La funzione educativa del museo: l’esempio “Vite di IMI” a Roma
Campo di internamento per militari italiani catturati dai tedeschi dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943. Foto di propaganda di guerra nazista proveniente dal Deutsches Bundesarchiv, firmata “Schwahn”.
Crediti: Bundesarchiv, Bild 183-J30385 / Schwahn / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, Collegamento
Abstract
Per la formazione delle nuove generazioni è fondamentale soffermarsi a indagare i modi e le azioni, i travagli interiori di fronte all’ingresso del nuovo e, nei percorsi di formalizzazione del sapere, poter ancorarsi costantemente alle esperienze e alle conoscenze della realtà. Il problema della memoria in campo formativo è una vera sfida per avviare un processo di riflessione e di categorizzazione dell’esperienza, per non depauperare il presente storico connetterlo alla storia passata, in modo da non perdersi nell’indifferenza del presente. Il Museo Vite di IMI – Percorsi di vita dal fronte di guerra ai lager nazisti 1943-1945, a Roma, propone di testimoniare la memoria, onorarla con obiettività non scevra da una indispensabile passione. Le sale del museo sono aule decentrate, luogo di studio per aprire uno spazio di conoscenza per la formazione del cittadino consapevole. Un Museo che è soprattutto luogo di insegnamento dei principi morali, dei valori imprescindibili dai quali è nata la Costituzione italiana che, finora, è riuscita a garantirci il bene supremo a cui abbiamo il diritto di aspirare insieme alle nuove generazioni, cioè la pace. La comunicazione che il museo instaura con i giovani studenti si qualifica come un dialogo, in cui fondamentale diventa il momento dell’ascolto, della restituzione di senso da parte dello stesso visitatore.
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When it comes to educating the younger generations, it is essential to take the time to explore the ways and means, the inner struggles faced when encountering something new, and, in the process of formalising knowledge, to remain constantly grounded in real-life experiences and an understanding of reality. The issue of memory in the field of education presents a real challenge in initiating a process of reflection and categorisation of experience, so as not to impoverish the historical present but to connect it to past history, thereby ensuring we do not lose ourselves in the indifference of the present. The IMI ‘Vite’ Museum – Life Journeys from the War Front to the Nazi Concentration Camps 1943–1945, in Rome, aims to bear witness to memory, honouring it with objectivity, yet not without an indispensable passion. The museum’s galleries are decentralised classrooms, places of study designed to open up a space of knowledge for the education of informed citizens. A museum that is, above all, a place for teaching moral principles and the essential values from which the Italian Constitution was born; a Constitution which, to date, has succeeded in guaranteeing us the supreme good to which we have the right to aspire, together with the younger generations: namely, peace. The communication that the museum establishes with young students takes the form of a dialogue, in which the act of listening and the visitor’s own interpretation of meaning become fundamental.
Conoscere la realtà storica per formare le nuove generazioni
Il problema della memoria in campo formativo è una vera sfida per avviare un processo di riflessione e di categorizzazione dell’esperienza, per non depauperare il presente storico ed ancorarlo al passato, in modo da non perdersi nell’indifferenza. Per la formazione delle nuove generazioni è fondamentale soffermarsi a indagare i modi e le azioni, i travagli interiori di fronte all’ingresso del nuovo e, nei percorsi di formalizzazione del sapere, poter connettersi costantemente alle esperienze e alle conoscenze della realtà.
I docenti non sono meri ‘trasmettitori’ di conoscenze e di saperi, ma occorre che operino anche come ‘agenti del cambiamento’, che accompagnino gli studenti lungo i sentieri formativi in vista di un apprendimento che consenta loro di navigare in una realtà incerta e imprevedibile; un apprendimento che “conduca fuori” la consapevolezza di sé e la responsabilità delle proprie azioni, che duri lungo tutto l’arco della vita, che dia a tutti e a ciascuno la possibilità di avere il controllo delle proprie scelte senza lasciare indietro nessuno[1]. In tale direzione assumono rilevanza i valori come… (direi quali), in particolar modo per la costruzione del senso di comunità. Va considerato, inoltre, il fatto che, mentre la comunità degli storici ha sviluppato da tempo un alto grado di introspezione e di riflessione sui fondamenti e, soprattutto, dell’utilità della disciplina, i pedagogisti recentemente si stanno occupando, e riflettendo, sull’ importanza che l’intenzione pedagogica ha in tutti i sistemi sociali.[2] Tra le abilità richieste nei contesti scolastici plurali in cui la multiculturalità si presenta secondo caratteristiche diverse (culturali, sociologiche, valoriali, pratiche), è necessaria, infatti, la capacità di acquisire una competenza di studio e ricerca che favorisca la riflessione sull’esperienza ed elevi la pratica educativa e didattica a oggetto di analisi rigorosa nei percorsi di formalizzazione del sapere. Occorre, pertanto, riferirsi costantemente alle esperienze e alle conoscenze della realtà della vita scolastica in cui esse si formano e si radicano. Ma è ancor più necessario scavare alle radici degli atteggiamenti e delle idee che hanno avviato la storia e le molteplici narrazioni di negazioni, resistenze culturali, ossessioni identitarie, ancora drammaticamente presenti nelle nostre realtà sociali sempre più plurali.
