La classe operaia e la “civiltà delle macchine” nei romanzi di Bianciardi, Calvino, Ottieri e Volponi
Grattacieli e grandi palazzi, come quello del centro direzionale di Milano, rappresentano iconograficamente il miracolo economico italiano.
Crediti: Anonimo – SkyScraperCity – Milano Sparita (http://www.skyscrapercity.com/showthread.php?t=1232367&page=1047), Pubblico dominio, Collegamento
Abstract
Lo scopo di questa ricerca è di offrire un quadro dei mutamenti occorsi alla classe operaia, durante lo sviluppo economico italiano degli anni Cinquanta e Sessanta, facendo uso, oltre che delle tradizionali fonti inerenti al dibattito a sinistra, della cosiddetta letteratura “industriale”. Per una completa ricostruzione storica risulta imprescindibile il confronto con alcuni dei testi quali Tempi stretti e Donnarumma all’assalto di Ottieri, La vita agra di Bianciardi, Memoriale di Volponi e Marcovaldo di Calvino per comprendere il nuovo contesto e le molteplici sfaccettature della nuova e frenetica società industriale.
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The purpose of this research is to provide an overview of the changes that occurred in the working class during Italy’s economic development in the 1950s and 1960s, using not only traditional sources related to the left-wing debate, but also so-called “industrial” literature. For a complete historical reconstruction, it is essential to compare some of the texts such as Tempi stretti and Donnarumma all’assalto by Ottieri, La vita agra by Bianciardi, Memoriale by Volponi and Marcovaldo by Calvino in order to understand the new context and the many facets of the new and frenetic industrial society.
Questo articolo è stato sottoposto a revisione in doppio cieco (double blind peer review)
Introduzione
Che il dibattito sulle trasformazioni nella classe operaia a seguito degli sviluppi del capitalismo possa, e anzi debba, essere studiato anche attraverso fonti letterarie lo dimostra un passo di Memoriale di Volponi:
Il rumore era forte e le officine erano impressionanti. Erano già grandi allora che la fabbrica era un terzo di quello che è oggi. Grandi, pulite e ordinate, con molta luce. Ciascuno aveva il suo posto e ciascuno agiva per conto suo, con grande sicurezza. Sembravano tutti molto bravi e importanti. Mi stupì il fatto che non ci fossero lavori da fare in gruppo: un gruppo tutt’insieme che si dà una mano e tira e spinge di qua o di là o batte martelli o alza una grande macchina. Tutte le macchine erano per un uomo solo e un uomo poteva manovrarle comodamente.[1]
Lo smarrimento di Albino Saluggia, l’io narrante di Memoriale, davanti alle macchine e alla produzione in serie sembra evocare gli stessi turbamenti degli intellettuali del movimento operaio quando, già nei primi anni Cinquanta, cominciarono ad analizzare le caratteristiche e gli effetti della modernizzazione capitalista. Quelle prime impressioni che finivano per scorgere tratti alienanti di un’incipiente società anomica, a monte dell’evoluzione della tecnica e di una nuova organizzazione scientifica del lavoro, anche nei metodi impartiti nelle scuole montessoriane, dove, come scrisse Lombardo Radice, il bambino apprendeva sia «ad allacciare una scarpa, ad infilare un bottone in un occhiello da solo» sia a rimanere «solo come un operaio di fronte ad una macchina da aggiustare o da ricomporre […] in un ambiente dove tutto è predisposto, dove tutto è previsto».[2]
Il dibattito, nella sinistra italiana, sui mutamenti della classe operaia e della società emerse con maggiore intensità tra la metà degli anni Cinquanta e i primi Sessanta, quando cioè le rapide e profonde trasformazioni sociali ed economiche, cominciate già nel secondo dopoguerra, imposero a Pci, Psi e alla stessa Cgil di ricalibrare l’analisi in risposta all’avvento del “neo-capitalismo”.[3] Ma con quel «mondo imposseduto», come lo definì Elio Vittorini nel celebre numero 4 del Menabò[4], si misurò anche la letteratura, con un significativo contributo di alcuni autori che posero al centro della loro narrativa l’impatto della civiltà delle macchine sulla classe operaia, e sull’uomo in generale, degli anni della grande trasformazione. Un filone letterario che, della moderna fabbrica e dei suoi riflessi sulla società, seppe cogliere quell’innaturale condizione umana dinanzi all’avanzata della società capitalistica industriale, ossia un’esistenza segnata, per dirla con Moravia, dalla noia, dal disgusto, dall’impotenza e dall’irrealtà sullo sfondo di un’apparenza neocapitalista scintillante fatta di consumismo e standardizzazione.[5]
Come anticipato in apertura, per comprendere appieno la trasformazione che investì tanto il mondo del lavoro quanto la società l’analisi storica non può prescindere da alcune opere letterarie fondamentali, come Tempi stretti, Donnarumma all’assalto, Memoriale, La vita agra e Marcovaldo, unitamente e in dialogo con le tradizionali fonti riguardo il dibattito sul neocapitalismo degli anni Cinquanta e Sessanta. Questo tipo di letteratura seppe, infatti, cogliere, a volte anche meglio dell’allora saggistica e riflessione politica e sindacale, le trasformazioni in corso nelle fabbriche così come le nuove forme di alienazione tra la classe operaia e la società.[6]
Alle soglie del “mondo imposseduto”
Una mattina a mezzogiorno, un operaio comune della Smai, un anziano, disse al segretario della Zanini che attendevano lo sciopero. Vicini al segretario erano Aldo, alcuni altri e Giovanni. In quel momento la cosa parve un’idea che fosse venuta solo a lui: molti si strinsero intorno, tirati della discussione che cominciava, il segretario si sentì chiuso a cerchio; aveva perduto la parlantina, e anche il vicesegretario al suo fianco era muto. Aldo pendeva dalle loro labbra. «Voi avete la nostra solidarietà», disse il segretario riprendendosi. «Abbiamo cento volte discusso in sezione uno sciopero in vostro appoggio. Ora attendiamo il momento giusto». L’altro gli rispose: «il momento è venuto. È questo qui». Il vicesegretario rimase impassibile. Il segretario si scrutò in giro.[7]
La vicenda narrata da Ottieri, in Tempi stretti, sembra esprimere appieno un certo clima di rassegnazione che si respirava in diverse fabbriche agli inizi degli anni Cinquanta. In un’assemblea provinciale dei dirigenti comunisti delle fabbriche bresciane, agli inizi di gennaio del 1952, il segretario Fernando Di Giulio segnalò il serpeggiare tra gli operai di un generale «stato d’animo depresso» per via, come disse, di una pericolosa inerzia del sindacato fatta di sole prediche scolastiche.[8]
In effetti già Luigi Longo aveva avvertito, durante il congresso del Pci del 1951, che in alcune grandi fabbriche una certa inerzia da parte del sindacato, ma soprattutto una generale scarsa consapevolezza riguardo le più recenti trasformazioni tecniche e produttive, stavano determinando un graduale scollamento tra la classe lavoratrice e le organizzazioni del movimento operaio.[9] In concomitanza con le crisi, infatti, in alcune realtà industriali come nel Lanificio Rossi di Vicenza o negli stabilimenti dell’Olivetti, aveva specificato il vicesegretario del Pci, sviluppi tecnici e nuove concezioni di organizzazione scientifica del lavoro, come quelle ad esempio diffuse dal “Movimento di Comunità”,[10] avevano effettivamente portato miglioramenti, in termini lavorativi e salariali, tra i lavoratori.
