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«Vi porto la solidarietà della Nazione»: le visite dei presidenti della Repubblica nelle zone colpite da calamità naturali

«Vi porto la solidarietà della Nazione»: le visite dei presidenti della Repubblica nelle zone colpite da calamità naturali

Pertini e Forlani in visita nelle zone colpite dal sisma in Irpinia del 1980.
Crediti: Pubblico dominio, Collegamento

Abstract

Questo saggio analizza l’evoluzione dell’immagine pubblica del Presidente della Repubblica italiana attraverso le visite sui luoghi delle catastrofi naturali, considerate come momenti privilegiati di incontro tra il capo dello Stato e la comunità nazionale. L’analisi evidenzia come tali eventi abbiano contribuito alla definizione concreta del ruolo presidenziale quale rappresentante dell’unità nazionale, mettendo in luce il rapporto tra costruzione dell’immagine pubblica della Presidenza e consolidamento della fiducia dei cittadini nelle istituzioni, in un contesto di crescente sfiducia verso le forze politiche. Particolare attenzione è dedicata alla trasformazione del linguaggio e delle modalità comunicative dei presidenti, a partire dalla svolta impressa da Sandro Pertini, il cui “linguaggio della verità” ha segnato una progressiva separazione simbolica della Presidenza dall’establishment politico. Il saggio mostra inoltre come cerimonie, simboli e pratiche memoriali abbiano rafforzato l’identità istituzionale del Quirinale nel corso della storia repubblicana.

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This article examines the evolution of the public image of the President of the Italian Republic through visits to sites affected by natural disasters, interpreted as privileged moments of encounter between the head of state and the national community. The analysis highlights how these events contributed to shaping the presidential role as the representative of national unity, emphasizing the relationship between the construction of the Presidency’s public image and the consolidation of citizens’ trust in institutions amid growing distrust toward political parties. Particular attention is devoted to the transformation of presidential language and communication styles, beginning with the turning point represented by Sandro Pertini, whose “language of truth” marked a gradual symbolic separation of the Presidency from the political establishment. The article also shows how ceremonies, symbols, and memorial practices strengthened the institutional identity of the Quirinale throughout the history of the Italian Republic.

double blind peer review double blind peer review Questo articolo è stato sottoposto a revisione in doppio cieco (double blind peer review)

Introduzione: le prospettive di ricerca

La storia italiana è caratterizzata dal continuo verificarsi di eventi calamitosi, come terremoti e alluvioni, che hanno avuto un impatto significativo sulla società e le sue istituzioni.[1] Nell’intervento per il quarantesimo anniversario del terremoto in Friuli-Venezia Giulia del 1976, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha definito queste catastrofi come «ferite» appartenenti alla biografia del popolo italiano.[2] Attraverso le celebrazioni memoriali ma soprattutto le puntuali visite nelle zone colpite dalle calamità, i presidenti della Repubblica si sono presi cura di queste ferite in nome di quel ruolo di «rappresentante dell’unità nazionale» affidato dalla Costituzione.[3] Un ruolo il cui peso non ricade solo sul piano simbolico ma, in quanto essenzialmente legato al riconoscimento popolare, ha una ripercussione nello scenario politico e istituzionale.[4]

I capi dello Stato hanno, dunque, prestato molta attenzione all’interpretazione e alla definizione di questa funzione soprattutto in contesti come le visite nelle zone colpite da calamità in cui, a differenza delle tradizionali uscite per il Paese, prevalgono sentimenti di dolore, frustrazione e rabbia[5]. I presidenti sono, infatti, messi a nudo dinanzi a tanta sofferenza mostrando, spesso, il proprio volto personale prima ancora che quello istituzionale, con conseguenze che hanno segnato la storia dell’istituzione stessa[6].

Uno studio approfondito di queste visite mostra una nuova prospettiva con la quale delineare l’evoluzione dell’immagine pubblica della presidenza della Repubblica[7]. In particolare, in questo articolo, si passeranno in rassegna le visite in occasione delle calamità più segnanti la storia italiana (alluvione del Polesine del 1951; disastro del Vajont del 1963; alluvione di Firenze del 1966; terremoto del Belice del 1968; terremoto in Friuli Venezia Giulia del 1976; terremoto in Irpinia 1980; terremoto nelle Marche e Umbria 1997; terremoto de L’Aquila del 2009)[8] attraverso i messaggi e le attività dei capi dello Stato oltre che le cronache dei giornalisti al seguito. La stampa, infatti, svolge un compito di primo piano nella creazione non solo del viaggio ma anche dell’immagine del capo dello Stato.[9] Per questo motivo, si partirà da una breve ricostruzione del rapporto tra la stampa e il Quirinale.

