Select Page

Tra creazione artistica e ricostruzione storica: intervista a Elvira Mujčič

Tra creazione artistica e ricostruzione storica: intervista a Elvira Mujčič

Rovine di Sarajevo durante l’assedio alla città del 1992-1996.
Crediti: Hedwig KlawuttkeHedwig Klawuttke (german main account) – Opera propria, CC BY-SA 3.0, Collegamento

Abstract

A trent’anni dal genocidio di Srebrenica e dagli accordi di Dayton, che posero fine al conflitto serbo-bosniaco, Francesca Negri ha intervistato Elvira Mujcic, autrice del romanzo La stagione che non c’era (Guanda 2025). Mujic ci accompagna così nella complessità della creazione artistica e letteraria che vuole confrontarsi con i grandi fatti della storia e si fa strumento di ricostruzione e ricomposizione del processo che portò alla  dissoluzione della Jugoslavia alla fine degli anni Ottanta, al crollo del sogno di fratellanza e unità, al riemergere dei nazionalismi.

_________________________

Thirty years after the Srebrenica genocide and the Dayton Accords, which ended the Serbian-Bosnian conflict, Francesca Negri interviewed Elvira Mujcic, author of the novel La stagione che non c’era (Guanda 2025). Mujic takes us on a journey through the complexity of artistic and literary creation that seeks to confront the great events of history and becomes a tool for reconstructing and recomposing the process that led to the dissolution of Yugoslavia in the late 1980s, the collapse of the dream of brotherhood and unity, and the resurgence of nationalism.

La domanda di Sead risuonava martellante e
dolorosa: cosa resterà di noi? Ci saranno dei
reperti, delle tracce, qualcosa sopravviverà?
Che senso avrà?

 

Introduzione

L’intervista a Elvira Mujcic approfondisce i temi centrali del suo ultimo romanzo La stagione che non c’era (Guanda 2025). A trent’anni dal genocidio di Srebrenica e dagli accordi di Dayton, che posero fine al conflitto serbo-bosniaco, il romanzo ripercorre il processo che portò alla  dissoluzione della Jugoslavia alla fine degli anni Ottanta, al crollo del sogno di fratellanza e unità, al riemergere dei nazionalismi, attraverso lo sguardo smarrito e attonito dei due giovani protagonisti, Nene e Merima, che incarnano due visioni opposte del mondo, divisi tra ideologia e ricerca artistica; al loro si aggiunge lo sguardo innocente e straniante di Eliza, una bambina di otto anni, figlia di Merima. Sono anni di crisi politica, ma anche di grande fermento culturale, di energie nuove.   Il titolo allude a un’utopia mancata, a un tempo sospeso che non ha mai avuto la possibilità di realizzarsi pienamente, di strade di fatto inesplorate, interrotte dal precipitare degli eventi nel baratro della guerra.

L’autrice ci accompagna nella complessità della creazione artistica e letteraria che vuole confrontarsi con i grandi fatti della storia e  si fa  strumento di ricostruzione e ricomposizione, ma non nostalgica, di un mondo scomparso “per  salvarlo  il  più possibile dall’ombra dell’oblio”, un’operazione analoga a quella di  Nene che nel romanzo raccoglie  schegge, frammenti di quel mondo che sente dissolversi, cose di tutti i giorni ma che parleranno allo sguardo “di un archeologo futuro”.

Il romanzo si apre con il ritorno di Nene, giovane artista, nella sua città natale, nella Bosnia orientale, dopo cinque anni di assenza. Il tema antico del nostos — il ritorno in patria dell’eroe — qui segna un fallimento personale, che diventa anche presagio di un fallimento collettivo: quello del progetto socialista jugoslavo di fratellanza e unità, travolto, nel decennio successivo alla morte di Tito, da un drammatico susseguirsi di eventi e scelte politiche. Questo tuo ultimo romanzo sembra confrontarsi, ancora più dei precedenti e forse anche in modo più esplicito e diretto, con la storia, ponendo al centro della narrazione la dissoluzione di un mondo, la Jugoslavia, colta proprio nell’anno in cui quel mondo sta per precipitare nel baratro della guerra, il 1990. Cosa ti ha spinto a scegliere questo momento preciso della storia jugoslava?

