Select Page

Alessandro Spina e il colonialismo italiano in Libia: un contro-romanzo storico

Alessandro Spina e il colonialismo italiano in Libia: un contro-romanzo storico

Immagine Cortesia di Amalie Elfallah: dal Fondo Biblioteca di Alessandro Spina, Tracciare una colonialità della memoria, “ALEA”, no: Simbiosi, maggio 2022.

Abstract

Il contributo propone una contestualizzazione critica dell’opera di Alessandro Spina, nato Basili Shafik Khouzam, tra finzione e testimonianza storica del colonialismo italiano in Libia. Analizzando estratti dai suoi testi, si evidenzia l’intreccio tra Storia e vicende individuali. La scrittura transculturale tra Libia e Italia di Spina dialoga con la storiografia coloniale e apre prospettive sul rapporto tra memoria, identità mediterranee e rimozione storica italiana.

____________________

This article offers a critical contextualisation of the work of Alessandro Spina, born Basili Shafik Khouzam, between fiction and historical testimony of Italian colonialism in Libya. By analysing excerpts from his texts, the intertwining of history and individual events is highlighted. Spina’s transcultural writing between Libya and Italy dialogues with colonial historiography and opens up perspectives on the relationship between memory, Mediterranean identities and Italian historical repression.

double blind peer review double blind peer review Questo articolo è stato sottoposto a revisione in doppio cieco (double blind peer review)

Alessandro Spina

Alessandro Spina è lo pseudonimo di Basili Shafik Khouzam (Bengasi, 1927 – Rovato, 2013), scrittore e imprenditore che ha passato la vita tra due mondi e due epoche, l’Italia e la Libia durante e dopo l’occupazione italiana. Originario di una famiglia siriana maronita, Spina ha trascorso l’infanzia fino ai tredici anni in Cirenaica, la regione orientale della Libia unificata dal regime fascista dal 1932 attraverso la repressione violenta della resistenza locale guidata dall’imam Omar al Mukhtar.[1] In seguito, ha trascorso la gioventù a Milano, dove ha conseguito la laurea in letteratura con una tesi su Alberto Moravia presso l’Università Statale. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e l’indipendenza libica sotto il regno di Idris, Khouzam torna in Nord Africa e partecipa all’impresa tessile di proprietà famigliare che poi gestirà da solo. Quando Gheddafi prende il controllo dello stato nel 1969 e dà inizio alla nazionalizzazione delle industrie, l’autore è costretto a lasciare l’attività e tornare in Italia, stabilendosi in Franciacorta (Brescia), dove passa l’ultimo periodo della sua vita continuando a scrivere.[2] Ciò nonostante, Spina rimase escluso dai circoli letterari più famosi e frequentati; infatti già negli anni Sessanta, fu Moravia stesso a fargli notare che: «Per un romanzo (o ciclo) simile in Italia il pubblico non c’è.»[3] così come la sua opera fu relegata ai margini del dibattito culturale, sia per la sua vita a metà tra le due coste del Mar Mediterraneo, sia per l’argomento trattato, che all’epoca fu sostanzialmente ignorato dal pubblico.[4]

Anche oggi, sebbene il colonialismo italiano sia oggetto di crescenti dibattiti accademici, artistici e letterari,[5] la figura di Spina rimane per lo più trascurata, al netto di alcune isolate quanto importanti eccezioni.[6]

Le opere

Il primo racconto di Spina a tema coloniale fu L’ufficiale (1954), pubblicato nella rivista Nuovi Argomenti, edita da Alberto Moravia e Alberto Carrocci. Poi, dopo un primo romanzo di ambientazione milanese – Tempo e corruzione (Garzanti, 1962) – Spina si concentrò sulla Libia e, in particolare, la Cirenaica che gli diede i natali e in cui poi visse l’età adulta. Il racconto con cui «le cose cambiarono»[7] è Giugno ’40, pubblicato nella rivista Paragone, diretta all’epoca da Anna Banti e Roberto Longhi. Il racconto ricevette l’attenzione di Cristina Campo con cui Spina strinse un forte legame che durò tutta la vita e che lo porterà ad alcune collaborazioni. Tutta la sua opera narrativa fu poi pubblicata dagli anni Sessanta da varie case editrici, tra cui Mondadori, Rusconi, Garzanti, fino all’ultimo lavoro singolo con Ares, L’oblio: ventiquattro storie coloniali (2004). Nel suo periodo libico (1953-1979), Spina pubblicò una raccolta di racconti, Storie di ufficiali (1967), tre romanzi – Il giovane maronita (1971), Le nozze di Omar (1973) e Ingresso a Babele (1976) – e un racconto lungo, Il Visitatore notturno (1979). In seguito al ritorno in Italia, la sua produzione letteraria continuò con Le notti del Cairo (1986), La commedia mentale (1992) e La riva della vita minore (1997), tutti e tre romanzi, e con una nuova raccolta di racconti, Nuove storie di ufficiali (1994). Nel 2006 questo insieme confluì in un volume di più di 1200 pagine, I confini dell’ombra, edito da Morcelliana che gli valse il prestigioso Premio Bagutta nel 2007. In questo volume, Spina rielaborò tutte le sue precedenti scritture di ambientazione libica per costruire una storia dalla colonizzazione italiana in Nord Africa fino a prima della scoperta del petrolio dal punto di vista della regione della Cirenaica.