La cronaca dei viaggi: il rapporto tra stampa e Quirinale

Il 18 novembre 1951 il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, insieme alla consorte Ida Pellegrini, giunge a Rovigo per portare la solidarietà personale e nazionale alla popolazione del Polesine colpita da un violento alluvione.[10] Il film Acque senza perdono, realizzato dalla Incom, descrive così l’arrivo del presidente:

Accanto alla pagina dolorosa, unico sollievo, si è aperta quella generosa della solidarietà nazionale. Primo anello della catena della fratellanza, il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, che accompagnato dalla consorte è subito giunto a rendersi conto dell’entità del disastro e i mezzi per alleviarlo, a portare sussidi e medicinali.[11]

Il capo dello Stato viene presentato come un moderno «taumaturgo», l’unico in grado di portare sollievo alla gente.[12] Anche la sequenza delle immagini contribuisce a rafforzare questo ritratto accostando l’arrivo dei viveri alla discesa dal treno di Einaudi.[13]

Ben diversa è, invece, l’accoglienza riservata al presidente Sandro Pertini a Laviano, uno dei centri dell’Irpinia colpiti dal terremoto del novembre 1980:

un uomo sbucato dalle rovine alla vista di quel corteo di signori, senza neppure sapere chi sono ma intuendo ciò che rappresentano, si mette a gridare: «Non passeggiate, non è uno spettacolo, merde, merdacce, io tengo mia moglie lì sotto, sono due giorni che urla».[14]

Queste diverse reazioni testimoniano non solo lo stato del rapporto degli italiani con il capo dello Stato, ma anche il cambiamento del tono dei cronisti al seguito. La stampa aveva saldato sin da subito un legame di stima e di rispetto verso la presidenza della Repubblica.[15] Angelo Varni riconosce una prima fase di transizione nello stile comunicativo già al termine della presidenza Einaudi, segnata dall’abbandono di una «visione ingenua e istituzionalizzante» a favore di una maggiore attenzione al suo peso politico.[16] Anche nei racconti delle visite si riscontra questo passaggio. La visita del presidente Segni nelle zone colpite dal disastro del Vajont è pienamente inserita nel dibattito politico: è l’unica, infatti, a cui anche i quotidiani di partito di opposizione dedicano ampio spazio.[17] Non si levano «i soliti evviva e i soliti osanna» ma tra le righe si riportano segni di dissenso e contestazione.[18]

Fino alla presidenza Saragat, i gesti di protesta della folla sono descritti in termini negativi o ridimensionati nel tentativo di preservare l’immagine di fiducia e autorevolezza del capo dello Stato.[19] Alla stigmatizzazione dei «facinorosi» di professione, spesso inserita nella dialettica della guerra fredda, si affianca un vero e proprio lavorio per legittimare le proteste sincere:

Quelle donne, però, quelle donne che stavano da quattro giorni fra le macerie per cercare un ricordo, una foto, un oggetto dei loro cari, certo non facevano della politica. Erano esasperate, distrutte, sconvolte: è vero. Ma le loro grida erano pure, sincere, rivolte ad un uomo in cui avevano fiducia; rivolte al Capo dello Stato che esse avevano atteso a lungo sotto il sole per raccontargli ciò che avevano sofferto e per chiedergli di fare giustizia.[20]

Questo ruolo di difesa istituzionale assunto dalla stampa viene sempre meno con il montare, negli anni Settanta, di un diffuso sentimento di insoddisfazione verso le istituzioni.[21] In particolare, nel febbraio 1976 il presidente Leone è coinvolto in uno scandalo tangenti che tiene banco tra l’opinione pubblica per diversi mesi.[22] Non è un caso, dunque, che la sua visita tra la popolazione terremotata del Friuli, soli quattro mesi più tardi, è «rapida, essenziale», così come la copertura giornalistica.[23] Anzi nelle poche battute anche la stampa tradizionalmente più in linea con le istituzioni non manca di sottolineare che «alcune proteste ci sono state e fatte con una certa asprezza».[24] Si nota un ulteriore passaggio nel racconto dell’arrivo di Pertini tra le macerie dell’Irpinia nel novembre 1980. Come già visto, l’asprezza delle proteste prende voce: i giornali riportano parola per parola le suppliche, le domande e la rabbia della gente.[25] È un linguaggio certamente figlio della concorrenza delle dirette televisive che testimonia la ricerca anche della stampa di un contatto sempre più diretto con il lettore.[26]

Dinanzi a questa nuova posizione del sistema informativo, si nota una risposta della presidenza della Repubblica.

All’indomani della visita in Irpinia, Pertini interviene in televisione raccontando la sua versione dei fatti, smontando le ricostruzioni più inclini a evidenziare la scontrosità della gente nei suoi confronti e denunciando le responsabilità per le inefficienze riscontrate.[27] È la prima volta che un capo dello Stato interviene così apertamente nel dibattito pubblico.

Anche in seguito alla visita in Umbria del presidente Scalfaro per il terremoto del 1997, si registra un intervento dal Quirinale, in forme decisamente più tradizionali: un comunicato ANSA, agenzia da sempre di riferimento per la comunicazione dei capi dello Stato, ci tiene a precisare che la scarsa presenza della gente è dettata da un blocco stradale.[28] Un dettaglio apparentemente frivolo ma che, invece, denota l’interesse del Quirinale di difendere la propria istituzione. Nei giorni precedenti, infatti, il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, aveva sfidato il capo dello Stato per rivendicare la rappresentanza delle folle nelle piazze.[29]

Gli interventi della presidenza Pertini e Scalfaro denotano, dunque, una chiara risposta a una stampa ormai lontana da quel ruolo pedagogico di difesa delle istituzioni così evidente nei primi anni della Repubblica. È un cambiamento dettato dal crescere di un sentimento di sfiducia nelle istituzioni da parte dell’opinione pubblica. Le calamità naturali, per la sofferenza e il dolore che comportano, esasperano e mostrano ancora più queste fratture. Non è un caso che è proprio in seguito a una catastrofe che la presidenza della Repubblica ha elaborato una risposta decisa a fronteggiare questo problema. L’intervento televisivo di Pertini dopo il viaggio in Irpinia non rimarrà isolato: prima Cossiga con le «picconate» e gli interventi televisivi, poi Scalfaro con il discorso del «Non ci sto» sono la testimonianza di un nuovo stile comunicativo della presidenza improntato sul contatto diretto con i cittadini.[30] Uno stile che le ha permesso di non farsi travolgere dal crollo del sistema dei partiti ma anzi acquisire fiducia dei cittadini e maggiore identità;[31] al tempo stesso, ha implicato una nuova interpretazione del ruolo del capo dello Stato, per alcuni, ai limiti del dettato costituzionale.[32] Gli stessi presidenti ne sono consapevoli: ancora una volta, le visite dopo le calamità ci possono aiutare a rintracciare le risposte dei capi dello stato nella ridefinizione e legittimazione di questo ruolo.

