Didattica della frontiera adriatica: una riflessione e alcuni spunti operativi
Trieste, 12 giugno 1945, manifestazione italiana in occasione della partenza delle truppe jugoslave seguita agli accordi di Belgrado.
Crediti: Archivio forografico Irsrec FVG.
Abstract
L’area della frontiera adriatica e/o del confine orientale ha ricevuto negli ultimi anni una crescente attenzione, con importanti ricadute sulla didattica. Partendo dal lavoro realizzato per il workshop dedicato a tale tema svoltosi nel corso della Summer School 2024 dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri l’autore fornisce alle/ai docenti alcuni suggerimenti operativi, declinati primariamente in chiave transnazionale: un approccio dichiaratamente auspicato nelle Linee guida per la didattica della frontiera adriatica, che forniscono però insufficienti strumenti in tal senso.
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The area of the Adriatic and/or eastern border has received increasing attention in recent years, with important repercussions on education. Starting from the work carried out for the workshop dedicated to this topic during the 2024 Summer School of the Ferruccio Parri National Institute, the author provides the teachers with some operational suggestions, primarily declined in a transnational key: an approach that is declaredly desirable in the Guidelines for the didactics of the Adriatic border, which however provide insufficient tools in this sense.
Introduzione
L’area del confine orientale o della frontiera adriatica (affronteremo subito, preliminarmente, la questione terminologica) ha conosciuto nel corso degli ultimi decenni un crescente interesse nel discorso pubblico ma anche (se non soprattutto) un aumento esponenziale di proposte didattiche dalle caratteristiche (e problematicità) più disparate. Parlare delle vicende adriatiche può rappresentare una grande palestra di confronto, di lavoro interdisciplinare (non solo storico quindi) e di crescita per la popolazione studentesca che vi si cimenta; può però portare anche a semplificazioni e strumentalizzazioni, che più che far comprendere i conflitti del passato possono contribuire a crearne di nuovi.
Proseguendo a utilizzare la categoria del confronto, potremmo declinarla perlomeno a tre diversi livelli:
- confronto fra i concetti di storia e memoria;
- confronto fra diverse memorie;
- confronto – proprio quest’ultimo è spesso quello che più viene trascurato – fra il difficile passato di queste terre, il loro presente e il loro futuro, in una situazione in cui le diverse comunità che vivono l’area conoscono oggi rapporti reciproci che sono indubbiamente meno conflittuali che in passato.
Confine orientale o Frontiera adriatica?
Iniziando dalla questione terminologica, entrambi i termini, confine orientale o frontiera adriatica, possono permetterci anche una riflessione su come siano percepiti da diversi punti di vista: le vicende di quest’area infatti non sono vicende solo italiane, ma riguardano più popoli, nazioni e stati (e ai fini del presente ragionamento proprio la dimensione statuale risulterà essere più importante). Il confine è una linea netta, ben definita; il termine frontiera nasconde in sé una maggiore indeterminatezza. Che cos’è, visto dal punto di vista sloveno, il “confine orientale?” Da un punto di vista meramente geografico è, ovviamente, il “confine occidentale” di quello stato. Ma è anche un confine che riguarda le vicende di un’area geografica ben identificata, la Primorska (letteralmente regione litoranea) che, malgrado il nome, non comprende solo la costa dell’odierna Slovenia bensì tutta la sua parte occidentale, sino all’alta valle dell’Isonzo, a una distanza quindi non irrilevante dal mare. E la “frontiera adriatica”? Se considerato dal punto di vista italiano, l’espressione ha una sua facile identificazione nell’area della costa orientale adriatica dove mondo romanzo e mondo slavo sono arrivati a contatto. termine, perlomeno da parte slovena, può essere però molto più problematico, banalmente perché la gran parte dell’area che il termine vuole ricomprendere non ha collegamenti diretti con il mondo sloveno. Ancora diversa è la situazione della Croazia, Paese che a oggi non ha alcun confine terrestre con l’Italia, ma che nell’Italia ha il proprio dirimpettaio unico lungo tutta la sua linea di costa. Tutto ciò sta a sottolineare come la scelta del termine che viene utilizzato definisce già di per sé la prospettiva che si vuole adottare sulle vicende che quel termine ricomprende; questo è in una certa misura inevitabile, ma richiede l’acquisizione di tale processo. Va peraltro notata anche una difficoltà linguistica. Nella lingua slovena sia il termine confine che il termine frontiera si traducono con lo stesso termine, ovvero meja. Come rendere quindi efficace il passaggio dal concetto di confine a quello di frontiera in un’ottica di confronto in cui la questione linguistica è tutt’altro che irrilevante? Probabilmente la soluzione migliore sarebbe quella di adottare un termine composto come “mejno območje”, ovvero “area di confine”, che costituisce però indubbiamente una soluzione di ripiego. Ciò che sarebbe quindi necessario è un approccio di tipo transnazionale, capace cioè di superare i limiti di un approccio volto alla comprensione di un’unica prospettiva, quella del proprio gruppo nazionale di riferimento, e di interrogarsi di conseguenza su come altre prospettive, divergenti o apertamente confliggenti, possano coesistere.