La riscoperta delle opere di Spina all’estero

Se, come detto, la scrittura di Spina è passata per lungo tempo inosservata e a oggi resta quasi impossibile trovare delle copie dei suoi libri se non attraverso canali di rivendita o qualche rimanenza nelle case editrici, va evidenziata un’inversione di tendenza a partire dal 2014 che ha permesso nuove possibilità di fruizione della sua opera a un pubblico internazionale. Sono infatti stati pubblicati i primi due tomi de I confini dell’ombra con il nome The Confines of the Shadow (2015) e Colonial Tales (2018), entrambi dalla casa editrice Darf Publishers, fondata in Libia nel 1952 come Dar Fergiani ed operativa in esilio dal 1981 nel Regno Unito.

Due anni dopo la morte dell’autore, è cominciata la traduzione in inglese da parte del poeta e scrittore André Naffis-Sahely, che ha definito Spina e la sua poetica:

a Christian Arab born during the apogee of colonial power, who then consolidated his Western education with his intimate knowledge of Libyans and Middle Eastern customs and history to produce the only multi-generational epic about the European experience in North Africa.[8]

Il focus dello studio

In questo articolo, verranno citate tre opere dalla raccolta del 2006, i romanzi Il Giovane Maronita e Le Notti del Cairo, e un racconto, Quando la foresta si mise in marcia, come esempi del rapporto tra letteratura e storia. L’autore utilizza documenti, citazioni letterarie e ambientazione storica per mettere in scena le vicende narrative in cui i personaggi sono inseriti come attori usando la metafora del teatro cara allo scrittore. L’identità «transculturale»[9] gli ha permesso di attraversare mondi e col tempo dipingere un quadro della vita sia durante il periodo coloniale che durante quello successivo, inserendo personaggi la cui psicologia è fortemente segnata dal peso dell’incontro con l’Altro. Grazie alla rappresentazione fittizia dell’ambiente coloniale, Spina riesce a inserire ed enfatizzare una critica psicologica di tutti gli attori presenti, dai colonizzati al colonizzatore, e delle conseguenze dell’opera coloniale in Libia. Le opere non sempre replicano una psicologia verosimile dei personaggi ma l’obiettivo di Spina è di mostrare gli effetti della Storia attraverso la narrazione romanzesca.

Infine, la necessità di uno studio approfondito su Spina emerge da un ultimo elemento di raffronto con la storiografia. Nella recente pubblicazione di Labanca, Studi storici sul colonialismo italiano, si evidenzia infatti come a partire dalla fine degli anni Sessanta, un ristretto gruppo di storici, tra cui Roberto Battaglia, Angelo Del Boca, e Giorgio Rochat, cominciò a ridefinire la storia coloniale italiana con un vero sviluppo solo nelle decadi successive.[10] In questo stesso periodo, le pubblicazioni di Spina crescono in un lavoro di ricerca parallelo che poi culmineranno ne I confini dell’ombra mirando a colmare un vuoto storico e narrativo. Mentre dunque si assiste ad una proliferazione di studi coloniali, l’attuale mancanza di ripubblicazione di Spina in Italia segnala una perdita culturale da recuperare e da studiare.

Il Giovane Maronita: tra documento e finzione letteraria

Il Giovane Maronita, il romanzo che apre la raccolta de I confini dell’cmbra, fu pubblicato per la prima volta per Rusconi nel 1971. La trama viene descritta brevemente dall’autore nella copertina:

Un dramma nazionale: Libia 1911, la guerra italo-turca. Tre storie individuali: un mercante medio-orientale, un libico facoltoso e un ufficiale italiano. La struttura del romanzo si articola su due piani: una vetrina di citazioni da proclami, discussioni in parlamento, giornali, ricordi, poesie e canzoni patriottiche; la narrazione dell’itinerario che percorrono in questo contesto personaggi condizionati da una eredità culturale diversa.[11]

Già da queste parole, si capiscono alcuni dei punti fondamentali del lavoro di Spina. L’uso di riferimenti storici da varie fonti rappresenta una caratteristica fondamentale del Giovane Maronita. Lo stesso Spina scrive ancora che:

le numerose citazioni sono altrettante chiavi; ma esse vogliono, deliberatamente, «ingannare» il lettore: lo informano, gli danno suggerimenti e insieme lo mettono su false piste, percorrendo le quali non si raggiunge affatto il fondo del romanzo (che non è in nessun luogo, come in un labirinto).[12]

Tra queste «chiavi», che si mescolano alla storia del maronita Émile Chebas, del mercante libico Semereth Efendi e dell’ufficiale italiano Capitano Martello, si trovano svariati riferimenti storici. Oltre a quelli già dichiarati dall’autore in copertina si possono trovare opere storiche italiane ed estere, citazioni religiose dal Corano, manifesti politici della resistenza libica, letteratura araba e così via, che delineano un quadro parallelo alla trama. In particolare, Spina sceglie tre riferimenti fondamentali scelti per sottolineare il tono dell’«impresa coloniale»: il «canto augurale per la nazione eletta» di Gabriele D’Annunzio del 1904, una citazione da «Come siamo andati in Libia» di Gaetano Salvemini del 1914, e il «Proclama» del tenente generale Caneva alle popolazioni libiche del 13 ottobre 1911.[13]  I personaggi agiscono dunque nelle loro vite quotidiane in una cornice di storia contemporanea ed eredità culturali che definiscono il rapporto violento, ma normalizzato, dell’impresa coloniale.

