Narrare il passato: storia e letteratura a confronto
Direzione e redazione di Novecento.org desiderano che questo articolo, che al pensiero di Carlo Ginzburg fa ripetutamente riferimento, venga considerato anche un sincero e commosso omaggio a un insostituibile maestro di metodo storico
Abstract
L’articolo esplora il rapporto tra storia e letteratura, due forme di conoscenza distinte ma unite dal comune terreno della narrazione. Se la storiografia tradizionale dell’Ottocento rivendicava l’oggettività scientifica dell’operazione storica, nel Novecento, grazie soprattutto alla scuola delle Annales e al dialogo con altre scienze umane, si è riconosciuto che nessuna narrazione storica è del tutto neutra: ogni ricostruzione del passato è frutto di interpretazioni. Il dibattito tra Hayden White e Carlo Ginzburg ha messo poi in luce la natura narrativa della storia: così si è andata riducendo la distanza tra lo storico e lo scrittore. Nel frattempo, la letteratura contemporanea ha superato i confini del romanzo storico, dando origine alla non fiction novel, un genere ibrido (come in Cercas o Littell o Scurati) che unisce ricerca documentaria e invenzione per esplorare la complessità del reale. A fronte di queste produzioni narrative, il mondo degli storici si è interrogato sulla categoria complessa di finzione narrativa e sul potenziale cognitivo del romanzo nella ricostruzione del passato.
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The article explores the relationship between history and literature, two distinct forms of knowledge yet united by the common ground of narrative. Whilst traditional nineteenth-century historiography claimed that the historical process was scientifically objective, in the twentieth century – thanks above all to the Annales School and dialogue with other human sciences – it was recognised that no historical narrative is entirely neutral: every reconstruction of the past is the result of interpretation. The debate between Hayden White and Carlo Ginzburg subsequently highlighted the narrative nature of history: thus, the gap between the historian and the writer has gradually narrowed. Meanwhile, contemporary literature has transcended the boundaries of the historical novel, giving rise to the non-fiction novel – a hybrid genre (as seen in the works of Cercas, Littell or Scurati) that combines documentary research and invention to explore the complexity of reality. In response to these narrative works, the world of historians has begun to examine the complex category of narrative fiction and the cognitive potential of the novel in reconstructing the past.
Questo articolo è stato sottoposto a revisione in doppio cieco (double blind peer review)
Storia e letteratura, pur appartenendo ad ambiti distinti del sapere, condividono da sempre un terreno comune: la scrittura di narrazione. Ma diversi sono gli obiettivi, gli strumenti e i linguaggi. Raccontare il passato significa compiere una serie di operazioni cognitive e interpretative complesse: selezionare eventi, ordinarli secondo logiche causali o quantomeno cronologiche, attribuire loro un significato, stabilire connessioni e fornire interpretazioni. In questo processo articolato, storia e letteratura si muovono su terreni metodologicamente differenti ma non distanti.
La storiografia tradizionale, quella ottocentesca di stampo positivista, ha rivendicato per la disciplina storica uno statuto scientifico, basato sull’oggettività e sulla verificabilità empirica. Secondo questa prospettiva, compito dello storico è ricostruire i fatti del passato attraverso un’analisi rigorosa delle fonti, mantenendo una distinzione netta tra soggetto conoscente e oggetto di studio.
La letteratura, invece, è da sempre considerata il dominio della finzione, oltre che il campo della soggettività. Se lo storico lavora con e sui documenti seguendo un metodo rigoroso di indagine per ricostruire un quadro il più possibile fondato e critico degli eventi, lo scrittore, invece, anche quando scrive di storia, è libero di seguire le vie dell’immaginazione e può, a partire da quegli stessi eventi e dai documenti di cui dispone, costruire intrecci e trame, creare personaggi e situazioni dando vita a un racconto capace di evocare il vissuto umano e di renderlo emotivamente coinvolgente. Tutto ciò era stato, a suo tempo, evidenziato da Alessandro Manzoni[1] il quale, riflettendo sulla scrittura romanzesca, osservava che lo scrittore, a differenza dello storico che ricostruisce gli eventi della storia dall’esterno, deve occuparsi del dedans della storia, ovvero della faccia interna della verità storica, restituendo al lettore soprattutto quello spazio interiore nascosto o quasi perduto degli eventi che sono i pensieri, le passioni, i sentimenti e i desideri dei protagonisti attraverso una rappresentazione che privilegia la dimensione psicologica e esistenziale dell’esperienza umana, anche se pur sempre calata in un sistema storico sociale preciso.[2]
Il dibattito tra Hayden White e Carlo Ginzburg
Il riconoscimento che la dimensione narrativa è però anch’essa parte costitutiva del lavoro dello storico ha alimentato, sullo scorcio del XX secolo, un proficuo dibattito di carattere storico-filosofico, in particolare sulla natura della narrazione storica e sul suo ineludibile legame con le retoriche e le modalità della narrazione letteraria. Due sono stati i protagonisti assoluti della contesa: Hayden White e Carlo Ginzburg.
