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Il corpo delle donne come luogo di Resistenza. Un percorso di rilettura di biografie e romanzi in una prospettiva di genere

Il corpo delle donne come luogo di Resistenza. Un percorso di rilettura di biografie e romanzi in una prospettiva di genere

Milano 1945 (dopo la liberazione): manifestazione di donne per la richiesta di aumento dei salari e per il ribasso dei prezzi.
Crediti: Archivio Istituto nazionale Ferruccio Parri, Fondo CLN Lombardia, Serie 75

Abstract

L’obiettivo dell’articolo è analizzare la letteratura sulla Resistenza in una prospettiva di genere, per comprendere quale sia la rappresentazione del femminile all’epoca del fascismo e della guerra, con un’attenzione particolare al corpo delle donne, come luogo di resistenza a tutte le forme di violenza.
A questo proposito si esamineranno alcune autobiografie e romanzi scritti e pubblicati nel secolo scorso, a confronto con quelli contemporanei, pubblicati a partire dal 2022 e ambientati sempre al tempo del fascismo, della guerra e della Resistenza.
Il corpo femminile, dunque, è visto come sonda conoscitiva del mondo ed esprime, nella precarietà delle condizioni a cui è sottoposto, la volontà di resistere a qualunque costo al nazifascismo.

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The aim of this article is to analyse literature on the Resistance from a gender perspective, in order to understand how women were represented during the Fascist era and the war, with particular attention to women’s bodies as a place of resistance to all forms of violence.
In this regard, we will examine some autobiographies and novels written and published in the last century, comparing them with contemporary works published since 2022 and set during the period of fascism, war and the Resistance.
The female body, therefore, is seen as a probe into the world and expresses, in the precarious conditions to which it is subjected, the will to resist Nazism and Fascism at any cost.

double blind peer review double blind peer review Questo articolo è stato sottoposto a revisione in doppio cieco (double blind peer review)

Marginalità e spazi di resistenza

La Resistenza si configura come un laboratorio di sperimentazione dell’emancipazione femminile anche se, negli anni Cinquanta, la tendenza dominante tornerà a essere quella di preservare i tradizionali ruoli di genere.

L’ingresso nella Resistenza è un percorso semplice per le donne che già durante la guerra avevano sperimentato una certa autonomia occupando i posti di lavoro lasciati liberi dagli uomini partiti per il fronte e svolgendo compiti nuovi, come amministrare la propria dote e il patrimonio familiare.

Ciò era avvenuto nonostante l’atteggiamento misogino e antifemminista del regime che, in accordo con l’ideologia cattolica, propagandava la superiorità dell’uomo sulla donna, che doveva essere ignorante e totalmente subordinata al maschio.

Miriam Mafai, in Pane nero. Donne e vita quotidiana nella Seconda guerra mondiale, descrive molto chiaramente la nuova condizione delle donne, affermando che, già dal primo anno di guerra

l’autonomia arriva per caso, si introduce nelle ordinate vite domestiche in modo surrettizio, e il più delle volte ha il sapore aspro della necessità. Nessuno l’ha cercata, dopotutto. Nessuno l’ha voluta. Ma all’improvviso ci si trova a dover fronteggiare una situazione del tutto nuova, da sole.[1]

Dopo l’8 settembre molte donne si trovano ad assistere dei soldati sbandati e, quasi senza accorgersene, superano la soglia dell’illegalità ed entrano nella Resistenza nel momento in cui accettano di svolgere alcuni compiti semplici, come quello di consegnare un pacco a qualcuno.

Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone parlano di un «maternage» di massa: «Di fronte a centinaia di migliaia di soldati allo sbando e a rischio di cattura, prende forma immediatamente una operazione spontanea di salvataggio su larga scala in cui primeggiano le donne».[2] Le donne, dunque, sono molto utili alla Resistenza perché, soprattutto all’inizio, attirano meno sospetti degli uomini. Si continua a pensare che siano esseri fragili, inconsapevoli, privi di capacità di giudizio e riesce difficile immaginare che nascondano armi o esplosivo addosso o nel cestino della bicicletta.

Se i dati storici a nostra disposizione mostrano che la partecipazione delle donne alla Resistenza è stata notevole, la letteratura ci offre uno sguardo privilegiato, insieme alle testimonianze vere e proprie, per conoscere le loro vicende. Occorre tuttavia considerare, come molti studiosi hanno già fatto occupandosi del rapporto tra realtà e letteratura, che il testo letterario – anche quando viene definito memoir o autobiografia – rappresenta il mondo, ma non è il mondo così come esso è. Tuttavia, poiché la letteratura racconta il mondo come potrebbe essere, è possibile servircene, con le dovute cautele, per capire meglio i meccanismi di funzionamento della società in un determinato periodo storico.

L’obiettivo dell’articolo è indagare la letteratura della Resistenza in una prospettiva di genere, con un’attenzione particolare alla rappresentazione del corpo delle donne, che si configura, esso stesso, come luogo di resistenza a tutte le forme di violenza. Il corpo femminile, dunque, funge da sonda conoscitiva della realtà, sia quando è debilitato dalle condizioni estreme in cui le partigiane vivono, provate, forse ancor di più dei compagni, dalla fatica fisica, dalla fame, dal freddo, sia quando è esposto al rischio della violenza fisica e della tortura, sia quando è usato consapevolmente e sfrontatamente per sfuggire a una situazione di pericolo.[3]

In particolare, le modalità di rappresentazione dei corpi esprimono i meccanismi di funzionamento della società, ci dicono qualcosa sulla gerarchia sociale e sui ruoli occupati dai soggetti, chi in posizione di potere e chi in posizione subordinata e sono, dunque, molto importanti per ricostruire la storia delle donne e del loro cammino verso l’emancipazione.

Nella società italiana della prima metà del Novecento, impregnata dall’ideologia fascista, le donne sono ai margini, ma questo posizionamento crea, come gli studi di bell hooks hanno suggerito, sebbene in un altro contesto, una condizione privilegiata per osservare e descrivere il mondo: «la marginalità è un luogo di radicale possibilità, uno spazio di resistenza».[4] In particolare, alcuni romanzi pubblicati oggi, come quelli di Beatrice Salvioni, raccontano proprio di donne che, pur essendo delle reiette, riescono ad affermare sé stesse (vedi oltre).

Tra i romanzi pubblicati nel secolo scorso sono stati scelti quelli che rappresentano le svariate sfaccettature del ruolo materno, l’unico riconosciuto dalla cultura dominante, oppure quelli che permettono di riflettere sugli stereotipi della femminilità.

