Museo di Storia della Psichiatria di Reggio Emilia: memoria, educazione, cura
Museo di storia della Psichiatria (foto dell’autrice)
Abstract
Il contributo racconta il Museo della Storia della Psichiatria di Reggio Emilia come esito di un processo di trasformazione che ha convertito un luogo storicamente deputato all’esclusione in uno spazio pubblico di memoria, riflessione e partecipazione civica. Attraverso una ricostruzione storica dell’istituzione manicomiale, il testo indaga il valore del patrimonio materiale e immateriale come strumento critico per interrogare il presente. Il museo emerge come dispositivo educativo capace di rendere accessibili temi complessi quali la malattia mentale, lo stigma e i diritti, grazie a percorsi esperienziali rivolti a diverse fasce d’età e fondati su narrazioni partecipate. In questo quadro, la memoria diventa risorsa attiva per promuovere empatia, cittadinanza consapevole e una cultura della salute mentale intesa come bene comune, rafforzata dalla collaborazione tra istituzioni culturali, servizi sanitari e realtà del territorio.
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This essay describes the Museo della Storia della Psichiatria (Museum of the History of Psychiatry) in Reggio Emilia as the result of a process of transformation that has converted a place historically dedicated to exclusion into a public space for memory, reflection, and civic participation. Through a historical reconstruction of the mental institution, the text investigates the value of tangible and intangible heritage as a critical tool for questioning the present. The museum emerges as an educational tool capable of making complex issues such as mental illness, stigma, and rights accessible, thanks to experiential itineraries aimed at different age groups and based on participatory narratives. In this context, memory becomes an active resource for promoting empathy, conscious citizenship, and a culture of mental health understood as a common good, reinforced by collaboration between cultural institutions, health services, and local organizations.
Il museo e il padiglione Lombroso: da luogo di esclusione a spazio pubblico
Nel cuore dell’ex complesso manicomiale di San Lazzaro, a Reggio Emilia, il silenzio che un tempo circondava la sofferenza e l’esclusione oggi si è trasformato in voce. Là dove le mura separavano, ora le porte restano aperte. Qui si trova il Museo di Storia della Psichiatria, uno spazio che non conserva soltanto oggetti e documenti, ma custodisce memorie e domande. È un luogo della cura e della cittadinanza, dove l’eredità del dolore si è fatta strumento di educazione e dialogo.
L’edificio che lo ospita, il padiglione “Lombroso”, racconta, già nel suo nome, la complessità di un’epoca. Costruito alla fine dell’Ottocento, fu chiamato Casino Galloni, del primo medico direttore del San Lazzaro, e destinato ai malati cronici tranquilli; divenne poi sezione per i “pazzi criminali dimessi” dopo la legge Giolitti del 1904.[1] Fu così trasformato in sezione di isolamento per internati autori di reato, assumendo la denominazione di “Sezione Lombroso”. Circondata da un alto muro di cinta, per decenni accolse vite sospese, confinate dietro un limite che segnava la distanza tra la città e il mondo dei ricoverati. Le mura che circondavano il San Lazzaro erano al tempo stesso barriera fisica e simbolica, confine tra normalità e devianza, tra libertà e costrizione.
Dalle origini del San Lazzaro alla psichiatria moderna
La storia dell’istituzione manicomiale reggiana è però più antica. Nell’area del San Lazzaro, già in età medievale, un lazzaretto accolse malati di lebbra e peste. Cessata l’emergenza epidemica, la struttura fu riconvertita in ospizio di mendicità destinato a poveri, vagabondi e persone ritenute socialmente disturbanti, senza una reale prospettiva di cura. Solo nel 1821, nel clima culturale aperto dalla rivoluzione di Pinel e Chiarugi, il duca Francesco IV d’Este nominò il giovane medico Antonio Galloni direttore della “Casa de’ pazzi degli Stati Estensi”, avviando un processo di riforma che trasformò il San Lazzaro in un moderno ospedale psichiatrico, progressivamente integrato nelle reti cliniche e universitarie italiane.
Nella seconda metà dell’Ottocento, soprattutto con le direzioni di Carlo Livi e Augusto Tamburini, il San Lazzaro divenne uno dei principali laboratori della psichiatria positivista italiana. Si consolidarono pratiche di osservazione clinica sistematica, si aprirono laboratori scientifici, si sperimentarono terapie fisiche e riabilitative, si istituirono percorsi formativi per medici e infermieri. In questo contesto, nel 1874, Livi avviò un primo nucleo museale, il “Museo delle anticaglie”,[2] una raccolta di strumenti di contenzione, apparecchi terapeutici, materiali anatomici e documenti pensati per testimoniare i progressi della disciplina e segnare la distanza dalle pratiche più brutali del passato. Il gesto di conservare ed esporre gli oggetti del manicomio nasceva all’interno del paradigma positivista come dispositivo di legittimazione della psichiatria scientifica e come “vetrina pubblica” dei suoi saperi.
