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La crisi del Partito d’Azione nelle pagine di Bau-sète! di Luigi Meneghello

La crisi del Partito d’Azione nelle pagine di <em>Bau-sète!</em> di Luigi Meneghello

Foto di gruppo dei “piccoli maestri”, si riconoscono (da destra) Benedetto Galla, Lelio Spanevello, Dante Caneva, Luigi Meneghello. Archivio effigie.
Crediti: Linda Vignato – https://www.flickr.com/photos/dindolina/35720735426/, Pubblico dominio, Collegamento

Abstract

Il mio contributo si concentra su Bau-sète! (Rizzoli, 1988) di Luigi Meneghello, resoconto del travagliato dopoguerra dell’autore e seguito ideale dell’esperienza resistenziale narrata ne I piccoli maestri. Oggetto di studio saranno in particolare due episodi della militanza di Meneghello nel Partito d’Azione negli ultimi mesi che ne precedettero lo scioglimento: il congresso nazionale di Roma nel febbraio del ’46, con la conseguente secessione dell’ala Parri-La Malfa, e il tentativo di creare una sede locale del PdA a Malo, nel vicentino.

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The essay focuses on Bau-sète! (Rizzoli, 1988) by Luigi Meneghello, an account of the author’s troubled post-war period and the ideal sequel to the resistance experience narrated in I piccoli maestri. The subject of study will be, in particular, two episodes of Meneghello’s militancy in the Action Party in the last months preceding its dissolution: the national congress in Rome in February 1946, with the consequent secession of the Parri-La Malfa wing, and the attempt to create a local branch of the PdA in Malo, in the Vicenza area.

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Luigi Meneghello nel Partito d’Azione

La militanza nel Partito d’Azione e nella guerra di resistenza sono le esperienze alla base di una parte centrale della produzione di Luigi Meneghello. Dopo il libro d’esordio Libera nos a malo (1963), l’esperienza azionista e partigiana diviene per la prima volta il centro propulsore della narrazione nei Piccoli maestri (1964), e lascia notevoli tracce nel successivo Fiori italiani (1976), tornando preponderante in Bau-sète!, edito nell’88 per Rizzoli e vincitore l’anno dopo del premio Bagutta.[1]

Prima di concentrarmi sulla rappresentazione della crisi del PdA in Bau-sète!, mi pare utile riassumere gli eventi decisivi che segnarono la militanza di Meneghello nel partito, facendo riferimento in particolare alla Cronologia di Francesca Caputo.[2] Il punto di partenza è il 1941: Meneghello è un giovane studente di filosofia a Padova, e l’amico Licisco Magagnato[3] (che compare con lo pseudonimo di “Franco” nei suoi libri) lo coinvolge in un circolo di studenti e intellettuali che ruota attorno alla figura di Antonio “Toni” Giuriolo,[4] intellettuale e fine critico letterario, figura centrale della Resistenza vicentina, che aveva rifiutato di prendere la tessera del partito fascista; con le sue lezioni clandestine diviene presto maestro di antifascismo e di antiretorica per Meneghello e per i suoi amici, e certo gioca un ruolo decisivo nella loro adesione al nascente PdA sul finire del 1942. Tra il giugno e l’8 settembre del ’43 Meneghello è in addestramento come ufficiale alpino a Merano; dal marzo ’44, su incoraggiamento dello stesso Giuriolo, è partigiano nel gruppo dei “piccoli maestri”,[5] attivo prima sull’altopiano di Asiago, poi sui Colli Berici, attorno al lago di Fimon; quindi è in clandestinità a Padova, dove il 28 aprile 1945 assiste alla liberazione della città. La Liberazione è l’anello di congiunzione, anche sul piano narrativo, tra l’esperienza resistenziale al centro dei Piccoli maestri e il dopoguerra di Bau-sète!. Nei mesi subito successivi e quasi senza soluzione di continuità è segretario di Bruno Visentini[6] nel Direttivo Regionale del partito. Probabilmente sempre nel ’45 fonda a Malo una sede locale del PdA, e a febbraio dell’anno seguente è parte della delegazione vicentina inviata a Roma per presenziare al congresso nazionale del partito[7]. Continua a militare nel PdA; ma proprio l’uscita di La Malfa, insieme alla sconfitta del 2 giugno dello stesso anno alle elezioni per l’Assemblea costituente, inducono un sentimento di disillusione che determinerà il distacco graduale dal partito e dall’attività politica in generale. A settembre ’47, risultato vincitore di un concorso del British Council per un posto di studio presso l’università di Reading, Meneghello si trasferisce in Inghilterra. Per una curiosa coincidenza, a ottobre dello stesso anno si concludeva apparentemente anche la parabola del PdA, il cui Consiglio nazionale decideva che i membri rimasti confluissero nel PSI.[8]

Bau-sète! e le facce del «prisma del dopoguerra»

Bau-sète!, come confessa l’autore nella presentazione intitolata Nel prisma del dopoguerra,[9] copre le esperienze vissute da Meneghello nel tempo frenetico dei ventinove mesi tra la fine della guerra e il suo «dispatrio» alla volta di Reading (aprile ’45 – settembre ’47). Il complesso rapporto tra autobiografia e finzione narrativa innerva sotterraneamente tutto il libro, e più in generale tutta la produzione di Meneghello, che scrive sempre nel Prisma:

Questo, del rapporto tra autentico e inautentico, è uno dei motivi ricorrenti in ciò che scrivo, si potrebbe dire la molla maestra dei miei interessi letterari: e naturalmente ha un costrutto civile, nel senso che a me pare un dovere elementare, testimoniando sui fatti della patria e nostri, non raccontare balle.[10]

In questa sede ci si limiterà a sottolineare come le distorsioni e i filtri cui la materia autobiografica è continuamente sottoposta emergano con particolare evidenza proprio nelle sezioni che raccontano più da vicino la crisi del PdA.