La «Via Crucis» del presidente: dalla solidarietà nazionale alla giustizia

«Solidarietà» è il termine più usato dai presidenti della Repubblica nei comunicati e nelle dichiarazioni rilasciate durante le visite nelle terre devastate dalle calamità. In cosa consiste questa solidarietà?

Il capo dello stato è per l’art. 87 della Costituzione «rappresentante dell’unità nazionale». In nome di questo dettato costituzionale, la presidenza della Repubblica è prontamente giunta sui luoghi colpiti da calamità per esprimere «fisicamente» la solidarietà dell’intera nazione.

L’ampio spazio dedicato dai cronisti a descrivere le espressioni, le emozioni e i gesti del capo dello Stato dimostrano lo sforzo per umanizzare e tradurre plasticamente questo ruolo.

Bastava guardarlo, quel viso, per comprendere come non si trattasse di una espressione di circostanza, di una “maschera” prescritta dalle disumane proporzioni della tragedia; […] Non crediamo pertanto di cadere nella retorica affermando che il lutto dell’Italia, oggi, si specchiava esattamente nel viso sottile, pallidissimo, “distrutto” del suo presidente. Nessuna formalità, nessuna cerimonia.[33]

Questa descrizione del volto turbato del presidente Segni è la dimostrazione dell’abile uso del «doppio corpo» del capo dello Stato: la sofferenza che segna il «corpo naturale» viene sublimata sul piano del «corpo istituzionale» divenendo emblema del dolore di tutta la nazione che si raccoglie attorno a questa tragedia.[34] Questa trasposizione si compie soprattutto attraverso lo «sguardo»:[35] gli occhi del presidente sono lo specchio attraverso cui gli italiani possono incontrare il dolore e la pena dei connazionali.[36] Secondo Aurelio Musi, lo specchio è l’immagine adatta per rappresentare l’incontro del presidente con il territorio. Infatti, da una parte gli italiani si specchiano nei suoi occhi per conoscere il Paese, dall’altra è lo stesso capo dello stato a specchiarsi nella nazione per personificare a pieno quel ruolo di «rappresentante dell’unità nazionale».[37] Durante le calamità naturali, tuttavia, questo compito è decisamente gravoso.

Dalla piccola folla spunta un fantasma: è un uomo senza espressione, porta in braccio una bimba bianca, morta. L’ha tenuta con sé tutta la notte e ora la mostra al Presidente. Trema: “Cosa devo fare, cosa devo fare”. Impietrito, Pertini mormora qualche cosa come: “non fatemi vedere”.[38]

Se i «bagni di folla» e le grida festanti delle tradizionali visite del capo dello Stato nelle province italiane rinfrancano gli animi dalla solitudine della «gabbia dorata»,[39] il dolore che li circonda in queste occasioni chiama in causa le proprie responsabilità. Quasi fosse un percorso di espiazione, le cronache utilizzano spesso l’immagine cristiana della «Via Crucis»: come un novello Cristo il capo dello Stato intraprende questo «pellegrinaggio di dolore», «calvario», «itinerario della desolazione» assumendo su di sé le sofferenze della gente e promettendo di portare giustizia e «resurrezione».[40] Resurrezione che, tuttavia, non dipende pienamente dalle sue funzioni.

I miei poteri di Presidente della Repubblica non sono molto vasti e devo stare attento per i miei interventi, spinti però soltanto da solidarietà, verso l’Italia, verso il popolo italiano, non da altre intenzioni; quindi devo andare cauto perché credendo di fare del bene, poi, mi si dice, che ho fatto del male. Anche Cristo fu bestemmiato durante la sua vita.[41]

È particolare come riprendendo la figura di Gesù Cristo, il presidente Pertini riconosca al parroco di Santa Ninfa, nel Belice, come non possa fare molto per risolvere lo stato di emergenza che ancora imperversa nella provincia siciliana a dieci anni dal terremoto. Al capo dello Stato è permesso portare «soltanto» la solidarietà: è questo il limite dello specchio. È un ruolo passivo, di riflesso adatto a mantenere sul piano pubblico una posizione quanto più neutrale e rispettosa del suo ruolo di equilibrio delle forze istituzionali, ma che perde consistenza se gli italiani non ci si riconoscono.[42] Tutti i capi dello Stato hanno sofferto i confini di questa rappresentazione pubblica. Giovanni Leone, nell’udienza con lo stesso reverendo di Santa Ninfa, aveva invitato a tracciarne nuovi confini:

Occorre avere il coraggio – ecco compassione – di ritenerci tutti responsabili, anche di chi non è titolare di alcun potere di decisione o di esecuzione ma che per la posizione di essere, come dice la Costituzione, l’espressione dell’unità nazionale, deve farsi carico di tutti gli errori e di tutte le carenze per rinnovare lo stimolo a organi, persone e uffici.[43]