White, nel suo lavoro Metahistory pubblicato nel 1973,[3] sulla scorta delle analisi di un grande critico contemporaneo come Northrop Frye,[4] ha sottolineato come la storiografia non sia esente da processi di «messa in trama» (emplotment) che la avvicinano alla costruzione narrativa, suggerendo che anche lo storico, nel dare forma agli eventi, opera scelte retoriche, stilistiche e interpretative simili a quelle di un romanziere.[5]
Dal canto suo Carlo Ginzburg, che pure al tempo dei suoi studi universitari era venuto a contatto con un anticipatore delle nuove tendenze della storiografia, Arsenio Frugoni,[6] si rende conto, a partire dagli anni ’80, delle «implicazioni morali e politiche, oltre che cognitive, della tesi che in sostanza cancellava la distinzione tra narrazioni storiche e narrazioni finzione.»[7] Ginzburg si schiera con forza contro «la tendenza dello scetticismo post moderno a sfumare il confine tra narrazioni di finzione e narrazioni storiche in nome dell’elemento costruttivo che le accomuna», proponendo peraltro di «considerare il rapporto tra le une e le altre come una contesa [pacifica] per la rappresentazione della realtà»[8]. Insomma, pur riconoscendo la dimensione narrativa della storia e l’importanza delle sue implicazioni nella ricerca, Ginzburg ribadisce la necessità di mantenere un saldo ancoraggio alla prova documentale e all’accuratezza della ricostruzione storica, difendendo la peculiarità del metodo storico rispetto all’invenzione letteraria, la non riducibilità della storiografia a mera retorica. [9]
In Italia, il dibattito suscitato dalle affermazioni di White è stato ripreso in anni recenti in occasione della pubblicazione di una sua raccolta di saggi[10] ma si è sviluppato soprattutto in Francia a partire dagli anni Ottanta dove, pur con esiti e posizioni diversificate, ha avuto comunque il merito di aver avviato un ripensamento profondo da parte degli storici sul loro modo di fare storia[11].
A ben guardare, le due prospettive non si escludono a vicenda e hanno, anzi, contribuito a delineare un quadro più ricco e sfaccettato del rapporto tra le due forme di narrazione mettendo in luce sia le loro affinità strutturali sia le loro irrinunciabili distinzioni di metodo e di finalità.
Un definitivo superamento degli steccati?
La tradizionale dicotomia tra storia e letteratura è stata apertamente messa in discussione dalla storiografia novecentesca grazie alla progressiva diffusione dei principi della scuola delle Annales:[12] a partire dalla seconda metà del XX secolo infatti, grazie al dialogo ininterrotto con diverse discipline – dall’antropologia alla sociologia, dalla filosofia alla linguistica, alla critica letteraria – diversi studiosi di storia hanno iniziato a interrogarsi sui fondamenti della conoscenza storica, giungendo alla conclusione che non esiste scrittura o narrazione completamente neutra, oggettiva, e che ogni ricostruzione del passato è inevitabilmente il risultato di scelte interpretative che riguardano punti di vista, linguaggi, strategie retoriche e orizzonti culturali all’interno dei quali si opera. Questa consapevolezza metodologica ha profondamente influenzato la pratica storiografica, aprendo nuovi spazi di riflessione critica e mostrando che il confine fra i due ambiti è molto più labile e poroso di quanto si creda.
Gli scrittori, per parte loro, rivendicano sempre più un ruolo attivo nell’opera di ricostruzione del passato, perché, a loro giudizio, la letteratura è in grado di percepire e individuare processi storici profondi: si pensi, per rimanere in ambito italiano, alla capacità di analisi del fenomeno della Resistenza di autori come Calvino, Fenoglio e Meneghello[13], o al contributo che scrittori come Bianciardi, Calvino, Ottieri e Volponi hanno dato alla comprensione dell’Italia del boom economico, cogliendo con straordinaria acutezza critica le ripercussioni e i costi sociali dei nuovi processi di produzione e consumo connessi all’affermarsi di una moderna società industriale.[14]
Dal punto di vista opposto, l’adozione da parte degli storici di tecniche e procedimenti propri della letteratura (montaggio, uso del tempo narrativo, uso della prima persona nel racconto ecc.) ha reso la narrazione storica più coinvolgente e accattivante. In questo modo, la storia è uscita dall’ambito ristretto degli specialisti e degli studiosi della disciplina, raggiungendo un pubblico molto più vasto ed eterogeneo[15].
Un altro aspetto particolarmente significativo del rinnovamento metodologico dovuto alle contaminazioni sempre più strette tra storia e letteratura riguarda il problema della soggettività.