Tomasz Skocki ha dedicato diversi articoli alle opere di Spina (l’autore è incluso anche nel lavoro di ricerca della sua tesi di dottorato, pubblicata nel 2014)[14] e in particolare, analizzando Il Giovane Maronita, ha notato che «la figura dell’ufficiale è spesso al centro delle vicende narrate».[15] In un paragone con Tempo di uccidere, il romanzo di Ennio Flaiano del 1947[16], Skocki descrive il rapporto coloniale come un’«amara riflessione sull’incomunicabilità tra dominatore e dominato.»[17] Infatti, la vita militare in Spina è il tema più frequente del periodo coloniale e lui stesso spiega questa attenzione:

La collocazione di tanti scritti […] nella cornice militare, oltre al fatto che tale presenza era in colonia egemone, si giustifica per una ragione non esplicita ma determinante: […] c’è la presenza di una missione non stabilita dal singolo, in qualche modo quasi una traccia di destino.[18]

E ancora: «il comportamento del singolo è determinato da altri (il Comandante Supremo) ed è percepito dagli altri (plurale, gli autoctoni) come sopruso.»[19] Dunque, Spina individua nella figura dell’ufficiale militare il perfetto personaggio su cui lavorare in chiave romanzesca per le finalità delle sue narrazioni.

L’inserimento di personaggi libici fu più impegnativo; ad esempio, ne Il Giovane Maronita gli «autoctoni» non parlano attraverso il discorso diretto perché non verrebbe data una rappresentazione corretta degli usi linguistici dei libici. Alexander Beecroft annota a tal proposito che il discorso indiretto utilizzato da Spina funziona come «un’approssimazione»[20] del pensiero del personaggio, che così appare estraneo al mondo eurocentrico degli ufficiali e del lettore. In seguito, la situazione cambia e con l’esperienza dell’autore in Libia, i personaggi «autoctoni» cominciano a esprimersi con il discorso diretto.[21]

Le citazioni utilizzate nell’opera hanno un grande significato simbolico e, se da un lato appesantiscono la narrazione, dall’altro servono a contestualizzare degli avvenimenti che molto spesso furono tralasciati da una visione eurocentrica della storia coloniale. Mentre nella versione inglese di Naffis-Sahely sono state rimosse per rendere più fluida l’opera, Spina volontariamente inserì le citazioni per garantire «la pluralità delle voci» e, nella postfazione de I confini dell’ombra, spiega che «il romanzo chiede la collaborazione del lettore» perché – e qui non manca  una nota critica nei confronti dell’ambiente letterario – «tutto diverso dai romanzi anemici che affliggono il mercato.»[22] Spina volle – già all’epoca della scrittura, tra il ’64 e il ’69 – andare contro degli schemi che rilevava nella cultura italiana, in particolare riguardo alla storia coloniale: «Tutto contraddice la rettorica nazionale.»[23] La grandissima varietà di citazioni includono «letterature» distanti come Les mouches di Jean-Paul Sartre (1943)[24], passando per la Storia d’Italia dal 1871 al 1915 di Benedetto Croce (1928)[25], fino alla conclusione con il dispaccio del Generale Cadorna dopo Caporetto del 1917.[26] L’autore è capace di navigare questi mondi non solo grazie alle sue conoscenze ma anche per la sensibilità che lo distingue, che gli consente di interagire sia con la parte colonizzatrice sia con la colonizzata, non appartenendo totalmente a nessuna delle due. Non mancano i riferimenti alla letteratura mitteleuropea di cui Spina era un grande ammiratore, specialmente di autori come Thomas Mann e Hugo von Hofmannsthal, che hanno segnato la sua scrittura.

Per questo, Il Giovane Maronita è da considerarsi un romanzo storico che va oltre gli schemi di un genere che – nel caso dell’ambientazione coloniale – ha spesso favorito la rappresentazione di un mondo, quello dei colonizzatori, a discapito dell’altro, quello dei colonizzati. In questo aspetto, l’autore riesce a riformulare il genere del romanzo coloniale, definito in Casales come

Costrutto narrativo di ambientazione extrametropolitana storicamente localizzato in un rapporto di potere coloniale, impegnato a rappresentare un rapporto di potere coloniale secondo la prospettiva univoca dei dominatori.[27]

Questo romanzo e le opere successive rappresentano il tentativo di decostruire questo immaginario evidenziandone la mentalità e le ipocrisie spesso dal punto di vista dell’alta società, sia colonizzata sia colonizzatrice.

La scrittura di Spina mette poi in dialogo le conseguenze della Storia con vicende personali dei personaggi. Ad esempio, l’adesione di Semereth Efendi alla resistenza libica è una prova dell’intreccio tra il collettivo e l’individuale che, insieme alle citazioni reali delle statistiche del periodo coloniale,[28] produce un discorso frammentato, di cui talvolta è difficile seguire il filo ma che allo stesso tempo restituisce una complessità capace di offrire uno strumento di «autorevolezza» e di «critica»[29] sull’impatto della colonizzazione su una cultura intera. In particolare, è importante sottolineare l’opera, citata da Spina, dell’antropologo E.E. Evans-Pritchard, The Sanusi of Cyrenaica, pubblicata nel 1948 (Oxford University Press) e tradotta in Italia per la prima volta solo nel 1979 come Colonialismo e resistenza religiosa nell’Africa settentrionale. I senussi di Cirenaica (Edizioni del Prisma). Evans-Pritchard ritrae la popolazione dei senussi e i rapporti tribali in Cirenaica includendo il conflitto con i coloni italiani. Il capo dei senussi, Sidi Muhammad Idris al-Mahdi al-Senussi, diventerà il primo re della Libia indipendente dopo la Seconda guerra mondiale nel 1951. Da questi esempi, si evince come Spina includa delle fonti per il lettore che vanno oltre la finzione della narrazione. La storia della Libia si estende nella prosa e con l’evoluzione della Storia, nuove chiavi di lettura escono allo scoperto.