Leone è stato il primo presidente a toccare con mano la frattura con gli italiani. Riconosce, dunque, la necessità, il coraggio di costruire un ruolo che andasse oltre la rappresentazione della solidarietà nazionale e che si facesse carico delle inefficienze e delle ingiustizie. Il messaggio televisivo di Sandro Pertini di ritorno dall’Irpinia, a un anno dall’incontro con il reverendo di Santa Ninfa, interpreta a pieno questa nuova immagine. Tuttavia, nella sua definizione Leone si rifà «con orgoglio» alla prassi dei predecessori, spronati, soprattutto in seguito alle catastrofi, a dare un proprio contributo.[44]

«Le parole che volevamo sentire»

Il 1951 è stato un anno segnato da numerose alluvioni come ricorda il capo dello Stato, Luigi Einaudi, nell’incipit del suo discorso di fine anno.[45] Il presidente non ha fatto mancare la sua vicinanza visitando, da nord a sud, le zone colpite ed elargendo doni e viveri alla gente.[46] Il suo impegno, tuttavia, non finisce qui. In una lunga lettera, Einaudi invita Alcide De Gasperi, in qualità di presidente del Consiglio, a riflettere su due questioni emerse dalle catastrofi. Da una parte, riconduce all’uomo le colpe per i disastri naturali evidenziando come, anche da un punto di vista economico, la prevenzione e la tutela del territorio sia la priorità politica da perseguire per scongiurare nuove sciagure.[47] Dall’altra parte, si interroga sulle responsabilità per l’inefficace processo di socializzazione della popolazione meridionale che ha comportato uno stato di miseria ingiustificabile.[48]

Queste riflessioni rimarranno solo «prediche inutili»: la questione ambientale e meridionale saranno temi ripresi ciclicamente all’indomani di ogni catastrofe naturale.[49]

Il presidente Segni, invece, nella sua visita in Vajont, è chiamato continuamente a ribadire il suo ruolo di garante della giustizia.[50] Il progetto della diga rappresentava uno dei fiori all’occhiello dell’ingegneria italiana oltre che un importante motore per il progresso industriale del Paese.[51] Per questo motivo, la classe dirigente democristiana, promotrice politica del progetto, aveva cercato subito di minimizzare le responsabilità umane dietro il crollo della diga.[52] Tuttavia, gli articoli di denuncia della giornalista de l’Unità, Lina Merlin, confluiti nel «libro bianco» consegnato al presidente Segni, riportavano da tempo le criticità e inadempienze del cantiere.[53] Il capo dello Stato si ritrova a dover prendere una posizione tra la richiesta di verità da parte dei cittadini e il silenzio della classe dirigente: alla gente assicura che «sarà fatta la maggior giustizia» perché «nessuno vuol coprire i colpevoli».[54] Il primo processo sul crollo della diga del Vajont si chiuderà il 17 dicembre 1969 senza il riconoscimento di responsabilità umane nel disastro tra la disapprovazione della gente di Longarone giunta in massa a L’Aquila per seguire la sentenza.[55]

In questi stessi giorni, il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat è sotto i riflettori per delle accuse giunte dalla stampa britannica circa un suo coinvolgimento nella cosiddetta “politica della tensione” sfociata nelle bombe di Milano e Roma.[56] In questi anni la presidenza della Repubblica è sempre più coinvolta dall’opinione pubblica in trame politiche poco chiare, come l’affare SIFAR e il Piano Solo.[57] Questo clima ha certamente influito nel rapporto tra capo dello Stato e italiani anche in eventi drammatici come le catastrofi naturali: a differenza del forte personalismo e attivismo di Saragat a Firenze nel 1966 e nel Belice nel 1968.[58] nel Friuli devastato dal terremoto del 1976, come già visto, il presidente Leone mantiene un basso profilo. Nonostante sia stato proprio Leone a riconoscere la necessità di un impegno più incisivo del capo dello Stato, fatica a incarnarlo.

il presidente della Camera è stato il personaggio che ha più colpito i bambini “perché si è commosso – ha detto Santino Pecorella, di dieci anni, di Santa Ninfa – quando gli abbiamo esposto i nostri problemi”, “ perché mi ha ispirato maggiore fiducia”, ha detto Antonio Borgese. “Perché potrà fare di più degli altri” ha detto Michele Spallino. Anche il Presidente della Repubblica e l’on. Moro hanno colpito i ragazzi, ma in misura minore.[59]

Il presidente della Camera a cui si riferiscono i bambini di Santa Ninfa, in visita a Roma, è Sandro Pertini. Pertini ha una capacità naturale di entrare in empatia con i suoi ospiti, principalmente i giovani, facilitando il processo di umanizzazione delle istituzioni.[60] Antonio Ghirelli, suo capo ufficio stampa per i primi due anni di presidenza, ricorda che Pertini era solito ricaricarsi dall’incontro con gli italiani riportando nel lavoro quotidiano al Quirinale l’energia trasmessa dalle piazze.[61] Stessa cosa avviene in Irpinia ma con un effetto diverso: la «compassione» provata lungo la sua «Via Crucis» e la frustrazione per l’incapacità di poter far qualcosa di fronte a tanta sofferenza infondono quel «coraggio», riprendendo le parole di Leone, o forse quella caparbietà, considerando il carattere combattivo del presidente, di superare i confini tradizionali e lanciarsi in un messaggio televisivo di forte denuncia in difesa della «coscienza di tutti gli italiani, della Nazione intera e della mia prima di tutto».[62] È la prima volta che un presidente della Repubblica si esprime pubblicamente con tale durezza e asprezza sulle inefficienze e irregolarità della politica: il Segretario Generale, Antonio Maccanico, si rammarica per non aver rivisto il messaggio.[63] Tuttavia, la ricezione dell’opinione pubblica è positiva.