Quanta carica formativa c’è dietro la riflessione dei fenomeni umani del passato? Non esisterebbe conoscenza senza conoscere, ed è la correttezza procedurale del processo conoscitivo che giustifica e convalida il valore culturale e operazionale del sapere umano. Come afferma Dewey[3] la conoscenza è il capitale del lavoro, la risorsa indispensabile per ulteriori apprendimenti. Ogni attività di apprendimento dovrà permettere agli studenti di appropriarsi delle conoscenze trasmesse dalle generazioni precedenti. La storia va conosciuta e deve essere patrimonio di ognuno di noi e coltivare la memoria è un valore etico a cui non ci si può sottrarre. Attraverso la storia l’educazione è in grado di svelare all’individuo l’intima profondità che i vissuti custodiscono in sé. Il nesso tra educazione e vita passata attraverso la cultura, tramite la possibilità di simbolizzare, di connettere la propria esperienza a quella degli altri, di storicizzare la vicenda del singolo per inserirla in un contesto più ampio. É attraverso la cultura che la vicenda individuale si ricollega al patrimonio collettivo, vivificandolo, ma essendone, a sua volta, illuminata nei suoi molteplici aspetti.[4]
La funzione educativa del museo
Il museo è oggi uno dei luoghi privilegiati per incontrare il passato in pubblico: rappresenta un’istituzione capace di realizzare concretamente fenomeni di democratizzazione della cultura e garantisce a ciascun individuo il diritto a non essere escluso. In tal modo esso può favorire l’apprendimento poiché contiene, funzionalmente organizzato, l’insieme delle risorse culturali ereditate dal passato che le comunità scelgono di preservare e trasmettere, agendo come dispositivi della memoria e dell’identità e che concorrono, tutte insieme, al processo di inculturazione.[5]
I musei e i luoghi della cultura, in forza della capacità interpretativa che sono in grado di esprimere, si propongono come soggetti estremamente attendibili, contribuendo all’elaborazione di visioni sociali su fenomeni complessi che coinvolgono l’intera società. In tal senso, l’educazione costituisce un’occasione per sfuggire dal conformismo e orientare lo sguardo di ogni uomo e ogni donna nella direzione del rispetto della vita e della dignità umana, dell’uguaglianza dei diritti, della giustizia sociale, della diversità culturale, della solidarietà internazionale e della responsabilità condivisa per un futuro sostenibile.[6]
Il valore formativo del museo, la funzione della visita museale, il rapporto scuola-museo, il ruolo degli educatori, consentono di esplicitare la dimensione processuale dell’azione didattica come capacità di pensare, valutare, ri-pensare. Il concetto di “valenza educativa” consente di condurre la riflessione pedagogica “dentro” il museo e nello specifico, nelle relazioni che proprio all’interno dello spazio museo si vengono a creare.[7]
Il museo, ma lo stesso concetto potrebbe essere esteso a tutto il patrimonio culturale, può essere e può diventare uno spazio in cui progettare e costruire interventi educativi inclusivi, diviene titolare del principio di equità sociale e promotore del benessere bio-psico-sociale del singolo individuo e dell’intera comunità, secondo una prospettiva di welfare culturale.[8] La comunicazione che il museo instaura con i giovani studenti si qualifica come un dialogo, in cui fondamentale diventa il momento dell’ascolto, della restituzione di senso da parte dello stesso visitatore.[9]
Il museo Vite di IMI a Roma
