Da Jakob der Lügner a “Becker il bugiardo”. La letteratura come campo di battaglia nella Germania divisa
Berlino, VII Congresso degli scrittori, discorso di Becker ADN-ZB Katscherowski 15.11.73 Berlino: VII Congresso degli scrittori Lo scrittore Jurek Becker durante il suo intervento alla discussione. Persone raffigurate: Becker, Jurek: scrittore, DDR
N.B.: A fini documentali, l’Archivio Federale Tedesco ha spesso conservato le didascalie originali delle immagini, che potrebbero essere errate, di parte, obsolete o politicamente estreme.
Crediti: Bundesarchiv, Bild 183-M1115-0304 / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, Link
Abstract
L’attività di Jurek Becker, in particolare il romanzo Jakob der Lügner (1969), illumina il rapporto tra letteratura, storia e politica nella Guerra Fredda, offrendo uno sguardo originale sulla storia delle due Germanie. Ambientato in un ghetto durante la Seconda guerra mondiale, il romanzo riflette un tentativo di ricostruzione mnemonica dell’autore stesso. Celebrato nella DDR come opera socialista e letto in Occidente come allegoria anti-comunista, il caso Becker ridiscute la porosità della figura del dissidente considerando il ruolo della censura, sia formale che informale, operante in entrambe le Germanie.
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Jurek Becker’s work, particularly his novel “Jakob der Lügner “(1969), sheds light on the relationship between literature, history and politics during the Cold War, offering an original perspective on the history of the two Germanys. Set in a ghetto during the Second World War, the novel reflects the author’s own attempt at mnemonic reconstruction. Celebrated in the GDR as a socialist work and read in the West as an anti-communist allegory, Becker’s case re-examines the porosity of the figure of the dissident, considering the role of censorship, both formal and informal, operating in both West and East Germany.
Questo articolo è stato sottoposto a revisione in doppio cieco (double blind peer review)
Łódź, Ravensbrück, Berlino: geografie di un’infanzia spezzata
«Uno scrittore deve decidere quanti significati la sua storia può sostenere, perché deve tenere a mente che una storia corre il rischio di sgretolarsi sotto il peso di troppe interpretazioni»,[1] affermava Jurek Becker in un’intervista degli anni Novanta. Questa riflessione appare quasi come una chiave di lettura per la sua stessa biografia: una vita segnata da un sovraccarico di significati e identità, così denso da rischiare di far crollare la narrazione di sé.
Becker si è confrontato infatti con una molteplicità di ruoli e appartenenze. Nella sua ultima intervista, nel febbraio 1997, ormai molto malato, disse che nella sua vita era stato uno straniero, ma anche un ebreo e un sopravvissuto, un socialista, un dissidente, un tedesco dell’Est, poi un berlinese dell’Ovest e, infine, dopo la riunificazione tedesca, un tedesco.[2]
Benché non lo ricordasse nell’intervista, Jurek fu anche polacco. Nacque infatti a Łódź, nel settembre del 1937, in un giorno che il padre, dopo la guerra, non avrebbe più saputo indicare con precisione. I genitori di Becker erano di estrazione medio-borghese, con una mentalità moderna e un rapporto piuttosto distaccato dalla pratica religiosa, nonostante l’identità ebraica. Il padre di Jurek, Max Becker, a riguardo avrebbe in seguito detto a suo figlio: «Se non fosse stato per l’antisemitismo, credi che mi sarei sentito ebreo anche solo per un secondo?»[3] Questa frase, insieme a molte altre sue osservazioni, restituisce bene il contesto di assimilazione parziale e al tempo stesso di esclusione forzata che caratterizzava la vita di molti ebrei polacchi dell’epoca.
Jurek non aveva ancora compiuto due anni quando scoppiò la Seconda guerra mondiale e presto la Polonia si trasformò in un enorme sistema di ghetti e campi di concentramento. Visse con il padre e la madre nel ghetto di Łódź fino al 1944, quando il padre venne deportato ad Auschwitz perché scoperto in possesso di una radio e accusato di diffondere notizie clandestine all’interno del ghetto. Jurek e la madre furono invece internati a Ravensbrück, il campo di concentramento femminile, dove era consentito portare i figli con sé. Nel maggio 1945 furono trasferiti a Sachsenhausen, un ex campo di concentramento nei pressi di Berlino, ormai liberato dall’Armata Rossa e convertito in ospedale. È qui che la madre morì di tubercolosi, dopo aver fatto di tutto per garantire la sopravvivenza del figlio.