Le parole che volevamo sentire, titola uno specchietto della prima pagina de «La Repubblica» riconoscendogli il ruolo di «giudice e vindice di chi amministra gli affari dello stato»[64]. Il messaggio porta veridicità a quella politica di trasparenza e apertura, simbolica e materiale, del Palazzo del Quirinale promossa da Pertini.[65] L’opinione pubblica si rispecchia in questa nuova immagine del «rappresentante dell’unità nazionale» e l’entourage del presidente si adegua: l’Ufficio stampa ci tiene a far sapere alle agenzie che i sindaci delle zone terremotate dell’Irpinia, in udienza al Quirinale, hanno ringraziato per il «messaggio del presidente alla televisione dopo la sua visita».[66]

La presidenza Pertini ha di fatto segnato una rottura con il passato. La storiografia ha ampiamente evidenziato il peso della forza comunicativa del mezzo televisivo per sostenere questo passaggio.[67] Tuttavia, è anche sui contenuti che è necessario concentrarsi per comprendere il solco tracciato da questo messaggio. Come evidenzia Giovanni Orsina, la moralizzazione del discorso pubblico ha permesso, al capo dello stato, di puntare sulla propria persona salvaguardando la propria istituzione a spese del sistema politico.[68] Una strada percorsa anche dai successori, in particolare Cossiga e Scalfaro, che ha garantito la fiducia degli italiani. Tra le rovine de L’Aquila colpita dal terremoto, il presidente Napolitano, richiamandosi al «linguaggio della verità», ammette subito che «nessuno è senza colpa»[69] e invita a «un esame di coscienza che non conosce coloriture e discriminanti politiche»:[70] parole che confrontate con quelle di Antonio Segni di fronte al «libro bianco» sulla diga del Vajont mostrano l’evoluzione del ruolo di «rappresentante dell’unità nazionale» incarnato dal capo dello Stato.

In questa prospettiva può essere inserita anche la narrazione memoriale promossa dal presidente Sergio Mattarella. Da una parte ha connesso le diverse calamità in un unico filo rosso che ripercorre l’intera storia d’Italia unita, e non solo repubblicana.[71] È un esercizio di memoria che pone sullo stesso piano le diverse tragedie così da evitare possibili confronti, forieri, come evidenziato da Gabriella Gribaudi, di riletture stereotipate.[72] Riprendendo l’invito di Luigi Einaudi, il suo obiettivo principale è, infatti, fare memoria della storia dei disastri naturali in Italia per evidenziare l’importanza di una politica di prevenzione. Complici anche le numerose catastrofi abbattutesi durante il suo settennato e il crescente dibattito politico sul tema del cambiamento climatico, il presidente Mattarella ha più volte ricordato che «la tutela ambientale e idro-geologica è amica delle persone».[73]

Allo stesso tempo, ha puntualmente ricordato l’incontro dei suoi predecessori, in veste di capi dello Stato o di ministri, con la popolazione all’indomani delle calamità. È una scelta in linea con la sua pedagogia civile volta a valorizzare e rafforzare l’identità della sua istituzione attraverso la costruzione di una vera e propria storia della presidenza della Repubblica.[74]

In particolare, soffermandosi sulle calamità, il presidente Mattarella ha dato alla Repubblica, dai capi dello Stato incarnata nelle visite, il doppio ruolo di vittima e responsabile di questi tragici eventi.

[nda, la Repubblica] è, in qualche modo, responsabile di quanto avviene sul suo territorio e quindi ha motivo di scusarsi con chi ha sofferto le conseguenze di disastri di questo genere.

Ma la Repubblica è anche, al contempo, vittima anch’essa delle scelte e dei comportamenti di coloro che hanno concorso causare immani sciagure come quella e io, rappresentando la Repubblica, nel porgere – come ho fatto questa mattina – le scuse a quei rappresentanti è.[…] mi colloco accanto a chi avverte il dolore di quei lutti immani e tra coloro che ne conservano la memoria.[75]

 Questo intervento del presidente Mattarella alla commemorazione per l’alluvione in Veneto dell’ottobre 2018 evidenzia come l’interpretazione del ruolo di «rappresentante dell’unità nazionale» nelle calamità naturali è in continua definizione.

Conclusioni

L’analisi dell’evoluzione dell’immagine pubblica del capo dello Stato di fronte alle catastrofi naturali conferma quanto sostenuto da Salvatore Mura, ossia della necessità di un maggior approfondimento storiografico «sulle forme e sulle azioni» con le quali i presidenti hanno interpretato l’unità nazionale. È risultato evidente lo stretto collegamento tra la promozione di un certa immagine pubblica e la tenuta dell’istituzione a dispetto di una crescente sfiducia nelle forze politiche. Certamente meritano un approfondimento maggiore alcuni temi, come il rapporto tra giornalisti e Ufficio stampa della Presidenza della Repubblica o la narrazione memoriale, che non è stato possibile affrontare in questa sede.