Devo dire che la scelta del momento storico è stata innescata principalmente dalla mia curiosità verso la Jugoslavia, il suo sistema, ma soprattutto la sua atmosfera: la libertà o la mancanza di libertà, la vita quotidiana, la musica, l’arte. Per anni ho seguito tracce, indizi, ho interrogato a loro insaputa persone la cui esperienza mi sembrava significativa, le cui vite si erano svolte in quel Paese. Le risposte che ricevevo le prendevo ora con sospetto ora con devozione. Non ero mai certa se fidarmi delle convinzioni che mi arrivavano dalla mia famiglia ad esempio, poiché erano stati tutti socialisti e credevano fermamente nel progetto jugoslavo. Mi ripetevo che erano troppo ideologizzati per avere lo sguardo libero e sgombro. Non mi fidavo, però, nemmeno delle narrazioni che trovavano nella popolazione jugoslava una sorta di tara genetica che li portava a massacrarsi non appena si allentava il guinzaglio che li teneva buoni. Inoltre mi sembrava pure assurdo che quella parte del mondo venisse raccontata con la lente focalizzata unicamente sulla guerra degli anni Novanta, come se non ci fosse stato niente prima.

Quando ho iniziato a ricostruire quel tempo e quel mondo in realtà sono partita dalla metà degli anni Ottanta, perché erano anni interessanti, pieni di vita e di possibilità. Le città come Sarajevo erano luoghi di esplorazioni artistica, culturale, cinematografica di grande livello e avanguardia. La caduta del muro di Berlino ha significato un momento di enorme speranza, di febbrile vitalità nei giovani che credevano di essere sulla soglia di un mondo nuovo. Tutto questo aveva una sua portata emotiva, un trasporto immaginativo che, se visto con il senno di poi, consapevoli di cosa è successo dopo, arriva come un pugno allo stomaco.

Ecco, io volevo intercettare quella vita e seguirla per vedere come si è arrivati sulla soglia della guerra, come ha iniziato a disgregarsi pezzetto dopo pezzetto un’utopia. E questo lo si può fare solo nel tempo del “prima”, perché è nel “prima” dei grandi eventi che accadono davvero le cose importanti, nei chiaroscuri dei momenti di transizione germogliano le trasformazioni umane, sociali e politiche, si crea il terreno per lo Zeitgeist dell’epoca. Penso che quel lasso di tempo e quell’angolo di spazio siano i più importanti della storia delle cose umane, è lì che è ancora tutto possibile.

La crisi che attraversano Nene e Merima, i due giovani protagonisti della storia, riflette quella di una generazione intera, smarrita di fronte al crollo del mondo in cui sono nati e a cui sentono di appartenere. Entrambi vivono questa frattura, ma in modi diversi e spesso opposti. Puoi raccontarci come hai costruito il loro rapporto e in che misura la loro crisi  diventa lo specchio di un’epoca?

Il personaggio di Merima si è palesato facilmente perché quel tipo di tensione mi era familiare: il Partito, la convinzione di poter cambiare il mondo attraverso l’esercizio della politica, una certa miopia ideologizzata e una rigidità di pensiero, ma anche la fiducia incrollabile nei valori e nelle utopie jugoslave. Al netto di tutto questo, mi rendevo conto che non era uno sguardo sufficiente a raccontare un Paese e le sue ambiguità, mi ci voleva un altro tipo di visione per poter abbracciare un orizzonte più ampio. Mi ero chiesta chi potesse incarnare quella visione più critica, più anarchica, più sperimentale e lì ho compreso che era un artista quello che andavo delineando.

