Select Page

Voci dal profondo: I sepolti vivi di Giacomo La Russa come prisma storico-culturale delle miniere siciliane

Voci dal profondo: <em>I sepolti vivi</em> di Giacomo La Russa come prisma storico-culturale delle miniere siciliane

Quel che resta della miniera Ciavolòtta.
Foto per gentile concessione di Floriana Bianca.

Abstract

Il romanzo I sepolti vivi di Giacomo La Russa, dedicato all’occupazione della miniera Ciavolòtta da parte dei minatori agrigentini nel 1954, si colloca nel crocevia tra narrazione letteraria e memoria storiografica. Attraverso la voce di Michelangelo Fanello, il libro restituisce le condizioni estreme di lavoro e lotta dei minatori siciliani nel Secondo dopoguerra, inserendosi nel dibattito sulla letteratura come fonte storica e culturale. La vicenda, ancorata a un contesto di crisi economica e tensioni sociali, illumina la dimensione antropologica e simbolica del lavoro minerario, offrendo un contributo imprescindibile alla ricostruzione delle identità locali e della memoria collettiva.

________________________

Giacomo La Russa’s novel “I sepolti vivi” (The Buried Alive), dedicated to the occupation of the Ciavolòtta mine by miners from Agrigento in 1954, lies at the crossroads between literary narrative and historiographical memory. Through the voice of Michelangelo Fanello, the book recounts the extreme working conditions and struggles of Sicilian miners in the post-war period, contributing to the debate on literature as a historical and cultural source. The story, set against a backdrop of economic crisis and social tension, sheds light on the anthropological and symbolic dimensions of mining, offering an essential contribution to the reconstruction of local identities and collective memory.

double blind peer review double blind peer review Questo articolo è stato sottoposto a revisione in doppio cieco (double blind peer review)

Introduzione

Il lavoro letterario di Giacomo La Russa, I sepolti vivi. La rivolta della Ciavolòtta, si inserisce con forza nel panorama degli studi che riflettono sul rapporto tra memoria e narrazione, tra letteratura e storiografia, tra vissuto individuale e costruzione collettiva dell’identità.[1] In un contesto in cui la vicenda dei minatori siciliani del Secondo dopoguerra è stata a lungo trascurata o confinata a saggi specialistici[2] e a memorie frammentarie,[3] il romanzo si propone come uno strumento di rigenerazione della memoria che trasforma la sofferenza e la resistenza di quei lavoratori in materia viva di racconto e riflessione. La narrazione prende le mosse da un episodio preciso, ovvero l’occupazione della miniera di zolfo agrigentina della Ciavolòtta nel luglio del 1954, quando ventisette minatori licenziati dall’amministrazione mineraria decisero di chiudersi sottoterra per cinque mesi, trasformando la disperazione in gesto politico e lasciando un’impronta indelebile nella memoria del territorio agrigentino.[4] Attraverso la voce narrante del minatore Michelangelo Fanello, detto Michilà, l’autore ricostruisce dall’interno le condizioni materiali ed emotive dell’occupazione, restituendo non solo i dettagli concreti della vita mineraria, ma anche le tensioni psicologiche, la solidarietà comunitaria, le speranze di riscatto che animarono quell’atto estremo. La Russa si muove così entro un confine poroso tra invenzione narrativa e ricerca storiografica, coniugando precisione documentaria e capacità evocativa. Questo approccio consente di riflettere su come la letteratura possa farsi strumento critico per comprendere la realtà storica, non limitandosi alla registrazione dei fatti ma restituendone la dimensione umana, esistenziale e simbolica. Il romanzo diventa quindi un prisma attraverso cui leggere la vicenda delle miniere siciliane tra il 1945 e il 1960, periodo segnato da scioperi, occupazioni e crisi strutturali di un settore destinato a un rapido declino.[5] In questo senso, I sepolti vivi non è solo un testo letterario, ma anche un contributo alla storiografia culturale, capace di riportare al centro della scena esistenze altrimenti condannate al silenzio.