Il libro si distribuisce in nove capitoli o parti, che corrispondono a nove facce di quel «prisma» che è il secondo dopoguerra di Meneghello: dalle motociclette all’imprenditoria, dal clima culturale ai contatti con il mondo femminile. Come accade per buona parte della produzione di Meneghello, fin da Libera nos a malo, anche in Bau-sète! la materia narrativa è franta in tante schegge più o meno autonome, raggruppate in capitoli tematici, senza sequenzialità cronologica.[11]

Questa organizzazione “per rubriche”, di per sé decisamente antinarrativa, è chiarita forse da un passaggio dal valore programmatico e metatestuale nel primo capitolo:

Nei mesi che seguirono la guerra, sentivo in modo acuto e confuso la necessità di un inventario. Era una percezione discontinua, che si è poi tornata a formare in me ogni volta che ho ripensato a quel tempo. […] Forse la frustrazione di allora (di cui non ero del tutto conscio) spiega la volontà ricorrente di provare a fare il mio inventario in via postuma, e gli innumerevoli schemi, abbozzi e assaggi che ne sono nati. Si trattava di elencare ciò che ero e che avevo in quel momento: definire i parametri principali della mia e nostra “posizione” intellettuale e sociale, ma anche psicologica e biologica.[12]

Leggendo Bau-sète! si ha a più riprese l’impressione che il libro stesso sia concepito alla stregua di un catalogo, suggerendo forse che proprio il raggruppamento tematico della materia narrata risponda all’ordinamento per voci di un inventario.[13] E le voci sono proprio i «parametri fondamentali» del dopoguerra dell’autore, cioè nell’ordine (e secondo le definizioni fornite dall’autore in Nel prisma del dopoguerra): il dopoguerra nei suoi aspetti generali (capitolo 1), «la fine della guerra, i riti di trapasso» (2), «la politica, il Partito d’Azione» (3), «la cultura letteraria, vecchia e nuova» (4), «il lavoro, i traffici, l’impresa della “terra rossa”» (5), «i “ricuperi”, i mezzi di trasporto, le moto» (6), «lo sbando dell’azienda di famiglia» (7), «le ragazze, e lo strano paese dell’amore» (8), «il congedo» (9).

Le facce del prisma che in questa sede mi interessa mettere in luce sono quelle rappresentate nei capitoli terzo e quarto, che raccontano due esperienze fondamentali nella militanza di Meneghello nel PdA: il congresso nazionale di Roma nel capitolo terzo, e il tentativo di fondare una sede del partito a Malo nel quarto. Da questi episodi mi sembra emergano con particolare nitidezza non solo alcune delle questioni più problematiche che il partito si trovò ad affrontare nel corso della sua breve vita, ma anche diversi aspetti della sua impostazione politica e ideologica che contribuirono in modo decisivo alla crisi e poi allo scioglimento.

 

Il congresso di Roma: la «sacra rappresentazione» della crisi del partito

Il capitolo terzo di Bau-sète!, quello, come si è detto, più propriamente “azionista” (almeno nei contenuti), comincia con un catalogo dei discorsi politici tenuti da Meneghello nei mesi del dopoguerra, verosimilmente a ridosso delle elezioni del 2 giugno ’46. La formula del catalogo o dell’inventario ritorna quindi anche in questa sezione come modalità di organizzazione della materia narrativa, di per sé decisamente disomogenea; anche se, con l’ironia e il consueto understatement meneghelliani, si tratta a ben vedere di un inventario rovesciato, cioè di un elenco di discorsi falliti o riusciti solo in parte. Dalle orazioni presentate emerge soprattutto l’evidenza di una difficoltà fondamentale nel superare e contrastare la «sopravvivenza della retorica dannunziana e fascista»,[14] una ricerca di sobrietà che faccia da base per un linguaggio politico nuovo.[15]

Per contiguità di tema, il capitolo continua con alcuni frammenti dedicati a discorsi tenuti invece da compagni di partito. Segue un sintetico resoconto dell’esperienza come responsabile della Gioventù del PdA a Padova, quindi una serie di ritratti di alcuni notevoli esponenti del partito, tra cui, oltre al già citato Bruno Visentini, anche Egidio Meneghetti e Riccardo Lombardi. Proprio verso la fine del capitolo, come un’apparente chiusura della tematica azionista, si trova il resoconto di una delle vicende cruciali della crisi del PdA, esperita da Meneghello in prima persona: il congresso di Roma del febbraio 1946.