A margine di una conferenza economica promossa a Torino da Pci e Psi, fu per esempio anche Bruno Trentin ad avvertire su di un certo malumore tra gli operai torinesi dovuto a un tipo di azione politico-sindacale non più corrispondente alla nuova realtà delle fabbriche di Torino. Come sottolineò Trentin, la classe operaia torinese, e in particolare quella della Fiat, sembrava non solo «relativamente indifferente» della condotta sindacale ma soprattutto stanca rispetto a un tipo di manifestazione intesa esclusivamente come demagogica, «in seguito ai recenti provvedimenti della direzione Fiat che riportano una massa considerevole di lavoratori all’orario normale».[11]
La lettura delle trasformazioni che stavano avvenendo all’interno delle strutture economiche del Paese e della classe operaia doveva soppesare l’estrema varietà e interconnessione dei diversi fattori interni all’ampio processo di ristrutturazione e ammodernamento del capitalismo italiano. La disoccupazione e i licenziamenti, da un lato, e le nuove condizioni di lavoro e l’aumento di produttività dall’altro. Le prime trasformazioni, che stavano coinvolgendo le strutture produttive più avanzate e con esse alcune categorie della classe operaia, avvenivano cioè in un contesto dove, a margine della stretta creditizia e della riconversione critica di molti stabilimenti industriali, i licenziamenti e la disoccupazione avevano toccato punte elevatissime.[12] Il tutto in un quadro in cui, mentre l’ammodernamento industriale era garantito da bassi salari e dalle vie imposte dal mercato,[13] il mondo imprenditoriale si divideva al suo interno tra un’ala conservatrice (industria elettrica in primis) e una modernizzatrice (Fiat, Riv, Pirelli, Olivetti) attenta a un piano di riconversione e razionalizzazione[14].
Non a caso Ottieri, sempre in Tempi stretti, aveva fatto ruotare le vicende dei protagonisti attorno a tale dualismo interno agli sviluppi del capitalismo italiano, con un intreccio che univa le vicissitudini della crisi della Smai con la situazione interna della Zanini, in fase di stabilità e avanzamento: «La Smai era stata gonfiata da un passato di prosperità; adesso la smontavano per gettarla ai ferri vecchi. Aldo lottava contro questa operazione, che volevano far passare per logica, per economica».[15]
Senza contare che, nell’ambito del processo di smantellamento di molte industrie di Stato che stava coinvolgendo per lo più il settore della metalmeccanica pesante, il siderurgico e quello cantieristico,[16] un certo malumore era seguito ai licenziamenti e ai ridimensionamenti professionali che avevano per di più coinvolto gli operai più politicizzati, che in alcuni casi finivano trasferiti verso i cosiddetti reparti “confino”, come la celebre Officina Sussidiaria Ricambi della Fiat, detta anche, appunto, Officina Stella Rossa.[17] Un tema, quello delle smobilitazioni e dei licenziamenti accanto agli sviluppi di altri settori, centrale per Ottieri che lo riprese anche in Donnarumma all’assalto, sovrapponendo due ambienti così distanti, l’uno duro e “polveroso” dei cementieri e dei metallurgici dell’acciaieria di Castello e delle loro lotte contro i licenziamenti, l’altro dell’ordine e della tecnica, “fresco” dei nuovi stabilimenti olivettiani di Santa Maria.