 

La Sicilia mineraria nel Secondo dopoguerra

 La storia delle miniere di zolfo in Sicilia affonda le sue radici in un passato remoto,[6] ma nel Secondo dopoguerra assunse una fisionomia particolare, legata alla crisi del settore e alle tensioni sociali che essa generò.[7] Le province interne dell’isola – in particolare Caltanissetta, Enna e Agrigento – erano ancora profondamente segnate dalla presenza delle zolfare, che per secoli avevano rappresentato una delle principali risorse economiche della regione.[8] Il lavoro minerario, tuttavia, era caratterizzato da condizioni di estrema durezza: i minatori scendevano per turni massacranti in ambienti malsani, privi di sicurezza e di tutele sindacali adeguate, esposti a crolli, esplosioni di grisou, malattie professionali e a un ritmo di sfruttamento che logorava corpi e menti.[9] A ciò si aggiungeva la piaga del lavoro minorile, con i carusi costretti a portare a spalla i sacchi di zolfo in età giovanissima,[10] testimoniando l’arretratezza di un modello produttivo che resisteva all’ingresso delle tecniche industriali moderne.[11] Dopo la Seconda guerra mondiale, l’apertura del mercato internazionale e la concorrenza dello zolfo americano resero il settore sempre meno competitivo, provocando licenziamenti, chiusure di miniere e tensioni crescenti nelle comunità locali.[12] Gli anni che vanno dal 1945 al 1960 furono segnati da scioperi, manifestazioni, occupazioni simboliche, che da un lato esprimevano la rabbia dei lavoratori, dall’altro si nutrivano della speranza di un futuro diverso, fondato sul riconoscimento della dignità operaia e sull’inserimento della Sicilia nel quadro delle lotte sociali nazionali. La rivolta della Ciavolòtta si colloca esattamente in questo scenario: essa non fu un episodio isolato, ma il culmine di una tensione sociale stratificata da decenni,[13] che nascondeva alle sue radici sfruttamento, silenzio e marginalità. La letteratura, nel raccontare tali vicende, svolge oggi la funzione di amplificare la voce dei minatori e di inscriverla nel più ampio discorso sulla modernizzazione mancata del Mezzogiorno.

 

La miniera Ciavolòtta: epicentro di una rivolta

Il luglio del 1954 segna un punto di svolta nella storia del lavoro minerario in Sicilia.[14] A Favara, nel cuore dell’agrigentino, ventisette minatori licenziati decisero di occupare la miniera della Ciavolòtta, serrandosi al suo interno e dando vita a una protesta destinata a durare cinque mesi. Questo atto, che la lingua popolare definì “sirràta”, non fu soltanto un gesto disperato di resistenza, ma un’azione carica di significati politici e simbolici. La scelta di chiudersi nelle viscere della terra ribaltava il rapporto tra i proprietari e i lavoratori: non erano più i padroni a imporre le condizioni di sfruttamento, ma i minatori stessi a trasformare lo spazio della fatica quotidiana in luogo di lotta e di testimonianza. La vicenda suscitò attenzione a livello locale e nazionale,[15] attirando giornalisti, politici, sindacalisti, ma soprattutto coinvolgendo le famiglie e l’intera comunità di Favara, che sostennero dall’esterno la resistenza dei sepolti vivi. La Russa recupera questo episodio con la forza di una scrittura che unisce documentazione e invenzione, collocando al centro la voce di Michilà, narratore-protagonista che guida il lettore attraverso i cunicoli bui della miniera e al tempo stesso attraverso i meandri della coscienza collettiva.