Tra i romanzi contemporanei invece sono stati privilegiati quelli che raccontano di corpi indocili, difficili da sottomettere, corpi di donne molto simili, nelle scelte, a quelle attuali, influenzate dalle battaglie del femminismo.

 

Il corpo desessualizzato: Agnese e Ada

Nell’Agnese va a morire (1949) di Renata Viganò (1900-1976), romanzo ispirato alle esperienze dell’autrice all’interno della Resistenza nelle valli di Comacchio, la protagonista è presentata come la madre simbolica dei partigiani della brigata di cui fa parte, soprattutto perché il suo compito principale è quello dell’approvvigionamento alimentare e in generale della cura. L’autrice racconta vicende inventate ma verosimili; e la stessa Agnese del libro è in effetti una donna realmente incontrata in un momento di estrema difficoltà, durante la Resistenza. Il romanzo è diventato molto famoso, al punto da essere trasformato in un film e, recentemente, in uno spettacolo teatrale. Il personaggio di Agnese è stato, negli anni, analizzato da diverse studiose.

Ad esempio, Bravo e Bruzzone la descrivono come «[…] informe, materna, in età non sospetta»,[5] almeno per l’immagine dell’epoca. E infatti i compagni d’armi la chiamano mamma Agnese. Viganò stessa, quando la presenta, mette in risalto il fisico appesantito di una donna non più giovane: «Quella donna pesante, anziana, carica di roba, piantata nella terra e nell’acqua come una statua non finita».[6] E ancora: Agnese è «una donna grassa, ansante, sola, quasi vecchia».[7] Ha tratti desessualizzati, un corpo disfatto, piedi deformati e gonfi. Inoltre, di fronte al giovane Comandante della brigata, che è il suo capo e che la accusa di aver messo a repentaglio la vita dei compagni, mostra una subordinazione infantile:

Hai sbagliato, mamma Agnese – Aggiunse una delle sue rare bestemmie, la voce cattiva si era rifatta come sempre, fredda e dolce. Lei batté le palpebre, mandò giù la saliva: aveva un aspetto colpevole, stupito, come una bambina.[8]

La rappresentazione di Agnese rientra in pieno negli stereotipi della donna “pubblica” perché all’interno della brigata partigiana ricopre una posizione percepita come di secondo piano: non partecipa in prima persona alla lotta armata, ma svolge un ruolo, pur importantissimo, di mero supporto.[9] Tuttavia, Agnese, a contatto con i partigiani, compie un percorso di formazione, che la porta ad assumere una coscienza politica:

Capiva quelle che allora chiamava «cose da uomini», il partito, l’amore per il partito, e che ci si potesse anche fare ammazzare per sostenere un’idea bella, nascosta, una forza istintiva, per risolvere tutti gli oscuri perché.[10]

Babini invece, analizzando il personaggio di Agnese, tende a valorizzarla e a mettere in evidenza la novità nella rappresentazione del femminile di Viganò:

La sua disobbedienza al plurisecolare ruolo domestico famigliare metteva in luce il dovere, per tutti e dunque anche per le donne, di scegliere, di parteggiare. Qualsiasi fosse la strada che avesse portato a prendere coscienza della necessità di schierarsi, era quella la via che restituiva all’essere umano la sua dignità, al di là di ogni appartenenza a ruoli, ordini o mansioni.[11]

Nel romanzo Viganò presenta anche le donne che collaborano con i fascisti: in primo luogo le vicine di casa di Agnese, le figlie di Minghina, che la madre difende di fronte alle velate accuse di Agnese: «Le mie figlie vanno là per lavorare. Sono stati “loro” a chiamarle. Quando “loro” comandano, lo sapete che non si può dire di no. – Hanno chiamato anche me, e ho detto di no, – disse l’Agnese».[12]

Si tratta di una rappresentazione del femminile molto negativa, ma non sono partigiane, bensì antagoniste della Resistenza e, come suggerisce Estelle Ceccarini, la leggerezza dei costumi si accompagna sempre al tradimento:

Or, même dans ce roman, on trouve les deux seules représentations antagonistes de la résistante maternante, chaste, et celle de la femme facile, non résistante, ou fasciste, parfois prostituée, dont la connotation négative est renforcée par l’idée d’une équation entre mœurs légères et trahison. / Tuttavia, anche in questo romanzo si trovano le uniche due rappresentazioni antagoniste della resistente materna e casta e della donna facile, non resistente o fascista, talvolta prostituta, la cui connotazione negativa è rafforzata dall’idea di un’equazione tra costumi leggeri e tradimento. [13]

Un altro caso emblematico di corpo desessualizzato è quello di Ada Gobetti (1902-1968), autrice di Diario partigiano (1956), in cui la scrittrice racconta l’esperienza all’interno della Resistenza piemontese e presenta sé stessa in primo luogo come madre, manifestando pietà non solo nei confronti del figlio Paolo, per il quale è costantemente preoccupata, ma anche verso gli altri giovani. La forte emozione provata di fronte al cadavere di un partigiano ucciso, la spinge alla solidarietà con tutte le madri che hanno perso dei figli e la convince una volta di più della giustezza della lotta:

No, non era Paolo, anche se non se ne scorgeva il viso, reclino. Ma non provai nessuna reazione di sollievo. Una pena insostenibile mi scosse tutta alla vista di quella giovane carne denudata e straziata come se fosse stata la mia stessa carne, quella di mio figlio. Mai come in quel momento sentii quanto sia forte l’istintiva profonda solidarietà materna per cui ognuna sente come figlio suo ogni figlio d’ogni altra donna.[14]

Ma Ada è un personaggio complesso, dotato di grande carisma e statura intellettuale: è la vedova di Piero Gobetti, alla fine della guerra ricoprirà l’incarico di vicesindaco di Torino, è stata ed è in contatto con i «massimi intellettuali antifascisti dell’epoca, Ginzburg, Foa, Venturi eccetera, ed è intellettuale lei stessa […]  Colta e razionale […] Cospiratrice di prim’ordine, non perde però occasione di prendersi in giro»;[15] così la descrive Benedetta Tobagi, valorizzando l’impegno di Ada all’interno dei Gruppi di Difesa della Donna e dandoci la possibilità di vederla non solo come madre in pena per il giovane figlio Paolo.[16]

Accettare o rifiutare la maternità: la scelta di Joyce

Una donna straordinaria che si è impegnata attivamente nella lotta al fascismo è Joyce Salvadori Paleotti, la compagna di Emilio Lussu, noto antifascista e fondatore, a Parigi, di Giustizia e libertà con i fratelli Rosselli e altri.