Una questione di fonti

Una peculiarità dell’opera di Spina, confluita in gran parte ne I confini dell’ombra, è quella di riuscire a ritrarre il racconto di popoli che si incontrano violentemente nel colonialismo ma, allo stesso tempo, prefigurandone i lasciti fino alla scoperta del petrolio alla metà degli anni Sessanta. In questo arco temporale, le uniche fonti scritte sono quelle di origine coloniale mentre quelle libiche sono perlopiù orali e verranno raccolte dall’autore di persona nel suo soggiorno in Nord Africa.[30] Per quanto riguarda quelle scritte, l’autore mette a frutto i suoi studi e le sue ricerche personali in «biblioteche (italiane),» sottolineando come in Libia fosse rimasta solo la biblioteca archeologica di Cirene mentre quella senussita di Giarabub, «8000 volumi, fu sciaguratamente distrutta o dispersa durante la conquista coloniale.»[31]

Dalla scrittura de Il Giovane Maronita cominciò una collezione spasmodica di tutto quello che riguardava la Libia e il colonialismo italiano da cui si costituì «un bel fondo su quelle vicende, che continu[ò] sempre ad alimentare.»[32] Francesco Rognoni, vicino negli ultimi anni di vita a Spina, descrive l’insieme come una «raccolta davvero unica al mondo.»[33] Oggi la collezione si trova presso il Centro Documentazione Memorie Coloniali di Modena (CDMC) col nome di Fondo Biblioteca Coloniale A. Spina e contiene più di 640 volumi tra documenti, narrative o stampe di ogni tipo.[34] Lo stesso CDMC ha per altro dedicato nel 2017 un convegno all’autore dal titolo Nel Labirinto coloniale al quale hanno partecipato accademici e studiosi che ne hanno analizzato la figura sia come autore sia come imprenditore. Questo evento rappresenta uno dei pochi contributi sistematici sull’opera di Spina, insieme al numero 102, Per Alessandro Spina, della rivista letteraria Paragone, curato dal professore Francesco Rognoni e pubblicato nel 2010.[35] Il fondo è consultabile e rappresenta un esempio di biblioteca privata aperta al pubblico specializzata in colonialismo italiano, capace di riservare ancora grandi possibilità di studio tra molte altre donazioni di privati, alcune delle quali digitalizzate, riguardo ai territori occupati dall’Italia nel corso del Novecento. Nel fondo sono presenti anche romanzi coloniali (come Piccolo amore beduino di Mario Dei Gaslini del 1926, ambientato in Libia)[36] che quindi sono stati possibile materiale di ispirazione e di studio per le narrazioni di Spina.

Quando la foresta si mise in marcia

La passione dello Spina collezionista trova un riscontro nelle sue opere e in particolare nel racconto Quando la foresta si mise in marcia, parte di 12 Storie coloniali scritte tra il ’98 e il ’99, pubblicate insieme a I confini dell’ombra per la prima volta e inserite tra le 24 Storie coloniali e La commedia mentale.[37] La storia è ambientata nel 1940 e descrive le vicende di un agricoltore, Valentino Borghi, il quale è incaricato dal governo coloniale di occuparsi della colonizzazione di un pezzo di terra in Cirenaica. Borghi non si occupa solo della sua professione ma intende scrivere un libro, un «vademecum dell’agricoltore sulle coste africane».[38] Il racconto segue il protagonista mentre descrive con precisione le modalità con cui la colonizzazione terriera si svolgeva durante il fascismo. Inoltre propone, attraverso delle epistole a un certo Giovanni, la prospettiva di uno scrittore con un’impresa a cui dedicarsi in colonia all’indomani di una guerra. Borghi eredita «la biblioteca di un vecchio amministratore coloniale» con materiali che precedevano l’arrivo degli Italiani nel 1911.[39] Nell’opera, i riferimenti alle spinte imperialistiche del fascismo sono numerosi e sono riportati come la fine di un percorso cominciato in passato dall’Italia, ad esempio:

Il colono è un cittadino dalle distorsioni vistose, è storia vecchia; quasi sempre, finisce nelle braccia del nazionalismo, ovvia conseguenza della metamorfosi dell’autoimmagine. Fra la propaganda del governo e i suoi pensieri c’è non contrasto o reticenza ma una sorta di gara a chi va più in là, quasi che l’entusiasmo possa mutare il corso ineluttabile degli eventi. Se il Fascio sogna un impero simile a quello della Francia o dell’Inghilterra, di congiungere la Libia con l’Abissinia […].[40]

Non mancano nemmeno rimandi a opere storiche, come il Manualetto per l’ufficiale in Tripolitania, edito dal Comando del Corpo di Stato Maggiore del 1911, oppure «il volume rosso» del Touring Club Italiano del 1937. Entrambi sono parte del Fondo Coloniale di Modena, come si nota dall’inventario disponibile online,[41] dando ulteriore prova di come il rapporto tra Spina e la sua biblioteca non nasce e si sviluppa solo da una passione dell’autore o dall’esigenza materiale di attingere informazioni per la propria scrittura, ma da un impulso creativo per la costruzione delle narrazioni.