La medesima sfida viene proposta dal Museo Vite di IMI – Percorsi di vita dal fronte di guerra ai lager nazisti 1943-1945, a Roma. Un Museo che è soprattutto luogo di insegnamento dei principi morali, dei valori imprescindibili dai quali è nata la Costituzione italiana
Per lungo tempo le vicissitudini e la condotta dei circa 650 mila militari internati,[10] dopo l’8 settembre 1943, sono rimaste in ombra, malgrado il numero dei caduti e le sofferenze patite da tutti loro, nonché la resistenza morale e civile opposta alla privazione della libertà.[11] Essendosi rifiutati, infatti, di collaborare con il nazi-fascismo, vennero inviati nei lager del Terzo Reich dove vissero per 20 mesi in condizioni disumane, sottoposti a privazioni e lavoro coatto. Cinquantamila morirono.[12]
L’esperienza e i dati raccolti a livello locale, dalle schede biografiche ai materiali iconografici, dalle testimonianze alle fonti d’archivio, confluiscono progressivamente nel database centrale, consentendo una ricostruzione più ampia, accurata e documentata della storia degli IMI. Questo processo di integrazione tra memoria locale e memoria nazionale, oltre ad arricchire la ricerca storica, rappresenta un’occasione concreta di riflessione sui valori universali della libertà e della democrazia, principi fondanti della Costituzione italiana.[13]
La ricca documentazione presente nel museo rende immediatamente percepibile e comunicativa la dimensione partecipativa rivolta alle nuove generazioni. L’esposizione si articola sostanzialmente in sette sale e uno spazio esterno. L’entrata da via Labicana dà accesso diretto alla sala di ingresso che è contemporaneamente sala di prima accoglienza e sala espositiva in cui i visitatori possono conoscere il tema trattato, il contesto storico e le informazioni necessarie alla migliore comprensione delle sale successive. Lo spazio, oltre al desk per la reception, propone infatti già i primi schermi espositivi che consentono di navigare nell’archivio digitale dell’Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia-ANRP, visualizzare schede biografiche e collegare i nomi ai luoghi di internamento, oltre a materiale grafico e didascalico stampato ed esposto a parete. Le successive quattro sale costituiscono la vera e propria esposizione in cui si alternano diversi dispositivi: teche per la messa in mostra di oggetti, documenti, opere d’arte realizzate dagli stessi internati, effetti personali e altre testimonianze materiali appartenute agli IMI; schermi per la riproduzione di documenti multimediali; q-r code da inquadrare con i dispositivi mobili (cellulari e tablet) in modo da potersi collegare immediatamente al sito del museo e approfondire. La sesta sala è, infine, sia la stanza conclusiva del percorso, con una serie di filmati che documentano gli ultimi sviluppi e aggiornamenti sulla tematica affrontata, sia il foyer della successiva sala conferenze.
Il progetto si fonda su alcuni principi, elaborati in seguito a un’analisi approfondita delle esigenze della committenza e dei requisiti da rispettare. Innanzi tutto, la reversibilità: le strutture, infatti, sono smontabili in qualsiasi momento e la loro realizzazione (con sistemi esclusivamente a secco e senza l’intervento sulle murature preesistenti) non ha compromesso in alcun modo lo stato dei luoghi, così come si presentavano al momento dell’inizio dell’allestimento. Si tratta infatti di un ex caserma militare, edificata nel 1751 su “magazzini militari” di epoca romana, in condizione di abbandono, che il Ministero della Difesa ha dato in concessione nel… con possibilità di bonifica e restauro dei locali.
