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“Un’isola che l’avevamo fatta noi”. Strumenti, saperi, identità nella Chiave a stella di Primo Levi

“Un’isola che l’avevamo fatta noi”. Strumenti, saperi, identità nella <em>Chiave a stella</em> di Primo Levi

Operai al lavoro nel reparto di produzione dello stabilimento Ercole Marelli, 1948 (Fondazione Isec, Fondo Ercole Marelli).
Crediti: Fondazione Isec onlus – ICAR, Direzione Generale degli Archivi – MIBACT – http://www.san.beniculturali.it/web/san/dettaglio-oggetto-digitale?pid=san.dl.SAN:IMG-00002611, Pubblico dominio, Collegamento

Abstract

Quando Primo Levi pubblica La chiave a stella, nel 1978, l’Italia è attraversata da una fase di profondi mutamenti economici, in cui vanno sfaldandosi le prospettive di trasformazione della realtà tramite il lavoro.
Il libro, in controtendenza rispetto a buona parte della letteratura industriale, riflette sul sapere manuale e sulla sua capacità di fondare ancora identità personali e sociali. L’articolo ne propone una rilettura attraverso gli oggetti, in particolare gli strumenti del lavoro.
Chi, come Fondazione ISEC, custodisce archivi d’impresa tentando di valorizzarli anche attraverso percorsi didattici e formativi, conosce il fascino che questi manufatti possiedono e l’aura che emanano. D’altro canto, gli oggetti sono fonti particolarmente “mute”: perché manifestino la rete di relazioni nella quale sono (o sono stati) immersi occorre evidentemente che siano accompagnati dalle parole.
Intrecciare le parole della ricerca con quelle della letteratura può essere una strada che, a tal fine, vale la pena percorrere.

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When Primo Levi published La chiave a stella in 1978, Italy was in the midst of a period of profound economic change, in which the prospects of transforming reality through work were crumbling.
The book, bucking the trend of much industrial literature, reflects on manual skill and its capacity to still establish personal and social identities. The article proposes a reinterpretation of this through objects, in particular work tools.
Those who, like Fondazione ISEC, preserve corporate archives and seek to enhance them through educational and training programs, understand the allure these artifacts possess and the aura they emanate. On the other hand, objects are particularly “silent” sources: in order to reveal the network of relationships in which they are (or have been) immersed, they obviously need to be accompanied by words.
Intertwining the words of research with those of literature is a path that, for this purpose, is worth pursuing.

double blind peer review double blind peer review Questo articolo è stato sottoposto a revisione in doppio cieco (double blind peer review)

Una domanda da cui partire

Tra il 2022 e il 2023, Fondazione ISEC – Istituto per la Storia dell’età contemporanea di Sesto San Giovanni (MI) ha incluso all’interno del proprio Piano dell’offerta formativa un corso per docenti che, attraverso la lente dei rapporti tra Storia e Letteratura, mirava a esplorare il tema del lavoro, delle sue trasformazioni, della sua percezione. Un tema suggerito dalla storia stessa del territorio su cui la fondazione opera e delle cui realtà industriali, o meglio di alcune di esse, ha accolto, conserva e valorizza gli archivi.

Affidandone l’analisi a storici e studiosi di letteratura italiana, il corso prendeva in esame tre testi di letteratura industriale: La chiave a stella[1] di Primo Levi,  La vita agra[2] di Luciano Bianciardi e L’avventura di due sposi, racconto tratto dalla raccolta Gli amori difficili[3] di Italo Calvino.

A Giorgio Bigatti, storico economico e direttore scientifico di Fondazione ISEC, cui era affidato l’incontro sulla Chiave a stella, una docente aveva rivolto questa domanda: «Il protagonista della Chiave a stella, Tino Faussone, con la sua saggezza pratica, la determinazione a non farsi dettare tempi e modi di esecuzione del lavoro, con la sua postura nonostante tutto ancora artigianale, sarebbe stato di non poco affanno per il Taylor della Direzione dell’officina e dei Principi di organizzazione scientifica del lavoro. Quando è morto Tino Faussone? In quale fase dello sviluppo industriale del nostro paese?»

Nel contrapporre la visione tayloristico-fordista dell’industria alla tradizione artigianale, la domanda andrebbe rivista in quanto trascura il contributo che la seconda ha dato alla prima. Converrà tuttavia tenere presente il tema del (supposto) tramonto del mondo artigianale in quanto ci accompagnerà nell’analisi attraverso gli oggetti del testo di Levi.

Analizzare gli oggetti, specie quelli del lavoro, significa esaminare i gesti, gli sguardi, i processi mentali di chi quegli strumenti usa per produrre manufatti; vale a dire entrare in un universo in cui convergono schegge dell’intero sistema sociale, economico, culturale. Il presente lavoro mira a far emergere dall’opera di Levi alcune di queste schegge, e si propone di farlo muovendosi su due livelli.

