamo che proprio in quel periodo aveva incontrato per la prima volta le opere di Aldous Huxley, in particolare la distopia Il mondo nuovo (Brave New World), ambientata in un futuro retto da una spaventosa dittatura tecnologica. L’analisi dei meccanismi del consenso e la messa a nudo degli impulsi gregari dell’uomo rafforzarono la sua visione critica della società fascista e del produttivismo capitalista: da allora in poi Sandro si sarebbe confrontato sempre con le acquisizioni ricavate dai libri di Huxley nei suoi scritti e nella corrispondenza privata.

La montagna di Sandro, la montagna di Primo

In Ferro la montagna è uno spazio riservato soltanto ai giovani, nel quale possono evadere dalla città, assaporare una trasgressione vicina e a portata di mano, sognare le avventure lette sui libri. Era veramente così, alla fine degli anni Trenta, per un piccolo gruppo di amiche e di amici, tutti studenti di Chimica, del quale facevano parte Primo Levi, Sandro Delmastro, Ester Valabrega, Alberto Salmoni. Levi ne parla in una conversazione con Alberto Papuzzi:

La montagna per noi era anche esplorazione, il surrogato dei viaggi che non si potevano fare alla scoperta del mondo, e di noi stessi; i viaggi raccontati nelle nostre letture: Melville, Conrad, Kipling, London. L’equivalente casalingo di quei viaggi era l’Herbetet.[25]

Il terzetto più assiduo era costituito da Levi, Salmoni e Delmastro. Quest’ultimo infatti aveva deciso di insegnare ai due compagni ad arrampicare, sottoponendoli a un vero e proprio tirocinio, con l’intenzione di condividere con loro un mondo di bellezze naturali e di grandi ideali ma anche, oscuramente, di “prepararli” ad altre e più gravi prove che stavano per arrivare.  Alberto Salmoni ricorda che Sandro era felice di assumere il ruolo di guida in montagna:

Ricordo la prima volta che feci un’arrampicata, che egli mi assicurò bene la corda alla vita e poi mi iniziò alle gioie della roccia, vigilandomi con fraterna attenzione; vidi che era felice e orgoglioso per la gioia che mostravo per la conquista di un nuovo mondo. Da allora quante domeniche passammo insieme, dopo ogni settimana di studio, ignorando tutte le brutture della vita per donarci all’incanto della montagna![26]

Anche Salmoni era presente durante la notte memorabile trascorsa sull’Uja di Mondrone, ma Levi, per conseguire un effetto di concentrazione, lo esclude dal racconto, del quale Sandro, ammantato di un’aura di mistero e di avventura, occupa interamente la scena. La montagna è il luogo in cui l’amicizia autentica si tempra e si rivela: è così in Ferro, era così per Sandro. Levi qundi passa al setaccio, raccoglie e recupera non solo i fatti, ma anche le convinzioni profonde che erano alla base del loro rapporto. Stupisce leggere uno scritto di montagna di Sandro risalente con ogni probabilità all’estate del 1937 (prima dunque del suo incontro con Levi) nel quale, con un linguaggio abbastanza aulico – la sua prosa cambierà molto negli anni successivi – riflette sul fatto che, man mano che l’altitudine aumenta, i rapporti tra le persone ritrovano la loro misura originaria, oltre e al di là dei ruoli, dell’età e delle gerarchie sociali: sotto il vasto cielo si torna a essere semplicemente esseri umani, uno con uno, e ci si può aprire completamente all’amico e al compagno di cordata, senza troppe parole, in una prossimità insieme fisica e spirituale, in una dimensione quasi sacra in cui il sé si riflette nell’altro:

Mirabili istanti, in cui ci si affacciano poco a poco – quasi senza avvederci – all’animo i più dolci ricordi della vita passata, istintivamente più ci si stringe al caldo dorso dell’amico a cui si fanno con labbro tremante, le più segrete e dolci confidenze. “Senti – ti dice l’amico – e la sua mano si posa con gesto fraterno sulla tua – senti, tu che già altre volte hai provato il magico incanto di queste notti che non so perché mi fanno tremare di commozione – tu che hai visto la montagna alla pallida luce delle stelle come ora – sotto i raggi luminosi del sole nei rossi bagliori del tramonto, sai tu dirmi cos’è questo sentimento che sempre pur sotto mutevoli forme mi si presenta puro ed incontaminato all’animo – cos’è questa fede per cui […] si lotta – per cui […] si muore?” [27]