Nene e Merima incarnano due modi di stare al mondo che mi affascinano molto, ma che sono molto diversi: l’arte e la politica, la libertà e l’ideologia, il personale e il collettivo, il dentro e il fuori. Merima è convinta che l’esercizio della politica da parte del popolo possa incidere sulla realtà circostante e non si arrende mai; anche quando tutti gli altri abbandonano la nave, lei si adopera per inventare soluzioni, pronta a schiantarsi contro il muro della Storia. È un personaggio donchisciottesco.

Nene, d’altro canto, è sempre esitante, incerto sulla strada da prendere, ma capace di sentire la fine meglio di Merima, perché l’arte intercetta le correnti sotterranee e inconsce della società con maggiore precisione. Non avendo a disposizione la praticità dell’attivismo politico, per contrastare i timori e i tremori dell’epoca fa l’unica cosa che può fare un artista: immaginare di trasferire in un’opera d’arte il mondo e il tempo che stanno per svanire.

La loro generazione però è fatta anche di altro, non solo artisti, anarchici, socialisti, ma ci sono anche coloro che iniziano a essere affascinati dal nazionalismo, che si imbrigliano sempre più nelle questioni identitarie. Ho cercato di raccontare la gioventù e l’infanzia con tutto il carico di vitalità, passione, contraddizione, ricerca, incertezza tipici dell’età, ma qui collocati sul finire di un Paese.

Nel romanzo invenzione narrativa e fatti storici si intrecciano fino a confondersi: compaiono stralci di brani radiofonici e televisivi dell’epoca, titoli di giornali come quello emblematico “Lo stadio Maksimir contro la Jugoslavia” attraverso i quali si coglie l’evoluzione politica del paese . Quale funzione hanno questi inserti documentari nel testo? E che tipo di lavoro di ricerca e documentazione ha richiesto la scrittura di questo romanzo?

Attraverso i documenti della stampa dell’epoca sono riuscita a affrescare il momento storico senza pesare troppo sulla dimensione narrativa. Era una delle questioni principali che mi si poneva quando ho iniziato a immaginare il romanzo: come restituire la complessità del momento storico senza trasformare il racconto in un saggio o in una narrazione didattica? L’idea di ricorrere ai tele e radio giornali assieme agli articoli della stampa quotidiana mi è sembrato potesse funzionare, perché il linguaggio giornalistico ha una certa immediatezza che non richiede molte spiegazioni, perché permette di sintonizzarsi sull’attualità in maniera molto diretta. A questo punto rimaneva da recuperare i documenti dell’epoca che però non era proprio un compito facile e soprattutto non sapevo quanto tempo mi avrebbe richiesto. A volte succedono incredibilmente dei grandi colpi di fortuna e il mio è stato l’incontro con lo storico Alfredo Sasso che aveva appena finito di scrivere la sua tesi di dottorato sul periodo storico che io volevo raccontare e aveva passato alcuni anni nelle redazioni e negli archivi delle varie repubbliche dell’ex-Jugoslavia a raccogliere materiale, quindi possedeva un pozzo preziosissimo che mi ha generosamente ceduto subito, permettendomi di scegliere estratti più adatti alla mia storia.

Un elemento importante che attraversa tutto il romanzo è la cultura musicale della fine degli anni Ottanta in Jugoslavia: in molti luoghi del testo ricorrono riferimenti precisi a  canzoni, a gruppi rock e punk dell’epoca. Sappiamo d’altro canto quanto, di lì a poco, durante l’assedio di Sarajevo, la cultura abbia rappresentato una vera forma di resistenza civile, ci si ritrovava insieme per fare teatro e per sentire musica anche nelle fasi più drammatiche della guerra. Che ruolo ebbe, negli anni Ottanta, quella scena musicale e culturale per la generazione dei più giovani?