La prospettiva dell’incontro con gli italiani nelle catastrofi ha permesso, comunque, di analizzare forme e azioni dei capi dello Stato in eventi in cui la carica emotiva è accentuata ed esige una risposta adeguata. Se l’incontro con la folla in festa dà carica per il lavoro quotidiano, sono ancor più da stimolo queste visite in cui il dolore e la rabbia della gente sono riconosciute dagli stessi capi dello Stato come proprie «responsabilità». Queste responsabilità assieme all’impossibilità, personale e istituzionale, di restare in silenzio dinanzi alla sofferenza percepita hanno infuso quel «coraggio», invocato da Leone, nel presidente Pertini nel rompere la prassi e parlare pubblicamente quel «linguaggio della verità» che i suoi successori hanno posto come base nel rapporto con gli italiani.

In questo messaggio si può riconoscere l’inizio, più o meno consapevole, di quel processo di separazione della presidenza della Repubblica dall’establishment politico, culminato con le “picconate” di Cossiga, e di costruzione identitaria, attraverso cerimonie, stendardi e onorificenze, che le ha garantito maggiore fiducia da parte degli italiani.

Le visite sui luoghi delle calamità sono, dunque, un’ulteriore prospettiva da considerare nella ricostruzione e nell’evoluzione del ruolo di «rappresentante dell’unità nazionale» ricoperto dal capo dello Stato.

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Archivi consultati  
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  • La Stampa
  • L’Unità
  • Paese Sera

Note:

[1] Vedi: G. Gribaudi, La memoria, i traumi, la storia: la guerra e le catastrofi nel Novecento, Viella, Roma 2020; S. Botta, Macerie d’Italia: storia politica di una nazione in lotta contro la natura, Le Monnier, Firenze 2020; T. Ricciardi, L. Fiorentino, P. Generoso, Il terremoto dell’Irpinia. Cronaca, storia e memoria dell’evento più catastrofico dell’Italia repubblicana, Donzelli, Roma 2020.

[2] Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della seduta straordinaria del Consiglio Regionale del Friuli-Venezia Giulia nel 40° anniversario del terremoto in www.quirinale.it, url consultato il 29/10/2025.

[3] C. Raimondi, A. Cellitti, Il Cerimoniale della Repubblica, Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica – Archivio storico, Roma 2022, p. 222.

[4] S. Mura, Il modello italiano: i presidenti nella costruzione e nella legittimazione della Repubblica (1946-1964), in G. Orsina, M. Ridolfi (a cura di), La Repubblica del presidente. Istituzioni, pedagogia civile e cittadini nelle trasformazioni delle democrazie, Viella, Roma 2022, p. 390.

[5] Sulla presidenza della Repubblica, vedi: Orsina, Ridolfi (a cura di), 2022; S. Cassese, G. Galasso, A. Melloni (a cura di), I Presidenti della Repubblica. Il Capo dello Stato e il Quirinale nella storia della democrazia italiana, Il Mulino, Bologna 2018; M. Ridolfi (a cura di), Presidenti. Storia e costumi della Repubblica nell’Italia democratica, Viella, Roma 2014.

[6] Vedi: E. H. Kantorowicz, I due corpi del Re. L’idea di regalità nella teologia politica medievale, Einaudi, 2012.

[7] Sul tema, vedi: S. Botta, Quirinale e calamità. Quando la natura ribelle incontra gli inquilini del Colle, in «Le Carte e la Storia», 1, 2025; S. Mura, Il modello italiano: i presidenti nella costruzione e nella legittimazione della Repubblica (1946-1964), in Orsina, Ridolfi, 2022.

[8] Botta, 2020.

[9] Sul tema delle visite della presidenza della Repubblica si segnala l’incontro di studio I Viaggi dei Presidenti. Raccolte librarie, culture istituzionali e storia dell’Italia repubblicana, presso la Tenuta di Castelporziano, 9 maggio 2025.  Per bibliografia, vedi: N. Mariot, Bains de foule. Les voyages présidentiels en province, 1888-2002, Belin, Parigi 2006.

[10] Botta, 2020, p. 27.

[11] Acque senza perdono. Polesine – Morte e distruzione hanno colpito l’Italia dal sud al nord, in https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL3000050848/1/polesine-morte-e-distruzione-hanno-colpito-l-italia-dal-sud-al-nord.html (min. 12:15-12:35), url consultato il 29/10/2025.

[12] S. Botta, 2025, p. 79.

[13] A. Prampolini, L’America e gli aiuti all’Italia nella “Settimana Incom”. Informazione e propaganda nei cinegiornali italiani dell’immediato dopoguerra (1946-1951), in «Historia Ludens», 8 luglio 2025: https://www.historialudens.it/didattica-della-storia/568-l-america-e-gli-aiuti-all-italia-nella-settimana-incom-informazione-e-propaganda-nei-cinegiornali-italiani-dell-immediato-dopoguerra-1946-1951.html, url consultato il 29/10/2025.

[14] M. Mafai, Pertini, troppe parole ma i fatti non li vediamo”, in «La Repubblica», 26 novembre 1980; vedi anche: A. Padellaro, La povera gente urla a Pertini la sua ira, in «Corriere della Sera», 26 novembre 1980; L. Zanotti, Pertini di fronte a lacrime e rabbia, in «La Stampa», 26 novembre 1980.

[15] E. Bernardi, M. C. Mattesini, Un mestiere difficile. Giornalismo e Associazione stampa parlamentare tra politica e informazione (1948-1971), Rubbettino, Soveria Mannelli 2013, p. 15.

[16] A. Varni, Il Quirinale nella stampa italiana, in Cassese, Galasso, Melloni, 2018, p. 729.