La descrizione del congresso si distribuisce lungo un singolo frammento narrativo che ingloba al suo interno una serie di sotto-episodi, accomunati tra loro non solo, come è naturale, dall’ambientazione romana (è praticamente l’unica volta nel libro che ci si allontana dai paesaggi padovani e vicentini),[16] ma anche dalla presenza costante di Franco, vero e proprio coprotagonista dell’opera e compagno di Meneghello anche in questa occasione. La scena del dibattito si apre con una delle critiche rivolte più frequentemente al PdA, e diffusa anche in tutto il capitolo terzo, riguardante il mancato coinvolgimento delle classi popolari: se da un lato il congresso romano è infatti «il massimo dei dibattiti, l’unico importante», dall’altro resta però, nella sostanza, «una piccola sacra rappresentazione tra uno sparuto gruppetto di intellettuali italiani».

I primi protagonisti del congresso a venire presentati sono Carlo Levi e Leo Valiani, insieme agli inevitabili Emilio Lussu e Ugo La Malfa. Il passaggio è scandito in versi, secondo una tendenza al prosimetro e alla prosa ritmica che attraversa tutto Bau-sète!:

Carlo Levi da un palchetto / ridacchiava con aria non modesta: / riccioluto, contento di se stesso, / s’era montata (mi pareva) la testa: / in arte rattristato tra i capretti, / in politica incline a far festa: / certo non era un maestro.
Mi piacque Leo Valiani / parlava con un accento / non sapevo se dalmata o / dai campi di concentramento: / bravo, ma un po’ troppo vibrante. / Ovviamente maestro era La Malfa, / e anche Lussu aveva del maestro, / ma insegnavano cose quasi opposte…[17]

Meneghello insiste più volte su questo dissidio fondamentale, indicandolo come uno dei sintomi principali del fallimento del PdA. Proprio nel terzo capitolo Meneghello spiega come il contrasto tra «l’anima liberale» e «l’anima socialista» del partito riveli in realtà una biforcazione su più livelli: «pragmatismo/utopia, empirismo/ideologia, moderazione/radicalismo».[18] La scissione nelle due ali appare fin da subito problematica e non sanabile, e la constatazione dello stato di confusione interna in cui versa il partito prosegue nella descrizione sintetica e ironica dei discorsi di Parri, Lussu e La Malfa durante le giornate del congresso:

Quando Parri al nostro fatale congresso si mise per l’ennesima volta a piangere in palcoscenico (aveva nuovamente nominato “i nostri morti” e si era commosso), Franco con mio grandissimo imbarazzo si alzò in piedi e si mise a gridare: «Viva De Gasperi! viva De Gasperi!».[19]

Deludente, per Meneghello, anche il discorso del «laconico» Lussu, «relitto spigoloso trascinato da correnti incrociate»: è chiaro, insomma, che il favore suo e dell’amico Franco vanno a La Malfa, «portato dai frangenti della nostra passione etico-politica».

Nella descrizione del dibattito si osserva la similitudine ricorrente con una «sacra rappresentazione di tipo funebre». Le figure che la popolano sono esasperate da un filtro allucinato e a tratti veramente surreale: La Malfa, per il suo modo di muovere il collo, diventa «il cigno nero»; Lussu sembra «legato a una catena», Riccardo Lombardi è «un gigante depresso», Leo Valiani pare «amaramente galvanizzato». È stato più volte notato che Bau-sète! è un libro dominato dal tema del sonno,[20] che buona parte del dopoguerra meneghelliano appare distorto e trasfigurato in senso onirico. Assai significativo, dunque, che la sezione dedicata al congresso romano culmini con la descrizione ironica di un «grottesco da dormiveglia» vagamente felliniano[21]:

Nel periodo del congresso Franco, il mio Franco, e io dormivamo nella stessa camera. Prima di addormentarci chiacchieravamo un po’, sempre col pensiero alla rotta dolorosa del partito, e alla lacerazione della nostra gioventù, fin che lui piombava in un sonno improvviso, sentivo la sua energia deragliata grugnire nel sonno, restavo lì interdetto, col viso rivolto al soffitto, e dopo un po’ entravano Leo Valiani e Mario Paggi con le chitarre al collo, e svolazzando nell’aria nera pizzicavano qualche corda.[22]

La fine del congresso e l’abbandono della politica

La conclusione del congresso resta curiosamente fuori dal libro. I rappresentanti veneti, come ricostruisce Gianni Cisotto, votarono abbastanza compattamente la vincente mozione Codignola, che decretava l’assestamento del partito su posizioni filosocialiste.[23] La conseguenza più diretta, come si è già ricordato, fu l’uscita dal partito di Ferruccio Parri e di Ugo La Malfa, insieme con l’ala liberaldemocratica del PdA. All’indomani del congresso, Licisco Magagnato sarebbe intervenuto su “Il nuovo lunedì” condannando la mozione Codignola e sostenendo la necessità di un partito che potesse essere davvero «la piattaforma d’intesa tra le due estreme»,[24] confermando quindi l’affinità sua e di Meneghello con la visione politica di La Malfa.