  1. Si condurrà un paragone per contrasto tra La Chiave a stella e Vogliamo tutto di Nanni Balestrini;[4] nel farlo ci si concentrerà sul rapporto tra i rispettivi protagonisti e gli oggetti con cui entrano in contatto.
  2. Si procederà a una scomposizione del concetto e della pratica del “lavoro ben fatto”. In questo caso il testo di riferimento sarà L’uomo artigiano di Richard Sennett.[5] Collocandosi nell’orizzonte teorico del pragmatismo e prendendo le distanze dalla distinzione arendtiana tra homo laborans e homo faber, Sennett fornisce in questo volume una serie di strumenti concettuali che giungono a definire l’artigianalità come la postura mentale di chi colloca se stesso, la propria identità in ciò che fa; di chi nel rapporto con gli strumenti e gli oggetti del lavoro si mette in gioco per intero. È evidente che una postura di questa natura non va ristretta ai mestieri manuali, rappresentando invece un abito mentale che può essere esteso pressoché a tutti i livelli del lavoro. L’autore infatti ritiene, forse con troppo ottimismo, che dal paniere degli elementi che compongono l’artigianalità sia possibile trarre risorse per costruire società meno ingiuste di quelle nelle quali ci troviamo a vivere.
Economia e lavoro negli anni Settanta

Dal punto di vista economico, gli anni Settanta sono inaugurati dalla svalutazione del dollaro, che apre la strada all’abbandono degli accordi di Bretton Woods, e dall’impennata dei prezzi del petrolio.

Tuttavia, già prima dei due shock, nixoniano e petrolifero, il governo italiano, in risposta all’ondata di contestazioni dell’autunno del ’69, aveva varato una manovra reflattiva che, abbinando aumento della spesa pubblica e rialzo dei prezzi, puntava a una nuova fase di crescita.

Scelte dello stesso tenore erano già state fatte nel precedente ventennio per periodi limitati, presto riassorbite dall’espansione economica. Ora invece vengono mantenute più a lungo e tra alti e bassi l’inflazione avrebbe poi attraversato l’intero decennio.

Il mondo del lavoro è investito da una fortissima conflittualità, che gli stessi sindacati confederali fanno fatica a contenere e che conduce a forme radicali di lotta quali lo sciopero senza preavviso; nel 1975 parte la scala mobile.

Le imprese reagiscono soprattutto con forme di riorganizzazione del lavoro e, nonostante diffuse e vigorose proteste, il taylorismo viene mantenuto anzi esteso agli uffici e adottato dalle piccole aziende.[6]

Vogliamo tutto

Il travaglio che il sistema socio-economico italiano attraversa nel corso degli anni Settanta emerge in forma esplosiva nel libro che Nanni Balestrini pubblica nel 1971, Vogliamo tutto.

Protagonista del racconto è «un operaio che poteva fare ugualmente tutti i lavori sulla catena come giù nel sud indifferentemente faceva il bracciante o faceva le strade. E che quando era necessario poteva tranquillamente fare anche il disoccupato».[7] La vicenda si snoda attraverso i suoi andirivieni dal Sud al Nord, le assunzioni e i licenziamenti, la presa di coscienza politica, la partecipazione alle lotte in FIAT.

Non è evidentemente questa la sede per un esame approfondito del romanzo-manifesto dell’autonomia operaia; piuttosto può essere interessante far emergere due elementi che possono essere utili a tracciare un profilo quasi ideal-tipico dell’interlocutore a cui, dissentendone, Levi si sarebbe poi rivolto scrivendo La chiave a stella.

Un primo dato che emerge inequivocabile è l’essere il testo di Balestrini percorso da cima a fondo dal rifiuto, da una «assoluta estraneità ideologica»[8] al lavoro, vissuto unicamente come magrissima fonte di reddito, origine quindi di una doppia frustrazione: in quanto tirannico erogatore di regole incomprensibili e in quanto incapace di dare accesso a un benessere che pure viene costantemente prospettato come dispensatore di felicità.

Peraltro, la data di pubblicazione colloca Vogliamo tutto in una precisa fase della storia del lavoro:

il grande ciclo conflittuale tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta può essere anche letto come il «canto del cigno» del sogno coltivato da una parte del movimento operaio di una liberazione collettiva attraverso il lavoro, della possibilità cioè di trasformare l’intera società a partire da chi viveva la condizione di fabbrica. La fatica e la durezza, ma anche la sensazione di sfruttamento e di alienazione che hanno da sempre caratterizzato il lavoro operaio, avevano avuto fino ad allora una sorta di contropartita grazie a due elementi fondamentali, motivi ideali e mobilitanti di orgoglio e riscatto: da una parte il sapere professionale e l’etica del lavoro ben fatto, dall’altra il progetto collettivo di costruzione di un mondo diverso. Alla fine del decennio Settanta entrambi questi elementi erano entrati in una crisi profonda.[9]

Le cose di Vogliamo tutto

Ma ciò che qui soprattutto ci interessa è il tema del rapporto oggetti / identità personale per come si configura attraverso le esperienze vissute dal protagonista del racconto di Balestrini.

Nell’ovvia impossibilità di dar conto di tutti gli oggetti in cui egli si imbatte, proponiamo giusto alcune citazioni, scelte in quanto fanno intuire la parabola da lui percorsa: dal paese (campagna) alla città (del Sud) alla città-fabbrica (del Nord).

Tutta questa roba nuova che vedevo in città teneva un prezzo sopra.[10]

Io la superiorità la misuravo in base alle cose. In base al blue jeans in base alla maglietta in base al giradischi e basta.[11]

Mangiavo al Gran Bar un piatto di pasta un fior di latte qualcosa. Spendevo sette ottocento lire e me ne stavo tutta la serata nel bar. C’erano certe fiche meravigliose che bazzicavano per quella zona. Froci magnaccia drogati contrabbandieri capelloni insomma un buon ambiente.[12]

Bisogna sgrossarlo il pezzo poi lucidarlo su un’altra smeriglio. C’è una smeriglio che lo sgrossa e una smeriglio che lo lucida. Con stoffa e fili d’acciaio. Si passa la maniglia che diventa lucida e si liscia. Quello era il lavoro. Mi dettero la qualifica di lucidatore metallico.[13]

Mi acchiappavano mi mettevano un ferro in tasca un ferro qualsiasi un bullone una chiave. Telefonavano alla polizia L’abbiamo sorpreso a rubare e stamattina ha picchiato pure un guardione.[14]

Pur nella diversità di ambienti da cui queste parole emergono, esse ci sembrano però convergere verso un unico punto: le cose, colte in una fredda esteriorità, non rimandano a nulla di umano, non sono espressione di un’interiorità personale, non hanno alcun valore in sé. Neppure sono in alcun modo modificabili, segni di una realtà che essa stessa non si lascia modificare, che può solo essere accettata o rigettata in blocco.