«Dobbiamo dire tutto, partire dalla radice, dal fondo delle cose», ci ripeté Peppe Stincone battendo con la mano aperta sul carrellino rovesciato Eravamo seduti per terra, sulle nostre coperte. «Non dobbiamo parlare solo di noi e del nostro licenziamento. Non siamo qui per noi, ma per tutti, anche per quelli che non lo sanno o non lo capiscono ancora. Forza, scrivi, Michilà!». Ci mettemmo a lavorare. La citulèna illuminava a stento il retro del foglio di licenziamento su cui stavo chinato. Stincone dettava, si alzava, correggeva. Io facevo qualche osservazione, mentre Carmelo Benivegna si limitava ad assentire. Ogni tanto dicevo «un attimo, un attimo solo» per la fatica che provavo a vedere sulla carta le parole che tracciavo. Alla fine, quando il documento fu pronto, lo rilessi e Stincone mi disse di ricopiarlo senza quelle cancellature, di farne una copia come si deve perché anche l’occhio, disse, vuole la sua parte e quei signori dovevano capire, anche da questo, con chi avevano a che fare. Presi un altro foglio di licenziamento, lo voltai e ci misi tutto me stesso a scrivere nella migliore grafia di cui fossi stato capace. […] Quando ebbi finito, lo richiamai. Lui venne, prese il foglio […] poi ci chiamò tutti quanti e mi disse di leggerlo ad alta voce. Io salii sul carrellino […] e cominciai. «Non stiamo combattendo solo per evitare il licenziamento […] non stiamo lottando solo per ottenere quanto ci spetta di diritto. Abbiamo perfettamente compreso le vostre intenzioni […] metterci con le spalle al muro, di fronte al fatto compiuto».[16]

La scelta di una prospettiva interna consente di rendere palpabile l’angoscia, la claustrofobia, la paura della morte, ma anche la determinazione e la dignità di chi decide di opporsi al destino imposto dall’alto. La Ciavolòtta diventa così un microcosmo emblematico delle tensioni sociali del Secondo dopoguerra, un epicentro che irradia significati ben oltre i confini di Favara e che si iscrive nel patrimonio della memoria operaia siciliana.

 

Dalla voce orale alla parola scritta: tradizioni popolari e memoria collettiva

Uno degli elementi di maggiore interesse nel romanzo di La Russa è il dialogo costante tra memoria orale e scrittura letteraria. La testimonianza di Michilà, minatore agrigentino, diventa la trama portante di una narrazione che si alimenta dei racconti dei protagonisti reali, delle loro parole trasmesse nel tempo, delle voci che hanno resistito alla scarsa attenzione riservata dalla storiografia alle fonti orali e alle testimonianze dirette dei lavoratori delle miniere, spesso escluse dalle narrazioni centrali sulla storia economica e sociale del Dopoguerra siciliano.

«Da oggi», disse riempiendoci di piacere, «tutti i lavoratori di questa nazione dovranno guardarvi con ammirazione. Sarete per loro un grande esempio. Un esempio di coraggio, determinazione, fede». Poi continuò aggiungendo che il partito stesso intendeva, a suo nome, ringraziarci per quello che avevamo fatto, per i sacrifici che avevamo affrontato, perché rappresentavamo la garanzia di quanto il mondo proletario fosse ancora vivo, energico, desideroso di lottare per l’affermazione dei suoi diritti. Certo, precisò subito dopo, con la nostra azione eravamo arrivati al punto da infrangere la legge, da violare la proprietà privata, da forzare l’ordinamento giuridico.[17]

In Sicilia, come in altre regioni minerarie, la memoria del lavoro e delle lotte è stata custodita per decenni soprattutto attraverso la tradizione orale: racconti familiari, canti popolari, storie tramandate nelle piazze e nelle associazioni o leghe locali.[18] La Russa si fa interprete di questo patrimonio, lo raccoglie e lo trasforma in letteratura, restituendogli dignità e permanenza. La trasposizione narrativa non cancella la specificità delle voci individuali, ma al contrario le valorizza, conferendo loro una risonanza che oltrepassa i confini del tempo e dello spazio. Così la memoria dei minatori non resta confinata all’ambito privato o locale, ma si proietta in una dimensione più ampia, diventando patrimonio condiviso. Questo processo evidenzia il ruolo della letteratura come strumento di trasmissione culturale:[19] non semplice intrattenimento, ma luogo in cui la memoria collettiva prende forma, si sedimenta, resiste all’oblio. In questo caso, la scrittura si fa atto politico e civile, in grado di contrapporsi al silenzio imposto dalla marginalità geografica e sociale della Sicilia mineraria.
La scelta di affidarsi a una voce narrante interna, che parla in prima persona, rafforza questo legame tra oralità e scrittura, ponendo il lettore in una condizione di immedesimazione e di partecipazione empatica alle vicende raccontate.