Le linee guida ministeriali
Questo è del resto anche l’approccio enunciato e raccomandato dalla prefazione ministeriale alle Linee guida per la didattica della frontiera adriatica, pubblicate dal Ministero dell’Istruzione nell’autunno 2022,[1] e tuttavia esso trova purtroppo pochi riscontri negli effettivi contenuti didattici che poi le Linee guida contengono.
Il presente contributo, che trae spunto dall’attività laboratoriale realizzata nell’ambito di un workshop tenutosi durante la scuola estiva di didattica della storia dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri svoltasi a Trieste nell’agosto del 2024, proverà ad affrontare il tema di un approccio transnazionale fornendo tre possibili tracce di riflessione: la prima, quella dell’analisi delle storiografie (su un lavoro di sintesi in particolare); la seconda, quella dei luoghi; la terza, quella delle letterature di frontiera.
Le fonti storiografiche
L’area della frontiera adriatica è stata oggetto di studio di diverse storiografie nazionali, volendo accettare per ragioni di economicità di spazio e tempo questa definizione: quella italiana, quella jugoslava, poi quella slovena e croata, senza sottovalutare il contributo di altra provenienza. Tali storiografie hanno prodotto nel corso degli anni una mole di testi[2]; nel contesto didattico non si potrà naturalmente ambire a esaminarne molte o in dettaglio, si potrà però perlomeno lavorare su quelle opere di sintesi che hanno alla base un approccio transfrontaliero.
Da questo punto di vista la prima e più rilevante è indubbiamente la Relazione della Commissione mista storico-culturale italo-slovena. La Commissione venne istituita nel 1993: in un contesto geopolitico profondamente mutato, con il collasso della Jugoslavia e la nascita delle due Repubbliche di Slovenia e Croazia, si erano create anche le condizioni perché i due governi ritenessero di poter lanciare un’iniziativa condivisa per trovare una piattaforma comune sui temi del passato. Composta da storici e intellettuali di riconosciuto prestigio da ambo le parti, la Commissione ha concluso i suoi lavori nel 2000, elaborando un testo che ha conosciuto negli anni successivi alterne fortune: rimasto pressoché sconosciuto in Italia, esso ha invece avuto un certo risalto in Slovenia, al punto che la richiesta all’Italia di “riconoscere ufficialmente” questa relazione compare spesso nelle periodiche polemiche sulle vicende della frontiera adriatica che compaiono a livello locale o più ampio.[3]
Ciò che interessa ai fini della presente riflessione è se e quanto quel testo possa oggi rappresentare un utile strumento ai fini didattici. La risposta è, nell’opinione di chi scrive, indubbiamente positiva, adottando un approccio laico e di ampia riflessione sui suoi contenuti e le sue caratteristiche, prima fra tutte quella di essere un testo trilingue (italiano/sloveno/inglese), un fattore che lo rende adatto a eventuali progetti di collaborazione transfrontaliera. Esso può consentire di sviluppare con un gruppo classe delle riflessioni su tematiche che normalmente non trovano molto spazio nella didattica ordinaria (o lo trovano soprattutto per volontà del/la singolo/a docente). Per esempio: che cosa vuole dire avere una storia “ufficiale”, chi decide cosa ne fa parte e che impatto ha sulla società. Usare la relazione della Commissione può permettere di fare anche una valutazione critica del testo stesso, per esempio rilevando come esso sia sprovvisto di un apparato di note o di una bibliografia; può infine consentire un lavoro, magari per gruppi, sui diversi periodi storici che esso affronta, ma anche su quelli che non affronta: cos’è successo ad esempio nell’area adriatica dal 1956, termine ultimo del periodo preso in esame dalla relazione, in poi?