Le vicende vissute dalla coppia a partire dal giugno del 1940, in seguito all’occupazione di Parigi da parte dei tedeschi, sono al di là dell’immaginabile. Per tre anni viaggiano clandestinamente attraverso l’intera Europa, affrontando pericoli e avversità, compresa la fame e gli stenti.[17]

L’esperienza di vita e le scelte di Joyce esprimono la capacità, da parte sua, di fare un uso consapevole del corpo, rifiutando o accettando la maternità quando e se la situazione lo consente.

In Fronti e frontiere, romanzo scritto e pubblicato nel 1945, Joyce racconta i lunghi anni vissuti pericolosamente, peregrinando con Emilio attraverso Francia, Spagna, Portogallo, Inghilterra, Svizzera.  I titoli di tutti i capitoli sono costituiti da nomi di donna, in omaggio a tutte le donne che li hanno aiutati nel periodo di clandestinità. Joyce stessa, nella premessa, scrive: «Si parla così poco di donne nella letteratura italiana, di donne nel pieno senso umano, e non solamente amoroso e sentimentale».[18]

Delle sue vicende più intime Joyce non parla in questo romanzo, come dell’esperienza dell’aborto, evento traumatico vissuto a Parigi poco prima dell’occupazione nazista. Ne abbiamo notizia leggendo l’avvincente biografia scritta da Silvia Ballestra, in cui si legge che:

A Parigi, tempo prima, ha dovuto abortire. Nonostante il compagno le sia stato vicino e la decisione quasi obbligata, viste le circostanze – la precarietà, la povertà, la guerra, la clandestinità, gli spostamenti – e il momento particolare della sua vita, per Joyce è stato un dolore di cui non riesce a consolarsi.[19]

Durante la sua missione al Sud, nel 1943,[20] Joyce si accorge di essere di nuovo incinta e

Questa volta non vuole rinunciare a un figlio come le era toccato fare a Parigi anni prima. Ѐ nel suo paese, si preparano tempi nuovi, a un figlio Joyce ha pensato per anni dopo lo shock dell’aborto. Lei è convinta di poter affrontare i mesi a Roma continuando a fare quello che ha sempre fatto e cioè la lotta partigiana. E così è.[21]

Il 4 giugno 1944, giorno della liberazione di Roma, Joyce va a godersi la «ritirata tedesca, miserabile e disordinata» e racconta di quei giorni concitati, di poco precedenti il parto, avvenuto il 15 giugno, senza fare nessun riferimento alla sua condizione.

Il fatto stesso di omettere la decisione di abortire, presa nel 1940, e quella di diventare madre nel 1944 corrispondono a una scelta ben precisa ed esprimono il suo particolare modo di essere donna, più concentrata sulla lotta politica e meno disposta a soddisfare l’unica aspettativa che la società del tempo ha sulle donne, la maternità.

Il corpo androgino: Anna

Per capire che cosa sia stata la Resistenza delle donne, oltre ai libri già citati, bisogna leggere I giorni veri, di Giovanna Zangrandi, pseudonimo di Alma Bevilacqua (1910-1988), che partecipa alla Resistenza in Cadore e nel 1963 pubblica il diario sulla sua esperienza.

La sua scrittura permette di riflettere sulle diverse sfaccettature del femminile: Anna è una ragazza che si innamora del comandante Severino, come tutte le staffette, sa mascherarsi da femme fatale che indossa l’abitino succinto e i tacchi alti per ingannare i nazifascisti, sa cucire camicini per il figlio della sua vicina di casa, che è prossima al parto, ma nello stesso tempo ha delle difficoltà ad accettare  di essere una donna perché la vita in clandestinità è ancora più difficile quando si ha il ciclo: «Questo sangue che puzza di umano e corre lento e fastidioso, i pedali lo tirano fuori: maledette donne, quale spietato, immisericordioso Iddio le ha fabbricate così, le donne?».[22] Rivendica, inoltre, l’uguaglianza con i compagni di brigata: «Basta con le storie che le donne non devono bere, fumare e bestemmiare come voi: democrazia in quelle tre gavette, ohé!».[23]

Anna ha un corpo poco femminile e ciò la favorisce in alcune situazioni, come ad esempio quando va a Bologna per recuperare della dinamite ed è costretta a infilarla nel reggiseno vuoto che le ha prestato la moglie di un ferroviere. L’impresa riesce perché è «magra, piallata».[24] Nel dialogo di commiato con il coinquilino Angelo, che sta per partire per il fronte russo, lui sottolinea le caratteristiche e le competenze di Anna, che potrebbero esserle utili in clandestinità: «Almeno la tua esperienza di boscaglia, di fucili e il tuo fisico da bracconiere potranno servire, tienteli cari per te e gli altri; se lo vuoi, potranno servire».[25]

Anna vive a Cortina e insegna Scienze in una scuola superiore, ma dall’8 settembre 1943 al giugno del 1944 vive una doppia vita: di mattino insegna, di pomeriggio o di notte, quando ce n’è bisogno, aiuta i soldati a fuggire, fornendo loro documenti falsi. Quando i tedeschi cominciano a cercarla perché hanno ricevuto una soffiata sulla sua attività clandestina, Anna scappa in montagna, camminando per ore di notte e rischiando il congelamento: «E picchiarli, i piedi, fin che un dolore atroce li prende e sale al corpo, alla testa, fa torcere e gridare, ma dice che sono vivi».[26]

Deve continuamente fuggire per salvarsi, per fortuna un ferroviere la avvisa:

– Sta’ attenta, ti cercano […] vedi di travestirti, cercano una dalla faccia scura, malmessa, scarpe sfondate, passo sportivo. Sta’ attenta, truccati-. Così stamattina con le forbici mi sono fatta una frangetta e rossetto e pittura, una faccia da puttanella; tiro fuori un vestitino pretenzioso […] e le scarpe con dodici centimetri di tacco.[27]

I consigli del ferroviere, di recuperare un aspetto il più possibile femminile, sottolineano che le sue caratteristiche invece sono androgine. Anna segue il suggerimento, si traveste da «puttanella» e si trasforma in donna seducente, truccata e abbigliata in modo provocante, pur di salvarsi.