Gli anni Ottanta, dopo la morte di Tito, hanno rappresentato un momento di grande trasformazione e di rottura con un passato asfittico. Si era sempre più liberi, stavano nascendo gruppi satirico-comici cult come i Nadrealisti (Surrealisti) che hanno fatto la storia e sono tuttora tra le migliori cose televisive di quegli anni. La musica rock e punk, il cinema, le performance artistiche a Lubiana, Belgrado e Sarajevo erano correnti che attraversavano un momento di grande curiosità e sperimentazione. I confini del dicibile e del possibile si potevano spostare sempre più in là e aprire nuovi varchi, nuove forme di espressione. Erano anni di incertezze politiche e sociali, di grandi cambiamenti a livello mondiale, la caduta del Muro di Berlino stava producendo scosse importanti che entusiasmavano ma allo stesso tempo spaventavano. Ci si muoveva in quello spazio stretto che la citazione di Ivo Andrić in esergo al romanzo definisce in maniera perfetta: «Tra la paura che qualcosa accada e la speranza che infine non avvenga c’è molto più spazio di quanto si possa credere. In quella fessura angusta, dura, spoglia e oscura molti di noi ci passano la vita».

Nel romanzo affiora anche un evidente conflitto generazionale: da un lato i genitori di Merima e di Nene, che hanno vissuto la Seconda guerra mondiale e contribuito alla costruzione della Jugoslavia socialista; dall’altro i figli, nati negli anni Sessanta, come Nene e Merima, che di quel mondo vedono solo la crisi e la fine.  Come si delinea, secondo te, questa contrapposizione tra due visioni della storia e del futuro?

Penso che l’incomprensione intergenerazionale sia la più grande e duratura incomprensione del genere umano. I vecchi non riescono mai a capire i giovani e i giovani non perdonano mai nulla ai vecchi. Nel contesto jugoslavo di fine anni Ottanta questa incomprensione si acuisce ancor di più perché la trasformazione è così repentina da non dare il tempo nemmeno di trovare un linguaggio comune per raccontarla. La rigidità e la seriosità di un sistema fermo e definitivo come era il socialismo jugoslavo subito dopo la Seconda guerra mondiale sono viste dai giovani come una gabbia. Allo stesso tempo però le visioni che hanno Nene e Merima del momento storico sono diverse, sono fortemente determinate dai mondi a cui appartengono, uno all’arte, l’altra alla politica. Infatti Merima non vede la fine della Jugoslavia, non vede la fine di niente, tanto che Nene insinua che abbia dei seri problemi nell’accettare l’idea che le cose finiscono, che siano l’amore, il Partito o il Paese.

Oltre a Nene e Merima, un’ altra  protagonista del romanzo è Eliza, la figlia di Merima, una bambina di nove anni che aggiunge un altro punto di vista, quello straniante dell’infanzia che guarda al mondo degli adulti  e che, pur non avendone consapevolezza, vive il dramma storico del suo paese in prima persona nel suo dolore personale per  l’assenza del padre.  Eliza è l’unico personaggio che nel romanzo parla in prima persona; attraverso la scrittura del suo diario  permette al lettore di cogliere le mistificazioni e le ipocrisie del mondo adulto e  l’assurdità delle vicende che si vanno preparando. Come è nato questo personaggio? C’è anche qualcosa di autobiografico in Eliza?

Prima ancora di sapere che tipo di romanzo volevo scrivere, l’unica cosa che avevo in testa era il personaggio di Eliza, o meglio avevo in testa di voler costruire un personaggio a partire da una serie di ricordi, immaginazioni e sensazioni della mia infanzia. Nel corso della mia vita, complice forse anche il fatto di avere una lingua madre che è rimasta legata soprattutto all’infanzia, ho sempre custodito e nutrito un rapporto molto stretto con la bambina che sono stata e questo mi ha permesso di portare avanti una memoria molto ramificata della mia esperienza da piccola. La certezza con cui ho creduto vere cose che solo da adulta ho scoperto di essermi inventata mi affascinava moltissimo e mi faceva ritornare spesso a cercare un dialogo con questa bambina.