Dopo la guerra il padre, sopravvissuto ad Auschwitz, ritrovò Jurek in una tenda dell’ospedale di Sachsenhausen, ridotto in condizioni talmente critiche da non riuscire nemmeno a reggersi in piedi. In un primo momento i due non si riconobbero; solo osservando un piccolo gruppo di lentiggini sul viso del bambino, Max fu certo di aver ritrovato il figlio. Lo portò con sé a casa e i due si stabilirono a Berlino est, a poche fermate di metro dall’ex campo di concentramento, la «scelta più esotica»[4] che suo padre avrebbe potuto prendere, come avrebbe commentato il Jurek adulto. D’altronde, come avrebbe replicato il padre, «non erano stati gli antisemiti polacchi a perdere la guerra».[5]
Dal polacco al tedesco attraverso la Lagersprache. Memoria e oblio
La questione linguistica riveste un ruolo centrale tanto nella biografia, quanto nell’attività letteraria di Becker. La lingua madre dei suoi genitori era lo yiddish, ma in casa era parlato prevalentemente il polacco, considerato un segno di modernità, laicità e integrazione nella società urbana.
Fin da bambino, Becker fu esposto a un contesto linguistico frammentario e traumatico. Risale all’età di sei anni, durante la deportazione nei campi di concentramento, il suo incontro con la cosiddetta Lagersprache: un tedesco ibrido, contaminato da termini presi in prestito dalle diverse lingue dei deportati, che costituiva una sorta di lingua franca necessaria per la sopravvivenza. Espressioni come «Alles alle» (tutto finito), «Antreten – Zählappell!» (formazione – appello) e «Dalli, dalli!» (in fretta) furono i primi rudimenti di tedesco che Becker assimilò, rimanendo per lui segni indelebili di un primo contatto con la lingua dei persecutori.[6]
Dopo la guerra, nel tentativo di recidere ogni legame con il passato, il padre smise completamente di parlargli in polacco e iniziò a rivolgersi a Jurek soltanto in tedesco. Lo studio di tale lingua rappresentò per lui innanzitutto il mezzo per recuperare la capacità di comunicare, ma anche un tentativo di sostituire la Lagersprache con un tedesco percepito come più dignitoso. Per questi motivi Becker vi si dedicò in maniera «piuttosto esaltata», vedendovi l’unico mezzo per sfuggire alle prese in giro e agli svantaggi derivanti dal fatto che, a otto anni, era «l’unico bambino nei dintorni a non saper parlare correttamente.[7] Fu da allora che si appassionò alla letteratura e all’uso della parola scritta.
Da adulto avrebbe dimenticato completamente la sua lingua madre, il polacco, insieme a tutte le esperienze della sua infanzia: il ghetto, i campi di concentramento, la figura materna, di cui conservò solo ricordi frammentari e onirici. La sua opera letteraria si sarebbe dedicata al costante tentativo di rievocare quell’infanzia e quei ricordi perduti, un’impresa che tuttavia non si compì mai. Becker stesso dichiarò di sentirsi come qualcuno che portava sulle spalle uno zaino pesante, senza conoscerne il contenuto: ne avvertiva il peso, ma non ebbe mai modo di esplorarne la vera natura.[8]
In questo contributo analizzeremo il suo primo romanzo, Jakob der Lügner, soffermandoci sulla sua ricezione e su come la sua pubblicazione si intrecciò con le vicende personali di Becker, offrendo uno spaccato significativo della storia culturale e politica della Guerra fredda nelle due Germanie.
1969 Jakob der Lügner, un «soffio di autobiografia»
Becker iniziò a lavorare come scrittore di copioni televisivi negli anni Sessanta, è da qui che nacque il suo libro di maggior successo, Jakob der Lügner.[9] Pensato inizialmente come sceneggiatura per un film, era già stato approvato dai funzionari della DDR, ma in Polonia, dove il film avrebbe
dovuto essere girato, il progetto venne ostacolato dalle autorità a causa delle campagne antisemite in corso.[10] Di fronte a questi impedimenti, Becker decise di trasformare la sceneggiatura in un romanzo, che riscosse un enorme successo sia nelle due Germanie, sia a livello internazionale.