  

L’intenzionalità storiografica nella scrittura di Giacomo La Russa

Un altro degli aspetti più significativi di I sepolti vivi è la chiara intenzionalità storiografica che anima la scrittura di Giacomo La Russa. Pur muovendosi entro i confini della finzione narrativa, l’autore non nasconde la volontà di restituire una testimonianza storica precisa, fondata su documenti, memorie e dati reali. Il romanzo non è, dunque, una mera invenzione letteraria, ma si configura come un’opera che interroga le fonti e le rielabora in chiave narrativa, con l’obiettivo di restituire verità storica attraverso la forza del racconto. Questa scelta lo colloca in un filone ormai consolidato di riflessione, che riconosce alla letteratura la capacità di fungere da fonte storiografica complementare, capace di illuminare quegli aspetti della vita quotidiana che spesso sfuggono alle cronache ufficiali.[20] La Russa mostra piena consapevolezza del rischio di contaminazione tra verità e invenzione, ma rivendica al tempo stesso il diritto della scrittura a superare il dato fattuale per restituire la densità emotiva delle vicende. In questo senso, il suo romanzo non contraddice la storiografia, ma la integra, ampliandone i confini interpretativi. La scelta di raccontare l’occupazione della Ciavolòtta attraverso la voce di un minatore reale, trasfigurato in personaggio letterario, evidenzia questa intenzione: il narratore non è un osservatore esterno, ma un testimone diretto, che porta con sé l’autenticità della memoria e la traduce in parola scritta. Come già accennato, così facendo La Russa attribuisce dignità storica a un episodio e a una categoria sociale troppo spesso trascurati, costruendo un ponte tra la prospettiva più puramente storiografica e quella memoriale di chi ha vissuto in prima persona (o de relato) quel periodo e quegli eventi delle comunità locali.

 

La voce di Michelangelo Fanello (Michilà): autobiografia individuale e rappresentazione comunitaria

La scelta di affidare la narrazione a Michelangelo Fanello, detto Michilà, conferisce al romanzo un carattere di forte autenticità. Michilà è un minatore che parla in prima persona, rievocando le giornate passate sottoterra durante l’occupazione e offrendo al lettore un accesso privilegiato all’esperienza vissuta. La sua voce è intrisa di memoria autobiografica, ma non si riduce a un racconto individuale: essa diventa veicolo di una memoria collettiva, che trascende i confini del singolo e si estende a un’intera comunità di lavoratori e famiglie. Attraverso Michilà, La Russa riesce a far emergere il senso di appartenenza e di solidarietà che animava i minatori, restituendo la dimensione comunitaria della lotta. Ogni gesto, ogni parola, ogni ricordo narrato dal protagonista si carica di un significato che va oltre l’esperienza personale, trasformandosi in simbolo della condizione operaia nel Dopoguerra siciliano. L’uso del dialetto, dei modi di dire, delle espressioni popolari contribuisce a radicare la voce narrante in un contesto preciso, restituendo la musicalità e la concretezza di un linguaggio che è parte integrante dell’identità culturale dei minatori.[21]

Ancora in piazza ne avevo sentito alcuni bestemmiare, avvicinarsi al palazzo Ràbbisi e gridare di nuovo: «Figliu di lavannèra! Figliu di lavannèra!». Alla fine, con Martino Cannìzzu, Vanniddu Sanfratello, Rosario Carcarèddu, Niculà Cibardu e qualche altro, ce ne risalimmo alla Croce ed entrammo da Alba. Non volevo tornare a casa. […] Avevamo perduto. […] Quella sera bevemmo, suonammo, e cantammo fino a tardi. Alla decima volta che la ripetemmo mi parve per davvero di avere davanti una crozza e che essa mi dicesse del suo dolore per essere morta senza il tocco di campane.[22]

In questo modo, il romanzo assume la forma di un racconto corale, in cui il protagonista diventa portavoce di una memoria plurale. La voce di Fanello, autentica e immediata, non è dunque soltanto letteratura: è documento vivo di una comunità che parla attraverso di lui, ricordando e rivendicando il proprio posto nella storia.