Uno dei punti deboli della Relazione è l’assenza di materiale iconografico. Un valido supporto ai/alle docenti da questo punto di vista può essere fornito dalla mostra virtuale Il confine più lungo,[4] realizzata nel 2022 da Istituto Nazionale Parri, IRSREC FVG, Università degli Studi di Trieste Dipartimento di Scienze politiche e sociali con la collaborazione della Biblioteca nazionale slovena e degli studi – Narodna in študijska knjižnica – di Trieste. La mostra virtuale, organizzata in pannelli, può offrire ulteriori spunti di approfondimento attraverso le immagini, le musiche e i canti – musiche e canti che sono uno straordinario elemento di comprensione delle diverse prospettive che si sono intrecciate nell’area adriatica. Facendo solo un esempio: le cartoline propagandistiche realizzate dalle associazioni di stampo nazionale sia italiano che sloveno negli ultimi scorci della dominazione asburgica, che ben illustrano il contesto comune in cui – loro malgrado – i diversi programmi nazionali dovevano agire. Oppure l’ascolto della canzone Bazovica, della quale viene fornita una traduzione di massima, per mostrare agli studenti quanto il nome di quella località abbia un enorme significato simbolico – per quanto si tratti di un significato del tutto diverso – non solo per gli italiani ma anche per gli sloveni.
I luoghi
Se l’uso dei lavori storiografici ha consentito, fra le altre cose, di introdurre il tema del ”chi” ricorda ”cosa”, un lavoro sui luoghi, in particolare sull’area del Goriziano, attraverso uno specifico progetto, può consentire di approfondire questa riflessione e allargarla a nuove dimensioni. Nova Gorica in Slovenia e Gorizia in Italia sono congiuntamente capitali europee della cultura 2025; già da più di dieci anni l’area delle due città ospita un museo diffuso dell’area transfrontaliera, Topografie della memoria (https://www.topografiedellamemoria.it/info/) realizzato dall’Associazione Quarantasettezeroquattro. Anche in questo caso il plurilinguismo del museo (italiano/sloveno/inglese) consente di immaginare la realizzazione di progetti condivisi con scuole della Slovenia. Il percorso del museo permette di scoprire l’area transfrontaliera goriziana, di incontrare i grandi simboli della memoria pubblica (per esempio il Parco della Rimembranza a Gorizia) ma di intrecciarla con testimonianze e racconti di vita che spesso smentiscono, o perlomeno mettono in discussione, la linearità delle narrazioni ufficiali.
Il museo, abbinando dei totem fisici a una parte online, si presta sia a un lavoro in loco che a distanza. È infatti possibile analizzare con le classi le diverse testimonianze raccolte per abbinarle poi a ognuno dei punti di interesse individuati nel percorso museale. Può prestarsi a ulteriori elaborazioni che vadano oltre i contenuti del museo stesso; per esempio, immaginando un’attività comune con una scuola slovena che porti a scoprire la diversità delle scelte toponomastiche che le due città hanno assunto e conservato nel corso del tempo.