Tra smobilitazioni, ridimensionamenti e recenti sviluppi a mutare, dunque, era anche il contesto industriale-cittadino, come più volte raccontato da Bianciardi ne La vita agra, con lo scrittore quasi incredulo che per le vie di Milano, eccetto i “ragionieri”, non si riuscisse più a scorgere quella classe operaia capace, leggendariamente, di limare la ghisa con le mani:
Gli operai limitatori di ghisa con le mani arrivavano infatti ogni mattina alle sei coi treni del sonno, mangiavano bivaccando in fabbrica, e ripartivano con gli stessi treni delle sei, ogni sera così […] per due, tre minuti, sotto le volte della sala biglietti sfilano a passi lesti, poi tutto ritorna vuoto e silenzioso, fino al prossimo treno, al prossimo sbarco di gente assonnata e frettolosa. Non puoi fermarne uno, chiedergli come si chiama, che cosa fa, se è vero che lima la ghisa con le mani, come dice Franz il triestino.[18]
Tornano qui alla mente le parole di Togliatti quando, parlando ai comunisti torinesi della marginalità che stava assumendo la classe operaia dinnanzi ai più recenti sviluppi, confrontava quella Torino proletaria del passato, ormai svanita, in cui lui e Gramsci ammiravano ogni mattino il lungo corteo degli operai della Fiat, della Lancia e delle altre fabbriche metallurgiche passare lungo la centralissima via Po, con il contesto mutato del capoluogo piemontese degli anni Cinquanta:
Attorno alla grande fabbrica è sorto qualche cosa di nuovo […] la grande industria concentrata monopolistica ha creato attorno a sé tutta una rete di affari, di interessi, di attività, alcune industriali, altre commerciali, altre di natura diversa e sono sorti, di conseguenza, strati nuovi di piccola e di media borghesia, si è moltiplicato il numero di impiegati e di tecnici.[19]
Il piano di riconversione e ammodernamento dei settori più avanzati dell’industria italiana, che in un primo momento sembrava faticare a decollare, aveva in realtà prodotto già i primi effetti, in termini di aumento di produttività e in chiave salariale, e cominciato a trasformare il mondo del lavoro e la stessa classe operaia. Il tutto mentre nel Paese la situazione economica cominciava a manifestare agli inizi degli anni Cinquanta, seppur ancora tra diverse incertezze e contraddizioni, chiari sintomi di ripresa e, soprattutto, che il periodo della ricostruzione e delle difficoltà dovute alla fase post-bellica era terminato.[20] D’altronde se si pensa alla Fiat in quegli anni, il colosso torinese stava aumentando il numero degli occupati dai 14.635 del 1948 ai 18.077 del 1953, mentre in un’altra fabbrica piemontese, quell’Olivetti che influenzò così tanto lo stesso Ottieri, nello stesso periodo il numero degli addetti crebbe da 5910 a 8579.[21]
Dentro la trasformazione
Nell’analisi scaturita a seguito delle elezioni del 1953, i cui risultati segnarono per il Pci un generale arretramento nelle storiche roccaforti operaiste, era stata anche Teresa Noce a sollecitare un più profondo esame di quei mutamenti che stavano coinvolgendo soprattutto la classe operaia. La dirigente comunista aveva spiegato che i voti persi, soprattutto al Nord, erano infatti riconducibili sia agli effetti dello smantellamento di molti siti industriali sia alle conseguenti ristrutturazioni aziendali, entrambi processi che avevano disgregato il vecchio proletariato e al contempo trasformato molti ex operai, espulsi dalle fabbriche dismesse o riorganizzate, anche in liberi professionisti.[22]
A completare tale quadro v’era sul tappeto anche il notevole aumento del numero degli impiegati e dei tecnici e l’immissione nel mercato del lavoro di un gran numero di lavoratori venuti dalle campagne o dal Sud d’Italia,[23] molti dei quali, cooptati dai nuovi uffici di collocamento, venivano destinati anche a piccole e medie imprese.
Fu questo il contesto dal quale emerse, in particolare tra gli intellettuali di sinistra e legati per lo più al Pci, un primo e organico tentativo di leggere più da vicino le trasformazioni a monte della riorganizzazione del capitalismo italiano. Nella riunione della commissione culturale del Pci che si svolse a fine novembre del 1954, varie voci – tra cui quelle di Paolo Spriano, Italo Calvino, Antonio Giolitti e Cesare Luporini – si erano infatti levate criticamente contro la direzione della commissione affinché fossero trattate alla stregua dell’arte e di questioni storico-filosofiche, tematiche relative alle trasformazioni in corso nel mondo del lavoro.[24] Un appello che faceva seguito a quanto si stava già compiendo tra le pagine del nuovo settimanale comunista di cultura Il Contemporaneo che, uscito nel marzo 1954, grazie a diversi intellettuali stava contribuendo ad arricchire il dibattitto sui recenti sviluppi del capitalismo italiano.[25] Nel 1955, proprio la redazione de Il Contemporaneo aveva pubblicato uno scritto di Luciano Bianciardi sull’incipiente trasformazione del tessuto sociale e produttivo di Milano, favorita soprattutto dall’espansione del terziario, che anticipava un tema che lo scrittore toscano avrebbe utilizzato anni dopo per il suo romanzo La vita agra, ossia la trasformazione della società e la standardizzazione totale che stava coinvolgendo non solo la classe operaia:
voi sapete bene cosa ero e che cosa facevo, prima di venire quassù […] Altre cose, e più importanti, si vedono assai presto. L’assenza, palese, degli operai. Gli operai non ci sono, almeno in quella Milano che è compresa nel raggio movimento mio […] Qui ci sono i ragionieri […] loro l’industria non la vedranno mai, faranno parte della Milano interna, della Milano che non produce nulla ma vende e baratta. Questi milanesi di accatto, che sono la maggioranza, sono venuti a costituire la burocrazia del commercio […] Basta vedere come funziona una casa editrice: c’è una redazione di funzionari, che organizza: alla produzione lavorano quelli di via Brera, che leggono, recensiscono, traducono, reclutati volta a volta, come braccianti per le “faccende” stagionali […] L’ intellettuale diventa un pezzo dell’apparato burocratico commerciale, diventa un ragioniere.[26]