 

Il lavoro nelle zolfare: condizioni materiali e vissuti esistenziali

Uno degli elementi più incisivi dell’opera di La Russa è la descrizione delle condizioni materiali del lavoro minerario, che il romanzo restituisce con cruda efficacia. La vita quotidiana nelle zolfare era segnata da fatiche immani e rischi costanti: gallerie strette, aria irrespirabile, illuminazione scarsa, pericoli di crolli e di esplosioni.[23] I minatori trascorrevano ore interminabili in ambienti sotterranei, esposti a malattie polmonari e a un logoramento fisico precoce.[24] La paga era misera, e i licenziamenti improvvisi gettavano famiglie intere nella miseria.[25] La Russa non indulge a descrizioni banali, ma restituisce con sobrietà e precisione la durezza del lavoro, facendo emergere l’eroismo quotidiano dei minatori, costretti a sopravvivere in condizioni che oggi apparirebbero inaccettabili. La scelta di rappresentare con realismo la materialità del lavoro non ha una funzione meramente descrittiva: essa diventa strumento per comprendere la portata delle proteste, il significato delle occupazioni e la radicalità delle scelte dei lavoratori. Solo comprendendo la durezza estrema della vita mineraria è possibile cogliere la forza simbolica e politica della decisione di restare chiusi sottoterra per mesi.
In questo senso, le descrizioni di La Russa vanno lette non solo come documentazione, ma anche come costruzione di una memoria che restituisce dignità a chi, per generazioni, aveva subito in silenzio. La miniera diventa così metafora di una condizione esistenziale segnata dallo sfruttamento, ma anche luogo di resistenza e di affermazione della dignità umana.

Eppure, nessuno di noi era disposto ad arrendersi. Meglio morire, ci dicevamo per darci coraggio. Meglio far saltare tutto e chiuderla per sempre […] Io mi chiedevo se, in realtà, non fosse proprio questo il timore delle autorità, che potessimo fare un colpo di testa, appiccare il fuoco, fare scoppiare la pirrèra.

 

Il tema della “sirràta” come gesto politico e atto di visibilità sociale

La “sirràta”, cioè l’atto di chiudersi volontariamente all’interno della miniera, rappresenta il fulcro narrativo e simbolico del romanzo di Giacomo La Russa. Tale gesto non fu soltanto una forma estrema di protesta, ma divenne un evento politico che obbligò l’opinione pubblica e le istituzioni a confrontarsi con le condizioni dei lavoratori siciliani. L’occupazione della Ciavolòtta nel 1954 trasformò la miniera da luogo di sfruttamento a spazio di visibilità e resistenza: ciò che normalmente restava nascosto nelle viscere della terra venne portato alla luce, attirando l’attenzione della stampa e delle autorità. La “sirràta” va quindi interpretata come una strategia di comunicazione politica, capace di tradurre in atto la disperazione e, insieme, la dignità dei minatori. Nel romanzo, essa diventa metafora di un ribaltamento dei ruoli: i lavoratori, tradizionalmente invisibili, costringono la società a riconoscerli, imponendo la centralità della loro condizione.

 

Letteratura e storiografia: un dialogo necessario

Il romanzo di La Russa si colloca in un territorio di confine tra letteratura e storiografia, mostrando come le due discipline possano dialogare fruttuosamente. La storiografia, pur attenta alle dinamiche economiche e sociali del lavoro minerario,[26] ha raramente indagato le forme della percezione e dell’esperienza soggettiva dei lavoratori. Come hanno mostrato Marc Bloch e la scuola delle Annales, la storia può farsi anche storia delle mentalità e delle sensibilità collettive.[27] In questa prospettiva, la letteratura offre un contributo prezioso, capace di restituire le emozioni, i timori e le speranze dei protagonisti, integrando la dimensione fattuale con quella umana e vissuta. I sepolti vivi dimostra che non esiste una contrapposizione radicale tra verità storica e invenzione narrativa: al contrario, i due registri si completano, permettendo una comprensione più profonda e articolata dei fatti. Il romanzo non sostituisce la storiografia, ma la integra, offrendo prospettive nuove e contribuendo a colmare lacune interpretative. In questo senso, l’opera di La Russa può essere letta come un caso di studio esemplare per riflettere sul ruolo della letteratura nella costruzione della memoria storica. Pubblicato a distanza di quasi settant’anni dagli eventi narrati, il romanzo si configura come una rielaborazione memoriale che restituisce voce e significato a un passato collettivo. Il suo valore non risiede soltanto nella qualità narrativa, ma anche nella capacità di fungere da lente critica attraverso cui reinterpretare, dal presente, le contraddizioni sociali ed economiche della Sicilia del Secondo dopoguerra.[28]