Se Topografie della Memoria può rappresentare un buon punto di partenza per comprendere la complessità storica del Goriziano, un obiettivo similare può essere perseguito, nel caso del Triestino, partendo dalle due Basovizze. In questo caso ci si trova di fronte a due luoghi della memoria molto diversi: nel caso del monumento ai fucilati di Basovizza, si intende commemorare quattro giovani antifascisti (tre sloveni e un croato) condannati a morte e fucilati dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato nel 1930; la foiba di Basovizza invece, è un luogo simbolico di chi perse la vita per mano delle autorità jugoslave nel 1945. Si tratta quindi di due luoghi legati a momenti storici e conservati con tempistiche e modalità molto differenti. Il monumento agli eroi di Basovizza venne eretto nel 1945 su iniziativa delle ricostituite organizzazioni slovene dopo la fine della Seconda guerra mondiale; esso è ancora oggi integralmente affidato alle cure del Comitato per le onoranze degli eroi di Basovizza, che opera nell’ambito della Biblioteca Nazionale Slovena e degli Studi. Si tratta quindi, da un punto di vista formale, di un monumento collocato da soggetti privati, non da istituzioni pubbliche, soggetti privati che ancora oggi ne hanno cura. La Foiba di Basovizza diventa invece monumento nazionale nel 1992. La differenza fra i due luoghi appare subito molto chiara e immediatamente visibile, tanto che può già di per sé essere oggetto di studio e riflessione con gli studenti.
Ciò che rende però rilevante la duplicità di Basovizza-Bazovica è per l’appunto la grande importanza che questo nome ricopre nella memoria pubblica dei due stati vicini. Le scuole di entrambi i paesi si recano a Basovizza: spesso lo fanno per andare a uno solo dei due monumenti, a volte per scelta, spesso anche perché ignorano l’esistenza dell’altro. Le due Basovizze possono però essere anche al centro di un percorso inseribile nel contesto dell’educazione civica, in considerazione dell’alto valore simbolico che ha quanto vi è accaduto il 13 luglio 2020: in quella giornata i presidenti di Italia e Slovenia, Mattarella e Pahor, presenti a Trieste in occasione del centenario dell’incendio del Narodni dom[5] (un altro luogo della memoria estremamente significativo per queste terre) si recarono, mano nella mano, a far visita a entrambi i monumenti. Tale gesto di pace può essere sottoposto a un lavoro di analisi critica, per esempio tramite una ricerca sugli articoli di stampa che all’epoca ne avevano parlato. Anche qui l’accento non va posto sull’acritica accettazione di quanto avvenuto, bensì sullo stimolo che la vicenda può offrire a una più ampia riflessione sull’importanza dei gesti simbolici, sul loro significato, sul loro impatto e anche sul diritto – che è proprio e anzi caratteristica esclusiva delle società democratiche – di manifestare il proprio dissenso sulle modalità con le quali si è giunti a un gesto simbolico oppure nei confronti del gesto in sé.
Le letterature
Le linee guida già citate in premessa contengono anche una chiara indicazione? sull’importanza della letteratura come strumento di comprensione delle vicende storiche. Risultano però manchevoli nella segnalazione di opere di autori non italiani, il che costituisce un’oggettiva carenza. Limitandosi al contesto italo-sloveno segnaliamo come le vicende del XX secolo abbiano fortemente segnato la produzione letteraria slovena, in particolare negli autori che le hanno vissute in prima persona:Boris Pahor, Alojz Rebula, Marko Sosič per la prosa e Srečko Kosovel per la poesia. Le vicende del fascismo, dei processi di snazionalizzazione, della Seconda guerra mondiale e anche del difficile dopoguerra sono spesso centrali nelle opere di questi autori. A fini didattici è particolarmente rilevante un’antologia di passi tratti da autori sloveni in Italia, italiani in Slovenia ed esuli, realizzata nell’ambito di un progetto di collaborazione transfrontaliera, Eduka 2.[6] L’antologia, interamente bilingue, si presta per questo motivo a un eventuale lavoro comune che coinvolga scuole di entrambi i Paesi; essa fornisce un’ampia ma sintetica visione d’insieme della produzione letteraria dei diversi autori, fornendo spunti di lettura ed esercizi e costituendo al contempo per il docente un utile strumento per ricercare ulteriori testi. L’antologia è liberamente scaricabile dal sito di Eduka 2 unitamente ad altro materiale didattico ugualmente prezioso, con l’accortezza che si tratta di materiali pensati primariamente per le scuole italiane e slovene dell’area transfrontaliera, e tuttavia pur sempre ricchi di numerosissimi spunti utili anche a docenti provenienti da altre realtà. Antologie come questa, unitamente a un più ampio lavoro di lettura sulla letteratura alto-adriatica, possono rivelarsi uno strumento preziosissimo per stimolare l’empatia verso il vicino.