L’idea per l’allestimento della mostra nasce dallo studio dell’esperienza personale di molti IMI che hanno trasmesso la loro testimonianza attraverso il proprio racconto e spesso attraverso diverse forme d’arte. Soprattutto da queste ultime emerge l’orrore crudo e tagliente dell’internamento: la privazione della libertà, la costrizione del campo, il lavoro forzato, gli stenti, la perdita della propria dignità, la morte. Tutto ciò per difendere una scelta di resistenza, un “No!” pagato nella maggior parte dei casi con il prezzo più alto. La frase estrapolata da una delle poesie di Franco Mazzanti, IMI deportato in un lager nazista, riassume le immagini più frequenti riscontrabili fra le espressioni artistiche e le opere d’arte a noi pervenute, ma anche fra i ricordi di tutti i sopravvissuti: «il ferro, come materia ma anche come sensazione, come suono sordo, come freddo tagliente, come morte; il legno delle baracche, rifugio inefficace; il silenzio e la rassegnazione di anime morenti».[14]
Gli spazi espositivi dovevano necessariamente contenere l’eco di quelle stesse sensazioni e questa volontà ha guidato l’ideazione e il disegno delle strutture espositive e il loro inserimento nei locali assegnati, in modo che esse stesse potessero essere degli elementi formali fortemente caratterizzati e che potessero dare coerentemente una chiave di lettura all’intero percorso espositivo. Ogni sala doveva essere, già di per sé, una composizione figurativa con il proprio disequilibrio fra luce e materia, capace di trasmettere l’intenzione di un messaggio semplicemente attraverso l’esperienza visiva e spaziale. L’architettura della mostra si risolve nella reiterazione di un modulo strutturale in ciascuna sala, che è di supporto alle funzioni del percorso espositivo ma è dotato, allo stesso tempo, di una grande carica espressiva; la cui forte caratterizzazione lo rende capace di strutturare il percorso e di scandire i diversi momenti della mostra. Si tratta di una scultura realizzata mediante l’assemblaggio di numerosi tubi di ferro verniciati di nero, in una logica di pesi sovvertita, cioè creando un addensamento di tubi maggiore man mano che ci si solleva dal pavimento. Alla stessa struttura si aggrappano gli elementi di arredo in legno, mascherando di fatto i pochi elementi verticali e creando di conseguenza l’illusione di un pesante intreccio metallico sospeso su delle scatole fluttuanti, a pochi centimetri dal pavimento. Man mano che la struttura si allontana da terra, le trame diventano sempre più grandi, i tubi sempre più numerosi e più lunghi, fino a raggiungere dimensioni molto importanti alla quota del soffitto. Di conseguenza le linee del modulo sembrano raccogliere gli oggetti, le pareti, la luce, gli sguardi dei visitatori da ogni angolo della sala per condurli al fulcro strutturale e figurativo dell’elemento. Esso esercita una grande forza dinamica, unificando lo spazio e condensandolo nel modulo espositivo, in cui si concentrano i contenuti principali dell’esposizione e le funzioni del percorso. Alla leggerezza della composizione si contrappone il peso della materia; il ferro nero, pungente, freddo, come si è già accennato, e il legno ruvido, grezzo, sfibrato. Il tutto è cristallizzato in un fermo-immagine, appena un istante prima dell’inevitabile collasso, di cui però si può immaginare l’effetto, del quale si può già sentire il rumore. Uno dei principali obiettivi della mostra è proprio il raggiungimento e il coinvolgimento dei più giovani, molti dei quali non sono ancora a conoscenza della storia degli IMI, attraverso la possibilità di visualizzare o ascoltare informazioni e permettere di filtrarle a seconda delle proprie conoscenze, fino al grado di approfondimento desiderato. Alla fine della mostra è presente, inoltre, una postazione telematica attraverso cui consultare sul web l’Albo degli IMI, ideato, sviluppato e continuamente aggiornato dall’ANRP, in base al costante lavoro svolto dalla stessa Associazione e da qualunque professionalità stia mettendo a disposizione della comunità il proprio lavoro di ricerca.
Conclusioni
Il Museo Vite di IMI, grazie alle positive e virtuose connessioni con le istituzioni e i soggetti che operano sul territorio permette una didattica attiva e partecipata, coinvolgendo i giovani con profonda competenza e infinita passione in molteplici e variegate attività formative della loro coscienza civile, propedeutiche alla conoscenza del passato per costruire un futuro migliore e sostenibile. In tale contesto si collocano le riflessioni raccolte dagli studenti di una classe dell’Istituto Superiore “Angelo Frammartino” di Monterotondo che, accompagnati dalla Dirigente scolastica e dai docenti Irene Cini e Sara Ventrone il 13 aprile 2022, hanno affermato che il percorso museale ha consentito loro la possibilità di approfondire le informazioni tratte dai libri scolastici, dandone forma e concretezza: un mezzo di apprendimento per non dimenticare realtà dolorose come quelle della seconda guerra mondiale che pensavano concluse ma che oggi sembrano ripetersi tragicamente in Europa.[15] E’ necessario scavare alle radici degli atteggiamenti e delle idee che hanno avviato la storia e le molteplici narrazioni di negazioni, resistenze culturali, ossessioni identitarie ancora drammaticamente presenti nelle nostre realtà sociali sempre più plurali e, in termini figurati, agenti come ombre nelle nostre scuole. Nella relazione con le storie di vita si impara a conoscere le persone, ci si inserisce nel campo esistenziale per generare, ove sia possibile, cambiamenti. La pedagogia, alla luce dei principi di una disciplina come la Public History, favorisce la comprensione e l’incontro fra persone di differente provenienza, di generazioni diverse e con memorie talvolta contrastanti per lo sviluppo di una nuova sfera pubblica.[16]
Riferimenti bibliografici
- Archivio ANRP, http://www.anrp.it, database consultato 2024
- G. Bandini, S. Oliviero, Public History of Education: una proposta operativa per costruire una comunità educante, in G. Bandini, S. Oliviero (a cura di), Public History of Education: riflessioni, testimonianze, esperienze, University Press, Firenze 2019,, pp.IX-XII.