Se è vero che si può retrodatare l’inizio della crisi del partito almeno al 1944,[25] senz’altro però il congresso di Roma è stato letto da più parti come un punto di non ritorno nella storia del PdA. Per Meneghello, esso non rappresenta solo il funerale di un partito, ma un vero e proprio allontanamento dalla politica tout court. Gli ultimi paragrafi della sezione sul congresso di Roma non si soffermano sull’esito delle votazioni; l’accento è posto semmai sullo stato di profonda disillusione che pervade Meneghello nel lasciare Roma. Gabrio Vitali ha parlato, a proposito della crisi del PdA in Bau-sète!, della constatazione di una «irriducibile impossibilità della politica»[26] (almeno nel suo senso più alto) in Italia. È uno dei passi più pregnanti del libro:

Mi pareva che il fondo del barile dei miei sentimenti fosse saltato via, l’acqua salata era evasa di colpo, coi pesci e tutto. Il partito non poteva più, non aveva mai potuto, portare ordine nella mia testa e tantomeno nella mia vita. Se fosse sopravvissuto avrebbe fornito tutt’al più una sede esterna, non certo un senso alle mie confuse aspirazioni politiche: ma non sarebbe sopravvissuto e non era giusto che sopravvivesse. In quel momento ebbi l’impressione di riconoscere una diversa dimensione della politica, e invidiai chi la può fare con la gente e con le idee della gente anziché con le proprie idee. […] Mi pareva che il mio paese mi scacciasse dalla sua politica, non per cattiveria sua o mia, ma per la nostra rispettiva conformazione: e che la speranza di far congruire in qualche punto la mia vita privata con quella pubblica del mio paese (che purtroppo mi ero messo in testa che fosse il senso più alto della vita) fosse morta.
Fu così che pensai di organizzare in privato, per rivalsa, una ricerca sulla natura del mondo.[27]

Forse non è secondario leggere qui anche una presa di responsabilità, l’ammissione di aver inseguito troppo a lungo progetti non solo confusi ma sostanzialmente irrealistici, non compatibili con le esigenze del Paese: forse è per questo che il partito «non era giusto che sopravvivesse». Il congresso del PdA è il momento in cui quello che Meneghello chiama il «blueprint iperuranio»[28] del partito finisce per cozzare contro una sostanziale deficienza pragmatica, mentre la politica nazionale sta prendendo strade differenti.

Il «lavoro culturale»: la sede maladense del Partito d’Azione come spazio di divulgazione

Le vicende del PdA, apparentemente concluse, si riaprono in realtà nel capitolo seguente. Il capitolo quarto è un raccoglitore di tanti segmenti testuali tra loro indipendenti, ciascuno riguardante un autore o una novità culturale che hanno segnato il dopoguerra del giovane Meneghello. Decisive, ad esempio, le prime traduzioni delle opere di Kafka, in particolare del Castello, insieme alla fondamentale lettura della Montagna incantata di Mann, che con riferimenti velati si rivela essere un intertesto rilevante in alcuni passi di Bau-sète!.[29] Il confronto con questi e altri grandi autori europei genera in Meneghello la percezione dell’arretratezza culturale italiana, e un’esigenza di modernizzazione anche in campo letterario. Un primo passo in avanti essenziale per colmare la distanza con «l’Europa civile», almeno sotto il profilo culturale, è ovviamente il superamento del crocianesimo, cioè l’approdo a «un’estetica veramente universale, non principalmente letteraria»[30]; il secondo deve riguardare proprio la letteratura coeva:

I pochi libri seri, quello di Carlo Levi sulla Lucania, le lettere di Gramsci prigioniero, pareva che appartenessero in fondo al nostro recente passato, quasi letteratura fascista in senso largo: mentre Piovene, Brancati, Moravia, erano letteratura fascista in senso più stretto, i frutti di quell’età. Il primo libro di pregio che parve veramente nuovo venne una dozzina di anni dopo la guerra, era una favola briosa, culta, pungente, un nobiluomo arrampicato sugli alberi.[31]

L’ultima parte del capitolo, come si è accennato, ritorna inaspettatamente al Partito d’Azione. Il pretesto è una conversazione con Franco in occasione delle elezioni del 2 giugno ’46 per l’Assemblea costituente. I risultati sono «da mettersi le mani nei capelli»: appena l’1,45% per il PdA, a fronte del 35,21% per la Democrazia Cristiana[32]. Franco invita l’amico alla pazienza, nella prospettiva di una riorganizzazione autentica del partito, ma è chiaro che per il giovane Meneghello le elezioni appaiono come una decisiva conferma dell’incompatibilità tra il programma politico del PdA e le scelte della neonata Repubblica italiana.