Sebbene forse l’agricoltore del racconto possa sembrare più intellettuale della realtà, Spina si concentra sulla mentalità dei personaggi, evidenziando il rapporto tra Storia e vicende individuali e come, nel caso del colonialismo, queste due dimensioni si trovino in contrasto.

Nel racconto si trova anche un esplicito riferimento al titolo della raccolta I confini dell’ombra, con Borghi che descrive proprio la presenza di un’«ombra» nel forte turco, poi passato all’esercito italiano, che ora gli appartiene: «Le porte sono sempre aperte, altro che ponti levatoi! Non temiamo più la rivolta, il presente è tutto sui confini, qui viviamo sempre lo stesso giorno, facile se non già più sereno.»[42] Questi confini possono essere interpretati in più modi dai lettori. Una possibile spiegazione sta nei lasciti delle ombre del passato che si ripresentano sempre e si pongono anche nel futuro. Quasi in un gioco metanarrativo, all’interno di questa libreria coloniale fittizia, immagine di quella reale di Spina, si trova il libro Incontro nel Deserto del viaggiatore danese Knud Holmboe. Nel racconto, Borghi annota come il libro del 1931 fu tradotto in inglese nel 1936 e non appare in biblioteche pubbliche ma invece è presente in quella privata ereditata.[43] La storia di Holmboe è quella di un giovane borghese che attraversa il Nord Africa nel 1930 e che, convertitosi all’Islam, si unisce alla resistenza libica in Cirenaica assistendo così alla violenza del colonialismo italiano.[44]

Nel racconto Spina cita un passaggio di due pagine sull’interrogatorio a cui Holmboe prestò assistenza come «interprete» per quattro beduini arrestati dai carabinieri italiani a Derna dove poi vennero fucilati.[45] Lo stesso autore scrisse la postfazione per l’edizione italiana pubblicata nel 2005 da Longanesi,[46] dimostrando anche la versatilità di proporre l’argomento coloniale in più registri e fuori dalla narrazione del romanzo e dei racconti. Il passaggio citato conclude anche il racconto con un’ultima nota di Borghi al suo destinatario, Giovanni, che contiene una riflessione sulla presenza della morte in cui risalta un’ultima citazione, “the wood began to move”,[47] tratta dal Macbeth di Shakespeare e che dà il titolo al racconto. Spina dimostra così ancora una volta la sua capacità di muoversi tra culture e tradizioni letterarie così diverse eppure unite in maniera naturale nella sua narrazione.

Un finale postcoloniale

I confini dell’ombra risulta essere una miniera di informazioni frutto di ricerca e un prodotto di finzione che converte i fatti storici in testimonianze possibili di una realtà passata. Resta ancora, però, da fare cenno al periodo successivo all’indipendenza della Liba e appena precedente la scoperta del petrolio, che causerà sconvolgimenti politici e sociali con l’ascesa al potere del colonnello Gheddafi. Spina tratta questo argomento negli ultimi romanzi che concludono il volume: Ingresso a Babele (Rusconi, 1976), Le notti del Cairo (Scheiwiller, 1986) e La riva della vita minore (Mondadori, 1997).

Fra questi, Le notti del Cairo affronta i legami tra Egitto e Libia con l’ascesa al potere di Gamal Abd al-Nasser nel 1956. Il romanzo ha per tema il cambiamento culturale che il socialismo di Nasser ha portato nella regione con le famiglie dell’egiziano Botros Chawki e del mercante libico, Ibrahim, e suo figlio, Junes come protagoniste. Il contesto politico si riversa sulle vicende familiari in una società in pieno cambiamento che si vede divisa tra aspirazioni verso l’Occidente e la nuova forza di Nasser. Con Le notti del Cairo Spina dipinge il quadro sociale immediatamente successivo a quello coloniale di una Libia che cerca nel vicino Egitto i riferimenti per la propria identità. In relazione alla Storia, l’autore inserisce verso metà opera un discorso proclamato da Nasser al Circolo degli Ufficiali inneggiante alla rivoluzione in atto.[48] Spina spiega questa scelta per dare al lettore la possibilità di farsi la propria opinione invece che passare attraverso il narratore: «lo presento al naturale, presento insomma alla mostra il modello anziché il suo ritratto.»[49] Inoltre, l’autore sottolinea come l’Egitto, insieme all’Italia, sia il paese che ha «condizionato la storia del Novecento in Libia»; in particolare, la “Voce degli arabi”, «l’infuocata emittente nasseriana, era diffusa tutto il giorno in Libia, in casa, al caffè, ovunque.»[50]

Conclusione

L’abilità di Spina, come autore che passa attraverso mondi e vite diverse, è di trovare nella finzione la possibilità di raccontare una verità storica. Come i suoi personaggi – ad esempio Ezzedin, che si muove tra Milano e la Libia nel romanzo Ingresso a Babele – l’autore lavora contro una rimozione italiana. Sebbene i – per la verità pochi – esempi citati (il volume di Paragone del 2010 e il convegno a Modena del 2017) abbiano trattato della figura di Spina, pare mancare ancora un riferimento sistematico all’autore nella costruzione del discorso postcoloniale italiano. Le sue opere rimangono difficilmente reperibili e nessuna ristampa in italiano sembra vicina. Includere Spina nell’analisi e negli studi di settore può arricchire le discussioni sia da un punto di vista letterario sia teorico e aggiungere una prospettiva critica che ha rappresentato un contributo raro. In questo senso, malgrado le potenzialità e i propositi, I confini dell’ombra non ha ancora prodotto un’eco significativo sia nel discorso pubblico sia nella letteratura postcoloniale, per quanto Spina si presenti a tutti gli effetti come un precursore di molte discussioni che animano il dibattito sul colonialismo italiano di oggi. I romanzi e i racconti oltrepassano il genere di ambientazione coloniale e costruiscono un mondo ricco di personaggi che con le loro peculiarità e vicende personali subiscono la Storia e allo stesso tempo ne diventano i protagonisti.