Il libro, pubblicato nel 1969 nella DDR, è frutto dell’immaginazione di un autore che ha sempre dichiarato di non conservare quasi alcun ricordo del ghetto. «Non ricordo nulla […] e tuttavia ho scritto storie sui ghetti come se fossi un esperto. Forse ho pensato che, se avessi scritto abbastanza a lungo, i ricordi sarebbero poi arrivati»,[11] ammetteva Becker. La sua scrittura divenne così un esercizio di ricerca interiore, un tentativo di ricostruzione di una memoria che era ormai svanita. «Ich verrinere mich», alludeva con un gioco di parole,[12] evocando un processo sia di interiorizzazione, sia, paradossalmente, di deformazione del ricordo, al punto che il «ricordare erroneamente» era per lui una «fonte particolarmente ricca»[13]. Anche se i ricordi non riemersero mai, lo status di sopravvissuto di Becker conferì al racconto un’autenticità e una credibilità che difficilmente avrebbe potuto possedere se fosse stato scritto da un non-sopravvissuto. Questo aspetto assume un rilievo ancora maggiore considerando che il romanzo nasceva nelle intenzioni di Becker come il tentativo di recuperare «un soffio di autobiografia».[14]
Il libro è ambientato in un ghetto ebraico della Polonia occupata dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Il protagonista, Jakob Heym, è un uomo qualunque che, per caso, ascolta alla radio tedesca una notizia incoraggiante: l’Armata Rossa si sta avvicinando. Sebbene nel ghetto il possesso di una radio fosse severamente vietato, Jakob finge di averne una e inizia a diffondere quotidianamente false notizie positive sull’avanzata delle truppe sovietiche. Non lo fa per interesse personale, ma per infondere speranza ai suoi compagni, ormai ridotti allo stremo dalla fame e dalla disperazione. Ben presto si rende conto che i suoi racconti riescono a restituire ai prigionieri un frammento di futuro: il “domani” torna a essere concepito come un giorno possibile, un orizzonte di vita anziché di pura sopravvivenza.
Jakob non incarna l’eroe temerario disposto a sacrificarsi per alleviare le sofferenze altrui; al contrario, vive con profondo disagio il ruolo salvifico che gli viene attribuito e tenta ripetutamente di sottrarvisi, spinto dal desiderio egoistico di tornare a un’esistenza anonima. A un certo punto, annuncia che la radio immaginaria si è rotta, ma, sotto la pressione insistente dei suoi compagni e con l’arrivo di un tecnico radiofonico nel ghetto, è costretto a ritrattare e a sostenere che l’apparecchio funzioni nuovamente. Riprende così il suo compito di dispensatore di false notizie e di speranza, in un equilibrio precario tra la salvezza collettiva e il rischio costante della pena di morte.
Tra assegnazione e rifiuto: l’identità ebraica di Becker
Il romanzo ottenne uno straordinario successo e venne celebrato in entrambe le Germanie come un capolavoro della letteratura della memorialistica ebraica. Proprio questo aspetto risulta particolarmente interessante: sebbene Becker non si identificasse con la tradizione giudaica — che considerava un semplice accidente biografico — l’opera fu accolta fin da subito come un’espressione esemplare della letteratura ebraica. Becker utilizzava il linguaggio in modi che i lettori percepivano come affini alla tradizione della novellistica ebraica, al punto che molti ravvisarono l’influenza delle storie in yiddish di Sholem Aleichem – che Becker negò sempre di aver letto. Tanta era la somiglianza stilistica che si sostenne che in Jakob der Lügner il tedesco avesse assunto il sapore dello yiddish[15].
Il suo amico e scrittore della Germania Ovest, Peter Schneider, osservò che Becker aveva restituito alla letteratura tedesca qualcosa che era andato perduto con lo sterminio degli ebrei: «una leggerezza, un’arguzia malinconica, un’acutezza intellettuale e una meravigliosa sentimentalità senza sforzo»,[16] tutti tratti che Schneider identificava come tipicamente ebraici.