La consapevolezza della dimensione interpretativa della ricerca storica ha portato alcuni studiosi a sperimentare forme di scrittura che integrano la dimensione autobiografica e riflessiva nel discorso storico, ponendo nuove questioni relative al rapporto tra oggettività e soggettività nella conoscenza del passato. A interrogarsi sulle possibili conseguenze di una simile tendenza storiografica è stato lo storico Enzo Traverso che, in uno dei suoi saggi più recenti, ha scritto: «Oggi un numero crescente di opere che non sono autobiografie possiedono una dimensione omodiegetica rilevante, come se non si potesse ricostruire la storia senza esporre l’interiorità non solo di quelli che la fanno, ma anche, soprattutto, di quelli che la scrivono. Né storia nel senso convenzionale del termine, né autobiografia, questo nuovo genere ibrido ha ottenuto un successo considerevole. Esso rompe con la tradizione e trascende i canoni letterari ponendo in questione alcune premesse fondamentali e generalmente accettate della disciplina storica». [16]
E’ vero d’altro canto che la storia abita la letteratura da secoli, dall’epos omerico alla drammaturgia shakespeariana fino al romanzo: il genere proprio della modernità, quest’ultimo, se adottiamo la formula di uno dei suoi maggiori teorici del ‘900, M. Bachtin, che lo descrive come un genere ibrido e polimorfo, capace di inglobare al suo interno gli altri generi letterari per reinterpretarli e ridefinirli e di stabilire una relazione specifica con la temporalità, con un tempo e un mondo storici in continuo divenire. [17]
Dalla tradizione del romanzo inglese di Defoe, Fielding e Richardson, che hanno sperimentato forme narrative che mescolano elementi di cronaca e invenzione, ponendo le basi per una riflessione sul rapporto tra verosimiglianza e verità nella rappresentazione letteraria, al romanzo storico europeo ottocentesco, in cui narrazione romanzesca e narrazione storica sono entrate in forte competizione tra loro, con la rivendicazione, da parte della letteratura, di una capacità di comprensione della realtà storica non inferiore a quella della storiografia (si pensi a Balzac e alla sua ambizione di scrivere con la Comédie humaine la storia della società francese[18]), alle forme narrative ibride della postmodernità (il non fiction novel, l’autofiction, la biofiction[19]), la letteratura si è cimentata con il racconto dei fatti della storia, guerre, rivoluzioni, dittature, momenti vari di trasformazione politica, sociale e culturale in cui si calavano le vicende individuali dei personaggi.
Oltre il romanzo storico: il non fiction novel
Il genere del romanzo storico, a duecento anni dalla nascita (Scott, Manzoni) gode ancora di ottima salute; è sufficiente entrare in una qualunque grande libreria per rendersene conto. [20]
Eppure, per lo scrittore che decida di avventurarsi, con qualche ambizione di qualità letteraria, su quel percorso narrativo, i rischi (seri) sono dietro l’angolo – come avverte con una buona dose di causticità Alessandro Baricco: «Il romanzo storico di qualità è un raro animale anfibio che nella catena genetica del raccontare sta in un interstizio nascosto tra il fumettone indegno e il capolavoro letterario alla Memorie di Adriano.»[21]
Negli ultimi decenni, però, la posizione di rilievo del romanzo storico «tradizionale» – di stampo ottocentesco – viene sempre più spesso minacciata dalla non fiction[22]. Che, nel caso di autori come Jonathan Littell, Xavier Cercas o Antonio Scurati (per fare alcuni nomi) cerca di ritagliarsi uno spazio autonomo tra la fiction (in questo caso il romanzo storico, appunto) e la storiografia: «Nella percezione degli scrittori, la categoria non finzionale dialoga da vicino con la storiografia e intende superarla servendosi degli strumenti della cosiddetta fiction. Contemporaneamente, sfida la fiction vantando una credibilità che questa, è il timore comune, ha smarrito»[23]. I narratori non fiction intrecciano ricerca documentaria e invenzione narrativa, interrogando il rapporto fra verità e finzione, memoria e oblio, punto di vista e interpretazione.[24] Si tratta dunque di opere di non facile classificazione, che si muovono tra narrativa e saggistica e che, pur basandosi su una ricerca documentaria accurata, utilizzano la finzione narrativa per interrogare criticamente il passato e le sue rappresentazioni.
Esemplare a questo proposito è il caso di uno scrittore tra i più apprezzati del panorama contemporaneo, lo spagnolo Xavier Cercas.[25] Nel Prologo del suo Anatomia di un istante,[26] uno degli esempi più riusciti di romanzo non fiction, Cercas racconta come e perché sia giunto a scrivere un’opera di finzione su un fatto storico rilevante della storia recente spagnola, ovvero il fallito colpo di stato del tenente colonnello Tejero, che, il 23 febbraio 1981, mise in pericolo la fragile democrazia iberica alle prese con una delicata transizione dal franchismo.
Ciò che lo scrittore rivela sulla genesi del romanzo è di grande interesse per trovare conferma del rapporto dialettico che s’instaura tra fiction e storia quando un romanziere, che non vuole rinunciare a essere tale, punta a servirsi della scrittura letteraria come chiave per comprendere la complessità della realtà storica.