L’allontanamento dalla vita politica sembra sancito in maniera definitiva nell’ultima sezione del capitolo quarto, cioè nell’impresa della fondazione di una sede del partito a Malo. Per Meneghello la sede del partito deve essere prima di tutto un luogo di divulgazione e di emancipazione culturale aperto alle masse, e anzi a loro principalmente rivolta:

Avevo, come sempre, molto scarso il senso che ciò che conta sono i risultati pratici, cioè che sarebbe stato preferibile sotto questo profilo imbonire la gente: influenzare senza scrupoli i più bravi, far dolce violenza ai più tardi, plagiare i più deboli; e invece io volevo educare, cioè parlare al popolo di filosofia e di poesia, spiegare a Bepi Caneva qualunque cosa mi venisse in testa, anche il sugo della Critica della Ragion Pura, semplificando un po’ si capisce, o a Toni Bartoldo insegnare cos’è una mònade, e come non ha porte o finestre, («No la le ga mia? ma varda…»), o parlare a Coche delle vedute di Lucrezio sul coito così vicine alle sue, penso.[33]

L’apertura della sede di Malo, affacciata sulla piazza principale, fa sistema con tutta una costellazione di sedi locali del partito che nel corso del ’45 erano sorte nelle principali località del vicentino: Bassano, Schio, Thiene… I giovani azionisti la immaginano come un luogo non di propaganda politica ma di «alta cultura trasmessa attraverso il veicolo del linguaggio, e della lingua del nostro paese».[34] In un primo momento Meneghello propone delle letture montaliane, dai Mottetti; ma appare presto chiaro che, se il suo personale trasporto può effettivamente coinvolgere gli uditori, ciò non implica una comprensione autentica: i Mottetti «non potevano cambiare, altro che in modi orribilmente marginali, la vita e la mente dei miei amici»[35]. Il dilemma si fa esistenziale: «O buttar-via Montale, o buttar-via il popolo…»[36].

La soluzione sembra potersi trovare in un approccio differente, meno elitariamente letterario, e più aperto alla storia nazionale, alla società, alle arti figurative. Nello stesso giro di mesi (settembre ’45) nasceva anche il primo giornale vicentino del PdA, “Il lunedì”, poi confluito nel “Nuovo lunedì”; direttore responsabile per il primo periodo fu proprio Licisco Magagnato. Si avvertiva al contempo la necessità di una rivista cui fare riferimento, e che potesse essere letta e commentata nella sede locale del partito, come «un libero corso di cultura popolare progressista». In un primo momento la scelta più ovvia sembrò cadere sul Politecnico; ma la rivista fondata da Elio Vittorini mostrò presto una serie di limiti che la rendevano incompatibile con l’operazione divulgativa pianificata da Meneghello: gli articoli erano troppo «opachi», pur nel loro chiaro intento pedagogico; il raggio degli interessi del Politecnico appariva poi troppo ristretto, e respingente era anche «quell’aria non tanto didattica quanto catechistica, con gli argomenti d’obbligo e gli argomenti tabù».[37] È la critica che Meneghello muove, nelle stesse pagine, anche a simili operazioni di propaganda culturale che crede svolte con minor neutralità o spirito critico:

Parecchi anni più tardi trovai nel titolo di un librettino che lessi con vivo interesse una definizione abbastanza appropriata di ciò che avevo cercato di fare in quel periodo al mio paese. Anche il mio si poteva chiamare “il lavoro culturale”: con la differenza che ciò di cui si parlava in quel libretto era in sostanza un lavoro su commissione, destinato a propagare dei contenuti politici già codificati. Io invece cercavo di portare nella nostra stanza seminale libri, pensieri, immagini di cui avevo una voglia privata di parlare ai miei amici.[38]

Il riferimento va proprio a Il lavoro culturale di Luciano Bianciardi,[39] attivo nel dopoguerra a Grosseto sempre sul fronte della divulgazione culturale attraverso l’organizzazione di cineforum, biblioteche, discussioni aperte. Sia a proposito del Politecnico sia di Bianciardi, l’insoddisfazione sembra riguardare la selezione e le modalità di discussione dei testi nell’iniziativa di divulgazione: ossia la distanza tra catechesi e educazione, tra una formazione “di partito”, ideologicamente connotata fin dal principio, e una formazione in senso pieno.[40]

Anche in questo caso, come già per il congresso nazionale, la conclusione effettiva dell’esperimento maladense resta per certi versi fuori dal libro: quale sia stata la fine della sede del partito non viene precisato, ma è chiaro che il «lavoro culturale» non abbia sortito effetti degni di nota. Resta l’impressione di un fraintendimento profondo, per cui si somministrano agli operai, «come generi di conforto, gli articoli del nuovo Politecnico!».[41]

La fine del Partito d’Azione: una sconfitta politica e personale

Con la fine del capitolo quarto il PdA esce quasi del tutto di scena da Bau-sète!. Gli altri capitoli, come si è accennato, indagheranno altri aspetti del dopoguerra, dalle motociclette all’imprenditoria, fino alle avventure sentimentali. Il modo in cui la storia della crisi del partito è distribuita tra i capitoli terzo e quarto è senz’altro originale: si tocca un apice narrativo con la sequenza del congresso, che si conclude con l’abbandono della politica da parte di Meneghello, e che sembra licenziare l’esperienza azionista; ma il partito torna inaspettatamente nel finale del capitolo quarto. L’organizzazione per sezioni tematiche del libro genera una discrepanza nell’ordito del racconto, che finisce per distanziare la parabola generale del PdA (capitolo terzo) dall’esperienza individuale di Meneghello come “organizzatore culturale” in seno al partito stesso (capitolo quarto). La differenza è ulteriormente sottolineata dall’ambientazione: come già rilevato sopra, la sequenza del congresso è l’unico momento in cui i personaggi abbandonano lo sfondo della provincia veneta per Roma, mentre nelle pagine seguenti si ritorna di fatto nel microcosmo di Malo. Se da un lato il collasso dei sogni di rinnovamento e di modernizzazione del Paese si associa alla capitale, onirica e trasfigurata, dall’altro l’impraticabilità dell’azione politica (in questo caso intesa soprattutto come «lavoro culturale») è confermata empiricamente al livello della micro-patria maladense.