[17] M. Passi, Consegnato a Segni il libro bianco del PCI, in «l’Unità», 14 ottobre 1963; G. Manzini, «Vieni da noi! Ascoltaci! Gridano i superstiti a Segni, in «Paese Sera», 14 ottobre 1963.

[18] Il Presidente Segni nelle zone del disastro accolto da una folla impietrita dal dolore, in «Il Messaggero»,14 ottobre 1963; S. Caputo, Segni reca la commossa solidarietà del Paese. “La giustizia che spetta allo Stato sarà fatta”, in «Il Popolo»,14 ottobre 1963.

[19] Il conforto di Segni ai superstiti, in «Corriere della sera», 14 ottobre 1963; P. Novelli, “Ci sarà giustizia” ha detto il presidente, in «Gazzetta del Popolo», 14 ottobre 1963; M. de Monte, Catastrofico bilancio a Firenze in Toscana e nelle Tre Venezie, in «Il Messaggero», 7 novembre 1966; G. Russo, Saragat conforta gli scampati “Si farà tutto quello che si potrà fare”, in «Corriere della sera», 17 gennaio 1968; Decisa risposta di Saragat ad un agitatore che protestava a vuoto, in «Il Messaggero», 17 dicembre 1968.

[20] Novelli, 1963.

[21] A.A. Rosa, Il giornalista: appunti sulla fisiologia di un mestiere difficile, in Storia d’Italia. Annali. Intellettuali e potere, Giulio Einaudi editore, Vol. IV, Torino 1981, pp. 1256-1257. Vedi: P. P. Pasolini, Lettera aperta al presidente della Repubblica, in «Corriere dell’informazione», 4 settembre 1975.

[22] L. Santagostini, Le dimissioni di Giovanni Leone nelle valutazioni della stampa, in «Annali di Storia moderna e contemporanea», Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano 2009, n. 15, pp. 29-35.

[23] V. Monti, Leone, Cossiga, Toros sul luogo del disastro. “Le case devono risorgere” dice la gente, in «Corriere della sera», 8 maggio 1976; G. Mayda, Si rivive la notte, in «La Stampa», 8 maggio 1976; L. Caracciolo, I primi soccorsi. Leone nel Friuli, 8 maggio 1976.

[24] Monti, 1976.

[25] Mafai, 1980.

[26] Rosa, 1981, pp. 1256-1257. Sul rapporto tra televisione e stampa, vedi: P. Murialdi, Storia del giornalismo italiano, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 239-302.

[27] R. Gallinari (a cura di), Discorsi e messaggi del Presidente della Repubblica Alessandro Pertini, Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica, Roma 2009, pp. 232-234.

[28] Archivio Storico della Presidenza della Repubblica (d’ora in poi ASPR), Scalfaro, Ufficio per la Stampa, Settore Agenzie, b. 348, serie I – Interventi – 29 settembre 1997.

[29] R. Pezzini, “Scalfaro troverà la piazza vuota”, in «Il Messaggero», 30 settembre 1997.

[30] R. A. Doro, I presidenti della Repubblica in Italia e Francia: trasformazioni radiotelevisive e protagonismo mediatico (1969-1981), in Orsina, Ridolfi, 2022, p. 277; F. Amoretti, D. Giannone, Verso una Presidenza mediatica? Il potere di moral suasion del Capo dello Stato dalla crisi della Prima Repubblica ad oggi, in «Comunicazione Politica», Il Mulino, Bologna 2016, Vol. 1, pp. 65-86.

[31] A. Musi, Il presidente nello specchio dei territori e delle regioni, in Cassese, Galasso, Melloni, 2018, p. 931.

[32] Botta, 2025, pp. 87-88.

[33] G. Tumiati, La silenziosa dolente visita del Presidente Segni ai feriti, in «La Stampa», 14-15 ottobre 1963.

[34] Kantorowicz, 1957.

[35] Vedi: La visita di Einaudi nelle zone piemontesi, in «La Stampa», 15 novembre 1951; Segni fra le desolate popolazione colpite dalla catastrofe della diga, in «La Stampa sera»; N. Adelfi, Viaggio di Saragat tra migliaia di profughi mentre nuove scosse terrorizzano l’isola, in «La Stampa», 17 gennaio 1968; G. Fedeli, Leone ha visitato i feriti “Tutta l’Italia è con voi”, in Giorgio Fedeli, in «Il Giorno», 8 maggio 1976; Padellaro, 1980. Stesso registro anche per la visita del papa Giovanni Paolo II: G. Quagliarotti, Papa Wojtyla con le lacrime agli occhi: “Non posso fare molto per voi”, in «Il Giornale d’Italia», 26 novembre 1980.

[36] Musi, 2018, p. 931.

[37] Ibidem.

[38] Padellaro, 1980.

[39] Sulla definizione di «gabbia dorata», vedi: M. Mastrogregori, Il fascino di una carica: la presidenza nel giudizio di storici, giuristi, politologi, giornalisti, in Cassese, Galasso, Melloni, 2018, pp. 789-791; G. Negri, La gabbia. Un romanzo del potere, Editalia, Roma 1992, p. 9.

[40] F. Borsato, I morti sarebbero 2500, in «Il Giornale d’Italia», 14-15 ottobre 1963; L. Locatelli, Saragat: “Coraggio ricostruiremo tutto”, in «Il Giorno», 17 gennaio 1968; Mafai, 1980; F. Amabile, Scalfaro: l’Italia unita aiuti chi soffre, in «La Stampa», 30 settembre 1997.
Sull’immagine del presidente “salvatore”, vedi: R. Girardet, Mythes et mythologies politiques, Éditions du Seuil, Parigi 1986, pp. 63-97.