La trasformazione di Milano, con quella sua particolare compenetrazione tra una fitta rete di traffici commerciali, servizi terziari e un patrimonio industriale diversificato che lì aveva trovato il proprio milieu, era in effetti diventata tanto per gli scrittori quanto per gli intellettuali legati al Pci il centro privilegiato di un’analisi complessiva sui mutamenti del capitalismo italiano, della società e della stessa classe operaia. Un intenso sviluppo, quello del capoluogo lombardo, che come denunciato da Bianciardi aveva finito per mettere in crisi anche la sfera culturale, riducendo cioè, come aveva scritto anche Fabrizio Onofri, la funzione storica e sociale dell’intellettuale a mero ingranaggio della catena di produzione, come un «modesto ricercatore di laboratorio, il tecnico e dall’altro l’organizzatore di spettacoli, di riviste, di periodici illustrati, il giornalista tuttofare senza molte idee e con poca spina dorsale».[27] Le stesse impressioni che si sarebbero poi ritrovate in molti passaggi de La vita agra, dove Bianciardi descrisse la standardizzazione a cui era giunto anche un lavoro intellettuale come quello nel campo dell’editoria, in balìa anch’esso di quei processi di alienazione propri degli operai addetti ai banchi delle grandi produzioni in serie:
la trafila era sempre la medesima: lunedì passare gli articoli e contarli, battuta per battuta. Martedì menabò, ma a quello ci pensava il Fernaspe […] giovedì prime bozze da rileggere […] e io subito mi mettevo a lavoro, a sillabare le frasi del sommario, a contarla e ricontarla.[28]
Tempi e macchine
I processi di trasformazione che stavano investendo in particolare il nord del Paese, e le sue aziende più sviluppate, ponevano diversi interrogativi agli intellettuali legati al movimento operaio. Secondo Paolo Spriano, ad esempio, per comprendere le basi su cui si stava orientando il capitalismo italiano più evoluto, e con esso una parte della borghesia imprenditoriale, andava posta una certa attenzione soprattutto alle innovazioni tecniche e organizzative del circuito produttivo delle aziende di Olivetti.[29] Così le descrive Ottieri:
Le macchine sono state dipinte d’azzurro, e le loro parti in movimento d’arancione vivo, i colori contro gli infortuni. Gli operai ci stanno larghi sul pavimento lucido e fra le macchine distanti fra loro come in una vetrina. Pare che non ci sia nessuno. Dalla vetrata a occidente, verso l’isola, il sole obliquo del tramonto filtra e lambisce le facce degli attrezzisti in tuta blu, colorandole di rosa. Lavorano traversati da una luce idilliaca e liquida.[30]
Il mondo delle fabbriche della Olivetti, magistralmente raccontato nelle pagine di Donnarumma all’assalto, era forse il filtro migliore per osservare più da vicino le trasformazioni più importanti che stavano coinvolgendo non solo la classe operaia ma anche le altre categorie di lavoratori. Negli stabilimenti di Ivrea, infatti, come osservava Spriano, il connubio tra sviluppi tecnici, nuove teorie e pratiche manageriali, il mito della collaborazione di classe e l’idea di un’impresa vista come comunità stavano di fatto garantendo un aumento della produttività.[31] Effettivamente fu proprio a partire dagli anni Cinquanta che anche nel nostro Paese i nuovi metodi manageriali, che rientravano nel campo dello scientific management, trovarono un terreno abbastanza fertile.[32] Proprio in quegli anni cominciarono a essere pubblicate e a diffondersi, tra quadri e impiegati in particolare, opere sui “grandi organizzatori” e sui nuovi principi manageriali.[33] Non a caso Luciano, protagonista de La vita agra, si trovò a tradurre questi nuovi testi di materia aziendale:
Come qualcuno forse ricorda, in quegli anni si parlava moltissimo di automazione, di produttività, di seconda rivoluzione industriale e di umane relazioni […] in una città come questa, cioè piena di gente terziaria e quartaria, col mercato comune in vista e il miracolo in prospettiva, c’era molto da tradurre in materia aziendale, specialmente testi chiamati operativi […] la regola degli errori, dicevano questi libri, è la chiave per la delega dell’autorità.[34]
Nuovi tempi e nuovi metodi aziendali che non potevano di certo sfuggire al contesto industriale raccontato da Ottieri:
Tra Direzione e manodopera, proseguì euforico il marchese, esiste una frattura. Il nostro compito è di colmarla. Abbiamo oggi, benché poco noti ancora in Italia, degli strumenti scientifici, questa è la novità, al servizio dei problemi umani.[35]
Non a caso, sempre Ottieri fece rivestire al protagonista di Donnarumma all’assalto, ossia lo psicologo addetto alla selezione del personale, un ruolo centrale nella nuova logica capitalista che anch’egli aveva precedentemente praticato nell’azienda olivettiana, al fine di mostrare quell’incontro-scontro tra l’attività tecnicista e manageriale del protagonista, in un certo senso rappresentante della modernizzazione capitalista, e quell’antropologia operaia meridionale davanti alla società tecnologica esplosa nella collera di Donnarumma.
Era stata la nuova competitività aperta dal mercato europeo a sollecitare sia l’impresa privata sia alcuni settori dell’industria pubblica verso un maggiore sforzo tanto per ciò che riguardava il miglioramento tecnico quanto per quello relativo all’organizzazione interna. I settori orientati verso le esportazioni, fattore centrale per il successivo slancio dell’economia italiana, furono infatti i primi a dotarsi di un sistema produttivo più efficiente e più razionalizzato e quindi anche di nuove forme di organizzazione. Questioni infatti come quelle delle human relations e del principio della collaborazione di classe riflettevano la necessità di superare, o completare, il sistema taylorista facendo leva sui quadri intermedi che si assumevano il compito di far rispettare gli indici di produzione attraverso dei metodi improntati alla collaborazione con gli addetti dei vari settori della produzione.
Mentre all’opposto i settori che producevano per il mercato interno, meno esposti alle pressioni del mercato internazionale, restarono piuttosto alla retroguardia per ciò che concerneva non solo la produttività ma anche l’efficienza e le varie innovazioni dal punto di vista organizzativo.[36] In alcune aziende, le nuove tecniche manageriali rimanevano, per lo più, solo su carta, senza cioè dare un effettivo contributo al miglioramento produttivo aziendale. Come, ad esempio, la farsesca situazione in cui capitò Marcovaldo, per volontà dei suoi uffici tecnici, travestito da Babbo Natale:
Alla Sbav quell’anno l’Ufficio Relazioni pubbliche propose che alle persone di maggior riguardo le strenne fossero recapitate a domicilio da un uomo vestito da Babbo natale […] mentre il capo dell’Ufficio personale faceva chiamare altri possibili Babbi Natali da vari reparti, i dirigenti radunati cercavano di sviluppare l’idea: l’Ufficio Relazioni umane voleva che anche il pacco-strenna alle maestranze fosse consegnato da Babbo Natale.[37]