Quanto alla propria identità, Becker sposava la definizione ufficiale della DDR, che riduceva l’ebraismo a mera appartenenza religiosa, e riteneva che essere ebreo fosse piuttosto una scelta intellettuale. Credeva che in fondo ciò che davvero accomunava gli ebrei fosse la percezione esterna, ovvero il fatto di vivere in una comunità che li considerava come tali.[17] Nel saggio Mein Judentum (1987) lamentava proprio questo aspetto:
Io dedico al problema molto spazio e mi arrabbio, divento polemico e alla fine persino offensivo, perché è già stato deciso così fastidiosamente spesso sulla mia testa “cosa” e “come” sono: tra le altre cose appunto ebreo. Mi sembra come un’occupazione o un ammonimento, un debito da pagare di cui non mi sono mai assunto la responsabilità. E se anche fossi pronto a pagare non saprei con cosa. Come ci si comporta se si è ebrei?[18]
In aggiunta il romanzo venne accolto non solo come un capolavoro della letteratura ebraica, ma anche come una testimonianza autentica di una vittima sopravvissuta all’Olocausto. Tuttavia, se consideriamo la biografia di Becker, emerge il profilo di un sopravvissuto del tutto atipico: egli non conservava alcun ricordo della propria esperienza e non si riconobbe mai nel ruolo di vittima-testimone, d’altronde, come si può essere testimoni di qualcosa di cui non si ha più memoria?
Ciononostante, è come se nel romanzo riemergessero, in forma inconscia, sia la sua condizione di vittima sia la sua identità ebraica, restituendo sulla pagina ciò che in lui giaceva latente e rimosso.
Conformismo e critica: Becker e la letteratura socialista
Dal punto di vista dei canoni letterari socialisti il testo presentava elementi decisamente innovativi. In una recensione apparsa su Neues Deutschland – l’organo ufficiale del partito – un recensore della Germania Est notò che, leggendo Becker, sentì il bisogno di richiamare alla memoria quei libri che avevano illustrato come il partito «avesse organizzato e guidato la vera lotta», quasi per potersi riallacciare a una narrativa eroica e militante. Aggiungeva poi che il protagonista piccolo-borghese di Becker non possiede il corretto punto di vista di classe, né la giusta coscienza politica.[19] Anche Wolfgang Joho, capo editore dal 1960 al 1966 di Neue Deutsche Literatur, criticò il romanzo, lamentando che in esso non emergeva una consapevolezza politica della resistenza, ma piuttosto un esempio di «forza morale della debolezza».[20]
In effetti, la vicenda di Jakob non è contestualizzata in una narrazione resistenziale e la brutalità del nazismo non è un aspetto tematizzato nel romanzo. Si tratta piuttosto di un racconto di sotterfugi quotidiani e piccoli espedienti, finalizzati unicamente a garantire la sopravvivenza giorno per giorno. Lo stesso protagonista, in un passaggio chiave del romanzo, confessa con disincanto:
Vi dico, con rispetto ho letto intanto di Varsavia e di Buchenwald, un altro mondo, paragonabile però. Ho letto molto di eroismo, probabilmente troppo, m’ha preso una cieca invidia, ma non c’è bisogno mi crediate. Ad ogni modo, siamo stati ligi fino all’ultimo secondo, e a me non è possibile cambiare nulla. Non ignoro che un popolo oppresso può ritornare veramente libero solo quando porta un contributo alla sua liberazione, quando va incontro al messia almeno per un pezzetto di strada. […] Là, dove sono stato io, non si è avuta nessuna resistenza.[21]
Scegliendo di rappresentare un protagonista profondamente umano, fragile e sempre in bilico tra disperazione e ironia, incapace di elevarsi a simbolo eroico, Becker decostruì consapevolmente la retorica ufficiale della DDR. Ciò che rimane è un nichilismo esistenzialista che pervade l’intero romanzo, confermato dal finale, lasciato volutamente aperto e ambiguo, ma pur sempre desolante.
Jurek der Lügner. Verso la rottura con la DDR
Si può cogliere nell’opera di Becker una latente intenzionalità critica, ravvisabile, se non altro, nella scelta di non conformarsi ai canoni ideologici della letteratura socialista e di restituire un racconto del passato — sebbene romanzato — più autentico rispetto a quello proposto dalla narrativa ufficiale della DDR. In quegli anni, infatti, la linea del partito sosteneva che soltanto la Germania occidentale aveva aderito al nazismo, mentre la DDR veniva presentata come l’erede esclusiva della tradizione antifascista. La letteratura ufficiale tendeva quindi a circoscriversi al tema della resistenza antifascista, trascurando rappresentazioni che esulassero dall’intento celebrativo. Jakob der Lügner si collocava dunque a una certa distanza critica dal classicismo socialista e dalla retorica di Stato.