Anche il fallimento circoscritto e personale del protagonista a Malo, infatti, sembrerebbe un sintomo della patologia che affligge tutto il partito: è lo stesso scollamento dalla realtà, la stessa impossibilità di declinare l’irrealizzabile «blueprint iperuranio» adattandolo alle esigenze concrete del Paese[42]. Luciano Zampese parla a questo proposito di «intransigenza» del PdA: «senza dubbio una qualità meneghelliana»,[43] ma anche del partito, secondo le critiche più frequenti che risuonano nei capitoli azionisti di Bau-sète!. L’altro sintomo è ovviamente il contrasto interno tra le due ali Lussu-La Malfa, che nasconde un problema identitario in seno al partito.[44]

La fine delle aspettative politiche e dell’impegno civile, che coincide proprio con la notizia del «dispatrio» alla volta di Reading, segna per Meneghello un ripiegamento su aspirazioni diverse, non meno idealistiche ma concentrate stavolta sul piano individuale; come se l’attivismo, convinto dalle vicende della guerra partigiana che un rinnovamento politico profondo fosse attuabile, e frustrato poi dalla constatazione della sua impraticabilità, venisse dirottato su una missione conoscitiva, la più alta: «Fu così che pensai di organizzare in privato, per rivalsa, una ricerca sulla natura del mondo».[45]

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  • L. Zampese, La forma dei pensieri. Per leggere Luigi Meneghello, Franco Cesati Editore, Firenze 2014.
  • L. Zampese, Luigi Meneghello e la scrittura «come una specie di dovere», in G. Lavezzi e G. Panizza (a cura di), Azionisti e scrittura tra memoria e narrazione, “Autografo” n. 65, Interlinea, Novara 2021, pp. 107-126.
  • L. Zampese, Che cos’è una patria? Appunti del patriota Meneghello, in F. Caputo, E. Pellegrini, D. Salvadori, F. Sinopoli, L. Zampese (a cura di), Meneghello 100, Firenze University Press, Firenze 2024.

Note:

[1] L. Meneghello, Bau-sète!, Rizzoli, Milano 1988; ora BUR, Milano 2021, a cura di E. Pellegrini, da cui si cita. Tra i contributi critici sul romanzo, mi limito a ricordare in  limine il capitolo omonimo nella monografia di E. Pellegrini, Luigi Meneghello, Cadmo, Fiesole 2002; G. Vitali, «Mi pareva che il mio paese mi scacciasse», in Tra le parole della “virtù senza nome”, a cura di F. Caputo, Interlinea, Novara 2013, pp. 129-140; il capitolo Il dopoguerra e le piccole ali del Partito d’Azione, in L. Zampese, La forma dei pensieri. Per leggere Luigi Meneghello, Franco Cesati, Firenze 2014, pp.141-147.

[2] In L. Meneghello, Opere scelte, a cura di F. Caputo, introduzione di G. Lepschy, Mondadori, Milano 2006, pp. LXXXV-CLXVII.

[3] Licisco Magagnato (1921-1987), l’amico più stretto di Meneghello fin dai tempi del liceo, ha militato nel PdA fino al suo scioglimento. Storico dell’arte, è stato direttore dei Musei civici di Bassano e di Verona. È figura quasi onnipresente in Bau-sète!, dedicato proprio alla sua memoria. Per il carteggio con l’amico cfr. L. Meneghello, L. Magagnato, «Ma la conversazione più importante è quella con te». Lettere tra Luigi Meneghello e Licisco Magagnato (1947-1974), a cura di F. Caputo e E. Napione, Cierre Edizioni, Verona 2018.

[4] Antonio Giuriolo (1912-1944), fondamentale promotore dei valori antifascisti a Vicenza, ha combattuto da partigiano nel bellunese e in seguito sull’Appennino bolognese, dove perse la vita. È stato insignito della medaglia d’oro al valore militare. Circa la sua figura si rimanda al commosso ritratto che ne fece Norberto Bobbio, Discorso su Antonio Giuriolo, in «Il Ponte», n. 1, 1965, pp. 58-67, poi in Id., Maestri e compagni, Passigli Editori, Firenze 1984, pp. 189-201; e soprattutto a R. Camurri (a cura di), Pensare la libertà. I quaderni di Antonio Giuriolo, Marsilio, Venezia 2016.