Il corredo simbolico-figurale del personaggio

Il Sandro di Ferro è “il Sandro di Primo”: un homo fictus nel quale l’ossatura morale, i nervi e l’energia dell’uomo in carne e ossa risplendono di colori nuovi e sfavillanti. A questa “controfigura letteraria” forniscono un apporto non secondario i significati simbolici desunti dalla Chimica. Fra Sandro e l’elemento ferro, che dà il titolo al racconto, esiste un rapporto di analogia, per cui i tratti caratteriali dell’uno coincidono con le proprietà fisico-chimiche dell’altro. Di più, si potrebbe dire che il legame fra il personaggio e l’elemento sia di tipo metonimico: Sandro, dice Levi, «sembrava fatto di ferro, ed era legato al ferro da una parentela antica».[28] Intorno ai metalli e al ferro in particolare si struttura una semantica che oltrepassa i confini de Il sistema periodico. Per quanto concerne questo aspetto possiamo ritrovare un lontano progenitore del Sandro di Ferro nell’Ultimo, il prigioniero probabilmente coinvolto nella rivolta di Birkenau che viene giustiziato davanti agli occhi di Primo, di Alberto e dei loro compagni nell’autunno del 1944 e che muore gridando «Kamaraden, ich bin der Letzte! (Compagni, io sono l’ultimo!)».[29] Nel capitolo eponimo di Se questo è un uomo si dice di lui: «Quell’uomo doveva essere duro, doveva essere di un altro metallo del nostro, se questa condizione, da cui noi siamo stati rotti, non ha potuto piegarlo».[30] Per un chimico l’uso della parola “metallo” non è casuale perché i metalli possiedono, in misura diversa, una prerogativa comune: un determinato grado di resistenza meccanica, ovvero la capacità di sopportare un certo carico prima che intervenga la rottura. Sandro è, dunque, “resistente” per natura per la sua capacità di sopportazione e per la sua forza d’animo, che verrà pienamente allo scoperto durante la Resistenza.[31] Per questa sua virtù è molto simile ai pionieri del Klondike cantati da Jack London, il romanziere che Delmastro prediligeva su tutti. E infatti il protagonista di Ferro è disegnato come uno dei personaggi londoniani, che si distinguono per la loro capacità di adattarsi alle condizioni più estreme e per la disponibilità a mettersi in gioco. La frase che nel racconto Sandro pronuncia nel momento clou dell’ascesa del Dente di M. («Il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso»)[32]  è ripresa da Smoke Bellew, un romanzo di London pubblicato per la prima volta in Italia nel 1930, così come pure londoniano è l’immaginario che innerva il racconto e che culmina nella notte trascorsa sulle montagne. In London l’espressione «assaggiare la carne dell’orso» significa far proprio un’ideale di vita all’insegna del rischio e della wilderness. Non sappiamo dire se la scelta di attribuire a Sandro la frase leitmotiv del romanzo, senza fornire alcuna spiegazione, rientri in una più ampia strategia di riconfigurazione letteraria dei ricordi, o se al contrario rifletta fedelmente l’abitudine scherzosa di Delmastro di citare il suo scrittore preferito nei momenti clou delle sue imprese. Fatto sta che essa va a intensificare il tasso di figuralità del personaggio e al tempo stesso rappresenta un ulteriore omaggio – pudico perché può essere compreso soltanto dagli «iniziati» all’opera di London ‒ nel vivo di un testo che è già di per sé un eccezionale omaggio alla memoria dell’amico scomparso.

 

«Oggi so che è un’impresa senza speranza rivestire un uomo di parole»

Verso la fine del racconto sembra avvenire un passaggio di testimone fra Jack London e Joseph Conrad, l’altro grande maestro della narrativa di avventura frequentata da Levi e dai suoi amici negli anni giovanili. Dopo aver raccontato l’episodio del Dente di M. e prima di descrivere la morte di Sandro a Cuneo, il narratore Levi si lascia andare a un bilancio di quell’esperienza (ma, a ben vedere, del senso della vita umana e del trascorrere del tempo) che riprende i temi e le movenze di alcuni brani di Linea d’ombra e di Giovinezza di Conrad:

Era questa, la carne dell’orso: ed ora, che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino.[33]

Tutto questo non è – a mio parere – casuale. Levi ha voluto legare al racconto e al personaggio di Sandro una componente di riflessione filosofica ed esistenziale che va indirettamente a compensare e smussare l’immagine di Sandro come uomo esclusivamente d’azione proposta dal racconto e recupera invece quell’attitudine alla speculazione che era stata del Sandro uomo. Non solo, ma il fascino che promana dal personaggio è dovuto in parte anche ai due interrogativi radicali che esso finisce per incarnare, e che sono i seguenti: che cosa rimane degli uomini quando non rimane più nulla? E, in seconda istanza, quali sono i limiti della rappresentazione di un essere umano ‒ di ogni essere umano ‒ attraverso le parole, la letteratura? A chiudere il racconto è infatti la constatazione, da parte di Levi, dell’insufficienza del risultato conseguito:

Oggi so che è un’impresa senza speranza rivestire un uomo di parole, farlo rivivere in una pagina scritta: un uomo come Sandro in specie. Non era uomo da raccontare né da fargli monumenti, lui che dei monumenti rideva: stava tutto nelle azioni, e, finite quelle, di lui non resta nulla; nulla se non parole, appunto.[34]

Levi, quasi senza avvedersene, si è dato un compito quasi impossibile: far rivivere Sandro, strapparlo – almeno per il tempo della lettura del racconto – al potere inappellabile della morte. La pagina scritta è forse l’unico luogo di questo mondo dove un uomo morto possa rivivere, ma Primo con Sandro aveva studiato, scalato montagne, dormito nei rifugi; per questo, nella duplice veste di scrittore e di testimone della vita dell’amico, non può prescindere dal paragone fra l’essere umano dotato di corpo,  vivo e in movimento, e il personaggio di carta – senza corpo e senza carne, ombra di una persona che fu. È questa l’impasse che non riesce a superare, e che senza ambagi dichiara. Dopo il tempo evanescente dell’iniziazione sul Dente di M., dopo la data dell’uccisione di Delmastro a Cuneo nell’aprile del 1944, l’avverbio di tempo «oggi» compare sulla pagina e ci riporta alla metà degli anni Settanta.

Sandro Delmastro, diventato personaggio, è patrimonio letterario riconsegnato al presente di allora, un tempo ancora abitato da persone che avevano conosciuto quel giovane taciturno e coraggioso. La maggior parte degli amici e dei compagni della Resistenza accolsero con favore il suo ritratto letterario. Il magistrato azionista Alessandro Galante Garrone scrisse a Levi: «come ho ritrovato, vivissimo, l’indimenticabile Sandro Delmastro».[35] Vittorio Foa, cugino di secondo grado di Primo, nonché sindacalista e uomo politico, confessò:

Mi sono molto commosso alla storia di Sandro, che io ho frequentato nel lavoro militare e politico e alla cui morte non mi sono mai completamente rassegnato. Mi hai dato molto, caro Primo, con questo tuo racconto.[36]

L’unica voce fuori dal coro fu quella della cugina di Primo, Ada Della Torre, che fu staffetta per il Partito d’Azione durante la Resistenza. In una recensione del Sistema periodico raccontò di non aver apprezzato, in un primo momento, la trasformazione di Sandro in personaggio:

FERRO parla di Sandro che morì partigiano e io lo conobbi solo durante la Resistenza, mentre Primo era stato suo amico negli anni precedenti; e quando lessi il dattiloscritto di questo racconto lo contestai, perché sostenevo che Sandro era un uomo straordinariamente prestigioso, mentre mi pareva che Primo non se ne fosse accorto. Ma la carta stampata fa miracoli, e quando ebbi nelle mani il volume completo e fresco di edizione, vidi che il Sandro di Primo Levi era anche quello che avevo conosciuto io.[37]

Ada aveva conosciuto Sandro quando era il capo delle Squadre cittadine del Pd’A; il suo prestigio di allora era diretta emanazione di un’autorevolezza morale e culturale che egli si era guadagnato sul campo in quanto esponente di quella «aristocrazia degli uomini liberi»[38] che dopo l’8 settembre 1943 si era attivata per cacciare fascisti e nazisti dall’Italia. Non sorprende che di primo acchito proprio lei avesse trovato il Sandro di Ferro incompleto e mancante di quelle caratteristiche che trent’anni prima le erano balzate all’occhio. Il suo disorientamento iniziale va a colmare, senza volerlo, il gap cronologico interno al testo di Levi perché ci dice indirettamente – con la voce della sola storia, questa volta – che cosa era diventato Sandro nel periodo intercorso fra la scalata del Dente di M.  e la morte a Cuneo.

Quando ebbe modo di rileggere e meditare il racconto, anche Ada cambiò idea: finalmente riuscì a scorgervi i germi dello sviluppo morale e politico del “suo” Sandro, il comandante partigiano, segno che il ritratto di Primo aveva colto il nucleo vivo dell’ethos di Sandro Delmastro.