I confini dell’ombra può dunque essere visto e interpretato come un contro-romanzo storico che porta in sé il peso di storie non-dette trattando di un argomento che può offrire tanti nuovi spunti di ricerca contro il rimosso coloniale dell’Italia e per una comprensione della presenza Europea in Nord Africa.

Bibliografia
  • A. Ahmida, Genocide in Libya. Shar, a Hidden Colonial History, Routledge, 2020.
  • A. Beecroft, Local Cultures, Global Audiences: The Dream (and Nightmare) of the World Novel, in P. Allen (a cura di), Digitizing the Global Text: Philosophy, Literature, and Culture, University of South Carolina Press, USA, 2020.
  • S. Camilotti, Cartoline d’Africa. Le colonie italiane nelle rappresentazioni letterarie, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia, 2014.
  • C. Campo, Lettere ad un amico lontano, Scheiwiller, Milano, 1989.
  • N. A. Cappelletto, e A. Elfallah, Khouzam’s Alessandro Spina: Desert[ed] Writing of Italy’s [Post]colonial Libya in Ferrini A. (a cura di) Like Swarming Maggots, Archive Books, Berlin, 2025.
  • F. Casales, Raccontare l’Oltremare: storia del romanzo coloniale italiano (1913-1943), Le Monnier, Firenze, 2023.
  • A. Dagnino, Re-discovering Alessandro Spina’s Transculture/ality in The Young Maronite, in “Humanities”, 5(2), 42, 2016.
  • M. Dei Gaslini, Piccolore amore beduino, L’eroica, Milano, 1926.
  • A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, Laterza, Bari, 1976-1984.
  • A. Del Boca, Gli italiani in Libia, Laterza, Bari, 1986.
  • A. Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza, Vicenza, 2005.
  • A. Del Boca, A un passo dalla forca, Baldini Castaldi Danai, Milano, 2007.
  • V. Deplano, A. Pes, Storia del colonialismo italiano. Politica, cultura e memoria dall’età liberale ai nostri giorni, Carocci, Roma 2024.
  • G. Dodi, Memorie Coloniali a Modena. Un progetto partecipato per raccontare il colonialismo tra dimensione pubblica e privata in “E-Review”, 11, 2024.
  • E. Evans-Pritchard, The Sanusi of Cyrenaica, Oxford University Press, Oxford, 1948
  • K. Holmboe, Incontro nel deserto (ed. or. 1936), Longanesi & C., Milano, 2005.
  • N. Labanca, La Guerra Italiana per la Libia. 1911-1931. Il Mulino, Bologna, 2012.
  • S. Jurišić e A. Gialloreto (a cura di). «Un buon scrittore non precisa mai» Per i settant’anni di Tempo di uccidere, Prospero, Novate Milanese, 2020.
  • A. Mumin, Per una introduzione critica ad una letteratura post-coloniale italiana, in “Filosofia e Questioni pubbliche”, 3, 2005, pp. 193-240.
  • L. Marrocu, L’uomo che visse due volte. Alessandro Spina tra Oriente e Occidente in “RiMe Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea” no. 10/1, 2022, pp. 229-237.
  • MOXA – Centro Documentazione Memorie Coloniali, Fondo Biblioteca Coloniale A. Spina – Libia, https://www.memoriecoloniali.org/fondi-documentali/fondo-biblioteca-coloniale-a-spina-libia/.
  • A. Naffis-Sahely, The Whole Shadow of Man: Alessandro Spina’s Libyan Epic in Benkato A., Zarrugh A., Tayeb L. (a cura di), “Lamma: A Journal of Libyan Studies”, vol. 1, 2020.
  • G. Proglio, Italian colonial novels as laboratories of dominance hierarchy in P. Bertella Farinetti e C. Dau Novelli (a cura di) Colonialism and National Identity, Newcastle, Cambridge Scholars Publishing, 84-94, 2015.
  • F. Rognoni (a cura di), Per Alessandro Spina in “Paragone-Letteratura”, vol. 102, agosto-dicembre 2010.
  • F. Rognoni, Fuga in Franciacorta. Alessandro Spina e Joseph Conrad in “L’analisi linguistica e letteraria”, vol. 22, 1-2, 2014.
  • I. Scego, Cassandra a Mogadiscio, Bompiani, Milano, 2023.
  • T. Skocki, Il soldato italiano in colonia e il suo rapporto con l’Altro. Il Giovane maronita di Alessandro Spina e Tempo di uccidere di Ennio Flaiano in “Narrativa, 33-34, 2012.
  • T. Skocki, Memoria delle colonie e postcolonialismo nella letteratura italiana contemporanea. Tesi di Dottorato, Université Paris Ouest Nanterre La Défense e Universite de Varsovie, 2014.
  • T. Skocki, Mezzo secolo di narrazioni africane. I racconti di Alessandro Spina in F. Raccis e D. Sinfonico (a cura di), “Il racconto italiano. Tra forma chiusa e precarietà”, “Nuova Corrente”, vol. 157, 103-117, 2016.
  • A. Spina, L’ufficiale, in Carocci A., Moravia A. (a cura di) “Nuovi Argomenti”, 1954.
  • A. Spina, Giugno ’40 in Banti A., Longhi R. (a cura di) “Paragone”, 1960.
  • A. Spina, Tempo e corruzione. Garzanti, Milano, 1962.
  • A. Spina, Il giovane maronita, Milano: Rusconi Editore, Milano, 1971.
  • A. Spina, Ingresso a Babele, Rusconi Editore, Milano, 1976.
  • A. Spina, Il visitatore notturno, All’Insegna del Pesce D’Oro, Milano, 1979.
  • A. Spina, Le notti del Cairo, Scheiwiller, Milano, 1986.
  • A. Spina, La riva della vita minore, Mondadori, Milano, 1997.
  • A. Spina, L’oblio. Ventiquattro storie coloniali, Edizioni Ares, Milano, 2004.
  • A. Spina, I confini dell’ombra: in terra d’oltremare, Editrice Morcelliana, Brescia, 2006.
  • A. Spina, Diario di lavoro, Editrice Morcelliana, Brescia, 2010.
  • A. Spina, L’ospitalità intellettuale, Editrice Morcelliana, Brescia, 2012.
  • A. Spina, The confines of the shadow (ed. or. 2006), tradotto da André Naffis-Sahely, Darf Publishers, London, 2016.
  • A. Spina, Colonial Tales (ed. or. 2006), tradotto da A. Naffis-Sahely, Darf Publishers, London, 2018.