- R. Biagioli, I significati pedagogici della scrittura e del racconto di sé, Liguori, Napoli 2015.
- J. Dewey, Democrazia e educazione, Anicia, Roma 2018.
- E. Grassia, Internati Militari italiani, Mursia, Milano 2023.
- F. Mazzanti, Poesie dal Lager 1943-1945, in http://www.anrp.it, database consultato 2024
- E. Nardi, La mediazione culturale nei musei: interpretazioni e ricerche, FrancoAngeli, Milano 2015.
- E. Nardi, Forme e messaggi del museo, FrancoAngeli, Milano 2011.
- A. Romano, Didattica e pedagogia del patrimonio culturale e dei musei, ETS, Pisa 2023.
- M. Sibilio, L’interazione didattica, Scholé, Brescia 2020.
- G. Tognon, Public History e Public Pedagogy. Storia e pedagogia, in G. Bandini, S. Oliviero (a cura di), Public History of Education: riflessioni, testimonianze, esperienze, University Press, Firenze 2019.
- R. Zucco, Fabiana Dadone, Ministro delle politiche giovanili, in visita al Museo “Vite di IMI”, in «Liberi» , n. 4-5, 2022, pp. 10-13.
Note:
[1] M. Sibilio, L’interazione didattica, Scholé, Brescia 2020.
[2] G. Bandini, S. Oliviero, Public History of Education: una proposta operativa per costruire una comunità educante, in G. Bandini, S. Oliviero (a cura di), Public History of Education: riflessioni, testimonianze, esperienze, University Press, Firenze 2019, pp.IX-XII.
[3] J. Dewey,, Democrazia e educazione, Anicia, Roma 2018.
[4] R. Biagioli, I significati pedagogici della scrittura e del racconto di sé, Liguori, Napoli 2015, p.12.
[5] Cfr. ICOM,_Defnizione di Museo, 2022.
[6] E. Nardi, La mediazione culturale nei musei: interpretazioni e ricerche, FrancoAngeli, Milano 2015.
[7] E. Nardi, Forme e messaggi del museo, FrancoAngeli, Milano 2011.
[8] A. Romano, Didattica e pedagogia del patrimonio culturale e dei musei, ETS, Pisa 2023.
[9] Ministero della Cultura, Welfare culturale, Linee guida 2021; Cfr. http://www.anrp.it, database consultato 2024.
[10] ANRP, Gli Italiani Militari Internati, dato aggiornato al 2024.
[11] «Qualsiasi fosse l’appellativo, i militari italiani, sin dal momento della loro cattura ma anche successivamente, dopo essere stati deportati in Germania, furono trattati alla stregua di traditori e così vennero indicati da buona parte dei cittadini tedeschi con i quali entrarono in contatto nei campi di prigionia o nei luoghi di lavoro» Cfr. E. Grassia, Internati Militari italiani, Mursia, Milano 2023, p. 70.
[12] Grassia, 2023, p. 70.
[13] G. Rochat, Le guerre italiane 1935- 1943, Einaudi 2008; ANRP, Associazione Nazionale Reduci della Prigionia, dall’Internamento e dalla guerra di liberazione, http://www.anrp.it, database consultato 2024.
[14] F. Mazzanti, Poesie dal lager 1943-1945, Archivio ANRP, http://www.anrp.it, database consultato 2024.
[15] R. Zucco, Fabiana Dadone, Ministro delle politiche giovanili, in visita al Museo “Vite di IMI”, in Liberi , n. 4-5, 2022, pp. 10-13.
[16] G. Tognon, Public History e Public Pedagogy. Storia e pedagogia, in G. Bandini, S. Oliviero (a cura di), Public History of Education: riflessioni, testimonianze, esperienze, University Press, Firenze 2019,, pp 25-40.

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