L’episodio, tuttavia, è istruttivo perché ci parla di un’altra verità, che forse può anche apparire scontata. È sempre difficile “mettere per iscritto” un essere umano, non fosse altro per la parzialità del punto di vista di chi osserva e per il relativismo insito in ogni interpretazione della realtà, come aveva già capito, all’inizio del Novecento, Luigi Pirandello. Levi ha il grande merito di aver trasformato Sandro in parola e pensiero, traghettandolo dalla Torino della fine degli anni Trenta a tutti i futuri possibili delle persone che in ogni angolo del mondo leggono e leggeranno Il sistema periodico. E in questa forma, come figura che nutre il nostro immaginario, Sandro ci accompagna, dialoga con i suoi lettori, soprattutto con i più giovani, li interroga: questo può (e deve fare) la letteratura, redimendo la storiografia – soprattutto quella intesa, in senso tradizionale, come grande affresco di fatti – dalla sua astrattezza.  Ma il battito del cuore di un uomo, il caleidoscopio delle espressioni del suo volto, lo sciame confuso e contraddittorio dei suoi pensieri appartengono alla vita che si vive e non a quella che si scrive: né la letteratura né, più in generale, l’uomo, riusciranno mai a restituire il ritmo di un continuo pulsare, il movimento di risacca fra lo smarrirsi e il ritornare che dà forma all’identità di ciascuno.

Bibliografia
  • A. Cusin, L. Fattori, Introduzione, in A. Cusin, L. Fattori, M. Stanzione Modàfferi e G. Vandi (a cura di), Il senso di infinito a partire dal “Sentimento oceanico”, a cura di, Alpes Italia, Roma 2019,
  • A. Della Torre, Il sistema periodico [recensione], in “La Comunità: bimestrale ebraico torinese”, 1, ottobre 1975, p. 3.
  • G. De Luna, Donne in oggetto. L’antifascismo nella società italiana, Torino, Bollati Boringhieri 1995
  • P. Levi, Se questo è un uomo, Il sistema periodico, Conversazioni, interviste, dichiarazioni, Pagine sparse 1947-1987, in Opere complete, a cura di M. Belpoliti, Einaudi, Torino, 2017 e 2018, 3 voll.
  • P. Levi, Il sistema periodico, Einaudi, Torino 1979, collana «Letture per la scuola media»
  • M. Mengoni, Elementi inattesi. Come nacque «Il sistema periodico», in Cucire parole, cucire molecole. Primo Levi e Il sistema periodico, a cura di A. Piazza e F. Levi, Accademia delle Scienze di Torino, Torino 2019
  • R. Mori, Svegliarsi adulti. Vita di Sandro Delmastro, partigiano e amico di Primo Levi, Einaudi, Torino 2025,
  • G. Pintor, Doppio diario (1936-1943), a cura di M. Serra, Torino, Einaudi, 1978
  • G. Quazza, Resistenza e storia d’Italia. Problemi e ipotesi di ricerca, Milano, Feltrinelli 1976,

 

Riferimenti archivistici

  • Archivio Primo Levi, Ritagli stampa 1947-1987 [2011], fasc. 69, Alessandro Galante Garrone a Primo Levi, 8 maggio 1975
  • Archivio Primo Levi, Ritagli stampa, 1947-1987 [2011], fasc. 69, Vittorio Foa a Primo Levi, 11 maggio 1975
  • Archivio Primo Levi, Ritagli stampa 1947-1987 [2011], fasc. 69, Nuto Revelli a Primo Levi, 5 giugno 1975
  • Archivio privato Valeria Delmastro, scritti di Sandro Delmastro s.d.
  • Archivio privato eredi Valabrega, lettera di Ester Valabrega a Primo Levi (minuta), 24 maggio 1974.

Note:

[1] Archivio Primo Levi [APL], Ritagli stampa 1947-1987 [2011], fasc. 69, Nuto Revelli a Primo Levi, 5 giugno 1975. Mi permetto di rimandare anche a R. Mori, Svegliarsi adulti. Vita di Sandro Delmastro, partigiano e amico di Primo Levi, Einaudi, Torino 2025, p. 252.

[2] C. Mussa Ivaldi, Incontro con Primo Levi [trascrizione dattiloscritta dell’incontro avvenuto il 4 giugno 1975 all’Unione Culturale di Torino], in P. Levi, Opere complete, a cura di M. Belpoliti, Einaudi, Torino 2016 e 2018, 3 voll; vol. 3 Conversazioni, interviste, dichiarazioni pp. 59-63; pp. 62-3.

[3] Cfr. M. Mengoni, Elementi inattesi. Come nacque «Il sistema periodico», in A. Piazza e F. Levi (a cura di), Cucire parole, cucire molecole. Primo Levi e Il sistema periodico, Accademia delle Scienze di Torino, Torino 2019, pp. 67-79.