La chiusura degli ospedali psichiatrici, sancita dalla legge 180 del 1978, comportò anche per il San Lazzaro una trasformazione radicale. Gli edifici che avevano ospitato per decenni internati e internate cessarono progressivamente la loro funzione, mentre sull’area si concentrarono nuovi progetti: insediamenti universitari, servizi sanitari territoriali, spazi culturali. Nello stesso 1978 fu abbattuto il muro di cinta, gesto fisico e simbolico che prefigurava la futura riconversione. L’esigenza di ripensare il patrimonio e la memoria manicomiale si concretizzò invece con il concorso pubblico del 1979 intitolato Idee per l’istituzione di un museo storiografico della psichiatria, i cui risultati sfociarono nella Mostra storiografica della psichiatria tenutasi nel padiglione Lombroso nel 1980.[3] Cominciarono così le riflessioni per la futura nascita del museo.
Il museo oggi
L’attuale Museo di Storia della Psichiatria è stato inaugurato il 30 settembre 2012, al termine di un intervento di recupero architettonico del padiglione Lombroso, parte di un più ampio programma di riqualificazione dell’area ex San Lazzaro. Il progetto museale nasce dal dialogo tra Comune, Azienda sanitaria e Musei Civici, con l’obiettivo di costruire un dispositivo critico capace di tenere insieme storia istituzionale e biografie individuali, mettendo costantemente in relazione passato e presente.[4]
Il museo oggi accoglie visitatori, studenti, studiosi e cittadini in un percorso che intreccia testimonianza storica e responsabilità sociale. Camicie di forza, urne per la goccia d’acqua[5], strumenti di contenzione, apparecchi per elettroshock: ogni oggetto pone domande storiche ed etiche e invita a misurarsi con ciò che la società ha definito follia nel corso dei decenni. Le celle, un tempo luoghi di reclusione, ospitano installazioni e materiali d’archivio. Il visitatore attraversa ambienti che non raccontano soltanto la storia della psichiatria, ma quella più ampia di una comunità che ha imparato – anche attraverso errori e pratiche che hanno confuso la cura con il controllo, la diversità con la pericolosità e l’isolamento con la protezione – a confrontarsi con la fragilità e con il limite.
Dal punto di vista degli spazi, il museo mantiene riconoscibile la fisionomia originaria del padiglione: la facciata con l’iscrizione “Sezione Lombroso”, il portico d’ingresso, i due cortili che separavano gruppi diversi di internati, le dodici celle affacciate sui corridoi laterali. Il restauro ha privilegiato un criterio conservativo “minimo” in cui materiali, cromie, tracce di degrado e graffiti sui muri sono stati preservati per restituire ai visitatori la densità storica ed emotiva dei luoghi. Al posto del muro originario è oggi presente una recinzione metallica che ne ripercorre il perimetro, rendendo visibile e attraversabile ciò che per decenni è stato limite invalicabile.
Il percorso di visita
Il percorso espositivo inizia al piano terra, dove un tempo si trovavano refettori e spazi comuni. Oggi queste sale ospitano una mappa storica del complesso di San Lazzaro, che nei primi decenni del Novecento comprendeva oltre venti edifici, diventando uno dei manicomi più estesi d’Europa.[6] È una narrazione che non parte dalla sofferenza, ma dalla materialità dell’esistenza, per ricordare che la storia della psichiatria è anche storia domestica, fatta di piccole azioni ripetute ogni giorno.
I corridoi introducono poi alle celle originali. Qui le pareti conservano i segni del tempo, le scritte lasciate dai ricoverati, i graffi che hanno inciso la superficie come un linguaggio alternativo, carico di urgenza. Ogni cella è dedicata a un tema: la contenzione, l’idroterapia, l’elettroshock, la classificazione dei crani, la sorveglianza, gli strumenti di lavoro. Gli oggetti occupano lo spazio come presenze che chiedono ascolto. Una camicia di forza appesa alla parete o un casco per il silenzio[7] posto al centro della stanza raccontano più di qualsiasi pannello esplicativo. Entrare in un luogo come questo implica l’assunzione di un atteggiamento non distaccato, ma sollecita il visitatore a porsi in dialogo con uno spazio che comunica attraverso le proprie architetture e i materiali esposti. Comprendere la funzione delle celle significa scoprire una visione del mondo che ha definito la follia come pericolo, il corpo come oggetto da disciplinare, la cura come contenimento.