La vita in clandestinità comporta l’accettazione della fame, l’adattamento a qualunque cibo, anche avariato, che gli altri buttano. Ciò che trova umiliante è il giudizio delle donne borghesi, i cui occhi «frugano sotto le sottane, occhi in cui senti – con chi sarai andata a letto, tu puttana dei partigiani, dicono che siete gentaccia dal libero amore, sovversivi, dicono».[28]

Quando, continuamente braccata, cerca un rifugio sicuro, incontra Lepre e Leo, dispersi dopo lo scioglimento della loro brigata, e insieme decidono di raggiungere la Memora, una roccia sporgente a 2000 metri di altitudine, dove allestiranno un bivacco, in cui rimarranno nascosti dalla fine di novembre del 1944 agli inizi di febbraio del 1945. Un giorno Anna viene incaricata di scendere a valle per cercare dei viveri e, al suo ritorno il giorno seguente, percepisce una forte tensione: i compagni sospettano che lei li abbia traditi. Lepre le riferisce che Marcellino è venuto ad avvisarli che i tedeschi sanno del loro nascondiglio e sanno anche che con loro c’è una ragazza con le calze rosse. Anna è furiosa per la mancanza di fiducia, sbotta e bestemmia, disperata. Lepre, pur tollerando che Anna bestemmi, dice: «Calmati, bevi. Basta, sai: fa senso in una donna».[29]

Anna ha rischiato di essere uccisa dai compagni, perché hanno pensato che lei fosse una spia. Rimanere troppo in paese e parlare a lungo con la gente sono azioni tipicamente femminili, che aumentano il rischio di essere scoperti. Leo ha aggredito Anna dicendole: «siete voi donne che sputtanate tutto e poi ci prendono»[30], mostrando piena adesione allo stereotipo che rappresenta la donna pettegola e inaffidabile.

Inoltre, poiché «alle ragazze si insegna la prudenza, l’accortezza, il pudore»[31], non possono bestemmiare come gli uomini.

Il corpo mitico: la “Rossa”

Laudomia Bonanni (1907-2002), maestra elementare abruzzese, non partecipa alla Resistenza ma scrive un romanzo avvincente, La rappresaglia, terminato nel 1949 ma pubblicato solo nel 1985, a causa di diversi rifiuti, sia da parte di Mondadori che di Bompiani.

La protagonista è una partigiana incinta catturata dai fascisti e portata in un eremo per essere giustiziata per aver ucciso il figlio di uno di loro. I suoi carnefici però decidono di aspettare che partorisca prima di ucciderla. La donna è sprezzante, sicura di sé, priva di timore nei confronti dei fascisti. Il suo ritratto fisico la assimila all’immagine di una Gorgone:

Una testa gonfia di capelli mozzi che si drizzarono come serpi. […] Stavano tutti a fissarla, a seguire le mani che respingevano l’ammantatura. Come se si scoprisse un monumento. Era un monumento.
Quando si tolse il panno dalle spalle buttandolo giù, si vide il ventre.
E sembrò enorme. [32]

Viene soprannominata la Rossa, probabilmente per l’appartenenza allo schieramento dei partigiani, di lei non viene fornito altro nome. Figura autorevole, ha grande consapevolezza di sé, è atea, è lucida nelle sue convinzioni, sicura che la rivoluzione sia femmina e della sua superiorità nei confronti dei maschi. Non ha paura di morire e sembra rifiutare la gravidanza perché è frutto del seme maschile, che disprezza:

Su, bucatemi subito. Qui dovete sparare, farne un crivello di questo ventre di puttana con tutto quello che c’è dentro. Seme d’uomo, ah ah. Voglio strapparmelo con le unghie questo frutto della vostra razza schifosa d’ipocriti maschi.[33]

È nata in città, in una catapecchia abitata da povera gente. Tuttavia, ha studiato, come autodidatta, mentre prestava servizio come serva. I suoi carcerieri la temono, come si può temere una strega o un’incantatrice, soprattutto da quando, rivolgendosi al capo del gruppo, ha profetizzato: «Mi trascinerai morta al tuo piede, Nero. Morta pesante al tuo piede storpio. Non andrai lontano».[34] In effetti nel finale del romanzo si verrà a sapere che tutti i fascisti coinvolti nell’omicidio della Rossa faranno una brutta fine.

Consapevole della cultura misogina di cui la società del tempo è impregnata, sa bene quale sia il giudizio pesante espresso nei confronti di una donna che vuol vivere liberamente la propria sessualità: «per il maschio che è sempre in calore, se anche a una donna gli piace la chiamano puttana».[35]

Con la sua tagliente ironia demolisce tutte le loro convinzioni, le usanze, le tradizioni: ad esempio, con l’approssimarsi del Natale gli uomini si procurano un abete da addobbare. La Rossa li deride e più diventano malinconici per l’assenza delle loro donne, più lei li incalza, al punto che sembra che i ruoli si siano ribaltati, lei la carnefice, loro le vittime sue prigioniere.

Quando il parto è ormai imminente la Rossa chiede di essere chiusa a chiave nella sua stanza e minaccia chiunque osi entrare, a meno che non sia lei a chiamare. Nell’attesa gli uomini si scambiano le loro scarse conoscenze sul parto, da cui sono, per tradizione, esclusi. Tutti convergono su una convinzione: tutte le partorienti urlano, ma la Rossa tace, ancora una volta li spiazza, mette in atto un comportamento imprevedibile: dopo ore di travaglio muto comincia a mugolare, poi:

Il rantolo feroce trapassava i muri e le teste, faceva veramente impazzire gli uomini. Mai il gemito, il grido aperto delle loro mogli, era stato così dilaniante e carico di neri presagi. […] Poi vi fu un urlo, uno solo, e aprì le viscere a tutti.[36]

Infine, la Rossa permette a uno di loro di entrare e consegna la neonata, raccomandando di tenerla al caldo. La piccola ha gli occhi aperti, pare osservare severamente gli uomini intorno a lei. Loro si vergognano, si rendono conto di essere deboli in confronto alla Rossa, che ha partorito da sola e che non ha mai, nemmeno per un attimo, mostrato di avere paura. Ancora una volta Bonanni sottolinea la sua superiorità, la Rossa giganteggia di fronte agli uomini, piccoli, codardi, capaci solo di uccidere. La neonata somiglia alla madre della Rossa, e questa scoperta le consente di sperare che la bimba vivrà, nonostante tutto, perché la rivoluzione è femmina. E, rivolgendosi a uno del gruppo:

Sì, questa orribile femmina che hai davanti ama l’umanità più di te. Tutta, te perfino. […] anche la rivoluzione è oscena e sanguinaria per amore. Ѐ invasata per amore. La rivoluzione è femmina, partorisce da sola come me. Ah, ah, io sono la rivoluzione.[37]

Il romanzo di Bonanni costituisce un’anomalia, perché è stato scritto negli anni del dopoguerra, ma è stato pubblicato solo nel 1985, in un periodo storico segnato da profondi mutamenti rispetto all’epoca precedente.