Ciò vale sia per i beni di consumo (la “roba”, le “cose” su cui misurare la superiorità, il cibo del Gran Bar) che per gli strumenti di lavoro e i manufatti. Le cose non danno alcun appiglio per la costruzione dell’identità personale, per la creazione di quella cosmologia sociale descritta da D. Miller in Cose che parlano di noi,[15] che tiene al centro le relazioni tra persone e fa degli oggetti la loro traduzione tangibile.

Né questo meraviglia: l’intento di Balestrini è appunto quello di dimostrare che né il consumismo né l’etica del lavoro possono dare fondamento all’identità, in ambo i casi l’esito è piuttosto l’identicità con la merce, la cosificazione. E infatti, man mano che il racconto prosegue, le cose vanno rarefacendosi, l’io narrante va eclissandosi fino a sciogliersi nel collettivo, fino cioè alla scoperta dell’unico fondamento di un’identità possibile: il “noi” che si forma nella lotta.

La Chiave a stella

Nel 1978 Primo Levi dà alle stampe La chiave a stella.

Come egli stesso racconta a più riprese, il testo va considerato pressoché un’opera prima, la prima cioè ad essere concepita dopo la decisione di abbandonare il suo lavoro di chimico per dedicarsi interamente alla scrittura.

Il testo, in cui le due voci di Levi e del suo alter ego Tino Faussone dialogano di una pluralità composita di temi a partire dall’elemento unificante della passione per il proprio lavoro, trova spazio all’interno del lungo ciclo della letteratura industriale, inaugurato nel 1934 da Tre operai di Carlo Bernari, e la cui stagione più feconda[16] può essere considerata conclusa con la pubblicazione nel 2002 della Dismissione di Ermanno Rea.

I dialoghi tra i due, di pura invenzione ma ispirati all’esperienza reale di Primo Levi a Togliattigrad, si svolgono al di fuori di un contesto di fabbrica, in Unione Sovietica appunto; Faussone ha sperimentato in passato la realtà della catena di montaggio ritraendosene immediatamente e decidendo per il mestiere di montatore, una scelta costantemente rivendicata: «il più delle volte», dice, «si sta ai quattro venti, magari si patisce il caldo, il freddo, la pioggia e le vertigini, ma con la clausura non ci sono problemi».[17]

Nessun dubbio sulla collocazione della Chiave a stella all’interno dell’orizzonte della letteratura industriale: come scrive Giuseppe Lupo nel saggio introduttivo all’antologia La fabbrica di carta,

questo genere di scrittura trae linfa dai fermenti della società e manifesta la sua natura politecnica, il suo procedere di sponda con altre metodologie (la scienza, la filosofia, l’economia, la sociologia, la pubblicità, il design), il suo essere insomma una letteratura di confine, aperta alle contaminazioni e dal carattere versatile.[18]

Tuttavia, il dato dello svolgersi del romanzo al di fuori della fabbrica spinge a chiedersi se quello di cui Faussone è portatore non sia un sapere essenzialmente superato; se tra questo sapere e la divisione testa-braccia su cui si basa l’organizzazione taylorista del lavoro, non ci sia una netta contrapposizione; se insomma il personaggio non sia un residuo del passato a cui si può al più rivolgere un vuoto sorriso bonario. A questa domanda, forse eludendone i risvolti più spinosi, Levi risponde sottolineando la continuità tra artigianato e modernità e facendo del suo montatore un personaggio del tutto in sintonia con il proprio tempo, a partire dalle scelte esistenziali.

Ma avremo modo di tornare su questo.

Una visione problematica e aperta

È possibile scomporre il lavoro ben fatto nei suoi elementi costitutivi?
Quale la relazione tra questi e gli oggetti?
Quale la loro collocazione nella Chiave a stella?

Un aspetto interessante del lavoro ben fatto è quella che nell‘Uomo artigiano viene definita «la relazione aperta tra soluzione e individuazione dei problemi»;[19] questa relazione si instaura quando, all’interno di un processo lavorativo, non ci si limita a eseguire acriticamente il proprio segmento spostandosi meccanicamente da un punto A a un punto B, ma si mantiene una visione quanto più ampia possibile, in cui ogni soluzione è il passo, consapevolmente recepito, verso nuovi problemi e nuovi miglioramenti.

Nel racconto dal titolo Clausura, Faussone è impegnato su un traliccio a torre. Dopo aver eseguito il lavoro secondo quanto richiesto tutto sembra procedere bene, ma quando si presenta un problema, determinato come si capirà poi da un errore di progettazione, ecco ciò che accade.

Il committente ci ha fatti sedere tutti intorno a un tavolo perché ognuno dicesse la sua. Io veramente al principio di dire la mia non osavo, ma una cosa da dire ce l’avevo sì, perché gli anelli ero io che li avevo messi giù, e come ho l’orecchio abbastanza fino avevo sentito che quel rumore di budelle smosse era lo stesso rumore di quando versavamo gli anelli dai secchi giù dentro la colonna. […] Alla fine poi questa mia idea l’ho detta sottovoce al progettista che era seduto vicino a me, e lui si è alzato in piedi e l’ha ripetuta con delle belle parole come se fosse stata un’idea sua.[20]

Cos’è accaduto?