Tre celle concludono il percorso a piano terra e documentano il passaggio dall’ospedale ai servizi di salute mentale di comunità.[8]
Al primo piano del museo si trova una sala conferenze per seminari, laboratori e incontri pubblici e uno spazio dedicato alle attività educative. Accanto, il deposito degli strumenti scientifici conserva apparecchiature radiologiche e strumenti medici che documentano l’evoluzione delle pratiche terapeutiche tra Ottocento e Novecento.
Altri spazi/deposito custodiscono opere realizzate dai pazienti: disegni, dipinti, ceramiche, sculture, frutto di attività laboratoriali attive fin dall’Ottocento.[9] È un patrimonio espressivo straordinario che mostra come la creatività possa emergere anche nei contesti di maggiore sofferenza, in un allestimento che mette in evidenza i materiali prodotti dai ricoverati non più in senso istituzionale, ma come testimonianza umana e con valore artistico, come riconosciuto dell’arte contemporanea e dell’esperienza di outsider art. Il museo diventa così archivio di creatività “altra”, che interroga il rapporto fra arte e follia, che oggi è oggetto di ricerche interdisciplinari e progetti specifici. Questa sezione è un archivio vivo, utilizzato non solo per la ricerca storica, ma anche per attività educative che valorizzano il patrimonio come strumento di ascolto e relazione. I visitatori – e gli studenti in particolare – si avvicinano a queste opere come a materiali preziosi, capaci di suscitare riflessioni sul rapporto tra arte e terapia, linguaggio e identità, urgenza creativa e benessere.
Il patrimonio che educa: percorsi tra memoria, cittadinanza e salute mentale
Le attività educative del Museo di Storia della Psichiatria si collocano in continuità con la storia e la trasformazione del complesso di San Lazzaro, traducendo la memoria del manicomio in uno strumento attivo di approfondimento su temi storici e di educazione civica. In questo contesto, il patrimonio non è inteso come insieme di oggetti da trasmettere, ma come dispositivo critico capace di generare domande sul presente e di attivare competenze relazionali, etiche e sociali. Gli spazi dell’ex ospedale psichiatrico diventano così luoghi di apprendimento condiviso, in cui la conoscenza nasce dall’esperienza, dall’osservazione e dal confronto, e in cui la complessità non viene semplificata ma abitata.[10]
Il programma didattico si articola in una pluralità di percorsi differenziati ma profondamente interconnessi, pensati per accompagnare studenti e insegnanti in un progressivo avvicinamento alla storia del luogo e ai temi della salute mentale.
Le mura che parlano rappresenta il primo livello di accesso al museo. Si tratta di un percorso di esplorazione attiva che supera il modello della visita guidata tradizionale per proporre un attraversamento degli spazi che i ragazzi compiono in modo autonomo. Attraverso domande generative, focus osservativi mirati e l’uso di fotografie storiche, gli studenti sono invitati a leggere l’architettura, gli oggetti, le tracce sulle pareti. I dettagli che si scoprono da un’attenta osservazione, come gli spigoli arrotondati, le feritoie nelle porte delle celle, le panchine fissate al suolo, si offrono come tracce materiali da interrogare, indagare, approfondire. Questi elementi diventano così occasioni di confronto su sorveglianza, separazione e normalità. In questo processo l’educatore museale assume un ruolo di mediatore, portando documenti, dati storici e nuove informazioni a partire dalle domande emerse dagli studenti, favorendo una costruzione condivisa del sapere.
Il laboratorio Storie nascoste approfondisce la storia del San Lazzaro a partire dai materiali prodotti dai ricoverati tra Ottocento e Novecento in particolare disegni e terrecotte. Queste produzioni non vengono presentate come espressioni artistiche isolate, ma come fonti storiche che permettono di leggere pratiche di cura, di lavoro e di vita quotidiana all’interno dell’istituzione manicomiale. Il percorso invita a superare l’idea di un legame automatico tra arte e follia, collocando la produzione grafica e plastica nel contesto dell’ergoterapia e delle logiche di mantenimento dell’ordine, aprendo anche alla possibilità che, per alcuni, il disegno abbia rappresentato anche uno spazio di evasione o di espressione di sé.[11] L’osservazione diretta delle opere, intrecciata alla lettura di cartelle cliniche, lettere e diari, restituisce biografie individuali e rende evidente il valore della conservazione come atto di responsabilità verso storie che rischierebbero altrimenti di essere dimenticate.