La ricezione del pubblico è stata, dunque, del tutto diversa rispetto a quella che sarebbe stata al momento della stesura.

La rappresaglia, perciò, funge da cerniera tra dopoguerra e anni Ottanta, anticipando in qualche modo la produzione narrativa contemporanea, le cui protagoniste sono donne autodeterminate e consapevoli di sé stesse. Essa comprende molti romanzi significativi per l’oggetto di questa breve indagine, tra i quali quelli di Salvioni, Cereda e Verna.

Il corpo desiderante: Iole

La figlia del ferro, di Paola Cereda, nata negli anni Settanta, è un romanzo ambientato durante la Seconda guerra mondiale ed è liberamente ispirato alla storia di Olimpia, giovane elbana che tra il ’43 e il ’44 salvò alcune ragazze da un destino di violenza.

La protagonista della storia si chiama Iole e, per circostanze particolari, rimane da sola perché il padre è morto e la madre si è risposata: ha diciassette anni e, pur essendo libera dal controllo dei genitori, è sottoposta al giudizio delle malelingue, che la accusano di far entrare degli uomini in casa.

Lei stessa, nelle confidenze alla madre, racconterà di aver fatto l’amore con chi le andava, «l’ho fatto perché ne avevo voglia e basta. […] perché non c’è nulla di sbagliato a darsi per avere in cambio del tempo da conservare».[38] Di opinione diversa sono gli abitanti di Portoferraio: «Una poco di buono, una che il portamonete ce l’ha in bocca!»[39]

La vita di Iole è dura, ma ha un mestiere, si guadagna da vivere come lavandaia. A Tecla e a Giovanna, le sue sorelle, non è andata molto meglio: tutti pensano che andare a servizio sia una buona soluzione, in realtà: «vedrai che bella vita farete, […] starete in mezzo alle comodità e al lusso. La mamma non era mai stata a servizio e non sapeva che, quando sei serva, le comodità degli altri sono le tue fatiche».[40] Mario, il figlio della camiciaia Sestilia, comincia a corteggiare Iole, che ricambia le sue attenzioni.

L’esercito alleato, incaricato della liberazione dell’Elba dai tedeschi, sbarca all’Elba nella notte tra il 16 e il 17 giugno ’44. La popolazione accoglie con fiducia i soldati che, però, «avevano in corpo l’adrenalina della battaglia e un misto di cognac e pastiglie che li rendeva resistenti alla fatica e a qualsiasi tipo di pudore».[41]

Sono affamati e assetati, entrano nelle case, saccheggiano soffitte e cantine, sgozzano animali. Immediatamente gli isolani si rendono conto di dover proteggere le donne dalla furia dei soldati.

Mario, per salvare le sorelle, ancora piccole, va a cercare l’aiuto di Iole.

E Iole, che quel giorno aveva indossato una gonna rossa a fiori blu per festeggiare la liberazione dai tedeschi, con coraggio, si offre ai soldati ubriachi per proteggere le sorelle di Mario.

Nei giorni successivi il Governo Militare Alleato cercherà di riportare l’ordine. Intanto erano arrivate segnalazioni, ma la maggior parte delle ragazze non denunciarono le violenze subite. Quelle che lo fecero «furono ripudiate dai mariti e cacciate, come se su di loro dovesse ricadere per sempre la responsabilità della violenza subita».[42]

Una storia che ha continuato e che continua a ripetersi, e che ha un lieto fine soltanto per le due ragazzine, che si salvano grazie al sacrificio di Iole.

Il potere della voce: la Malnata

I romanzi di Beatrice Salvioni, nata negli anni Novanta, dal titolo La Malnata e La Malacarne, ambientati a Monza, offrono una buona ricostruzione della vita della piccola borghesia lombarda durante il fascismo e la guerra, mettendo ben in evidenza gli stereotipi di genere e che cosa rischia chi adotta comportamenti non conformi a quelli della maggioranza.

Il primo è un romanzo di formazione, che racconta dell’amicizia tra Francesca, nata in una famiglia della piccola borghesia, e Maddalena, detta Malnata, che invece appartiene ad una famiglia molto povera. La madre di Francesca, che tiene alla reputazione più che a qualunque altra cosa, cerca di tenere lontana sua figlia da Maddalena, perché tutti pensano che la sua vicinanza porti sventura.

Era una strega […] e con lei non ci dovevo parlare. La guardavo da lontano la domenica, […] la Malnata era giù al Lambro insieme ai maschi, due ragazzi che conoscevo solo per nome: il Filippo Colombo, […] e il Matteo Fossati […] e per lei, che era più piccola e pure femmina, sarebbero stati disposti a prendersi in pancia i proiettili.[43]

La funzione sociale delle donne ai tempi del fascismo è ben esplicitata nelle parole di Filippo alla Malnata: la donna

in guerra non ci può andare nemmeno da grande e deve rimanere qui a cercare un marito e a dargli dei figli che poi diventano soldati. […] l’unica cosa che devono imparare a fare le femmine è a darsi senza pretendere, proprio come le donne del duce. Perché, se sei uomo, le cose che vuoi, te le prendi e basta. Ce lo dice sempre papà.[44]

Maddalena invece è una ribelle, non tollera di subire soprusi, non accetta l’ideologia del fascismo, che colloca le donne in una condizione di minorità. Ha coraggio, prende la parola in tutte le situazioni, anche a scuola, da cui finisce per farsi espellere, e diventa una reietta che pagherà a caro prezzo le sue scelte.