È accaduto che il problema è stato individuato grazie all’atto, fisico e mentale insieme, dell’aver trattenuto un’impressione registrata in precedenza e all’averla correttamente collegata; da ciò l’individuazione di un nuovo problema (come svuotare la torre, con cosa sostituire gli anelli difettosi) e il riassetto dell’intera struttura. Faussone è coinvolto nel processo dall’inizio alla fine, non perché il compito assegnatogli glielo richieda, ma per due ordini di ragioni intrecciati: intanto perché il suo coinvolgimento emotivo nella buona riuscita del lavoro è pieno, tant’è che parla della torre malfunzionante come di un bambino malato. In secondo luogo perché è curioso di vedere come va a finire. «…Beh, è roba da non crederci: lo capisco che queste cose le è venuta voglia di scriverle»:[21] questo l’incipit del racconto.

Infine, vale la pena sottolineare che l’intera vicenda non avrebbe potuto essere raccontata senza gli oggetti. Anelli, piatti, martelli, pallini da due decimi non sono solo protagonisti a fianco alle persone, sono un tutt’uno con esse: le cose sono lo specchio oggettivante degli uomini, gli uomini sono nelle cose che fanno. Come confessa Faussone in Senza tempo, «se ho fatto un lavoro, per il bene o per il male, e non è troppo fuori mano, ogni tanto mi piace andarlo a trovare, come si fa con i parenti di età, come faceva mio padre con i suoi lambicchi».[22]

Pensare con le mani

«Un montaggio», spiega Tino Faussone nella Ragazza ardita, «è un lavoro che ognuno se lo deve studiare da sé con la sua testa, e ancora meglio con le sue mani».[23]

Come sia possibile studiare un montaggio con le mani lo spiega Renzo Piano parlando del rapporto tra disegno a mano e cantiere: non si tratta di una connessione lineare tra il punto A, la mente che ha concepito il progetto e conduce le operazioni, e il punto B, il braccio che lo traduce in realtà. Si tratta piuttosto di una «metamorfosi circolare»,[24] di un rimbalzare dal disegno al cantiere e ritorno, che da un lato modifica continuamente il disegno, dall’altro conduce l’opera in via di realizzazione al miglior assetto possibile.

Il pensare con le mani comincia, certo, dal gesto stesso dell’architetto che accosta la matita alla carta; tuttavia, se già in quel primo segno è impossibile distinguere tra la parte che pensa e la parte che fa è perché esso è frutto di una lunga pratica, del faticoso processo di apprendimento attraverso il quale il sapere viene incorporato fin quasi a essere impossibile da spiegare a parole.

Sarebbe un errore ritenere che questa circolarità strutturi le sole attività lavorative con una rilevante componente pratica; per farsi un’idea della possibilità di estenderla a chi ad esempio lavora con le parole, basterà scorrere l’indice di Lezioni di enigmistica di Stefano Bartezzaghi,[25] da cui in ordine sparso citiamo: combinare, annodare, plasmare, rovesciare, incrociare, sezionare, limare, fiutare.

E, sia detto per inciso, anche la componente giocosa del lavoro ben fatto meriterebbe un approfondimento.

Tornando alla Chiave a stella, in uno dei passaggi più chiari e toccanti sul nostro tema, Levi scrive:

Tutti e tre i nostri mestieri, i miei due e il suo, nei loro giorni buoni possono dare la pienezza. Il suo, e il mestiere chimico che gli somiglia, perché insegnano a essere interi, a pensare con le mani e con tutto il corpo, a non arrendersi davanti alle giornate rovescie ed alle formule che non si capiscono, perché si capiscono poi per strada; ed insegnano infine a conoscere la materia e a tenerle testa. […] Siamo rimasti d’accordo su quanto di buono abbiamo in comune. Sul vantaggio di potersi misurare, del non dipendere da altri nel misurarsi, dello specchiarsi nella propria opera. Sul piacere del veder crescere la tua creatura, piastra su piastra, bullone dopo bullone, solida, necessaria, simmetrica e adatta allo scopo, e dopo finita la riguardi e pensi che forse vivrà più a lungo di te, e forse servirà a qualcuno che tu non conosci e che non ti conosce. Magari potrai tornare a guardarla da vecchio, e ti sembra bella, e non importa poi tanto se sembra bella solo a te, e puoi dire a te stesso «forse un altro non ci sarebbe riuscito.[26]

Piastre, bulloni e parole, messi sullo stesso piano, rappresentano quella materia che occorre conoscere e a cui bisogna tener testa, sapendo che opporrà resistenza, assumendo «il difficile e l’incompleto (come) eventi positivi della nostra attività intellettiva.»[27]

Una realtà modificabile

Fa parte della postura artigianale che conduce a un lavoro realizzato a regola d’arte la convinzione che la realtà è modificabile: ne sono prova tangibile gli oggetti che la abitano, lasciandosi del resto ulteriormente modificare; ma anche gli strumenti predisposti a questo scopo.[28]

È quella che Sennett definisce “coscienza materiale”, che parte dalla curiosità per la materia che si ha tra le mani, sia essa creta, lingua o metallo, e diventa «impegno personale: il nostro interesse», dice parlando di ciò che ci attrae negli e degli oggetti, «si dirige in particolare alle cose che possiamo modificare».[29]

La chiave a stella è per tutta la sua durata un omaggio a questo principio, che nella descrizione della collocazione di un traliccio tocca uno dei suoi punti più alti:

Pendeva sempre di più, la piattaforma di sopra si sollevava, finché facendo una gran schiuma si è messo in piedi, è disceso ancora un poco e si è fermato netto, come un’isola, ma era un’isola che l’avevamo fatta noi; e io non so gli altri, magari pensavano a niente, ma io ho pensato al Padreterno quando ha fatto il mondo.[30]

Un padreterno munito però di chiodi, tubi, bulloni, cacciaviti, ganci, moschettoni, fusibili, rotelle. Questi, e molti altri attrezzi, occupano infatti potentemente la scena esercitando sul lettore un indiscutibile fascino.