 

La scrittura empatica: la rappresentazione della sofferenza

Uno degli aspetti più potenti del romanzo è la capacità di suscitare empatia nel lettore. La Russa evita toni retorici o eccessivamente banali, ma costruisce un linguaggio semplice e diretto, che rende immediatamente percepibili la fatica, la claustrofobia, la sofferenza fisica e morale dei minatori.
La voce di Michilà, con il suo lessico intriso di quotidianità, consente al lettore di immedesimarsi e di percepire dall’interno la condizione dei lavoratori. Questa scelta stilistica ha un effetto politico oltre che estetico: suscitando indignazione e partecipazione emotiva, il romanzo spinge a riflettere sul senso di giustizia, sulla dignità del lavoro, sul diritto alla vita e alla speranza. La rappresentazione della sofferenza non è dunque fine a sé stessa, ma diventa un mezzo per mobilitare coscienze, per generare consapevolezza. Nel contesto contemporaneo, in cui il lavoro minerario è ormai scomparso dal paesaggio produttivo siciliano, tale operazione assume un valore ancora più significativo. Le miniere dismesse, le gallerie abbandonate e i ruderi industriali rimasti nel territorio costituiscono oggi una forma di archeologia industriale che conserva le tracce tangibili di quella civiltà del lavoro. In questo quadro, la letteratura può agire come strumento di ricollegamento tra memoria umana e spazio fisico, restituendo senso e visibilità a un paesaggio che continua a parlare, attraverso le sue rovine, della fatica e del sacrificio di generazioni di lavoratori.

 

Considerazioni finali

 I sepolti vivi di Giacomo La Russa si configura come un’opera di straordinaria rilevanza culturale e storiografica, capace di restituire voce e dignità a una comunità di lavoratori a lungo rimasta ai margini della storia. Attraverso la ricostruzione dell’occupazione del 1954, il romanzo illumina non solo le condizioni materiali del lavoro minerario, ma anche le dimensioni simboliche, emotive e politiche della vicenda. La Russa dimostra che la letteratura può agire come strumento critico di comprensione storica, colmando lacune e offrendo nuove prospettive. La sua scrittura trasforma la memoria orale in narrazione letteraria, la sofferenza in coscienza collettiva, il gesto politico dei minatori in simbolo universale di dignità e resistenza. In un tempo in cui le zolfare sono ormai chiuse da pressoché quarant’anni e il paesaggio minerario appartiene a un passato che appare remoto, il romanzo svolge una funzione di notevole importanza: preserva e trasmette la memoria, impedendo che l’esperienza dei sepolti vivi scivoli nell’oblio. La letteratura, in questo caso, si fa storiografia viva, custode di un’eredità che appartiene non solo alla Sicilia, ma alla storia del lavoro e della dignità umana nel Novecento.

 