Allo stesso tempo ne avevo anche paura, soprattutto nella fase iniziale di scrittura, tanto che nella prima versione del manoscritto Eliza, come tutti gli altri, era in terza persona. Ho dovuto prima addomesticarla con la terza persona per evitare che debordasse sulla pagina.

Nel finale gli eventi precipitano; la guerra si annuncia nel rombo sordo  e rovinoso di una alluvione che travolge tutto nel fango e fa naufragare i sogni dei tre protagonisti. In quest’ottica, il titolo La stagione che non c’era  sembra alludere a un tempo sospeso, a qualcosa che avrebbe dovuto essere e non è mai stato.  Puoi spiegarci meglio il significato di questo titolo?

Ripensando al progetto jugoslavo di un Paese fatto di pluralità, di differenze, di meticciato uniti in un senso di appartenenza comune e fratellanza e sorellanza, ho pensato che fosse proprio il tentativo di inventare una nuova stagione, qualcosa che non c’era e che non ha fatto in tempo a compiersi nemmeno lì. Questa sensazione di atto mancato, di impossibilità di compimento riecheggia anche nelle vite personali dei miei protagonisti: la ricerca del padre di Eliza si interrompe bruscamente con un’ernia, la costruzione della mostra di Nene deve vedersela con un’alluvione, l’attività inarrestabile di Merima per opporsi alla guerra si infrange contro la realtà, la tensione amorosa tra Nene e Merima resta sospesa e rimandata a un dopo che forse non arriverà mai.

Nene è ossessionato dall’idea  della perdita: la perdita di un mondo che sente svanire sotto i propri piedi. Da questa inquietudine nasce il suo progetto artistico, raccogliere oggetti e frammenti del presente, quasi a salvarli per un futuro “archeologo” che, ritrovandoli,  possa essere in grado di ricostruire il mondo a cui appartenevano. C’è un’analogia tra la sua operazione artistica e la tua scrittura?

Come ogni personaggio, Nene è molte cose e mi ha permesso di esplorare e di comprendere meglio che cosa significhi per me la creazione artistica o letteraria che sia. Grazie al suo personaggio ho realizzato quanto negli anni la scrittura mi sia servita per ricostruire, ricucire o inventare mondi alternativi, proseguire vite e futuri che erano stati unicamente immaginati poiché interrotti prima di poter giungere a compimento. Così come Eliza incarna anche la bambina che sono stata, Nene rappresenta anche la mia parte adulta, il mio punto di vista da scrittrice su quella storia. Ci ho messo molto tempo prima di trovare la sua angolatura di sguardo, poiché non  volevo che nessuno dei personaggi avesse una consapevolezza a posteriori, volevo che ciascuno di loro fosse nel bel mezzo del momento presente, nel pieno della Storia che si sta facendo, però desideravo che almeno uno degli sguardi avesse la capacità di astrazione, di immaginazione e di ideazione. Man mano che pensavo il progetto artistico di Nene e ricercavo i “pezzi” per la sua mostra su un Paese sul punto di scomparire, mi rendevo conto che stavo costruendo il mio romanzo, stavo rispondendo alle mie domande. L’opera di Nene trascende i confini dell’installazione artistica, investe e abbraccia tutto ciò che lo circonda e va di pari passo con la mia costruzione del romanzo, entrambi hanno lo stesso desiderio e la stessa missione: salvare il più possibile dall’ombra dell’oblio con l’aiuto dell’infanzia che ci portiamo dentro.

Dati articolo

Autore: and
Titolo: Tra creazione artistica e ricostruzione storica: intervista a Elvira Mujčič
DOI: 10.52056/9791257011321/18
Parole chiave: , , , ,
Numero della rivista: n.24, dicembre 2025
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo:
and , Tra creazione artistica e ricostruzione storica: intervista a Elvira Mujčič, in Novecento.org, n.24, dicembre 2025. DOI: 10.52056/9791257011321/18

Didattica digitale integrata