Un fascino tanto più enigmatico in quanto, posto che il lettore ne conosca la funzione, il che non è sempre detto, si tratta di strumenti da lavoro e non di beni di consumo.

Tra le molte differenze rintracciabili tra gli uni e gli altri, una potrebbe essere la “personalità” di questi oggetti: i primi sembrano pertenere ad una categoria più anonima e impersonale dei secondi, grazie ai quali invece «people define their affiliations and community, and also their individuality. With every new purchase, a consumer can signal their identity, class, and sense of self to the world».[31]

A complicare ulteriormente le cose concorre il fatto che il nostro montatore non si impegna particolarmente per “personalizzarli” e quando ne tesse le lodi, come ad esempio fa con il martello («quando nessuno mi vedeva, andavo giù col martello, perché il martello aggiusta tutto»)[32] non lo fa in quanto sono i “suoi” attrezzi, ma per loro virtù intrinseche.

Tocchiamo qui un punto interessante: l’attrezzo anonimo, cioè non specializzato, talvolta imperfetto, magari usato in modo non previsto, meglio poi se polivalente, «nella sua grande versatilità consente possibilità praticamente infinite; può […] espandere le nostre abilità, l’unico limite essendo la nostra immaginazione».[33]

E dunque: benché opponga resistenza, la realtà non è la nostra controparte, è una nostra interlocutrice.

La chiave a stella è generalmente considerata l’opera più ottimista di Primo Levi.

Giunti a questo punto però una cautela è d’obbligo e la affidiamo a quanto lo stesso autore scrive nel suo ultimo libro, I sommersi e i salvati.

Ho notato spesso su alcuni miei compagni (qualche volta anche su me stesso) un fenomeno curioso: l’ambizione del «lavoro ben fatto» è talmente radicata da spingere a «far bene» anche i lavori nemici, nocivi ai tuoi e alla tua parte, tanto che occorre uno sforzo consapevole per farli invece «male». Il sabotaggio del lavoro nazista, oltre a essere pericoloso, comportava anche il superamento di autentiche resistenze interne.[34]

Cose come persone

Si è solo sentito un gran soffio, come se respirassero di sollievo, e i due pontoni si sono staccati dal derrick e i rimorchiatori li hanno portati via.[35]

Vedere venire giù un’opera come quella, e il modo poi come è venuta giù, un pezzo per volta, come se patisse, come se resistesse, faceva male al cuore come quando muore una persona.[36]

Le vernici assomigliano […] a noi altri […] Nascono, diventano vecchie e muoiono come noi, e quando sono vecchie diventano balorde; e anche da giovani sono piene di inganni, e sono perfino capaci di raccontare le bugie, di far finta di essere quello che non sono, malate quando sono sane, sane quando sono malate. [37]

L’antropomorfizzazione, di cui i brani citati rappresentano alcuni esempi, è una strategia retorica a cui Faussone (Levi) ricorre volentieri nel corso dei suoi racconti.

Ci si può allora chiedere quale sia il senso di quest’operazione.

Certo, da un lato «l’attribuzione ai materiali di qualità morali umane […] non mira a fornire spiegazioni; il suo scopo è quello di intensificare la nostra coscienza dei materiali stessi e in tal modo ci invita a riflettere sul loro valore».[38]

Nella seconda citazione ad esempio, il crollo di un ponte, ponte che poco prima era stato definito «il più bel lavoro che ci sia»,[39] paragonato alla morte di una persona, invita a riflettere sull’importanza di cui Faussone investe quell’oggetto e il suo stesso lavoro. Invita a riflettere anche sul fatto che la distruzione di un’opera a cui si è lavorato rappresenta la cancellazione di «quella dichiarazione molto semplice, che anonimi lavoratori hanno impresso su materiali inerti: fecit, “Questo l’ho fatto io”, “Sono presente io in quest’opera”, che è come dire: “Esisto”».[40]

D’altro canto, possiamo domandarci: è possibile procedere anche in senso inverso?

Cioè: se antropomorfizzare le cose aiuta a pensarle, chiarendo quale relazione abbiano con noi, è plausibile che le cose che entrano nel nostro orizzonte ci aiutino a pensare le persone, a dare un ordine all’incessante flusso di informazioni che le nostre reti relazionali ci inviano?

Anche a questa domanda cercheremo nella Chiave a stella una risposta attraverso gli oggetti.

Il controllo

La vulgata attribuisce alla possibilità di controllare per intero il processo produttivo degli oggetti una della caratteristiche più proprie al mestiere dell’artigiano; da questa procederebbe l’orgoglio con cui ci si può rispecchiare nel proprio manufatto, frutto di una maestria tecnica altamente specializzata.

In quest’interpretazione, la sapienza artigianale sarebbe stata spazzata via dal regime di fabbrica che, con l’introduzione delle macchine, avrebbe creato una frattura definitiva all’interno del processo tra segmento intellettuale e segmento manuale, sminuzzando il secondo con meticolosità.