Come poi dimostrò, nell’estate del 1955, un libro inchiesta di Fabrizio Onofri, la situazione ancora interna in molte fabbriche confermava una quasi assenza di sviluppi tecnici e organizzativi, tanto da affermare, come scrisse l’autore, che «l’aumentata produzione è il risultato, per la massima parte, di un accresciuto sfruttamento della forza lavoro».[38] In molte fabbriche gli sviluppi tecnici erano ancora in una fase iniziale e più che di automazione era il caso di parlare di automatismo, data l’estrema frammentarietà e monotonia delle mansioni per gli addetti alle macchine e ai banchi. Molte inchieste operaie raccontavano infatti di ritmi infernali e di pessime condizioni di lavoro a cui erano sottoposti ancora molti lavoratori, come ad esempio gli operai addetti ai martelli pneumatici che, costretti a convulsi e ripetitivi movimenti, sembravano tenere, come scrisse Calvino, «braccia e petto in un continuo ballo di san Vito».[39] Scrive per parte sua Volponi:
Così tutto diventava più pesante e anche la macchina era un peso che dovevo portare. I pezzi da fresare poi, tutt’insieme nella cassetta, davano subito un senso di spavento e dopo di fastidio. Quanti erano: ognuno uguale all’altro, irriconoscibili; quale sarebbe stato il primo e quale l’ultimo e perché?[40]
Insomma, come scrisse Calvino su Il Contemporaneo, la nuova era dell’automazione era solo agli inizi, i suoi effetti tangibili ma le industrie potevano ancora solo sognare «la loro metamorfosi in enormi perfetti insetti meccanici».[41]
Il consumo come fine
Che a metà degli anni Cinquanta la società italiana stesse subendo un processo di trasformazione lo rivelavano diversi segnali oltre quelli attestanti, stando alla composizione del reddito nazionale, il declino dell’agricoltura nazionale (che scende dal 36,0% del 1947 al 19,2 del 1956), la crescita del secondario (che passa dal 35,0% al 35,8%) e l’impennata del terziario (che balza dal 28,9% al 45,1%).[42] La grande trasformazione e la crescita che si registra diventano un segno di speranza, un’indicazione di futuro per le generazioni che sono nate dopo l’età della catastrofe nella convinzione diffusa di avere e di essere garantiti di più.[43]
Un processo di modernizzazione così rapido e intenso richiedeva un aggiornamento d’analisi continuo, visti anche i veloci cambiamenti che stava subendo la stessa classe operaia, che iniziava a modificare le proprie abitudini e la propria mentalità grazie a un miglioramento del tenore di vita, passando la domenica, come scrisse Lelio Basso, «anziché all’osteria, in gita in motoscooter», stimolata da «nuove tendenze individualistiche».[44] Una rapida trasformazione che stava dunque coinvolgendo anche quella parte di popolazione fino a quel momento rimasta esclusa da qualsiasi cambiamento, come riassunto perfettamente anche da Volponi in un passaggio di Memoriale:
Anche noi in riviera, – disse buttandosi giù con la moto che urlava ma che non andava forte, trattenuta da una marcia bassa e impennata ogni tanto da strappi al gas. – Anche noi, operai dell’industria, metalmeccanici provetti, anche noi -, urlava con la sua bocca rotonda e il solito sputarello che l’aria gli tratteneva e imbiancava l’angolo delle labbra. Volle passare per Torino pur di fare un pezzo più lungo di autostrada, che gli sembrava, fra tante macchine, un segno di distinzione, l’esercizio di un diritto della sua condizione di operaio e della sua vacanza.[45]
In un convegno nel 1956, si era già parlato d’altronde dei tratti distintivi di quella figura che da lì a breve sarebbe stata chiamata, a volte semplificando, l’operaio-massa, ossia un lavoratore spesso dequalificato e spoliticizzato, subentrato nelle fabbriche in luogo di quel “vecchio” proletariato, e sempre più estraniato dal processo produttivo.[46] Come disse Trentin durante quel convegno, le trasformazioni avvenute nelle fabbriche avevano fatto emergere «un lavoratore che non ha più niente da perdere se non il proprio salario».[47]
La centralità di questa tematica, che raggruppava tanto le riflessioni sui mutamenti della classe operaia quanto quelle sulle trasformazioni economiche e sociali, metteva a fuoco tutta la complessità del carattere contraddittorio dello sviluppo del capitalismo. La difficoltà nel valutare cioè il rapporto tra il miglioramento oggettivo di vita dei lavoratori, a seguito di effettivi miglioramenti salariali, con le contraddizioni ancora irrisolte nella struttura economica italiana e con le nuove forme di alienazione, per via di un lavoro sempre più automatizzato e standardizzato e per l’avvento del consumismo di massa. Su quest’ultimo punto, era intervenuto anche Antonio Giolitti che aveva difatti invitato a riflettere sulla minaccia, via via crescente, di una progressiva commistione tra i valori della classe operaia (e dei cittadini in generale) e di quelli capitalistici, riflessa cioè in una richiesta artificiosa da parte dei lavoratori-consumatori, sollecitati dalle stesse logiche di mercato, di nuovi bisogni e desideri.[48] Diviene infatti difficile, sulla base di questa riflessione, non riportare le tragicomiche vicissitudini del manovale Marcovaldo al supermercato, spinto dalla necessità di passeggiare in quei luoghi pur senza soldi e senza aver bisogno di comprare alcunché:
Una di queste sere Marcovaldo stava portando a spasso la famiglia. Erano senza soldi, il loro spasso era guardare gli altri fare la spesa […] Invece Marcovaldo, il suo stipendio, tra che era poco e che di famiglia erano in molti, e che c’erano da pagare rate e debiti, scorreva via appena percepito. Comunque, era pur sempre un bel guardare, specie facendo un giro al supermarket.[49]
Una vita al tal punto condizionata dalle logiche di consumo e dall’appiattimento sociale dove non si fa fatica a immaginare, come fece d’altronde Calvino, che anche i giochi d’infanzia potessero diventare strettamente connessi alla sfera consumista, come la collezione dei volantini pubblicitari di un nuovo detersivo lanciato sul mercato fatta da figli di Marcovaldo:
Filippetto, Pietruccio e Michelino, un po’ raccogliendoli da terra, un po’ sfilandoli dalle fessure, un po’ addirittura pescandoli con un fil di ferro, cominciarono a far collezione di buoni Blancasol – Ne ho più io! No, contali! Scommettiamo che sono io che ne ho di più![50]
Quel Marcovaldo, piegato da un’esistenza monotona e grigia, che sembrava riassumere in sé tutti i contorni dell’operaio-massa, ossia di quella nuova classe operaia che per Daniel Mothé, come scrisse nel suo celebre diario, era completamente stretta da una forbice fatta di produzione e consumo:
L’operaio come consumatore viene mantenuto a livello di una macchina; l’una e l’altro hanno i medesimi bisogni: alimentazione, manutenzione, riposo. […] l’operaio può anche mangiare bistecche, avere un televisore e un’automobile; nella società attuale rimane una macchina produttiva, e nient’altro, è questa, la sua vera miseria.[51]