La visione distorta del passato era penetrata così profondamente nella società da indurre, per esempio, il figlio di Becker a chiedergli un giorno: «Papà, è vero che Hitler voleva invadere la DDR?»[22] La mistificazione del passato, unita alle contraddizioni del presente, spinsero Becker verso posizioni progressivamente più critiche nei confronti del regime. Dopo la Primavera di Praga la sua fiducia nel sistema si incrinò decisamente. Questo si rifletté anche nella sua attività letteraria successiva: Irreführung der Behörden (1973) e Der Boxer (1976) descrivono la Germania orientale come un territorio inospitale, in cui la menzogna diventa una strategia di sopravvivenza contro la macchina statale e i protagonisti sono emarginati perché non aderiscono al conformismo e alla fedeltà al regime. Schlaflose Tage (1977) fu addirittura rifiutato nella DDR e pubblicato invece nella Germania occidentale.[23]
Il punto di rottura definitivo si consumò nel novembre 1976, con l’espulsione dalla DDR del poeta e cantautore Wolf Biermann. In qualità di membro dell’Unione degli scrittori della DDR, Becker protestò pubblicamente contro la decisione, redigendo una lettera aperta di protesta firmata da dodici scrittori della DDR.[24] Non ottenne alcun risultato, se non un irreparabile deterioramento dei suoi rapporti con il partito. La Stasi – che gli aveva ormai assegnato il nome in codice «Lügner»[25] (bugiardo) – intensificò la sorveglianza nei suoi confronti: i suoi libri vennero ritirati dal mercato, i copioni cinematografici bloccati, e l’obiettivo divenne quello di trasformarlo in un nemico dello Stato. Becker, che si sentiva vittima di un’ingiustizia, arrivò infine alla conclusione che l’atteggiamento che la DDR aveva assunto nei suoi confronti, come nei confronti di Biermann, fosse la prova evidente dell’antisemitismo tedesco ancora persistente, arrivando a definire l’intera vicenda come un vero e proprio «pogrom».[26]
Nell’agosto del 1977 Becker decise di trasferirsi nella Germania occidentale, principalmente perché la sua attività di scrittore era ormai divenuta impraticabile nella DDR. Nonostante il trasferimento, mantenne la doppia cittadinanza e continuò a sentirsi, almeno in parte, legato alla DDR.
Una nuova identità: costruire il dissidente
Fu solo dopo il suo trasferimento in Germania Ovest che gli venne attribuita una nuova etichetta: quella di dissidente. Ancora una volta tanto la sua opera quanto la sua figura pubblica furono oggetto di un processo di attribuzione di significati che ha finito per sovrapporsi alla sua identità personale. In qualità di dissidente di fama internazionale proveniente dalla Germania Est, sopravvissuto all’Olocausto e scrittore percepito come “ebraico”, Becker ebbe un accesso privilegiato alla sfera pubblica occidentale. Egli stesso, tuttavia, rimase sempre critico rispetto alle condizioni poste da quell’accoglienza. In un’intervista, affermò con amara lucidità: «Erano sempre pronti a propormi un microfono quando volevo parlare della Germania orientale e quanto veloce mi era tolto quel microfono quando io volevo parlare del comportamento della Germania occidentale»[27].
Becker lamentava che, una volta giunto in Occidente, l’opinione pubblica lo avesse catalogato prima di tutto come un autore ebreo, un aspetto che, a suo dire, non aveva mai giocato un ruolo significativo nella sua attività di scrittore nella DDR. Il suo atteggiamento verso il successo occidentale fu sempre improntato al sospetto, era consapevole che la sua opera fosse suscettibile di letture ideologiche, che spesso lo mettevano a disagio. In una lettera di ringraziamento inviata a Wolfdietrich Schnurre, romanziere tedesco-occidentale che si era complimentato per Jakob der Lügner, Becker rispose con ironia ringraziandolo per le sue «parole disinformate».[28] In quella occasione, sottolineò come il suo romanzo fosse stato frequentemente oggetto di interpretazioni astratte e allegoriche,[29] che trascuravano ciò che a suo avviso costituiva l’aspetto più essenziale e autentico del libro: una semplice storia ascoltata da suo padre.
Il volto della dissidenza tra pubblico e privato
Dopo la lettura “allegorica” di Jakob der Lügner (1969) toccò a Irreführung der Behörden (1973) diventare oggetto di celebrazione nella BRD, in quanto venne letto come una critica alla vita culturale e al controllo burocratico nella DDR.[30] Questo rinforzava l’idea di una natura eminentemente critico-politica dell’opera di Becker.