La tradizionale artigianalità è cancellata dalla modernità industriale; il lavoratore manuale, che non controlla più nulla, non ha nulla di cui andare orgoglioso.

Cosa ne pensa Tino Faussone?

In uno dei capitoli centrali del libro, Batter la lastra, dedicato al rapporto con il padre, un artigiano del rame vissuto e morto nella sua bottega, Faussone racconta:

A lui un lavoro come il mio gli sarebbe piaciuto, anche se l’impresa ci guadagna sopra, perché almeno non ti porta via il risultato: quello resta lì, è tuo, non te lo può togliere nessuno, e lui queste cose le capiva, si vedeva dalla maniera come stava lì a guardare i suoi lambicchi dopo che li aveva finiti e lucidati. Quando venivano i clienti a portarseli via, lui gli faceva come una carezzina e si vedeva che gli dispiaceva; se non erano troppo lontani, ogni tanto prendeva la bicicletta e andava a riguardarli, con la scusa di vedere se tutto andava bene.[41]

Nella Ragazza ardita, a ribadire la convinzione con cui ha abbracciato la sua carriera da montatore, sottolinea: «se uno sul lavoro non si sente indipendente, addio patria, se ne va tutto il gusto, e allora uno è meglio se va alla Fiat0».[42]

Il nostro protagonista è dunque perfettamente consapevole dell’importanza di lavorare a proprio talento e secondo le proprie competenze, consapevolezza resa più acuta dall’affetto con cui parla di questo padre, morto letteralmente con il martello in mano, come aveva sempre immaginato che accadesse.

Una consapevolezza, però, pienamente aderente alla realtà, la quale non consente affatto di controllare per intero il processo di costruzione degli oggetti (né peraltro, sia detto per inciso, lo ha mai consentito neppure all’astratta figura dell’artigiano tradizionale).

Misurandosi, infatti con le istruzioni dei progettisti e la costruzione nel suo complesso, osserva: «lo schema era così complicato che io lo studiavo al mattino e alla sera l’avevo già dimenticato. Come del resto non ho mai capito bene in che maniera tutto l’impianto dovesse poi funzionare»,[43] e poco oltre: «c’erano anche le colonne più piccole da riempire di anelli, e a che cosa servissero quelle non glielo saprei proprio dire».[44]

L’orgoglio

Passione per il proprio lavoro e orgoglio per le cose fatte a regola d’arte convivono perciò felicemente («l’amare il proprio lavoro […] costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra»)[45] con l’accettazione del proprio (limitato) ruolo.

Faussone si riconosce in una comunità ampia di professionisti e ha chiaro il proprio valore («costiamo cari», dice quasi subito al suo interlocutore, «è il nostro vanto»),[46] sa quando è il suo turno («a questo punto poco da fare ero di scena io»),[47] assume senza forzature la guida del gruppo di montaggio:

Nessuno mi aveva dato il comando della squadra, ma fin dal primo giorno è venuto come di natura che comandassi io, perché ero quello che aveva più mestiere: che fra noi è la sola cosa che conta, i gradi sulla manica noi non ce li abbiamo.[48]

Dirige la propria ammirazione indifferentemente verso committenti, progettisti («le confesso che avevo un po’ di gelosia per i progettisti che l’avevano studiato quel trucco di far lavorare l’aria, l’acqua e il tempo: a me non sarebbe mai venuto in mente»),[49] collaudatori («non è un mestiere allegro […] eppure ci vogliono anche loro»)[50] e manovali per i quali «è disposto a fare da mentore, riecheggiando in versione moderna il maestro in loco parentis della bottega medievale».[51]

Si muove insomma tra le pieghe del suo lavoro senza alcuna sudditanza e con equanimità, trattando alla pari con tutti, in una forma di scambio in grado di emettere e ricevere legami di reciproca legittimazione.

Nella vita di Faussone questa sicurezza ha un’origine, e non ci sorprenderà che essa sia collegata agli strumenti e ai gesti del lavoro, ai tempi lunghi dell’apprendimento e dell’incorporazione del sapere:

Io veramente di natura ero timido, ma alla Lancia, un po’ per la compagnia, un po’ dopo che mi hanno messo alla manutenzione e che ho imparato a saldare, sono venuto più ardito e ho preso sicurezza; sì, saldare è stato importante, non saprei dire perché. […] Sta di fatto che dopo che ho preso sicurezza a saldare, ho preso sicurezza a tutto, fino alla maniera di camminare.[52]

Conclusioni

Torniamo alla domanda sulla possibilità di pensare persone e relazioni attraverso gli oggetti.

Nel libro del 1979, Il mondo delle cose, Mary Douglas e Baron Isherwood[53] spiegano che la portata degli oggetti nella nostra vita non dovrebbe essere mai ridotta alla funzione, pure innegabile, di soddisfare bisogni primari e secondari, neppure quando questi ultimi vengano intesi in termini di affermazione di un vantaggio competitivo. Essi infatti, e ancor più la rete che li collega l’uno all’altro consentendone peraltro una classificazione, possiedono la capacità di fornire servizi di identificazione, a loro volta fondamentali per la lettura e l’interpretazione della realtà nella quale ci muoviamo. Detto in altre parole, gli oggetti presuppongono ed esprimono in forma tangibile il sottomondo delle nostre relazioni sociali, «servono per pensare, […] (sono) un mezzo di comunicazione non verbale per la facoltà creativa dell’uomo».[54]

Pur imperniato intorno al tema del lavoro ben fatto, quello del nostro montatore di gru e ponti è pensato come un personaggio a tutto tondo: fa amicizia, si innamora, riflette sul senso della vita e sul proprio rapporto con il padre, esprime un suo senso del sacro e un parere su se stesso, nutre sentimenti antimilitaristi e di fiducia (o sfiducia) nei confronti dell’umanità, ha una sua visione della bellezza. E questo complesso universo mentale si esprime attraverso le cose, nel suo caso essenzialmente gli strumenti del lavoro.