Inizialmente, su richiesta di un giornale italiano, Cercas si propone di scrivere semplicemente un articolo. Ma nel documentarsi accuratamente sull’evento, è colpito «dalla discrepanza tra il suo ricordo personale e quello collettivo»;[27] ma, soprattutto, dall’effetto che fa su di lui un’immagine continuamente riproposta dai servizi televisivi sul golpe: quella di Adolfo Suarez immobile nel suo scranno pochi istanti dopo l’entrata del tenente colonnello Tejero nell’emiciclo del Congresso, mentre intorno a lui fischiano le pallottole sparate dalle guardie civili e tutti gli altri deputati presenti – tranne il generale Gutièrrez Mellado e il segretario del PCE Santiago Carrillo – si gettano a terra in cerca di riparo. Un’immagine nota e arcinota, che tutti hanno visto anche fuori dalla Spagna, ma che ora gli appare come un enigma.
Cercas decide di scrivere un romanzo perché, consapevole di non essere né uno storico né un giornalista, si sente autorizzato dalla enigmaticità stessa del reale a prendersi «tutte le licenze necessarie, perché il romanzo è un genere che non risponde alla realtà ma solo a se stesso».[28] Inizia quindi a scrivere, ma la prima stesura del romanzo, una bozza di 400 pagine, gli appare «una strana versione sperimentale dei Tre moschettieri» (…) che proponeva « date, nomi, analisi e congetture esatte scelte e disposte con astuzia da romanziere fino a ottenere che tutti i collegamenti funzionassero e la realtà acquisisse un senso omogeneo». [29]
Cercas è perplesso, insoddisfatto. Così, nella primavera del 2008, decide di riscrivere tutto, questa volta a partire da una conoscenza scrupolosa della realtà. Ossessivamente, studia intervista consulta, parla con testimoni e protagonisti. Ed ecco la sorpresa:
(…) Più avanzavo nelle ricerche e più cambiava la mia visione del colpo di Stato, e non solo cominciai ben presto a capire che mi stavo addentrando in un labirinto di specchi di memorie quasi sempre discordanti, un meandro senza alcuna certezza acquisita né documenti, dove gli storiografi erano transitati superficialmente, ma soprattutto che la realtà del 23 febbraio era di portata tale da risultare al momento inestricabile, o almeno lo era per me, e quindi era inutile vagheggiare di poterla ridurre a un semplice romanzo; ci avrei messo più tempo a capire qualcosa di ancor più importante: compresi infine che gli eventi del 23 febbraio possedevano in sé tutta la forza drammatica e il potenziale simbolico che esigiamo dalla letteratura e compresi che, sebbene io fossi uno scrittore di romanzi, per una volta la realtà mi importava più della finzione letteraria o mi importava troppo per volerla reinventare sostituendole una realtà alternativa, perché nulla di quanto io potessi immaginare del 23 febbraio mi coinvolgeva e mi emozionava tanto, né sarebbe potuto risultare più complesso e persuasivo, della pura realtà del 23 febbraio. [30]
Insomma, anche se Anatomia di un istante, dice Cercas, ha «l’ardire di non rinunciare a niente», nemmeno a «essere letto come un libro di storia»,[31] rimane profondamente letterario il punto di partenza; o meglio, il punto di vista.
A fronte di queste produzioni narrative, il mondo degli storici si è interrogato a lungo. Pierre Nora nel suo intervento L’histoire saisi par la fiction ha affermato che, dopo l’uscita del romanzo Le benevole di Littell, «s’est ouvert un nouvel épisode des rapports mouvementés de l’histoire e du roman».[32] Etienne Anheim e Antoine Lilti, per parte loro, hanno invitato gli storici a interrogarsi sulla natura del sapere letterario e sulla sua capacità di «produire, par les formes d’écriture qui lui son propres, un ensemble de connaissance, morales, scientifique, philosophiques, sociologiques et historique», ponendo il problema di un «véritable potentiel cognitif» del romanzo[33]. Ciò che è al centro della discussione è la categoria stessa di finzione narrativa vista in tutta la sua complessità e potenzialità nel suo definirsi rispetto ad altre categorie come il vero, il possibile, e il falso.[34]
Come sottolinea Emanuele Zinato, la letteratura è una «forma simbolica in grado di rappresentare sfere dell’esperienza inaccessibili alla storiografia», ponendo l’attenzione sul valore e la forza intrinseci della parola letteraria e la sua specifica prospettiva nel cogliere quelle sfumature emotive, psicologiche, antropologiche e sociali che le fonti storiche tradizionali non sempre sono in grado di registrare. È quella funzione etico-gnoseologica della letteratura – avverte Ezio Raimondi, uno dei suoi interpreti più acuti e rigorosi – di scrutare nel profondo, quello che Gadda chiamava «il vivente polipaio della umana comunicativa».[35]
Il presente e il futuro: una contaminazione dialettica?