Tuttavia, se si abbandona la prospettiva della figura pubblica di Becker, spesso costruita e proiettata dall’esterno, e si considerano invece le sue riflessioni private, emergono elementi che parzialmente confermano, pur complicandola, questa lettura. È noto che, a partire dalla Primavera di Praga, Becker divenne sempre più critico verso il regime socialista, fino a spingersi a paragonare la DDR a un «gigantesco ghetto».[31] Come gli abitanti del ghetto erano tagliati fuori dal mondo e divorati da una fame di notizie, così i cittadini della Germania Est vivevano confinati in un altrove sigillato, separati da muri visibili e invisibili, immersi in un ambiente informativo controllato e distorto.
Nel ghetto, l’unico spiraglio verso l’esterno era rappresentato dalla radio immaginaria di Jakob, che si trasformava in strumento di speranza e di resistenza simbolica. Analogamente, nella DDR, la voce dell’altra parte, che penetrava attraverso i media occidentali, fungeva da flebile ma vitale contatto con il mondo esterno e consentiva una parziale rottura della la narrazione monolitica imposta dallo Stato-partito.
Eppure, nonostante la plausibilità di questa interpretazione allegorica, Becker non si assunse mai fino in fondo la responsabilità di sostenerla pubblicamente, né rivendicò l’identità di dissidente in modo esplicito. Come egli stesso affermò: «Ero una persona molto impegnata nella DDR, ma non ho mai considerato i libri come un veicolo per trasmettere le mie opinioni al lettore».[32] Questa dichiarazione evidenzia con chiarezza la distanza che Becker intendeva mantenere tra impegno personale e produzione letteraria, rifiutando di ridurre l’opera d’arte a strumento di propaganda o a semplice testimonianza politica. Pur divenuto progressivamente più critico, non si lasciò mai inglobare completamente in un’immagine di intellettuale dissidente costruita dall’esterno, conservando invece la libertà di un’autodefinizione non univoca e sfuggente.
L’uso pubblico della letteratura tra le due Germanie
Becker rifletté a lungo, nel corso della sua attività di scrittore, sui meccanismi di strumentalizzazione della letteratura nel confronto tra le due Germanie. Nel 1989, pochi mesi prima della caduta del Muro di Berlino, tenne a Francoforte una serie di lezioni dedicate al ruolo dello scrittore e della letteratura nei due Stati tedeschi, che gettano una luce molto interessante sul suo pensiero.[33]
Becker osservava innanzitutto la differenza sostanziale nel significato attribuito alla letteratura e ai libri in ciascuna delle due Germanie. Nella DDR, i libri rivestivano un valore superiore, essendo oggetto di dibattiti intensi potevano dividere e polarizzare la società. Tale centralità era dovuta al controllo statale sui media e alla conseguente carenza di spazi di discussione pubblica autonoma: la letteratura costituiva una sorta di fessura attraverso cui era ancora possibile esercitare una libertà di espressione minima. In questo contesto, il pubblico era fortemente concentrato sul potenziale critico e sociale della letteratura, che di fatto suppliva alla mancanza di un vero dibattito pubblico.
Un ulteriore elemento che accresceva l’interesse per i libri nella DDR era il sistema censorio. Un libro era autorizzato o vietato, senza possibilità intermedie. Persino gli autori che intendevano evitare tematiche politiche e non desideravano provocare la censura, si trovavano comunque a confrontarsi con il sospetto da parte delle autorità di aver scelto determinati argomenti proprio per eludere il controllo statale. Questa dinamica assumeva un risvolto peculiare nella Repubblica Federale, al punto che i libri vietati a Est divenivano spesso immediati successi editoriali a Ovest, dove il pubblico mostrava un’attenzione quasi ossessiva verso qualsiasi elemento riconducibile alla dissidenza. Entrare in conflitto con la censura rappresentava quindi una garanzia per essere accolti nel panorama letterario della Germania Ovest. In tale contesto, la letteratura proveniente dalla DDR non veniva valutata in base a criteri estetici o letterari, bensì innanzitutto secondo parametri ideologici, legati alla sua presunta capacità di critica politica.