Comprendere le trasformazioni in corso significava infatti capire in che modo si potesse conquistare e indirizzare ideologicamente una nuova generazione di lavoratori che esprimeva piena sintonia con i caratteri della modernizzazione capitalista in corso, ossia con quella aspirazione a godersi i frutti del “miracolo economico” e di un sistema, quello capitalista, che in quel momento sembrava assicurare un benessere crescente e stabile attraverso l’aumento dell’occupazione e dei consumi. Come infatti specificò Lama, la nuova conflittualità operaia agli inizi degli anni Sessanta, le lotte portate avanti soprattutto da giovani e donne da poco entrati nelle fabbriche, non ambiva a capovolgere il sistema ma rientrava all’interno di una richiesta reale di miglioramento salariale e sociale, sulla base cioè di un desiderio «di più lunghi periodi di svago ma anche di conquistare il tempo necessario a elevarsi con scuole serali e corsi rapidi nel campo culturale».[52]
Era in parte vero che anche il capitalismo italiano, attraverso il progresso tecnico, gli ultimi sviluppi della scienza, un nuovo bagaglio ideologico, la programmazione della produzione e del mercato e l’intervento dello Stato, fosse riuscito a favorire una dinamica di benessere crescente e a raggiungere quasi un pieno impiego e, in un certo senso, a inglobare anche la classe operaia nel suo sistema. Ma l’aumento dei salari, il miglioramento delle condizioni di vita, la riduzione dell’orario di lavoro non avevano tuttavia eliminato quelle sfasature che ancora permanevano nella struttura economica e nella società italiana. Nuovi e vecchi squilibri mostravano anzi ancora irrisolti i nodi interni a uno sviluppo, quello del capitalismo italiano, quasi per nulla pianificato e sempre più dominato da logiche speculative e dallo stesso spontaneismo delle forze di mercato: dal divario che ancora permaneva tra nord e sud, all’ipertrofia del settore terziario, ai contrasti tra città e campagna e tra centro e periferia, fino al nuovo problema dell’inquinamento industriale: « Se li ha pescati là sotto, li butti via subito: non ha visto la fabbrica qui a monte? […] fabbrica di vernici: il fiume è avvelenato per via di quel blu, e i pesci anche».[53]
Fu Giorgio Amendola, durante la seconda assemblea nazionale operaia promossa dal Pci del 1961, a parlare dei rischi connessi a questo così intenso e mal governato progresso tecnico ed economico:
un poco più di lavoro, un poco più di denaro, pagato a prezzo di una sempre maggiore alienazione della personalità del lavoratore, un regime che porta allo schiacciamento della personalità umana, che punta non solo allo sfruttamento economico ma all’abbruttimento politico […] un regime che vuole controllare l’operaio in fabbrica e a casa, condizionarlo materialmente e spiritualmente, con i consumi imposti […] in un cerchio che li stringe dalla fabbrica ai grigi e anonimi quartieri dormitori.[54]
Sembra quasi di intravedere, nelle parole del dirigente comunista, la famiglia di Marcovaldo in “gita” sulla collina della città, su consiglio del dottore della mutua dopo la visita ai figli del manovale cresciuti tra cemento e smog:
Man mano che saliva, a Marcovaldo pareva di staccarsi di dosso l’odore di muffa del magazzino in cui spostava pacchi per otto ore al giorno e le macchie d’umido sui muri del suo alloggio, e la polvere che calava, dorata, nel cono di luce della finestrella, e i colpi di tosse nella notte. I figli ora gli parevano meno giallini e gracili, già quasi immedesimati di quella luce e di quel verde.[55]
Quel che emergeva dall’Italia del “boom” era un ritratto bifronte che da un lato mostrava il suo volto fatto di “miracolo”, benessere e piena occupazione e dall’altro disvelava, invece, vecchie e nuove “cicatrici”, in un tessuto sociale disseminato di disuguaglianze sociali e ambientali: dalla speculazione edilizia e dall’esplosione delle periferie nelle metropoli, al dissesto idrogeologico, passando per la povertà e l’analfabetismo ancora presente in larghi strati della popolazione fino a quell’irrazionale sovraccarico consumista derivato, come scrisse Luca Pavolini su “Rinascita”, da «una spinta alla rivendicazione di un tenore di vita più elevato e più riccamente articolato».[56]
Entro tale dimensione si inseriva così la nuova figura simbolo dell’era moderna tecnologica, quel lavoratore svuotato di ogni sua autonoma funzione sia nel posto di lavoro sia nella società e condizionato esclusivamente, anche nel tempo libero, da una vita standardizzata, tanto da trovare un minimo di conforto solo in un sanatorio lontano dalla civiltà industriale, come Albino Saluggia in Memoriale, o dentro un cinema come Marcovaldo:
Vedeva il film due volte, usciva solo quando il cinema chiudeva; e col pensiero continuava ad abitare quei paesaggi e a respirare quei colori. Ma il rincasare nella sera piovigginosa, l’aspettare alla fermata il tram numero 30, il constatare che la sua vita non avrebbe conosciuto altro scenario che tram, semafori, locali al seminterrato, fornelli a gas, roba stesa, magazzini e reparti d’imballaggio, gli facevano svanire lo splendore del film in una tristezza sbiadita e grigia.[57]
Era la nuova realtà industriale, e gli effetti da essa generati sulla società, a essere descritta lucidamente anche nei romanzi qui trattati, nel quadro di un rapporto industria-letteratura visto come esigenza di porre l’attenzione dello scrittore verso ciò che le trasformazioni della nuova società tecnologica avevano finito per mettere in moto soprattutto nella coscienza e nelle abitudini delle persone. Uno sguardo critico che, insieme al dibattito a sinistra, aveva saputo cogliere la principale contraddizione in seno agli sviluppi della società capitalista, ossia l’alienazione divenuta ormai una condizione generale e non solamente ascrivibile alla classe operaia, in quanto si assisteva, come scrisse Lelio Basso, a una «crescente diffusione della condizione di dipendenza salariale, che ormai, nei paesi capitalistici sviluppati, rappresenta la condizione dell’immensa maggioranza della popolazione».[58] Una tendenza, colta dagli stessi Ottieri, Bianciardi, Calvino e Volponi, che poteva cioè essere riassunta, in quel nuovo contesto sociale ed economico così profondamento mutato, come una crescente inquietudine generale che portava la maggioranza dei lavoratori, anche tecnici e liberi professionisti, a vivere dentro una cornice di generale insoddisfazione per via delle nuove forme di lavoro e per la presenza di nuovi e artificiali bisogni.