In conclusione, la dialettica tra storia e letteratura, anzi tra storici e scrittori, appare oggi più feconda che mai. Sembra essersi insomma avverato quanto Carlo Ginzburg auspicava oltre quarant’anni fa nella già ricordata Postfazione a Il ritorno di Martin Guerre di Natalie Zemon Davis: quando, come lui stesso scrive vent’anni dopo, proponeva, «contro la tendenza dello scetticismo postmoderno a sfumare il confine tra narrazioni di finzione e narrazioni storiche», di considerare «il rapporto tra le une e le altre come una contesa per la rappresentazione della realtà [la sottolineatura è nostra]. E prefigurava, anziché un’inutile «guerra di trincea», un «conflitto fatto di sfide, prestiti reciproci, ibridi». [36]
Oggi è quasi scontato che gli storici usino la letteratura come fonte preziosa per le loro ricerche. Si è quindi, da tempo, pienamente realizzata, tra gli studiosi, quella spinta di cui parlava Marc Bloch a andare oltre le fonti narrative tradizionali («i racconti volutamente dedicati all’informazione dei lettori», le «testimonianze volontarie») e a «confidare sempre più nella seconda categoria di testimonianze: i testimoni loro malgrado».[37] E cita «le guide del viaggio nell’oltretomba che gli Egiziani, al tempo dei Faraoni, mettevano nelle tombe»; i rifiuti della cucina che l’uomo delle palafitte buttava, per tenere solo in ordine la sua capanna, «nel lago accanto da cui l’archeologo oggi li rimuove»; o la bolla di esenzione pontificia, conservata dai monaci nel forzieri del monastero solo «per essere sbandierata, al momento giusto, davanti agli occhi di un vescovo puntiglioso». Tutte «testimonianze involontarie», non destinate cioè a orientare l’opinione dei contemporanei o dei posteri, fra le quali, ci pare possano senz’altro essere aggiunti anche i romanzi, i quali, anche quando non raccontino espressamente fatti storici o si presentino con intenti storici, pure ci forniscono informazioni inedite sul tempo in cui sono scritti.
Ci sono poi, come abbiamo visto, gli scrittori che, servendosi della loro arte di romanzieri, si propongono invece, in modo esplicito, di contribuire alla ricostruzione di fatti del passato. Essi hanno da tempo, superato il complesso di inferiorità nei confronti della storiografia e, come si è visto, ambiscono a superarne le attitudini conoscitive, convinti come sono che la ricerca di una «verità letteraria» consenta di avvicinarsi al reale, all’umano, in modo persino più profondo della ricerca storica.
Se questa è la temperie della nostra epoca, è bene tuttavia non dimenticare che fiction e storiografia, anche quando si servono degli stessi meccanismi narrativi e aspirano egualmente a penetrare a fondo i fatti, perseguono comunque obiettivi diversi. Come ha sostenuto Françoise Lavocat in Fatto e finzione. Per una frontiera, il riconoscimento delle contaminazioni tra i due ambiti non implica infatti la cancellazione dei loro confini. Al contrario, è proprio la consapevolezza delle rispettive specificità a rendere possibile un dialogo produttivo tra letteratura e storiografia. Ma è impossibile ignorare come l’ibridazione dei generi sia ormai, in questi anni ’20 del XXI secolo, un dato di fatto: sarebbe quindi errato non coglierne, pur con le dovute cautele, tutte le potenzialità. Per la storiografia e per la letteratura.
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Note:
[1] Cfr. A. Manzoni, Lettre à Monsieur Chauvet sur l’unité de temps et de lieu dans la tragédie in Tutte le Opere, Avanzini e Torraca editori, Roma 1965, pp.1063-1127.
[2] Per un’analisi approfondita della riflessione manzoniana sul rapporto tra storia e letteratura in relazione al romanzo, che, vale la pena ricordarlo, si svolge in un dialogo serrato con gli amici storici francesi, frequentati nel suo soggiorno parigino, si rimanda al capitolo Il dramma il comico e il tragico in E. Raimondi, Il romanzo senza idillio, Einaudi, Torino 1974.
[3] H. White, Metahistory: the historical imagination in nineteenth-century Europe, 1973; traduzione italiana Metahistory: Retorica e storia, Meltemi, Milano 2019.
[4] Critico letterario canadese, Northrop Frye, in uno dei suoi libri più famosi, Anatomia della critica (1957), propone una teoria sistematica della letteratura fondata su strutture ricorrenti e universali. Frye distingue quattro modi della critica: storico, etico, retorico e mitopoietico, e individua nei miti e negli archetipi la struttura profonda dei testi letterari. Riprendendo la tipologia proposta da Frye dei modi e dei miti narrativi (commedia, tragedia, romanzo, satira), White sostiene che anche la storiografia organizza i fatti secondo schemi narrativi e retorici preesistenti.