Nonostante la riprovazione familiare, Maddalena e Francesca diventano amiche e, insieme, affrontano tutte le minacce e i pericoli, anche il figlio di un potente notabile fascista, che cerca di violentare Francesca. Maddalena lo affronta e lo minaccia di morte e, inspiegabilmente, Tiziano Colombo muore davvero. La responsabilità viene attribuita alla Malnata, al potere delle sue parole, che l’avevano maledetto. «Ho sentito arrivare il diavolo […] Ha detto che adesso il cuore ci pensa lui a strappartelo».[45] Al processo Maddalena viene giudicata colpevole e rinchiusa in manicomio, come non era inusuale all’epoca per le donne che non si conformavano all’immagine della fanciulla timorata e rispettosa dell’autorità e del potere dei maschi.

Maddalena, che può maledire con la voce e può portare sventura a chi la avvicina, è un corpo fuori controllo, e come tale deve essere contenuto e rinchiuso. La sua storia, per quanto sia inventata, ripropone le vicende di moltissime donne reali che, durante il ventennio, vennero rinchiuse in manicomio perché rappresentavano un elemento di disturbo per la famiglia: o erano state disonorate, e la responsabilità era ricaduta su di loro, oppure si opponevano al matrimonio imposto dai genitori o rifiutavano la maternità.

 

Il corpo indocile: Maddalena

Nel secondo romanzo, La Malacarne, Maddalena continua a occupare la scena: dopo aver trascorso quattro anni in manicomio viene liberata, soprattutto per l’intercessione di Matteo Fossati, amico d’infanzia molto vicino al segretario del fascio e al prefetto.

Nonostante la reclusione e le ripetute sedute di elettroshock Maddalena ha recuperato la sua lucidità, è in grado di esprimere con chiarezza il suo pensiero, sa perfettamente qual è il ruolo della donna nella società del tempo: essa può essere soltanto «generatrice, nutrice e casta amante».[46] Ogni comportamento diverso è considerato deviante. Inoltre, secondo le indicazioni di Nicola Pende, lo scienziato che aveva sostenuto le leggi razziali, la donna è predisposta alla pazzia, «per la complessione fragile, la tempra instabile».[47]

Nell’Italia fascista una giovane donna come Maddalena non può essere accettata. Il manicomio è il posto adatto, dove vengono relegate ragazze ribelli, non conformi allo stereotipo dell’angelo del focolare, come le madri che non riescono ad accettare il loro ruolo, nel caso in cui la maternità sia il frutto di una violenza carnale, come le vittime dei traumi di guerra, sole e prive di protezione familiare.

Una volta liberata, continua a dare scandalo, diventando l’amante di Attilio Tagliabue, segretario del fascio. Intanto, Francesca compie un percorso di crescita che la porterà a entrare nella Resistenza e a cimentarsi in azioni pericolose, come consegnare esplosivi e diffondere stampa clandestina. Nell’ombra, intanto, Maddalena la protegge e, grazie alle informazioni che riesce a estorcere al suo amante Attilio, le permette sempre di salvarsi. Alla fine, Francesca viene arrestata, torturata e deferita al plotone d’esecuzione, ma ancora una volta Maddalena la salva.

Nell’epilogo Maddalena decide di partire, nella consapevolezza che per l’amore che da sempre l’ha unita a Francesca non c’è posto nel mondo in cui vivono. Il fascismo, pur essendo stato sconfitto, non era stato del tutto estirpato dalla mentalità degli italiani. «E forse non sarebbe bastato restare vigili. […] Avrebbe preso altre forme, altri volti. E si sarebbe sempre autoproclamato giustizia, tradizione, moralità»[48], sanzionando e punendo i comportamenti considerati devianti.

Il corpo svilito: Redenta e Iris

Il romanzo di Nicoletta Verna, anch’essa nata negli anni Settanta, dal titolo I giorni di Vetro, è ambientato durante il fascismo e la guerra in Romagna, in particolare a Castrocaro, dove è nata, nel giorno del delitto Matteotti, una delle due protagoniste, Redenta, che secondo i suoi ha la scarogna e non è una bambina come tutte le altre. L’altra protagonista è Iris, nata nel 1923 a Tavolicci, che nel 1943 diventerà partigiana. La sua vita è liberamente ispirata a quella di Iris Versari, la nota partigiana romagnola che aveva aderito alla banda Corbari e che il 18 agosto 1944 pare si fosse suicidata per non cadere nelle mani della milizia fascista.

Due donne, dunque, profondamente diverse l’una dall’altra: una remissiva e silenziosa, l’altra coraggiosa e sicura di sé, destinate a incontrarsi e a condividere lo stesso destino di sopraffazione e di umiliazione. Redenta e Iris diventano le vittime del sadismo di Vetro, che sposa la prima e prende la seconda come amante. Due corpi da usare, da rinchiudere e da seviziare.

Del resto, la condizione delle donne sposate nell’Italia contadina nel ventennio era durissima: i mariti avevano, su di loro, diritto di vita e di morte, e loro non potevano ribellarsi:

La Carolina, […], il suo Carlo l’aveva sciancata di cinghiate e lo sapeva tutta Castrocaro. […] L’Edvige d’Otello l’avevano picchiata tanto, il babbo, il fratello e il marito, che era diventata scema. […] La Tiglia, poi, l’Imperatore l’aveva addirittura ammazzata.[49]

Vetro è un milite che si è distinto ad Addis Abeba nel 1937 quando, in occasione della rappresaglia dell’esercito italiano contro la popolazione locale, seguita al fallito attentato al viceré Graziani, aveva massacrato e bruciato vivi uomini, donne e bambini con l’aiuto di Primo, il padre di Redenta.

Se Redenta e Iris, poiché sono la moglie e l’amante di Vetro, devono subire in silenzio qualunque sopruso, le altre figure femminili presenti nel romanzo, pur nel contesto della società misogina e razzista del ventennio fascista, sono più libere. Si tratta, però, di donne non sottoposte all’autorità maschile: la nonna di Redenta, Fafina, è vedova e la sorella Vittoria è nubile, vive da sola a Firenze dove è sfollata durante la guerra e studia da infermiera.

Entrambe hanno un rapporto speciale con Redenta, fatto di complicità e sintonia. Fafina, in punto di morte chiama a sé Redenta e, a proposito di Vetro, le dice:

Dico che è un giuda fascista e un boia, uguale all’imbecille porcaccione di tuo padre. E di sera prego la Madonna perché gli salti anche l’altro occhio, a quel cane. E tua madre ti piangerà al camposanto insieme ai tuoi fratelli morti, allora si vergognerà di averti maritata a un criminale del genere.[50]

Nonostante il corpo indebolito dalle violenze e menomato dalla poliomielite, contratta da bambina, Redenta riesce a salvare Iris dalla furia di Vetro. Quando, grazie a una soffiata, Vetro scopre che Iris collabora con i partigiani, iniziano le sevizie:

Puttana, – mormora, e in un attimo un dolore lancinante mi squarcia. Non ha niente di umano: ha a che fare con il male eterno, l’inferno, i demoni, forse con il Dio in cui non ho mai creduto.[51]

Nel finale del romanzo solo alcune donne si salveranno, gli uomini invece rimarranno vittime della loro stessa efferatezza.