Lo scimmiotto con cui fa amicizia nell’Aiutante, affratellato a lui dalla solitudine, gli porta su le traverse giuste, in Tiresia si chiede se si possa poi davvero stare al mondo solo per montar tralicci, ripensando al suo vagabondare paragona se stesso a un motore che non tiene il minimo. Ama i ponti perché «si è sicuri che non ne viene del male a nessuno, anzi del bene […] perché i ponti sono come l’incontrario delle frontiere e le frontiere è dove nascono le guerre».[55]

Si potrebbe continuare.

Chiuderemo invece, con l’amore: nella Ragazza ardita Faussone incontra quella che lui stesso definisce un diavolo, una strega e che ci viene presentata come l’ardita guidatrice di un carrello che trasporta profilati.

Il momento più intenso dell’innamoramento è raccontato così:

è stato alla mensa della fabbrica del commendatore: c’eravamo seduti vicini, avevamo finito di mangiare, parlavamo del più e del meno […] e ho tastato la panca alla mia destra, e c’era la sua mano, e io l’ho toccata con la mia, e la sua non se n’è andata e si lasciava carezzare come un gatto. Parola, tutto il resto che è venuto dopo è stato anche abbastanza bello, ma conta di meno.[56]

Le mani dunque non sanno soltanto pensare, possono anche innamorarsi.

Resta una domanda a cui non abbiamo ancora risposto, quella della docente che, durante il corso di Storia e Letteratura, chiedeva quando fosse morto Tino Faussone.

La risposta del relatore è stata: mai, non è mai morto.

Quale senso attribuire a questa risposta? Ci si può cautamente fermare a un significato più ristretto e interpretarla come la possibilità che il lavoro fatto a regola d’arte trovi pur sempre un posto in una modernità produttiva in tumultuosa trasformazione.

Un senso più allargato suggerirebbe che, essendo quella artigianale una postura, un “modo di fare le cose”, nel lavoro manuale come in quello intellettuale, e tutto sommato anche fuori dal perimetro delle attività lavorative, si può essere “bravi” facendo pressoché tutto, purché di ciò che si fa ci si prenda cura. Interpretata in questo modo, la risposta porterebbe a pensare che non c’è essere umano che non sia in grado di ospitare in sé un artigiano.

Sennett aggiungerebbe che un lavoro ben fatto non può fare a meno di un’attitudine collaborativa, sa muoversi nell’ambiguità e non teme la resistenza, sa essere paziente e stempera nei suoi tempi lunghi ossessioni perfezioniste, è mosso dalla curiosità e spinge a esplorare soluzioni sempre nuove, trova nell’imperfezione un’occasione di diversa intelligenza delle cose e nell’errore un’occasione di apprendimento. L’artigianalità intesa dunque, come si diceva all’inizio, come un paniere da cui estrarre virtù civili su cui rifondare legami sociali.

Primo Levi, che conosceva i rischi dell’innamorarsi del proprio mestiere, non allargherebbe forse così tanto il senso della frase, ma intanto con La chiave a stella ci ha consegnato un “capolavoro”, da non intendere qui tanto (solo) come un’opera di grande bellezza quanto piuttosto, come accadeva nelle scuole di avviamento al lavoro, come un oggetto in cui si fondono apprendimento manuale, pensiero e impegno personale.

Bibliografia
  • N. Balestrini, Vogliamo tutto, DeriveApprodi, Roma, 2004
  • S. Bartezzaghi, Lezioni di enigmistica, Einaudi, Torino, 2001
  • L. Bianciardi, La vita agra, Feltrinelli, Milano, 2013
  • G. Bigatti, G. Lupo (a cura di), La fabbrica di carta. I libri che raccontano l’Italia industriale, Laterza, Roma-Bari, 2013
  • I. Calvino, Gli amori difficili, Einaudi, Torino, 1970
  • P. Boccalatte, M. Carrattieri (a cura di), Scarpe rotte eppur bisogna andar. Una storia della resistenza in 30 oggetti, Biblion, Milano, 2024
  • M. Carli, G. D’Autilia, G.L. Fruci, A. Petrizzo, Storia del brigantaggio in 50 oggetti, Rubbettino, Catanzaro, 2023
  • C. Colwell, So much stuff. How Humans discovered tools, invented meaning and made more of everything, The University of Chicago press, Chicago, 2023
  • G. De Felice, L’archeologia del contemporaneo in 10 oggetti, Laterza, Bari, 2024
  • M. Douglas, B. Isherwood, Il mondo delle cose. Oggetti, valore, consumo, Il Mulino, Bologna, 1984
  • F. Gallo, S. Loreto, Storia del lavoro nell’Italia contemporanea, Il Mulino, Bologna, 2023
  • A. Hirsch, Una storia delle donne in 100 oggetti, Corbaccio, Milano, 2023 (ed. or. 2022)
  • P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 1986
  • P. Levi, La chiave a stella, Einaudi, Torino, 1978
  • N. MacGregor, La storia del mondo in 100 oggetti, Adelphi, 2012 (ed. or. 2005)
  • D. Miller, Cose che parlano di noi. Un antropologo a casa nostra, Il Mulino, Bologna, 2014, (ed. or. 2008)
  • R. Riccini, Gli oggetti della letteratura. Il design tra racconto e immagine, ELS La scuola, Brescia, 2017
  • J. Santacana Mestre, N. Llonch Molina, Fare storia con gli oggetti. Metodi e percorsi didattici per bambini e adolescenti, Carocci editore, Roma 2022
  • R. Sennett, L’uomo artigiano, Feltrinelli, Milano, 2008 (ed. or. 2008)
  • V. Zamagni, Introduzione alla storia economica d’Italia, Il Mulino, Bologna, 2019