[5] Scrive Giuliana Benvenuti che la critica «all’ingenua fede positivista» ha condotto White a «considerare le narrazioni storiche per quello che evidentemente sono: costruzioni verbali, i cui contenuti sono tanto inventati quanto trovati e le cui forme hanno più in comune con i loro corrispettivi nella letteratura di quanto abbiano con quelli nelle scienze». L’accento viene ad essere collocato, insomma, su quella che in Metahistory White denomina «costruzione di strutture di intreccio». La storiografia sarebbe allora «la combinazione di coscienza mitica e coscienza storica». Per una disamina più completa e articolata del dibattito si veda G. Benvenuti, A proposito del dibattito sulla narrazione della storia, in “Intersezioni”, Fascicolo 1, aprile 2009.
[6] Alla fine degli anni ’50 Arsenio Frugoni teneva a Pisa seminari sul carattere soggettivo delle fonti narrative, sviluppando questioni già anticipate in uno dei suoi libri più importanti, Arnaldo da Brescia nelle fonti del secolo XII, pubblicato nel 1954.
[7] C. Ginzburg. Il filo e le tracce. Vero falso finto, Quodlibet, Macerata 2023. p.8 (prima edizione Feltrinelli 2006).
[8] Ginzburg, 2023, p. 9.
[9] «La riduzione della storiografia alla retorica è da una trentina d’anni il cavallo di battaglia di una dilagante polemica antipositivistica dalle implicazioni più o meno apertamente scettiche. Pur risalendo in sostanza a Nietzsche questa tesi circola oggi prevalentemente sotto i nomi di Roland Barthes e Hayden White. Benché non del tutto coincidenti, i loro rispettivi punti di vista sono accomunati dai seguenti presupposti, formulati in maniera ora più ora meno esplicita: la storiografia, come la retorica, si propone unicamente di convincere, il suo fine è l’efficacia, non la verità; non diversamente da un romanzo, un’opera storiografica costruisce un mondo testuale autonomo che non ha alcun rapporto dimostrabile con le realtà extratestuali cui si riferisce; testi storiografici e testi di finzione sono autoreferenziali perché accomunati da una dimensione retorica». Cfr C. Ginzburg, Rapporti di forza. Storia, retorica, prova, Quodlibet, Macerata 2022, pp.51-52
[10] Cfr. H.White, Forme di Storia, Dalla realtà alla narrazione, Carocci, Roma 2006
[11] Per un quadro storico sintetico, ma molto aggiornato ed esauriente, sui rapporti tra storia, letteratura e cinema si veda il saggio di I. Zanni Rosiello, Rappresentare, mostrare, leggere, in I. Zanni Rosiello, I Don Chisciotte del tavolino. Nei dintorni della burocrazia, Viella, Roma 2014, pp. 9-39. Il libro, più in generale, è un interessante contributo alla riflessione sui rapporti tra narrazioni storiografiche e narrazioni di finzioni. Proprio utilizzando come fonti romanzi e film la ricerca dell’autrice apre una prospettiva inedita su un mondo poco esplorato come quello degli ambienti impiegatizi otto-novecenteschi, recuperando figure rimaste per lo più nell’anonimato che hanno lasciato scarsissime tracce di sé.
[12] La scuola delle Annales ha il merito di aver profondamente modificato il rapporto tra storiografia e fonti. Vale la pena a questo proposito citare un passaggio della «Prolusione» che Lucien Febvre tenne nel dicembre del 1933 al College de France, in cui osservava che la storia si fa «con i testi, certamente; ma tutti i testi. E non solo i documenti di archivio […] Anche i documenti qualunque sia la loro natura[…] quelli, soprattutto, che sono procurati dallo sforzo di nuove discipline… siano esse prossime o lontane […] la storia si costruisce senza esclusioni, con tutto ciò che l’ingegno umano può inventare e combinare per supplire al silenzio dei testi, alle distruzioni dell’oblio.» Cfr. L. Febvre, Dal 1892 al 1933: esame di coscienza di una storia e di una storico, in Studi su Riforma e Rinascimento e altri scritti su problemi di metodo e geografia storica, Einaudi Torino 1966, p.459.
[13] I testi a cui si fa qui riferimento sono I. Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Einaudi, Torino 1947; L. Meneghello, I piccoli maestri, Rizzoli, Milano 1976; B. Fenoglio, Il libro di Johnny (a cura di Gabriele Pedullà), Einaudi, Torino 2015 e Una questione privata, Garzanti, Milano 1963. Romanzi che, pur con tagli e intendimenti diversi, hanno fornito una rappresentazione realistica, per così dire dal basso, della Resistenza, antieroica e scevra da ogni forma di retorica agiografica, capace di coglierne anche gli aspetti più problematici e contraddittori anticipando quello che la ricostruzione storiografica avrebbe confermato in anni successivi. Facendo riferimento al recente dossier Storia e letteratura. La finzione narrativa, strumento per comprendere il passato, curato da Aldo Gianluigi Salassa e Francesca Negri e pubblicato su Novecento.org, può essere ascritto all’ambito di analisi del filone «Resistenza e letteratura» l’articolo M. Freni, Il corpo delle donne come luogo di Resistenza. Un percorso di rilettura di biografie e romanzi in una prospettiva di genere, in “Novecento.org”, n.24, dicembre 2025. DOI: 10.52056/9791257011321/08. Allo stesso filone si riconnette anche quello di R. M. Visentin, La crisi del Partito d’Azione nelle pagine di Bau-sète! di Luigi Meneghello, in “Novecento.org, n.24”, dicembre 2025. DOI: 10.52056/9791257011321/03.