 

Conclusioni

Questa panoramica forzatamente sintetica lascia comunque percepire un rinnovato interesse nella Resistenza come argomento narrativo, anche da declinare in prospettiva femminile. Una tendenza di cui è importante conferma la pubblicazione del volume di Benedetta Tobagi, La Resistenza delle donne, uscito nel 2022, che certamente risponde all’esigenza di esplorare e di rielaborare la violenza, rivolta in particolare verso il corpo delle donne, fenomeno purtroppo sempre attuale ancora oggi.

Il raffronto tra la rappresentazione della donna presente nelle opere più recenti e quella dei romanzi e dei memoir scritti nel secolo scorso marca, tuttavia, una grande differenza di approcci e di visioni. E a ben vedere, esistono differenze anche all’interno delle opere più datate. Protagoniste come Agnese e Anna rimangono subordinate ai loro compagni e ai capi, perché sono maschi e si deve loro obbedienza, anche se hanno torto, anche se le accusano di delazione quando non è vero. Ada e Joyce invece godono di un prestigio particolare, dovuto probabilmente alla loro relazione con uomini famosi, conosciuti da tutti: Piero Gobetti ed Emilio Lussu finiscono per estendere la loro autorevolezza anche alle compagne di vita, che nessuno si permette di tiranneggiare. Unica nel suo genere è la “Rossa”, figura mitica, sprezzante e sicura di sé, ma condannata a soccombere.

Nei romanzi contemporanei permane il coraggio delle protagoniste, ma la loro lotta non è solo contro il nemico, bensì soprattutto contro un mondo maschile crudele e violento, del quale urge cambiare le regole. Iole, Redenta e Iris, ma in particolare Maddalena e Francesca, cercano di usare le regole del mondo dei maschi sfruttandole a loro vantaggio, pur pagando di persona e soffrendo.[52] E questo è un segno della loro indocilità e della loro volontà di emancipazione, ad ogni costo. Da una riflessione di Francesca si comprende «quale fosse l’aspetto più terribile dell’essere femmina: non mi appartenevo. Non ero mia. Non esistevano vie d’uscita dall’essere donna»[53]. Questa consapevolezza emerge in modo molto significativo nei romanzi contemporanei, forse perché oggi, dopo le battaglie del femminismo e una sempre maggiore diffusione di voci che promuovono l’inclusione e la parità nel dibattito pubblico, è cresciuta la consapevolezza riguardo alla necessità di superare i tradizionali ruoli di genere e gli stereotipi dannosi. Le autrici stesse hanno potuto introiettare il cambiamento in atto trasferendone gli effetti sulle loro protagoniste. Oggi ci sono meno donne disposte ad accettare la condizione marginale di Redenta, Iris e Iole, oppure l’impossibilità di vivere liberamente il loro amore, come Maddalena e Francesca.

Infine, l’attenzione alla rappresentazione del corpo femminile è determinata anche dalla volontà di riappropriarsene in quanto, nella nostra epoca, il corpo è destinato o a svanire a causa del processo di virtualizzazione delle relazioni, oppure a diventare solo un oggetto di mero interesse estetico. Ѐ necessario riaffermare, dunque, la centralità dei corpi come luoghi di resistenza alle guerre, soprattutto oggi, poiché siamo circondati da teatri di guerra. Abbiamo esplorato, perciò, corpi stremati dalla fatica, intirizziti, attanagliati dai morsi della fame, reclusi, violentati e torturati, ma pur sempre vivi e sfidanti, testimoni della loro capacità di resistenza, in nome di quella combattuta contro il nazifascismo.

 

BIBLIOGRAFIA E FONTI
  • V. Babini, Parole armate. Le grandi scrittrici del Novecento italiano tra Resistenza ed emancipazione, Milano, La Tartaruga 2018
  • S. Ballestra, La Sibilla. Vita di Joyce Lussu, Laterza, Bari, 2022
  • S. Bellini, Iris Versari. Una biografia partigiana, Società Editrice «Il Ponte Vecchio», Cesena, 2022
  • L. Bonanni, La rappresaglia, Textus edizioni, L’Aquila, 2022
  • A. Bravo, A.M. Bruzzone, In guerra senza armi. Storie di donne. 1940-1945, Laterza, Bari, 1995
  • E. Ceccarini, Les écrits des résistantes italiennes ou l’écriture comme lieu d’expression d’une symbolisation complexe de la Résistance au féminin, in https://books.openedition.org/pur/170792, consultato il 21 luglio 2025
  • P. Cereda, La figlia del ferro, Giulio Perrone editore, Roma, 2022
  • A. Gobetti, Diario partigiano, Einaudi, Torino, 1972
  • bell hooks, Elogio del margine. Scrivere al buio. Maria Nadotti intervista bell hooks, traduzione a cura di M. Nadotti, Napoli, Tamu Edizioni, 2020
  • J. Lussu, Fronti e frontiere, Abbot Edizioni, Roma, 2023
  • M. Mafai, Pane nero. Donne e vita quotidiana nella Seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano, 2022
  • L. Menapace, Io, Partigiana. La mia Resistenza, Manni, Lecce, 2015
  • E. Porciani, Le donne nella narrativa della Resistenza. Rappresentazioni del femminile e stereotipi di genere, Villaggio Maori Edizioni, Catania, 2016
  • B. Salvioni, La Malnata, Einaudi, Torino, 2023
  • B. Salvioni, La Malacarne, Einaudi, Torino, 2024
  • B. Tobagi, La Resistenza delle donne, Einaudi, Torino, 2022
  • A. Valeriano, Malacarne. Donne e manicomio nell’Italia fascista, Donzelli, Roma, 2017
  • N. Verna, I giorni di Vetro, Einaudi, Torino, 2024
  • R. Viganò, L’Agnese va a morire, Einaudi, Torino, 1994

  


Note:

[1] M. Mafai, Pane nero. Donne e vita quotidiana nella Seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano, 2022, p. 63

[2] A. Bravo, A. M. Bruzzone, In guerra senza armi. Storie di donne. 1940-1945, Laterza, Bari, 1995, p. 67

[3] B. Tobagi, La Resistenza delle donne, Einaudi, Torino, 2022, p. 107. Tobagi qui afferma che «La seduzione non è più messa al servizio del potere, [ma] di una causa comune».