[4] P. Levi, Un passato che credevamo non dovesse ritornare più, in Pagine sparse 1947-1987, Opere complete, vol. 2, pp. 1370-72; p. 1372.

[5] Mengoni, 2019, p. 75.

[6] P. Levi, Prefazione a Moments of Reprieve, in Pagine sparse cit., pp. 1654-55; p. 1655.

[7] C. Stajano, Le piramidi di Hitler, in Levi, 2016 e 2018, vol. 3, pp. 52-55: p. 55.

[8] L. Zargani, Il sistema periodico, in Levi, 2016 e 2018, vol. 3, pp. 913-16; p. 914.

[9] P. Levi, Ferro, Il sistema periodico, in Levi, 2016 e 2018, vol. 1, pp.888-96; p. 891.

[10] cfr. G. Quazza, Resistenza e storia d’Italia. Problemi e ipotesi di ricerca, Feltrinelli, Milano 1976, pp. 124-29 e G. De Luna, Donne in oggetto. L’antifascismo nella società italiana, Bollati Boringhieri, Torino 1995, pp. 130-1.

[11] Ferro, p. 896.

[12] Archivio privato eredi Valabrega. Cfr. Mori, 2025, pp. 3-4.

[13] La definizione è usata da Giaime Pintor, classe 1919, nella lettera in cui spiega al fratello le ragioni della sua scelta partigiana, poco prima di rimanere ucciso dallo scoppio di una mina a Castelnuovo al Volturno. G. Pintor, Doppio diario (1936-1943), a cura di Mirella Serra, Einaudi, Torino 1978, p.200

[14] Ferro, p. 888.

[15] Ferro, p. 889.

[16] Ferro, p. 890.

[17] Ferro, pp. 890-1.

[18] Archivio privato eredi Valabrega. Cfr. R. Mori, 2025, pp. 71-72.

[19] Ferro, p. 890.

[20] C. Petitjean, Primo Levi: tra scrittura e traduzione, in Levi, 2016 e 2018, vol. 3, pp. 904-912, p. 908. Traduzione italiana di Stefania Pico.

[21] Ambra Cusin, Lucia Fattori, Introduzione, in A. Cusin, L. Fattori, M. Stanzione Modàfferi e G. Vandi (a cura di),  Oltre. Il senso di infinito a partire dal “Sentimento oceanico”, a cura di, Alpes Italia, Roma 2019, pp. X-XXV; pp. XI-II.

[22] Archivio privato Valeria Delmastro, scritto s.d.

[23] Ferro, p. 891.

[24] Ferro, p. 892.

[25] A. Papuzzi, L’alpinismo? È la libertà di sbagliare, in Levi, 2016 e 2018, vol. 3, pp. 423- 27; pp. 425-26.

[26] Archivio privato Valeria Delmastro, lettera di Alberto Salmoni a Maria Peracchione del 13 aprile 1944, cfr. anche Mori, 2025, p. 215.

[27] Archivio privato Valeria Delmastro, s.d. (ma estate 1937).

[28] Ferro, p. 892.

[29] P. Levi, Se questo è un uomo [1958], in Levi, 2016 e 2018, vol. 1, p. 258.

[30] Se questo è un uomo, p. 258.

[31] Mori, 2025, p. 69.

[32] Ferro, p. 895.

[33] Ferro, p. 896.

[34] Ferro, p. 896.

[35] APL, Ritagli stampa, 1947-1987 [2001], fasc. 69, Alessandro  Garrone a Primo Levi, 8 maggio 1975.

[36] APL, Ritagli stampa, 1947-1987 [2011], fasc. 69, Vittorio Foa a Primo Levi, 11 maggio 1975. Cfr. anche Mori, 2025, p. 252.

[37] A. Della Torre, Il sistema periodico [recensione], in “La Comunità: bimestrale ebraico torinese”, 1, ottobre 1975, p. 3.

[38]  P. Levi, Deportati politici, in Torino contro il fascismo. Testimonianze, in Pagine sparse 1947-1987, pp. 1376-79; p. 1376.

Dati articolo

Autore:
Titolo: «Il ritratto splendido d’ un uomo». Il racconto Ferro di Primo Levi fra biografia, autofiction e Storia
DOI: 10.52056/9791257011321/10
Parole chiave: , , , ,
Numero della rivista: n.24, dicembre 2025
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo:
, «Il ritratto splendido d’ un uomo». Il racconto Ferro di Primo Levi fra biografia, autofiction e Storia, in Novecento.org, n.24, dicembre 2025. DOI: 10.52056/9791257011321/10

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