[14] Sempre nel dossier di cui sopra, al miracolo italiano – declinato sul versante dei mutamenti in atto nell’industria e nel lavoro e sviluppato anche attraverso le fonti letterarie – è dedicato l’articolo L. Adriani, La classe operaia e la “civiltà delle macchine” nei romanzi di Bianciardi, Calvino, Ottieri e Volponi, in “Novecento.org”, n.24, dicembre 2025. DOI: 10.52056/9791257011321/02.
[15] Si pensi allo sviluppo che negli ultimi decenni ha avuto una disciplina come la public history, ai suoi diversi campi di applicazione e ai diversi linguaggi utilizzati per raccontare la storia e rispondere a quella necessità sociale di storia, testimoniata anche dal successo di pubblico di figure come Alberto Angela, o Alessandro Barbero, sorta di vere pop star della divulgazione storica, o giornalisti come Aldo Cazzullo. Per un quadro introduttivo sul dibattito sulla public history in Italia e le nuove forme di comunicazione della storia si veda il volume miscellaneo a cura di P. Bertella Farnetti, L. Bertucelli, A. Botti, Public History. Discussioni e pratiche, Mimesis, Milano-Udine 2017; e l’articolo M. Guerri, La public history. ovvero della funzione civile della storia, in “Novecento.org”, n.11, febbraio 2019. DOI: 10.12977/nov277.
[16] E. Traverso, La tirannide dell’Io. Scrivere il passato in prima persona, Bari, Laterza, 2022, p. 9.
[17] Centrale nella riflessione di M. Bachtin sul romanzo è la nozione di cronotopo; il cronotopo unisce spazio e tempo in un’unità inscindibile, fondamentale per la rappresentazione letteraria e per la costruzione del rapporto tra autore ed eroe. Si intende per cronotopo, secondo Bachtin, «l’interconnessione sostanziale dei rapporti spazio-temporali dei quali la letteratura si è impadronita artisticamente. Questo termine è usato nelle scienze matematiche ed è stato introdotto e fondato sul terreno della relatività (Einstein). Qui non interessa il significato speciale che esso ha nella teoria della relatività e lo trasferiamo nella teoria della letteratura quasi come una metafora (quasi, ma non del tutto); interessa invece che in questo termine sia espressa l’inscindibilità dello spazio e del tempo (il tempo come quarta dimensione dello spazio)». Cfr. M. Bachtin, Estetica e romanzo. Un contributo fondamentale alla scienza della letteratura, Torino, Einaudi 1979, p. 231.
[18] Nell’introduzione del 1842 alla Comédie humaine Balzac sottolinea che la sua opera potrebbe colmare il vuoto lasciato inesplorato dagli storici, per quanto riguarda l’histoire des moeurs: «…Scegliendo i principali avvenimenti della Società, creando dei tipi dall’unione di tratti di parecchi personaggi simili, potevo forse arrivare a scrivere la storia dimenticata da tanti storici, quella dei costumi… Si dovrà riconoscere che io attribuisco ai fatti costanti, quotidiani, nascosti o palesi, agli atti della vita individuale, alle loro cause e ai loro principi, quell’importanza che gli storici finora avevano accordato agli avvenimenti della vita pubblica delle nazioni». Cfr. H. de Balzac, Poetica del romanzo. Prefazioni e altri scritti teorici, Sansoni, Firenze, 2000, pp. 185-192
[19] Per uno sguardo d’insieme su questi nuovi generi narrativi si rimanda ai volumi R. Castellana (a cura di), Fiction e non fiction. Storia. teorie e forme, Carocci, Roma 2021 e L. Marchese, Storiografie parallele. Cos’è la non fiction?, Quodlibet studio, Macerata 2019.
[20] Non si può a questo punto non sottolineare, a proposito della longevità del romanzo storico, come esso abbia avuto, nel succedersi dei diversi contesti culturali, svariate occasioni di evoluzione, quando non di vera e propria mutazione. Una di queste, e fra le più significative, si è avuta quando Umberto Eco ha pubblicato, nel 1980, Il nome della rosa (Bompiani, Milano). Un romanzo «postmoderno», destinato a superare i cliché del realismo tradizionale di stampo ottocentesco, nel quale il lettore veniva condotto entro un meccanismo narrativo a più livelli, da quello più facile e immediato (il mistery, in questo caso di ambientazione medievale) a quello più complesso, il saggio storico-filosofico cui la competenza semiotica dell’autore conferiva chiavi interpretative non convenzionali. Nel romanzo di Eco la Storia – il Medioevo delle eresie, degli inquisitori, degli aspri conflitti tra Papato e Impero ecc.- è protagonista assoluta e parla, per così dire, in prima persona al lettore attraverso l’uso sapiente, spesso dissimulato, che l’autore fa delle fonti coeve: è evidente (e anche più volte dichiarato in varie interviste) il suo intento di parlare del passato non solo per offrirne una cifra di interpretazione intrigante e innovativa, ma anche per alludere a un presente, quello degli anni ‘70-’80, caratterizzato dagli accecamenti ideologici e dalla violenza politica. Cfr. G. Benvenuti, Un caso editoriale: Il nome della Rosa in G.Alfano e F. De Cristofaro (a cura di), Il romanzo in Italia, Il secondo Novecento, IV volume, Carocci editore, Roma 2018, pp.367-378.