[4] bell hooks, Elogio del margine. Scrivere al buio. Maria Nadotti intervista bell hooks, traduzione a cura di M. Nadotti, Napoli, Tamu Edizioni, 2020, p. 128

[5] Bravo, Bruzzone, 1995, p. 22

[6] R. Viganò, L’Agnese va a morire, Einaudi, Torino, 1994, p. 156

[7] Viganò, op. cit., 1994, p. 154

[8] Viganò, 1994, p. 222

[9] Anche la lettura critica di Elena Porciani, Le donne nella narrativa della Resistenza, Villaggio Maori Edizioni, Catania, 2016, rafforza l’idea che Agnese sia una specie di madre oblativa dei partigiani.

[10] Viganò, 1994, p. 166

[11]7 V. P. Babini, Parole armate. Le grandi scrittrici del Novecento italiano tra Resistenza ed emancipazione, Milano, La Tartaruga 2018, p. 202

[12]  Viganò, 1994, p. 42

[13] Estelle Ceccarini, Les écrits des résistantes italiennes ou l’écriture comme lieu d’expression d’une symbolisation complexe de la Résistance au féminin, in https://books.openedition.org/pur/170792, consultato il 21 luglio 2025. Tuttavia, anche in questo romanzo si trovano le uniche due rappresentazioni antagoniste della resistente materna e casta e della donna facile, non resistente o fascista, talvolta prostituta, la cui connotazione negativa è rafforzata dall’idea di un’equazione tra costumi leggeri e tradimento.

[14] A. Gobetti, Diario partigiano, Einaudi, Torino, 1972, p. 107

[15] Tobagi, 2022, p. 76

[16] I GDD per l’assistenza ai combattenti per la libertà nacquero nel novembre 1943 per iniziativa delle donne militanti nel PCI, nel PSI e nel Partito d’Azione. Si occupavano del sostentamento delle famiglie, facendo anche proposte innovative come la parità giuridica, politica ed economica con i compagni.

[17] Dopo aver lasciato Parigi attraversano l’intera Europa con documenti falsi, impegnati a far espatriare clandestinamente verso gli Stati Uniti gli ebrei e gli antifascisti europei che rischiavano di essere arrestati dai tedeschi e deportati. Dopo la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, la coppia decide di ritornare in Italia sperando di trovare un clima diverso, e punta su Roma, dove continuerà a vivere in clandestinità. Dopo l’8 settembre Lussu incarica Joyce di raggiungere l’Italia meridionale per prendere contatti con gli antifascisti fuoriusciti in America appena tornati in Italia e con gli alleati, partendo dal presupposto che per una donna sia più facile attraversare una zona di guerra.

[18] J. Lussu, Fronti e frontiere, Abbot Edizioni, Roma, 2023, p. 11

[19] S. Ballestra, La Sibilla. Vita di Joyce Lussu, Laterza, Bari, 2022, p. 69

[20] Il 20 settembre 1943 Joyce inizia, per conto del Cln, la missione al Sud che la porterà a contattare gli ufficiali americani per organizzare un lancio di armi da paracadutare nei pressi di Bracciano e per discutere la questione istituzionale, relativa al destino della monarchia in Italia. Incontra inaspettatamente suo fratello Max, ufficiale dell’esercito inglese rientrato in Italia con il compito di portare in salvo Benedetto Croce.

[21] Ballestra, 2022, p. 138

[22] G. Zangrandi, I giorni veri. Diario della Resistenza, Salani editore, Milano, 2023, p. 169

[23] Zangrandi, 2023, p. 198

[24] Zangrandi, 2023, p. 52

[25] Zangrandi, 2023, p. 26

[26] Zangrandi, 2023, p. 177

[27] Zangrandi, 2023, p. 145

[28] Zangrandi, 2023, p. 152

[29] Zangrandi, 2023, p. 216

[30]  Zangrandi, 2023, p. 210

[31] Mafai, 2022, p. 33

[32] L. Bonanni, La rappresaglia, Textus edizioni, L’Aquila, 2022, p. 157

[33] Bonanni, 2022, p. 200

[34] Bonanni, 2022, p. 208

[35] Bonanni, 2022, p. 212

[36] Bonanni, 2022, pp. 251-252

[37] Bonanni, 2022, pp. 277-278

[38] P. Cereda, La figlia del ferro, Giulio Perrone editore, Roma, 2022, p. 167

[39] Cereda, 2022, p. 79

[40] Cereda, 2022, p. 123

[41] Cereda, 2022, p. 199

[42] Cereda, 2022, p. 223

[43] B, Salvioni, La Malnata, Einaudi, Torino, 2023, p. 11

[44] Salvioni, 2023, p. 166

[45] Salvioni, 2023, pp. 227-228

[46] B. Salvioni, La Malacarne, Einaudi, Torino, 2024, p. 160

[47] Salvioni, 2024, p. 162

[48] Salvioni, 2024, p.465

[49] N. Verna, I giorni di Vetro, Einaudi, Torino, 2024, pp. 206-207

[50] Verna, 2024, p. 215

[51] Verna, 2024, p. 372

[52] Nel romanzo di Beatrice Salvioni, La Malacarne, a pag. 388 Francesca dice a Maddalena: «A furia di rigirare a modo nostro le regole dei maschi, un miracolo l’abbiamo fatto davvero» riferendosi al fatto di aver usato, ancora una volta, le informazioni che Maddalena, tramite il suo amante, le ha passato per salvare la vita al padre. Sembra quasi, nel romanzo, che la relazione di Maddalena col segretario del fascio non abbia altra funzione che quella di essere utile alla Resistenza, nella quale Francesca sta combattendo. «Le regole dei maschi» alludono all’organizzazione della società del tempo, nella quale la donna può essere soltanto o la moglie-madre o l’amante di un uomo potente.

[53] Salvioni, 2024, p. 105

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Autore:
Titolo: Il corpo delle donne come luogo di Resistenza. Un percorso di rilettura di biografie e romanzi in una prospettiva di genere
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Numero della rivista: n.24, dicembre 2025
ISSN: ISSN 2283-6837

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