Su questo terreno si innesta Diverso da chi?, percorso dialogico rivolto principalmente alle scuole secondarie di secondo grado, con un focus esplicito sul contrasto allo stigma e sulla salute mentale intesa come questione civica. Dopo una visita attiva al museo, gli studenti incontrano esperti in supporto tra pari dell’associazione Sentiero Facile. Attraverso il racconto diretto delle loro esperienze di crisi e di recovery.[12] la salute mentale esce dalla dimensione astratta per mostrarsi come esperienza reale e condivisa. Il dialogo che si crea permette ai ragazzi di riflettere sui linguaggi utilizzati per parlare di fragilità, sulle pratiche quotidiane di esclusione e sulle dinamiche relazionali che attraversano anche i contesti scolastici.[13]
“Mi ri-guarda”: la scuola primaria negli spazi del San Lazzaro
Accanto ai percorsi rivolti alle scuole secondarie, il museo annovera fra le sue proposte Mi ri-guarda, progetto educativo per le scuole primarie che introduce i più piccoli alla storia e agli spazi di San Lazzaro attraverso un approccio esperienziale. Il percorso intreccia narrazione, esplorazione attiva e psicomotricità, favorendo un primo contatto rispettoso con un patrimonio complesso. L’attraversamento degli spazi assume una dimensione fisica e simbolica: il corpo diventa strumento di conoscenza e mediazione, permettendo di tradurre la memoria in esperienza vissuta. Elementi come il muro che separava il manicomio dalla città diventano soglie da esplorare, aprendo riflessioni su confine, distanza e relazione. Attraverso gesti condivisi, i bambini imparano a orientarsi negli spazi, a riconoscere le proprie emozioni e a prendersi cura dell’altro, sperimentando una grammatica essenziale del rispetto.
Le storie dei ricoverati, i segni lasciati sulle pareti, gli oggetti della cura aprono domande semplici e radicali. Le risposte non sono contenuti da apprendere, ma posture da sperimentare: stare insieme nel luogo della complessità, senza forzature, imparando a chiedere aiuto e a offrirlo. In questo processo la cura prende forma nella relazione e, passo dopo passo, i bambini apprendono che la memoria non è un luogo chiuso, ma un invito a prendersi responsabilmente cura di sé, degli altri e della città. Il museo smette così di essere “luogo vietato ai più piccoli” e diventa spazio accessibile, dove il diritto alla partecipazione si esercita attraverso l’esperienza, non solo attraverso le parole.
Conclusione: il museo come spazio aperto di cittadinanza
Considerate nel loro insieme, le proposte laboratoriali del Museo di Storia della Psichiatria configurano un lungo filo rosso che attraversa infanzia e adolescenza.
Dai gesti simbolici dell’abbattimento del muro, passando per la conoscenza storica e documentaria del manicomio, fino ai dialoghi con i facilitatori sociali e alle riflessioni sulle emozioni, il museo accompagna studenti e insegnanti in un percorso che è allo stesso tempo storico, educativo e civico. La memoria del manicomio non è presentata come un mondo lontano, ma come una lente per leggere ciò che ancora oggi accade intorno a noi: esclusione, giudizio, paura della fragilità, difficoltà a chiedere aiuto. Al tempo stesso, il museo mostra come sia possibile costruire alternative come le relazioni basate sull’ascolto, i servizi territoriali che lavorano nella comunità, i percorsi di recovery e cittadinanza solidale.
Chi varca la soglia del padiglione Lombroso entra in un luogo che continua a trasformarsi insieme alla comunità che lo abita. Qui le parole “educazione” e “cura” non appartengono a mondi separati, ma si alimentano a vicenda. Il museo non offre risposte definitive, ma spazi per le domande; non mostra solo ciò che è stato, ma invita a immaginare ciò che potrebbe essere.