[41] Gallinari (a cura di), p. 215, 9 novembre 1979.

[42] Mura, 2022, pp. 376-377; P. Carucci, Fonti per la storia della Presidenza della Repubblica, in «Le Carte e la Storia», Il Mulino, Bologna 2015, vol. 1, p. 182.

[43] R. Gallinari (a cura di), Discorsi e messaggi del Presidente della Repubblica. Giovanni Leone, Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica, Roma 2009, p. 364, 24 febbraio 1976.

[44] Ivi, p. 365.

[45] R. Gallinari (a cura di), Discorsi e messaggi del Presidente della Repubblica. Luigi Einaudi, Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica, Roma 2005, pp. 438-439, 31 dicembre 1951.

[46] ASPR, Servizio del Cerimoniale, Diario storico, Viaggio del Presidente della Repubblica e della Signora Einaudi in Sicilia, Calabria e Sardegna in occasione delle alluvioni (21-27 ottobre 1951), in www.quirinale.it, url consultato il 29/10/2025; G. Limiti, Il presidente professore: Luigi Einaudi al Quirinale, Luni Editrice, Milano 2020, pp. 138-139.

[47] Limiti, 2020, p. 98.

[48] Gallinari, 2005, pp. 282-283, 20 novembre 1951; pp. 284-300, 14 dicembre 1951.

[49] Gribaudi, 2020, cap. 4 ; Botta, 2020, pp. 169-181.

[50] A. Orecchio, La presenza del Capo dello Stato deve essere un impegno di giustizia, in «Paese Sera», 13 ottobre 1963; A. Co., Giustizia sia fatta!, in «l’Unità», 14 ottobre 1963.

[51] Botta, 2020, p. 62.

[52] Ivi, pp. 51-54; p. 62.

[53] Ivi, pp. 59-61.

[54] Borsato, 1963.

[55] G. Guidi, Sentenza per il Vajont: tre condanne a sei anni; cinque imputati assolti, in « La Stampa». Sulla vicenda: M Armerio, La tragedia del Vajont. Ecologia politica di un disastro, Giulio Einaudi editore, Torino 2023.

[56] Italy: Fear of revolt returns, in «The Observer», 14 dicembre 1969. Sulla vicenda, vedi: D. Conti, L’Italia di piazza Fontana. Alle origini della crisi repubblicana, Giulio Einuadi editore, Torino 2019.

[57] Conti, 2019, pp. 20-126; M. Franzinelli, Piano Solo. I servizi segreti, il centro-sinistra e il «golpe» del 1964, Mondadori, Milano 2010.

[58] Botta, 2025, pp. 82-86.

[59] ASPR, Leone, Ufficio Stampa, Telescriventi, b. 114, Udienze, Tornati a casa i bambini del Belice – 26 febbraio 1976.

[60] Doro, 2022, p. 278; Mastrogregori, 2018, p. 803.

[61] A. Ghirelli, Caro Presidente. Due anni con Pertini, Rizzoli, Milano 1981, pp. 56; 211-212.

[62] Gallinari (a cura di), 2009, pp. 232-234.

[63] A. Maccanico, Con Pertini al Quirinale. Diario 1978-1985, Il Mulino, Bologna 2014, 26 – 29 novembre 1980.

[64] Le parole che volevamo sentire, in «La Repubblica», 27 dicembre 1980.
Vedi anche: Il Quirinale e gli altri, in «La Stampa», 28 dicembre 1980.

[65] Ghirelli, 1981, p. 75.

[66] ASPR, Pertini, Ufficio Stampa, Telescriventi, b. 163, Udienze, Pertini riceve Zamberletti, 20 novembre 1981.

[67] Doro, 2022, pp. 260; 277-279 ; Mastrogregori, 2018, pp. 802-803.

[68] G. Orsina, Presidenti della Repubblica e trasformazione del politico negli ultimi cinquant’anni, in Orsina, Ridolfi, 2022, pp. 413-414.

[69]  M. Breda, “Nessuno è senza colpe. Ora esame di coscienza” , in «Corriere della sera», 10 aprile 2009.

[70] P. G. Brera, Leggi inattuate, ore un esame di coscienza, in «La Repubblica», 10 aprile 2009.

[71] Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla cerimonia inaugurale delle celebrazioni del 50° anniversario del terremoto della Valle del Belìce, in www.quirinale.it, url consultato il 29/10/2025.

[72] Gribaudi, 2020, cap. 4.

[73] Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione del cinquantenario dell’alluvione del 1968 nel Biellese orientale, in www.quirinale.it, url consultato il 29/10/2025.

[74] Intervento del Presidente della Repubblica in occasione del trentesimo anniversario dell’alluvione che colpì Alessandria e i Comuni della Regione Piemonte, in www.quirinale.it, url consultato il 29/10/2025. Vedi discorsi citati in note 2; 72.

[75] Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia commemorativa dell’alluvione dell’ottobre 2018 nella Regione Veneto, in www.quirinale.it, url consultato il 29/10/2025.

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Titolo: «Vi porto la solidarietà della Nazione»: le visite dei presidenti della Repubblica nelle zone colpite da calamità naturali
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Numero della rivista: n.25, giugno 2026
ISSN: ISSN 2283-6837

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