Conclusioni
Concludendo questa breve carrellata di possibili spunti didattici, non resta che esprimere un auspicio generale: che le iniziative volte ad approfondire il Novecento adriatico, si svolgano esse in Italia o in Slovenia, non si limitino a far conoscere agli studenti e alle studentesse le pagine più buie e le sofferenze che questo secolo ha portato all’area in questione, ma che li spingano anche a interrogarsi su che cosa voglia dire oggi vivere in un’area in cui, come in passato, le comunità, le identità e le lingue si mescolano, a volte in maniera conflittuale, spesso in maniera estremamente feconda e originale. Nel contesto storico attuale, dove studenti e studentesse si trovano a vivere nella situazione internazionale più complessa e conflittuale dalla fine del secondo conflitto mondiale, appare estremamente importante che dell’area adriatica non si faccia solo un’area di ricordo delle sofferenze del passato ma anche un laboratorio di scoperta sui risultati, i limiti e le sfide dei percorsi di riconciliazione che si sono dipanati nel corso degli ultimi decenni.
Note:
[1] https://www.mim.gov.it/-/linee-guida-per-la-didattica-della-frontiera-adriatica [13/6/2025], si segnala a tal riguardo anche anche il dossier 18/2 del dicembre 2022 pubblicato su Novecento.org: Gianluca Fulvetti e Igor Pizzirusso, Per il Giorno del Ricordo, in “Novecento.org”, n. 18, dicembre 2022. DOI: 10.52056/9791254693162/07.
[2] Si segnala a tal proposito perlomeno il Vademecum per il Giorno del Ricordo, IRSREC FVG, Trieste 2020, https://www.irsrecfvg.eu/upload/vademecum_giorno_ricordo/Vademecum_giorno_del_ricordo_aggiornato.pdf [10/7/2025].
[3] A titolo meramente esemplificativo, nel 2007 una tale richiesta veniva avanzata da uno dei due rami del Parlamento sloveno, https://old.delo.si/novice/slovenija/italija-naj-objavi-porocila-zgodovinske-komisije.html [19/6/2025), oppure un comunicato stampa del partito Gibanje Svoboda, attualmente a capo del governo sloveno, a seguito del 10 febbraio 2023 https://gibanjesvoboda.si/svoboda/obsojamo-vsakrsne-ideje-fasizma-in-nacionalizma/ [19/6/2025].
[4] Raoul Pupo, Fabio Todero, Štefan Čok (a cura di), Il Confine più lungo, Mostra virtuale visitabile all’indirizzo https://confinepiulungo.it [10/6/2025]
[5] Casa nazionale degli sloveni a Trieste, distrutta dai fascisti nel 1920 e altro luogo della memoria di estrema importanza. Per una rapida sintesi si veda la scheda “Il rogo del Narodni dom” del progetto “Le vie della memoria” dell’IRSREC FVG https://www.youtube.com/watch?v=-0m6SFgy-Qw [28/6/2025], per un approfondimento la recente monografia Klabjan, Borut. Gorazd Bajc, Battesimo di fuoco: L’incendio del Narodni dom di Trieste e l’Europa adriatica nel XX secolo: storia e memoria, Società editrice il Mulino, Bologna 2023.
[6] AA.VV., Letterature a contatto 2, https://www.eduka2.eu/materiali-didattici/letterature-a-contatto-2/ [15/6/2025]

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