Note:

[1] Per una storia della conquista italiana della Libia si rimanda alle opere dello storico Nicola Labanca, di cui citiamo qui La Guerra Italiana per la Libia. 1911-1931, Il Mulino, Bologna, 2012. Per una testimonianza della resistenza libica, si veda A. Del Boca. A un passo dalla forca. Baldini Castaldi Dalai, Milano, 2007. Inoltre, per una storia del genocidio in Cirenaica, si rimanda ad A. A. Ahmida. Genocide in Libya. Shar, A Hidden Colonial History. Routledge, London, 2020. Spina stesso tratta spesso il tema della resistenza libica, anche in rapporto con la resistenza italiana, nelle sue opere di finzione e di saggistica: cfr. Visitatore Notturno, All’insegna del pesce d’oro, Milano 1979.

[2] Spina stesso racconta le vicende della sua vita letteraria in riferimento alla sua vita privata nelle opere I Confini dell’Ombra (2006), Diario di Lavoro (2010) e L’ospitalità intellettuale (2012), tutte e tre pubblicate con Morcelliana. In particolare in Diario di lavoro, Spina presenta il suo diario personale in relazione al lavoro come autore letterario introducendo riflessioni personali su tutto quello che ha pubblicato mostrando il processo creativo che ha portato a I confini dell’ombra.

[3] Spina, 2006, p. 1250

[4] Una delle poche figure letterarie a dare supporto al lavoro di Spina fu Cristina Campo (nata Vittoria Guerrini, 1923-1977), le cui lettere indirizzate all’autore italo-libico furono pubblicate da Scheiwiller nel 1989 come Lettere a un amico lontano. Si veda C. Campo, Lettere a un amico lontano, Scheiwiller, Milano 1989.

[5] Nel 2023 la scrittrice Italo-Somala Igiaba Scego è stata inserita nei dodici semifinalisti del Premio Strega con la sua ultima opera Cassandra a Mogadiscio (Bompiani), in cui il tema della postcolonialità è centrale. Alla Biennale d’Arte di Venezia 2024, gli unici artisti italiani che hanno partecipato al Nucleo Contemporaneo sono: l’artista italiana, residente nel Regno Unito, Alessandra Ferrini con la video opera Gaddafi in Rome: Anatomy of a Friendship (2024); mentre il regista italiano afrodiscendente Fred Kuwornu ha contribuito con il film We Were Here (2024). Sul tema della letteratura post-coloniale italiana dal punto di vista degli ex-colonizzati, si rimanda a A. A. Mumin. Per una introduzione critica ad una letteratura post-coloniale italiana in “Filosofia e Questioni pubbliche”, n. 3, 2005, pp. 193-240.

[6] Si ricorda ad esempio il convegno organizzato dal Centro Documentazione Memorie Coloniali di Modena Nel labirinto coloniale. Un simposio in onore di Alessandro Spina, svoltosi nella città emiliana nel 2017 (https://istitutostorico.com/nel_labirinto_coloniale) e il numero 102, Per Alessandro Spina, della rivista letteraria Paragone, curato dal professore Francesco Rognoni e pubblicato nel 2010 a cui si farà cenno in seguito.

[7] A. Spina, I Confini dell’Ombra. Morcelliana, Brescia, 2006, p. 1245.

[8] «Un Arabo Cristiano nato durante l’apogeo del potere coloniale, che ha poi consolidato la sua educazione Occidentale con la personale conoscenza dei costumi e della storia libica e Medio Orientale per comporre l’unica epica multigenerazionale sull’esperienza Europea in Nord Africa.» Traduzione e corsivo dell’autore. A. Naffis-Sahely, “The Whole Shadow of Man”: Alessandro Spina’s Libyan Epic in “Lamma: A Journal of Libyan Studies”, 1, 2020, p. 83.