In quest’ottica, il museo diventa il nodo di una rete territoriale che unisce scuola, servizi sanitari, terzo settore e istituzioni culturali, in un’alleanza che riconosce la salute mentale come bene comune e la fragilità come tema che riguarda tutti. Le proposte laboratoriali hanno l’obiettivo di utilizzare la dimensione storica come strumento di lettura del presente e di orientamento verso il futuro, contribuendo alla formazione di cittadini più consapevoli, più attenti all’uso del linguaggio e al valore del confronto, maggiormente capaci di riconoscere il disagio e di costruire relazioni fondate su pratiche non stigmatizzanti. L’ex manicomio, da luogo di chiusura, si trasforma in uno spazio aperto dove si impara a guardare gli altri e se stessi, con occhi nuovi, meno giudicanti e più attenti ai diritti, alla dignità e alla possibilità di cambiamento di ciascuno.
Riferimenti bibliografici
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Note:
[1] La legge n. 36 del 1904 introdusse per la prima volta una normativa organica sulla psichiatria, collegando la malattia mentale alla pericolosità sociale. Rafforzò il ruolo repressivo dei manicomi e attribuì ai direttori ampi poteri su ricoveri e dimissioni, sollevando critiche per i rischi alle libertà personali. Rimase in vigore fino al 1978.
[2] C. Livi, La biblioteca, il gabinetto patologico, e il museo d’anticaglie, in “Gazzetta del Frenocomio di Reggio”, I (5-6), 1875, p. 39.
[3] M. Bergomi, F. Bonilauri, M. dell’Acqua, M. Miglioli, G. Paltrinieri, R. Zambonini (a cura di), Il cerchio del contagio: il S. Lazzaro tra lebbra, povertà e follia: 1178-1980, “Istituti neuropsichiatrici San Lazzaro”, Reggio Emilia, 1980.
[4] G. Grassi, E. Farioli, C. Bombardieri, Perché parlare oggi di psichiatria e della sua storia. Verso il Museo di Storia della Psichiatria di Reggio Emilia, in “Rivista sperimentale di freniatria”, 137(2), 2013, pp. 75-94.
[5] Utilizzate nella pratica della “goccia d’acqua” per far cadere lentamente acqua fredda sulla testa del paziente durante bagni caldi, con presunto effetto calmante.
[6] M. Baraldi, Statistiche sul movimento dei ricoverati e delle degenze negli Istituti ospedalieri neuropsichiatrici San Lazzaro di Reggio Emilia dal 1821 al 1974, Age, Reggio Emilia, 1976.
[7] Emisfero di cuoio dotato di cinturini regolabili, applicato alla testa per immobilizzare le mandibole e mantenere forzatamente chiusa la bocca
[8] Queste celle ospitano l’installazione “Alberi coraggiosi”. Un progetto di alberi grafici e in creta che ha visto protagonisti i bambini della scuola comunale dell’Infanzia “La Villetta” e gli “Amici del parco” che frequentano i laboratori del Centro di Salute Mentale di Reggio Emilia
[9] I disegni e le sculture, prodotti nei primi atelier attivi al San Lazzaro, sono riconducibili a una forma di arte istituzionale: esiti di pratiche regolamentate, finalizzate prevalentemente all’occupazione del tempo e al mantenimento dell’ordine interno, più che a un’espressione autonoma o comunicativa. C. Bombardieri, A. Gazzotti, Dall’Archivio al Museo: il patrimonio del San Lazzaro e la sua musealizzazione prima e dopo la chiusura dell’ospedale psichiatrico in L’arte inquieta. L’urgenza della creazione, Silvana editoriale, Milano, 2022. p 68.
[10] M. Ceruti, F. Bellusci, Abitare la complessità. La sfida di un destino comune, Mimesis, Milano, 2020.
[11] G. Bedoni, L’arte inquieta. Sguardi sull’identità in G. Bedoni, J. Feilacher, C. Spadoni C. (a cura di), L’arte inquieta: l’urgenza della creazione.,Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2022.
[12] Un percorso continuo di guarigione che, attraverso attività, relazioni e valorizzazione delle proprie risorse, consente alla persona di ritrovare equilibrio, fiducia e autonomia. È un processo individuale che richiede anche il superamento dello stigma e il riconoscimento sociale, fondamentali per una reale inclusione.
[13] L’incontro con i facilitatori sociali è previsto anche nel percorso sperimentale LIBeRIAMOCI, progetto di educazione al benessere e di prevenzione del disagio psicosociale, nato da un processo di co-progettazione tra istituzioni culturali, servizi sanitari e realtà del terzo settore. Il progetto integra la visita museale con attività laboratoriali dedicate all’ascolto attivo, alla gestione delle emozioni e alla costruzione di relazioni positive, rafforzando il nesso tra memoria storica, salute mentale e cittadinanza attiva.




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