Note:

[1]  P. Levi, La chiave a stella, Einaudi, Torino, 1978

[2] L. Bianciardi, La vita agra, Feltrinelli, Milano, 2013

[3] I. Calvino, Gli amori difficili, Einaudi, Torino, 1970

[4] Nanni Balestrini, nato a Milano nel 1935 e morto a Roma nel 2019, è stato poeta, saggista, artista. Scrittore sperimentale impegnato, è stato tra i precursori del Gruppo 63 e tra i fondatori di Potere operaio.

[5] R. Sennett, L’uomo artigiano, Feltrinelli, Milano, 2008 (ed. or. 2008)

[6] Per approfondire temi di economia italiana e di storia del lavoro, rimandiamo a F. Gallo, S. Loreto, Storia del lavoro nell’Italia contemporanea, Il Mulino, Bologna, 2023 e V. Zamagni, Introduzione alla storia economica d’Italia, Il Mulino, Bologna, 2019

[7] N. Balestrini, Vogliamo tutto, DeriveApprodi, Roma, 2004, pag. 13

[8] Balestrini, 2004, pag. 179

[9] Gallo, Loreto, 2023, pag. 295

[10] Balestrini, 2004, pag. 31

[11] Balestrini, 2004, pag. 32

[12] Balestrini, 2004, pag. 49

[13] Balestrini, 2004, pag. 38

[14] Balestrini, 2004, pag. 93

[15] D. Miller, Cose che parlano di noi, Il Mulino, Bologna, 2014, (ed. or. 2008)

[16] Dopo il declino degli anni della chiusura dei grandi impianti industriali, questo filone letterario ha conosciuto una nuova stagione; citiamo tra gli autori più noti Alberto Prunetti, animatore tra le altre cose del Festival di letteratura working class e Silvia Avallone, autrice di Acciaio.

[17] P. Levi, La chiave a stella, Einaudi, Torino, 1978, pag. 25

[18] G. Bigatti, G. Lupo (a cura di), La fabbrica di carta, Laterza, Roma-Bari, 2013, pag. 6

[19] Sennett, 2008, pag. 45

[20] Levi, 1978, pag. 19

[21] Levi, 1978, pag. 10

[22] Levi, 1978, pag. 130

[23] Levi, 1978, pag. 37

[24] Sennett, 2008, pag. 47

[25] S. Bartezzaghi, Lezioni di enigmistica, Einaudi, Torino, 2001

[26] Levi, 1978, pag. 51

[27] Sennett, 2008, pag. 50

[28] Se si vuole condurre un’analisi dell’universo di oggetti nel quale siamo immersi che consente di cogliere la loro capacità di strutturare il nostro pensiero della realtà, occorre certo tracciare un confine tra i beni di consumo e gli strumenti del lavoro. Tuttavia, per il ragionamento che stiamo sviluppando, questo confine può essere considerato un po’ più poroso in quanto gli strumenti del lavoro rappresentano per il protagonista della Chiave a stella i caratteri tangibili dell’identità personale e le chiavi di interpretazione del mondo.

[29] Sennett, 2008, pag 120

[30] Levi, 1978, pag. 73

[31]  Le persone definiscono le proprie appartenenze e la propria comunità, e anche la propria individualità. Con ogni nuovo acquisto, un consumatore può segnalare la propria identità, classe e senso di sé nel mondo. [traduzione mia]; C. Colwell, So much stuff, The University of Chicago press, Chicago, 2023, pag. 197

[32] Levi, 1978, pag. 14

[33] Sennett, 1978, pag. 187

[34] P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 1986, pag. 108

[35] Levi, 1978, pag. 71

[36] Levi, 1978, pag. 119

[37] Levi, 1978, pag. 169

[38] Sennett, 2008, pag. 136

[39] Levi, 1978, pag. 104

[40] Sennett, 2008, pag. 129

[41] Levi, 1978, pag. 82

[42] Levi, 1978, pag. 36

[43] Levi, 1978, pag. 14

[44] Levi, 1978, pag. 16

[45] Levi, 1978, pag. 79

[46] Levi, 1978, pag. 4

[47] Levi, 1978, pag. 21

[48] Levi, 1978, pag. 12

[49] Levi, 1978, pag. 68

[50] Levi, 1978, pag. 42

[51] Sennett, 2008, pag. 237

[52] Levi, 1978, pagg. 125-126

[53] M. Douglas, B. Isherwood, Il mondo delle cose, Il Mulino, Bologna, 1984, (ed. or. 1979)

[54] Douglas, Isherwood, 1984, pag. 69

[55] Levi, 1978, pag. 104

[56] Levi, 1978, pag. 42

Dati articolo

Autore:
Titolo: “Un’isola che l’avevamo fatta noi”. Strumenti, saperi, identità nella Chiave a stella di Primo Levi
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Numero della rivista: n.24, dicembre 2025
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo:
, “Un’isola che l’avevamo fatta noi”. Strumenti, saperi, identità nella Chiave a stella di Primo Levi, Novecento.org, n.24, dicembre 2025.

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