Bibliografia 
  • Agitazione degli zolfatai nel bacino della Ciavolòtta, in “Giornale di Sicilia”, 10 luglio 1954.
  • F. Barbagallo, Mezzogiorno e questione meridionale (1860-1980), Guida Editori, Napoli 1980.
  • G. Barone e C. Torrisi (a cura di), Economia e società nell’area dello zolfo, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta 1989.
  • E. Betti (a cura di), Genere, salute e lavoro dal Fascismo alla Repubblica: spazi urbani e contesti industriali, BraDypUS, Roma 2020.
  • P. Bevilacqua, Dopoguerra, campagne, Mezzogiorno, in Studi Storici, Istituto Gramsci, Roma 1980.
  • P. Bevilacqua, A. De Clementi e E. Franzina (a cura di), Storia dell’emigrazione italiana, vol. I, Donzelli, Roma 2017.
  • M. Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico, Einaudi, Torino 2009.
  • L. Cafagna, Dualismo e sviluppo nella storia d’Italia, Marsilio, Venezia 1989.
  • O. Cangila, Storia dell’industria in Sicilia, Laterza, Bari 1995.
  • E. Cianci, L’occupazione operaia nelle miniere e nelle cave, in La disoccupazione italiana, Camera dei deputati, Roma 1953.
  • M. Colucci, Lavoro in movimento: l’emigrazione italiana in Europa. 1945-1957, Donzelli, Roma 2008.
  • G. Conte, Le miniere in Sicilia nel tardo medioevo, in Mediaeval Sophia. Studi e ricerche sul Medioevo, Officina di Studi Medievali, Palermo 2012.
  • M. Curcuruto, I signori delle miniere, Lussografica, Caltanissetta 2012.
  • L. Febvre, Combats pour l’histoire, Dunod, Parigi 2021.
  • S. Galletti, Súrfaru e Surfarara – Zolfo e Zolfatari, Lussografica, Caltanissetta 1996.
  • M. Gatto, Cenni sulla storia delle solfare in Sicilia, in Archivio Nisseno, Storia Patria di Caltanissetta, Caltanissetta 2012.
  • G. La Russa, I sepolti vivi. La rivolta della Ciavolòtta, VGS Libri, Agrigento 2022.
  • G. Mangiavillani, Il lavoro degli operai delle miniere in relazione colle malattie professionali e colle attuali leggi e mezzi idonei per prevenirle, Agrigento 1904.
  • M. Marraffa e C. Meini, La costruzione dell’interiorità. Dall’identità fisica alla memoria autobiografica, Carocci, Roma 2022.
  • T. Ricciardi, Marcinelle, 1956: quando la vita valeva meno del carbone, Donzelli, Roma 2016.
  • P. C. San Giuliano, Le condizioni presenti della Sicilia, studii e proposte, Fratelli Treves, Milano 1894.
  • D. M. Smith, Storia della Sicilia medioevale e moderna, Laterza, Bari 1976.
  • L. Zambito, Lo zolfo in Sicilia in età romana. Dalle miniere ai mercati, in Le marché des matières premières dans l’Antiquité et au Moyen Âge, Publications de l’École française de Rome, Roma 2021.
  • I. Zanni Rosiello, Storia e letteratura. I romanzi come fonte storica, in Comunicare Storia – Percorsi didattici, ArchetipoLibri, Bologna 2013.
  • E. Zinato, Letteratura come storiografia? Mappe e figure della mutazione italiana, Quodlibet, Macerata 2015.

 


Note:

[1] Cfr.: M. Marraffa e C. Meini, La costruzione dell’interiorità. Dall’identità fisica alla memoria autobiografica, Carocci, Roma 2022; M. Colucci, Lavoro in movimento: l’emigrazione italiana in Europa. 1945-1957, Donzelli, Roma 2008;
P. Bevilacqua, A. De Clementi e E. Franzina (a cura di), Storia dell’emigrazione italiana, vol. I, Donzelli, Roma 2017.

[2] Vd.: G. Barone e C. Torrisi (a cura di), Economia e società nell’area dello zolfo, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta 1989.

[3] Vd.: M. Gatto, Cenni sulla storia delle solfare in Sicilia, in Archivio Nisseno, Storia Patria di Caltanissetta, Caltanissetta 2012.

[4] Agitazione degli zolfatai nel bacino della Ciavolòtta, in “Giornale di Sicilia”, 10 luglio 1954.

[5] M. Curcuruto, I signori delle miniere, Lussografica, Caltanissetta 2012.

[6] A tal proposito, si vedano i seguenti studi: L. Zambito, Lo zolfo in Sicilia in età romana. Dalle miniere ai mercati, in Le marché des matières premières dans l’Antiquité et au Moyen Âge, Publications de l’École française de Rome, Roma 2021; G. Conte, Le miniere in Sicilia nel tardo medioevo, in Mediaeval Sophia. Studi e ricerche sul Medioevo, Officina di Studi Medievali, Palermo 2012; D. M. Smith, Storia della Sicilia medioevale e moderna, Laterza, Bari 1976.

[7] S. Galletti, Súrfaru e Surfarara – Zolfo e Zolfatari, Lussografica, Caltanissetta 1996.

[8] Barone e Torrisi, 1989.

[9] Curcuruto, 2012.