[9] A. Dagnino, Re-discovering Alessandro Spina’s Transculture/ality in The Young Maronite in “Humanities”, 5, 42, 2016.

[10] N. Labanca, Studi storici sul colonialismo italiano, Franco Angeli, Milano, 2024, p. 14.

[11] A. Spina, Il giovane Maronita, Rusconi, Milano, 1971.

[12] Spina, 1971.

[13] Spina, 2006, p. 21-23

[14] T. Skocki. Memoria delle colonie e postcolonialismo nella letteratura italiana contemporanea. Tesi di Dottorato, Université Paris Ouest Nanterre La Défense e Universite de Varsovie, 2014.

[15] T. Skocki. Il soldato italiano in colonia e il suo rapporto con l’Altro. Il Giovane maronita di Alessandro Spina e Tempo di uccidere di Ennio Flaiano in “Narrativa”, 33-34, 2012, p. 333

[16] Tempo di uccidere di Flaiano è stato il romanzo vincitore della prima edizione del premio Strega, nel 1947 e per anni è stato l’unico romanzo a riflettere sulle responsabilità del colonialismo italiano, in particolare in Etiopia. Cfr. S. Jurišić e A. Gialloreto (a cura di), «Un buon scrittore non precisa mai» Per i settant’anni di Tempo di uccidere, Prospero, Novate Milanese, 2020.

[17] Skocki, 2012.

[18] Spina, 2006, p. 1258

[19] Spina, 2006, p. 1259

[20] A. Beecroft. Local Cultures, Global Audiences in Paul Allen Miller (a cura di), Digitalizing the Global Text, University of South Carolina Press, USA, 2020, p. 45.

[21] Beecroft, 2020, p. 45.

[22] Spina, 2006, 1249

[23] Spina, 2006.

[24] Spina, 2006, p. 146

[25] Spina, 2006, p. 79

[26] Spina, 2006, p. 179

[27] F. Casales, Raccontare l’Oltremare, Le Monnier, Firenze, 2023, p. 3. Corsivo nell’originale.

[28] Ad esempio, il Rendiconto della Missione Francesca dall’Archivio del Vescovado di Bengasi in Spina, 2006, p. 122-123 oppure il numero di bestie di Jean Despois ne La Colonisation italienne en Libye del 1935 in Spina, 2006, p. 148-149.

[29] S. Camilotti. Cartoline d’Africa. Edizioni Ca’ Foscari, Venezia, 2014.

[30] Spina, 2006, p. 1253

[31] Spina, 2006, p. 1260.

[32] Spina, 2006, p. 1260.

[33] F. Rognoni. Fuga in Franciacorta. Alessandro Spina e Joseph Conrad in “L’analisi linguistica e letteraria”, XXII, 2014, p. 26

[34] L’inventario del fondo è consultabile presso il sito https://www.memoriecoloniali.org/fondi-documentali/fondo-biblioteca-coloniale-a-spina-libia/ e la biblioteca coloniale è visitabile previo appuntamento. Per maggiori informazioni sul Centro Documentazione Memorie Coloniali, si rimanda a G. Dodi. Memorie Coloniali a Modena. Un progetto partecipato per raccontare il colonialismo tra dimensione pubblica e privata in “E-Review”, 11, 2024.

[35] F. Rognoni (a cura di), Per Alessandro Spina in “Paragone-Letteratura”, vol. 102, agosto-dicembre 2010.

[36] F. Casales, 2023, p. 215; CDMC, Fondo Biblioteca Coloniale Alessandro Spina, p. 51. Il romanzo vinse il “concorso per il miglior romanzo coloniale indetto dal Ministero delle Colonie del 1926”, Casales, 2023, p. 57.

[37] Spina, 2006, p. 1266

[38] Spina, 2006, p. 709

[39] Spina, 2006, p. 715

[40] Spina, 2006 p. 724

[41] Centro Documentazione Memorie Coloniali. Fondo Biblioteca Coloniale Alessandro Spina – Catalogo Libri – Periodici e Riviste. https://www.memoriecoloniali.org/fondi-documentali/fondo-biblioteca-coloniale-a-spina-libia/, url consultata il 22/08/2025.

[42] Spina, 2006, p. 732, corsivo nell’originale.

[43] Spina, 2006, p. 736

[44] Al Centro Documentazione Memorie Coloniali sono conservate due versioni del libro: una edizione del 1936 e una del 1994, anno in cui Spina stava scrivendo le 12 Storie coloniali.

[45] Spina, 2006, p. 742-743, presente con una traduzione diversa in K. Holmboe. Incontro nel deserto (ed. or. 1936), Longanesi & C., Milano, 2005, p. 281-283.

[46] Holmboe, 2005.

[47] Spina, 2006, p. 744

[48] Spina, 2006, p. 952

[49] Spina, 2006, p. 1256

[50] Spina, 2006, p. 1257

Dati articolo

Autore:
Titolo: Alessandro Spina e il colonialismo italiano in Libia: un contro-romanzo storico
DOI:
Parole chiave: , , , , , , ,
Numero della rivista: n.24, dicembre 2025
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo:
, Alessandro Spina e il colonialismo italiano in Libia: un contro-romanzo storico, in Novecento.org, n.24, dicembre 2025.

Didattica digitale integrata