Particolarmente eloquenti in tal senso sono le riflessioni dello psicologo in Donnarumma all’assalto che, mentre rifiuta il concetto di alienazione così come inteso da Simone Weil in luogo dell’utopia modernizzatrice della fabbrica-modello olivettiana, sente però addosso lo stesso destino degli operai fatto di mera produzione, nell’eterna battaglia che ancora divide l’uomo e la natura:
L’alienazione è il cancello di ferro che trattiene chi lavora, lo isola in una responsabilità così frazionata e lontana dagli ultimi scopi, da violare l’istinto, la volontà, l’intelligenza. Tutte le relazioni umane del mondo arretrano ma non strappano questo cancello.[59]
Riferimenti bibliografici
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Note:
[1] P. Volponi, Memoriale, Einaudi, Torino 2015, p. 39.
[2] L. Lombardo Radice, Metodo e miti nella scuola Montessoriana, in “Rinascita”, a. VIII, n. 1, gennaio 1951.
[3] Per una estrema sintesi sul tema: F. De Felice, Nazione e sviluppo: un nodo non sciolto, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. II, t. 1, La trasformazione dell’Italia: sviluppi e squilibri. politica, economia, società, Einaudi, Torino 1995; P. Ginsborg, Le riforme di struttura nel dibattito degli anni Cinquanta e Sessanta, in “Studi Storici”, n. 2-3, 1992; S. Battilossi, Cultura economica e riforme nella sinistra italiana dall’antifascismo al neocapitalismo, in “Studi Storici”, n. 3, 1996.
[4] Secondo Vittorini, che lanciò da questo numero del Menabò la sua dura requisitoria su quanto era stato scritto sino a quel momento in tema di fabbriche, per molti autori tutto ciò che apparteneva al tecnologico restava un “mondo imposseduto”, dato l’approccio quasi romantico di costoro alle trasformazioni imposte dagli sviluppi del capitalismo. A parere di Vittorini, l’assumere a oggetto di indagine le macchine e gli operai non bastava a rendere il testo una letteratura di tipo industriale in quanto a mancare c’era la capacità di quegli scrittori di individuare quei processi che le macchine e la tecnica provocavano sull’uomo in tutti suoi aspetti di vita.
[5] Cfr., A. Moravia, L’uomo come fine e altri saggi, Bompiani-Giunti, Milano-Firenze 2019, p. 72.
[6] Riguardo l’avvento della letteratura industriale, costruita su quell’intelaiatura fatta di inchiesta e letteratura, di invenzione e documento, di benessere e nevrosi e di condizione intellettuale e operaia, si rimanda a G. Bigatti, G. Lupo (a cura di), Fabbrica di carta. I libri che raccontano l’Italia industriale, Roma-Bari, Laterza 2013, pp. 3-41.
[7] O. Ottieri, Tempi stretti, Hacca, Matelica 2012, pp. 252-253.
[8] Fondazione Istituto Gramsci (d’ora in poi FIG), Archivio Partito Comunista (d’ora in poi APC), Riunione provinciale dei dirigenti comunisti delle fabbriche bresciane, mf. 0643, 13 gennaio 1952.
[9] Cfr. Il rapporto del compagno Longo al VII Congresso del P.C.I., in “l’Unità”, 5 aprile 1951.
[10] Sul Movimento Comunità, e sull’idea olivettiana di mediazione tra capitale e lavoro come riflesso di una società in cui trovano equilibrio la libertà e l’autonomia degli individui, si rimanda a M. Maffioletti, L’impresa ideale tra fabbrica e comunità. Una biografia intellettuale di Adriano Olivetti, Roma, Fondazione Adriano Olivetti 2016.
[11] FIG, APC, Archivio M, 1952, Direzione, mf. 262, riunione del 13 maggio.
[12] Cfr., A. Graziani, Lo sviluppo dell’economia italiana, Bollati Boringhieri, Torino 1998, pp. 21-22; G. Fiocco, L’Italia prima del miracolo economico. L’inchiesta parlamentare sulla miseria, 1951-1954, Lacaita, Manduria 2004.
[13] De Felice, 1995, p. 822.
[14] Cfr., Daneo, 1975, pp. 328-330; L. Villari, Il capitalismo italiano del Novecento, Bari, Laterza, 1972, pp. 254-278.
[15] Ottieri, 2012, p. 165.
[16] Cfr. C. Daneo, La politica economica della ricostruzione, Einaudi, Torino 1975, pp. 256-293; V. Castronovo, Storia economica d’Italia. Dall’Ottocento ai giorni nostri, Einaudi, Torino 2013, pp. 293-298.
[17] Cfr., E. Pugno, S. Garavini, Gli anni duri alla Fiat. La resistenza sindacale e la ripresa, Einaudi, Torino 1974, pp. 16-17.
[18] L. Bianciardi, La vita agra, Milano, Feltrinelli, 2013, pp. 55-56.
[19] R. Gianotti (a cura di), Palmiro Togliatti, Discorso all’inaugurazione della casa del Partito, 21 gennaio 1956, in Discorsi di Torino. I principali momenti della battaglia condotta dai comunisti torinesi nel dopoguerra rivissuti attraverso i discorsi, i rapporti, le conferenze che il segretario generale del PCI tenne nella capitale piemontese dal ’45 al ’63, Torino, Gruppo editoriale piemontese, 1974, pp. 301-314.
[20] Lo attestava la curva in ascesa del tasso di incremento del reddito medio, che fu di circa il 5,6% l’anno, mentre sia la produzione industriale che gli investimenti verso i settori meccanico e petrolchimico, dal 1950, superarono, anche per gli effetti dell’opera di mobilitazione determinata dalla guerra di Corea, i massimi valori prebellici. Cfr., Castronovo, 2006, pp. 296-297; S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana, Marsilio, Venezia 1992, pp. 171-172.
[21] P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 2006, p. 257.