[5] Sui compagni azionisti di Meneghello nella guerra partigiana si rimanda al saggio di F. Caputo, I “piccoli azionisti” (e azioniste) di Luigi Meneghello: Licisco Magagnato e gli altri, in G. Lavezzi e G. Panizza (a cura di), Azionisti e scrittura tra memoria e narrazione, “Autografo” n. 65, Interlinea, Novara 2021, pp. 81-106.

[6] Bruno Visentini (1914-1995) è stato uno dei fondatori del Partito d’Azione e Direttore regionale della sezione veneta. Seguì l’ala Parri-La Malfa nel ’46, quindi si distaccò definitivamente dal PdA per unirsi al Partito Repubblicano. Tra il ’74 e il ’76 fu ministro delle finanze del governo Moro. Ne ricordiamo l’intervento al convegno del 7 giugno 1986 su I piccoli maestri, dal titolo Isolamento e azione politica. Riflessioni su un tema dei “Piccoli maestri”, in Anti-eroi: Prospettive e retrospettive sui Piccoli maestri di Luigi Meneghello, Lubrina Editore, Bergamo 1997.

[7] Il congresso nazionale del PdA tenutosi a Roma tra il 4 e l’8 febbraio 1946 fu un momento essenziale nella definizione della linea politica del partito: Luigi Meneghello e Licisco Magagnato vi presenziarono in rappresentanza del gruppo vicentino. Al termine dei dibattiti la maggioranza votò per la mozione Codignola, che segnava l’allineamento del PdA su posizioni socialiste. Ferruccio Parri e Ugo La Malfa uscirono di conseguenza dal partito.

[8] Sulla fine del PdA e sulla sua parziale confluenza nel PSI scrive G. De Luna in Storia del Partito d’Azione, Feltrinelli, Milano 1982, p. 365: «Ma si trattava di un fenomeno carsico: il fiume dell’azionismo si interrava momentaneamente, pronto comunque a riaffiorare in mille rivoli e ruscelli […], confluendo, però, in una corrente sotterranea destinata ad alimentare in permanenza l’intera vicenda della sinistra italiana in questo secondo dopoguerra».

[9] L. Meneghello, Nel prisma del dopoguerra, in Che fate quel giovane?, Moretti&Vitali, Bergamo 1990, pp. 11-30, poi in Opere scelte, a cura di F. Caputo, Mondadori, Milano 2006, pp.1437-1462.

[10] Meneghello, 1988, p. 21.

[11] Sulla struttura “prismatica” del libro si veda in particolare l’Introduzione di Pellegrini in Meneghello, 2021, pp. 5-22.

[12] Meneghello, 1988, pp. 38-39; una riflessione analoga si riscontra in uno dei brani del terzo volume delle Carte, Rizzoli, Milano 2001, che raccoglie i materiali manoscritti redatti da Meneghello negli anni ’80 e poi rimasti inediti: «L’associazione tra i mesi del dopoguerra (’45-’47) e l’inventario delle nostre idee mi ossessiona» (p. 15). Si tratta dell’incipit della sezione intitolata proprio «Appunti per un saggio sul dopoguerra».

[13] Un caso parallelo di organizzazione secondo una sorta di “forma inventario” si riscontra anche in un’altra opera legata da vicino all’ambiente azionista, è cioè l’Inventario della casa di campagna di Piero Calamandrei (Tumminelli, Roma 1945; ora con prefazione di S. Calamandrei, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2024).

[14] Pellegrini, Introduzione a Meneghello, 2021, p. 17.

[15] Secondo Mauro Novelli (Tre costanti della memorialistica bellica azionista, in Azionisti e scrittura tra memoria e narrazione, op. cit., p. 170), proprio questa «vis demistificante, accesa da un’indomabile repulsione verso ogni tipo di retorica» sarebbe una delle costanti ravvisabili nella memorialistica bellica azionista, in particolare in Emilio Lussu e in Meneghello.

[16] Unica altra eccezione è il breve viaggio del protagonista a Bologna per cercare notizie di Antonio Giuriolo, nel capitolo secondo. Giuriolo, come si è accennato, era morto a dicembre del 1944 combattendo sull’Appennino bolognese.

[17] Meneghello, 1988, p. 106.

[18] Meneghello, 1988, p. 97.

[19] Meneghello, 1988, p. 107. Ferruccio Parri aveva aperto la seduta del 4 febbraio con una relazione sul tema «Il Partito d’Azione nella resistenza al fascismo e nella guerra di liberazione», ricordando i caduti delle formazioni di Giustizia e Libertà in tutto il Nord Italia. Tra gli altri ricorda proprio Antonio Giuriolo, «uno dei nostri uomini più puri». Cfr. G. Tartaglia, I congressi del Partito d’Azione, Edizioni di Archivio Trimestrale, Roma 1984, pp. 153-176.

[20] E. Pellegrini, Introduzione a L. Meneghello, 2021, p. 10: «L’impianto complessivo è quello di una rivisitazione memoriale in chiave di surrealtà, di dilatazione onirica».

[21] In Nel prisma del dopoguerra, 1990, Meneghello torna a posteriori su questo «notturno»: «avrei pensato che, nel contesto, fosse chiaro che si tratta di un caso di grottesco da dormiveglia, con le immagini deformate (come nei sogni) dei dibattiti del congresso: una specie di piccolo finale felliniano con musica e un contorno di figure che volano in aria come nei quadri di Chagall, fabbricato dal mio subconscio in chiusura di giornata» (p. 19).