[10] G. Mangiavillani, Il lavoro degli operai delle miniere in relazione colle malattie professionali e colle attuali leggi e mezzi idonei per prevenirle, Agrigento 1904. Emblematica, in relazione alle sofferenze dei carusi, è la novella di Luigi Pirandello “Ciàula scopre la Luna”, che riflette indirettamente anche l’esperienza familiare dell’autore, la cui famiglia possedeva la miniera “Taccia-Caci” in territorio agrigentino. Il testo, divenuto un classico della letteratura scolastica, è presente in numerose antologie italiane, tra cui G.B. Razetti, Z. Razetti, Dal testo alla storia, dalla storia al testo. Il Decadentismo, vol. F, Paravia, Torino 1994.

[11] Occorre precisare che la disciplina del lavoro minorile conobbe un’evoluzione significativa tra l’età liberale e il regime fascista. In particolare, grazie alla Legge Carcano (L. 242/1902), venne introdotto per la prima volta un sistema di tutela specifico per donne e fanciulli, limitando l’orario di lavoro, vietando il lavoro notturno e proteggendo la maternità. Tuttavia, la Legge Carcano venne applicata esclusivamente al settore industriale e soffrì di una debole attuazione ispettiva. Soltanto nel 1923 si ebbe un’importante svolta grazie a due provvedimenti: il R.D.L. 15 marzo 1923, n. 692, che stabilì l’orario massimo di lavoro in 8 ore giornaliere e 48 settimanali, estendendo tale principio a tutto il lavoro subordinato, e il R.D. 10 settembre 1923, n. 1955, che riorganizza l’Ispettorato del lavoro, rafforzando i meccanismi di controllo. Questi interventi confluirono nella Legge 653/1934 che sistematizzò la normativa precedente e introdusse una regolamentazione organica del lavoro di donne e minori, elevando l’età minima lavorativa, stabilendo orari ridotti, imponendo visite mediche obbligatorie, vietando il lavoro notturno e definendo un elenco di mansioni vietate.

[12] Curcuruto, 2012

[13] Curcuruto, 2012.

[14] Cfr.: E. Betti (a cura di), Genere, salute e lavoro dal Fascismo alla Repubblica: spazi urbani e contesti industriali, BraDypUS, Roma 2020.

[15] O. Cangila, Storia dell’industria in Sicilia, Laterza, Bari 1995.

[16] G. La Russa, I sepolti vivi. La rivolta della Ciavolòtta, VGS Libri, Agrigento 2022.

[17] La Russa, 2022.

[18] Curcuruto, 2012.

[19] Vd.: E. Zinato, Letteratura come storiografia? Mappe e figure della mutazione italiana, Quodlibet, Macerata 2015.

[20] Cfr.: I. Z. Rosiello, Storia e letteratura. I romanzi come fonte storica, in Comunicare Storia – Percorsi didattici, ArchetipoLibri, Bologna 2013.

[21] Curcuruto, 2012.

[22] La Russa, 2022.

[23] Vd.: A. P. C. San Giuliano, Le condizioni presenti della Sicilia, studii e proposte, Fratelli Treves, Milano 1894; Mangiavillani, 1904;  Curcuruto, 2012.

[24] Barone e Torrisi, 1989.

[25] Barone e Torrisi, 1989.

[26] Oltre ai lavoro già citati in merito al settore minerario, si veda E. Cianci, L’occupazione operaia nelle miniere e nelle cave, in La disoccupazione italiana, Camera dei deputati, Roma 1953.

[27] Sulla rinnovata attenzione della storiografia del Novecento agli aspetti soggettivi e culturali dell’esperienza storica, si vedano M. Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico, Einaudi, Torino 2009; L. Febvre, Combats pour l’histoire, Dunod, Parigi 2021.

[28] Curcuruto, 2012.

Dati articolo

Autore:
Titolo: Voci dal profondo: I sepolti vivi di Giacomo La Russa come prisma storico-culturale delle miniere siciliane
DOI:
Parole chiave: , , , , , , ,
Numero della rivista: n.24, dicembre 2025
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo:
, Voci dal profondo: I sepolti vivi di Giacomo La Russa come prisma storico-culturale delle miniere siciliane, Novecento.org, n.24, dicembre 2025.

Didattica digitale integrata