[22] L. Longo, Gli spostamenti elettorali avvertiti dal 1946 ad oggi, in “Rinascita”, a. X, n. 6, giugno 1953; M. Montagnana, Il voto degli operai per la libertà e per il lavoro, in “Rinascita”, a. X, n. 7, luglio 1953.
[23] Cfr., A. Signorelli, Movimenti di popolazione e trasformazioni culturali, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. II, t. 1, La trasformazione dell’Italia: sviluppi e squilibri. politica, economia, società, Einaudi, Torino 1995, pp. 600-603.
[24] Vittoria, 2014, pp. 144-145.
[25] Vittoria, 2014, p.116.
[26] L. Bianciardi, Lettera da Milano, in “Il Contemporaneo”, a. II, n. 6, 5 febbraio 1955, ora anche in… [indicare la recente edizione completa delle opere][27] F. Onofri, Americanismo a Milano, in “l’Unità”, 2 marzo 1954.
[28] Bianciardi, 2013, p. 50.
[29] P. Spriano, La campana di Olivetti, in “Il Contemporaneo”, a. I, n. 4, aprile 1954.
[30] O. Ottieri, Donnarumma all’assalto, Garzanti, 2004, Milano p. 24.
[31] A. Accornero, Il mondo della produzione. Sociologia del lavoro e dell’industria, Il Mulino, Bologna 2013, p. 92.
[32] Cfr. F. Amatori, A. Colli, Impresa e industria in Italia dall’Unità a oggi, Marsilio, Venezia 1999, pp. 240-241.
[33] Per una estrema sintesi sul tema: A. Accornero, Il mondo della produzione. Sociologia del lavoro e dell’industria, cit., p. 154; G.B. Bozzola, Il potere industriale: un profilo di evoluzione dell’impresa, FrancoAngeli, Milano 2004; D. Bigazzi, La grande fabbrica: organizzazione industriale e modello americano alla Fiat dal Lingotto a Mirafiori, Feltrinelli, Milano 2000; O. S. Favaro, Teoria e pratica della formazione dei capi intermedi negli anni del miracolo economico: la Montecatini a Ferrara, in “Italia contemporanea, aprile 2018, n. 286; L. Avellino, La gerarchia contestata: i capi Fiat dal dopoguerra alla marcia dei Quarantamila, in “Studi storici, aprile-giugno 2016, fasc. 2; F. Ricciardi, Un filosofo in impresa. Felice Balbo e la formazione manageriale all’Iri, in “Studi storici”, ottobre-dicembre 2016, fasc. 4.
[34] Bianciardi, 2013, pp. 129-130.
[35] Ottieri, 2012, p. 117.
[36] Cfr. Graziani, 1998, pp. 61-65.
[37] I. Calvino, Marcovaldo ovvero le stagioni in città, Milano, Mondadori, 2016, p. 119.
[38] F. Onofri, La condizione operaia in Italia, Edizioni Cultura Sociale, 1955, p. 99.
[39] I. Calvino, Tre storie della Fiat, in “l’Unità”, 31 marzo 1954.
[40] Volponi, 2015, p. 130.
[41] I. Calvino, La città del domani, in “Il Contemporaneo”, a. II, n. 43, settembre 1955
[42] A. Pesenti, V. Vitello, Tendenze del capitalismo italiano, Editori riuniti, Roma 1962, pp. 9-17; Lanaro, 1992, p. 172; F. Barca, Il capitalismo italiano. Storia di un compromesso senza riforme, Donzelli, Roma 1999, pp. 67-73; G. Crainz, Storia del miracolo italiano, Donzelli, Roma 2005, pp. 87-117; Graziani, 1998, pp. 56-78; S. Somogyi, L’alimentazione nell’Italia unita, in Storia d’Italia, vol. quinto, I, I Documenti, Einaudi, Torino 1973, pp. 871-873 tab. 20.
[43] U. Gentiloni Silveri, Storia dell’Italia contemporanea 1943-2019, Il Mulino, Bologna 2019, p. 65.
[44] G. Monina, Lelio Basso, leader globale. Un socialista nel secondo Novecento, Carocci, Roma 2016, p. 172.
[45] Volponi, 2015, p. 65.
[46] Atti del Convegno sui problemi della tecnica e dell’organizzazione nelle fabbriche italiane. I lavoratori e il progresso tecnico, Editori Riuniti, Roma 1956.
[47] Ivi, pp. 277- 299. Bruno Trentin fu, sin dai primi anni Cinquanta, un attento osservatore delle trasformazioni interne al mondo del lavoro e tra la classe operaia a seguito degli sviluppi del capitalismo. Un’analisi profonda che culminò nella sua relazione al celebre convegno, del 1962, “Tendenze del capitalismo italiano”: B. Trentin, Le dottrine neocapitalistiche e l’ideologia delle forze dominanti nella politica economica italiana, in Istituto Gramsci, Tendenze del capitalismo italiano. Atti del Convegno di Roma 23-25 marzo 1962, I Le relazioni e il dibattito, Roma, Editori Riuniti, 1962, pp. 97-144.
[48] A. Giolitti, L’operaio, la grande fabbrica e il monopolio, in “Mondo Operaio”, a. XIII, n. 3, 1960.
[49] Calvino, 2016, p. 90.
[50] Ivi, pp. 95-95
[51] D. Mothé, Diario di un operaio 1956-1959, Einaudi, Torino 1960, pp. 10-11.
[52] L. Lama, Sviluppi e motivi delle lotte operaie, in “Rinascita”, a. XVIII, n. 1, gennaio 1961.
[53] Calvino, 2016, p. 74.
[54] A cura della sezione centrale di stampa e propaganda della direzione del P.C.I., 2 assemblea nazionale dei comunisti delle fabbriche. Relazioni e conclusioni del dibattito dell’on. Giorgio Amendola e intervento dell’on. Palmiro Togliatti. Milano, 5-6-7, 1961, Seti, Roma 1961, p. 25.
[55] Calvino, 2016, p. 44.
[56] L. Pavolini, Le elezioni e il culto del miracolo, in “Rinascita”, a. XVII, n. 10, ottobre 1960.
[57] Calvino, 2016, p. 64.
[58] L. Basso, Contributo ad un bilancio del movimento operaio occidentale, in “Problemi del socialismo”, giugno 1959.
[59] Ottieri, 2004, p. 173.

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