[22] Meneghello, 1988, p. 109.

[23] G. Cisotto, Nella giustizia la libertà. Il Partito d’azione a Vicenza (1942-1947), Cierre edizioni, Verona 2010, p. 159.

[24] L. Magagnato, Altri pareri, in “Il nuovo lunedì”, 18 febbraio 1946; cit. in G. Cisotto, 2010, p. 162. “Il nuovo lunedì” era il giornale di riferimento del PdA nel vicentino.

[25] G. De Luna, Introduzione a G. Agosti, Dopo il tempo del furore. Diario 1946-1988, a cura di A. Agosti, Einaudi, Torino 2005, p. XIV: «Politicamente, il PdA e il suo progetto di “rivoluzione democratica” erano stati già sconfitti nell’estate del 1944, quando, a sinistra, prevalse la linea togliattiana fra i “tre partiti di massa”».

[26] Vitali, 2013, p. 134.

[27] Meneghello, 1988, pp. 110-111.

[28] Meneghello, 1988, p. 104: «Di settimana in settimana sembrava sempre più chiaro che del Partito d’Azione restava ormai solo il blueprint iperuranio, e anche quello impallidiva a vista d’occhio».

[29] Tra i diversi riferimenti individuabili spicca una sezione dell’ottavo capitolo ambientata in un sanatorio a Lavarone, con scoperti parallelismi con l’opera di Mann.

[30] La necessità del superamento di Croce ricorre diverse volte anche nel citato volume III delle Carte; p. 28: «Mi sembrava che superando B. Croce avessi superato anche G. Gentile, incorporando l’atto puro in un più vasto concetto di realtà universale»; p. 444: «La stessa Estetica del maestro, la sua dottrina più elegante e robusta, appariva un vecchio oggetto, dignitoso, un po’ strambo, un period piece».

[31] Meneghello, 1988, p. 119.

[32] La sconfitta è anche locale: coerentemente con i risultati nazionali, a Malo i voti per il PdA sono 46, corrispondenti appena all’1% dei votanti; cfr. Cisotto, 2010, p. 133.

[33] Meneghello, 1988, p. 144.

[34] Meneghello, 1988, p. 145.

[35] Meneghello, 1988, p. 148.

[36] Meneghello, 1988.

[37] Uno dei punti di contrasto tra la direzione del Politecnico e i vertici del PCI, in particolare Palmiro Togliatti, riguardava curiosamente proprio la distanza ideologica della rivista rispetto alle direttive del partito.

[38] Meneghello, 1988, p. 147.

[39] L. Bianciardi, Il lavoro culturale, Feltrinelli, Milano 1957.

[40] Nell’ambito del già citato settimanale azionista “Il lunedì” era nato, verosimilmente per iniziativa di Magagnato, il progetto di una “Scuola libera popolare” vicentina aperta a tutti, che idealmente doveva giovarsi della collaborazione anche di altri partiti. L’iniziativa non trovò concreta realizzazione, e confluì nella già esistente Scuola libera popolare della società di Mutuo soccorso; resta il fatto che l’idea di un’iniziativa culturale apartitica e di impianto non dogmatico doveva essersi radicata in Meneghello come negli altri azionisti vicentini, che poterono tentare di riproporla a livello locale, come nel caso della sede di Malo. Cfr. a questo proposito G. Cisotto, 2010, p. 149.

[41] Meneghello, 1988, p. 150.

[42] Secondo Pier Vincenzo Mengaldo (Introduzione a L. Meneghello, Opere, vol. II, a cura di F. Caputo, Rizzoli, Milano 1997, p. XXII), anche il ricorrere in tutto Bau-sète! della tematica del sonno e del sogno indicherebbe che «l’apparente attivismo è corroso dall’effettiva passività, e dalla forte tentazione a fuggire dalla realtà».

[43] Zampese, 2014, p. 146.

[44] De Luna, 1982, p. 129: «All’interno del PdA l’”intransigenza” era soltanto la risultante ultima, e mai definitiva, di spinte eterogenee e contraddittorie, oscillanti tra una “purezza” moralisticamente giacobina ed una continua disponibilità al compromesso».

[45] Meneghello, 1988, p. 111. Proprio su questo passo l’autore offre un breve ma importante commento in Nel prisma del dopoguerra, 1990, p. 29: «L’ultima frase è volutamente ironica nella forma (per l’ovvia, comica sproporzione tra il raggio del campo di ricerca e la persona del ricercatore), ma è detta in dead earnest, in tutta serietà. Non ho fatto altro di serio, si può dire, nella vita che perseguire questa ricerca».

Dati articolo

Autore:
Titolo: La crisi del Partito d’Azione nelle pagine di Bau-sète! di Luigi Meneghello
DOI:
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Numero della rivista: n.24, dicembre 2025
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo:
, La crisi del Partito d’Azione nelle pagine di Bau-sète! di Luigi Meneghello, Novecento.org, n.24, dicembre 2025.

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