[21] A. Baricco, Una certa idea del mondo. I migliori cinquanta libri che ho letto negli ultimi dieci anni, La Biblioteca di Repubblica, Roma 2012 p. 107. Aggiunge lo scrittore torinese: «Il romanzo storico impone, nella sua apparente semplicità, tutta una serie di prodezze tecnico-stilistiche che lo rendono di una perfida difficoltà: se mai dovesse accadervi di scriverne uno sappiate che vi troverete nella necessità di mettere in bocca delle battute a Carlo Magno, o di fare andare a letto Abelardo e Eloisa, o di sedervi a tavola a una cena da Madame de Pompadour: tanti auguri. Io trovo incredibile come tanti narratori si infilino in simili scalate da sesto grado superiore con un equipaggiamento stilistico che supera di rado l’infradito (…) Ma poi mi ricordo quante copie vendono», Ibid.
[22] Tra le molte possibili definizioni di non-fiction proposte, per la prosa non d’invenzione, nel recente dibattito critico, adottiamo di Lorenzo Marchese: «… un tipo di discorso narrativo che s’incarica di raccontare storie realmente avvenute e documentabili (in particolare della cronaca recente) usando gli strumenti formali e le strategie retoriche della letteratura d’invenzione (comunemente ricondotta alla grande galassia della fiction)» in Marchese, 2019, p. 42.
[23] Marchese, 2019, p. 43. Non è un caso che Antonio Scurati abbia definito il suo M «romanzo documentario», un genere in cui il rigore dello storico dovrebbe intersecarsi con gli strumenti narrativi propri del narratore.
[24] Un’interessante disamina dei rapporti tra storia e fiction nell’età contemporanea, in relazione all’individualismo come modello antropologico legato all’avvento di una visione neoliberale del mondo in cui si è modificato profondamente il rapporto tra passato, presente e futuro, si può leggere nei capitoli Storia e fiction e Presentismo in Traverso, 2022, pp.109-167.
[25] Per un’analisi complessiva dei più importanti romanzi dello scrittore, si rimanda all’articolo di F. Roncati, Storia e letteratura nei romanzi di Javier Cercas. Il racconto della memoria tra verità e finzione, in “Novecento.org”, n.24, dicembre 2025. DOI: 10.52056/9791257011321/07
[26] X. Cercas, Anatomia di un istante, Guanda, Milano 2010, pp. 11-24.
[27] Cercas. 2010, p. 15.
[28] Cercas. 2010, p. 19.
[29] Cercas. 2010, p. 20.
[30] Cercas. 2010, p. 22.
[31] Cercas. 2010, p. 24.
[32]Cfr. Zanni Rosiello, 2014, p.20.
[33] Zanni Rosiello, 2014, p. 21.
[34] Su “vero” e “verisimile” e sull’invenzione «come integrazione, sempre segnalata puntualmente, di realtà e possibilità», ossia di «possibilità storicamente determinate», aveva richiamato l’attenzione Carlo Ginzburg nella Postfazione all’edizione italiana di N. Zemon Davis, Il ritorno di Martin Guerre. Un caso di doppia identità nella Francia del Cinquecento, Einaudi, Torino 1984; poi in Ginzburg, 2023, p. 357: «La ricerca (e la narrazione ) della Davis non s’impernia sulla contrapposizione tra ‘vero’ e ‘inventato’ ma sull’integrazione, sempre segnalata puntualmente, di ‘realtà’ e ‘possibilità’ (al plurale)».
[35] Non è qui possibile affrontare nella sua complessità il discorso sulla tensione conoscitiva della parola letteraria; per una riflessione articolata sulla peculiarità della letteratura che con la “ forza originaria della parola inventa e pensa”, pur restando “ vincolata al tempo e al suo trascorrere inesorabile”, nonché sulla sua funzione nell’epoca dominata dai nuovi linguaggi digitali e di massa, si veda il saggio di E. Raimondi, Un’etica del lettore, il Mulino, Bologna 2007
[36] Ginzburg, 2023, p. 9.
[37] M. Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico, traduzione e note a cura di C. Panizza, Edizioni Falsopiano, Alessandria 2015, p. 60 dell’edizione digitale.

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