Secondo Becker, questa situazione produceva effetti paradossali, al punto che egli arrivò a sospettare che alcuni autori scrivessero deliberatamente libri destinati a essere censurati nella DDR, così da garantirsi un’immediata notorietà nella BRD. Per illustrare questo meccanismo, Becker ricorreva a una metafora ironica, ispirata agli esperimenti con i topi di Pavlov, che chiarisce bene la relazione tra l’autore dell’Est e il pubblico occidentale.[34] Un topo dice all’altro: «Sai, ho addestrato così bene il mio scienziato che, ogni volta che premo il pulsante, lui mi dà un po’ di zucchero». Questo paradosso, condensato nell’immagine del topo che “addestra” lo scienziato, mette in luce come, mentre la Germania Ovest si illudeva di esercitare un potere unilaterale di definizione e legittimazione sugli autori dell’Est, erano in realtà questi ultimi a fornire consapevolmente il materiale di critica politica che l’Occidente desiderava. In questo modo, se da un lato l’Ovest usava la figura del dissidente per confermare la propria superiorità morale e ideologica, dall’altro erano proprio gli autori dell’Est a sfruttare e orientare questo meccanismo, approfittando della curiosità occidentale sulle contraddizioni della DDR, per garantirsi il successo editoriale.
Il mercato come censore
Un ulteriore livello di analisi, spesso trascurato, riguarda il tema della censura nella Repubblica Federale Tedesca. La tradizionale attenzione alla censura nella Germania Est ha in larga misura oscurato l’esistenza di una forma di censura, certo informale, ma non per questo meno efficace, operante anche nella Germania Ovest. Questa censura agiva come strumento di controllo dell’opinione pubblica, avvalendosi anche dell’immaginario sociale e della percezione della DDR.
Se nella DDR la censura era formalmente regolata dalle leggi dello Stato e dal partito unico, nella Repubblica Federale essa si manifestava in modo implicito, attraverso leve economiche, politiche e psicologiche meno identificabili. Becker, nelle sue lezioni, individuò nelle dinamiche del mercato editoriale una forma specifica di censura: in Occidente, infatti, a suo parere venivano pubblicati prevalentemente i libri che offrivano buone prospettive di guadagno, cioè quelli che soddisfacevano le preferenze di un pubblico definito dalla domanda commerciale. In questo contesto, era proprio il pubblico a plasmare la domanda editoriale. Becker lamentava la condizione «deprimente»[35] del mercato librario occidentale, caratterizzato da una produzione omologata e orientata esclusivamente a soddisfare gusti commerciali, in cui il pubblico appariva disinteressato a qualsiasi contenuto immateriale. Questo avrebbe plasmato una letteratura addomesticata e conformista, volta al perpetuo mantenimento dell’industria dell’intrattenimento.
Quella che possiamo definire “censura informale” nella BRD contribuiva inoltre a definire il profilo del “dissidente modello”. Come si è già osservato, subire la censura a Est poteva tradursi nella riscossione di successo editoriale a Ovest, a patto però di aderire a un modello, che spesso richiedeva di esplicitare e confermare la critica politica nei confronti della DDR. In tal senso, la censura occidentale agiva come un filtro che legittimava solo una certa tipologia di opposizione.
A questo proposito, lo scrittore tedesco-orientale Wolf Deinert, espulso dalla DDR nel 1975, scriveva in una lettera alla rivista americana The German Revue (12 marzo 1988):
In Germania esiste una censura letteraria nella DDR, ed esiste una censura letteraria nella Repubblica Federale nei confronti degli ex autori della DDR che oggi vivono nella Repubblica Federale. […] L’establishment letterario della Repubblica Federale distingue due classi di scrittori emigrati dalla DDR: i moderati e i «guerrieri della Guerra fredda» [Kalten Krieger].[36]
Becker non si allineò mai alle aspettative occidentali nei riguardi della dissidenza, per questo motivo cercò sempre di giustificare la sua scelta di trasferirsi ad Occidente con ragioni di carattere pratico, che tralasciassero un suo posizionamento ideologico. Il rifiuto di interpretare un ruolo che l’Occidente caldeggiava, quello del “dissidente” per l’appunto, fece sì che la sua posizione nella Germania Federale restasse quella di un outsider, facendo di lui una sorta di letterato apolide: autoesclusosi dalla scena orientale, ma mai davvero partecipe a quella occidentale. Ancora molti anni dopo la sua emigrazione Becker percepiva infatti un profondo senso di estraneità nei confronti della Germania Federale:
Vivo ormai da ben dodici anni qui in Occidente e ancora non riesco a provare un senso di appartenenza. […] In una parola — quando parlo di questioni della Germania Federale, e quelle letterarie ne fanno ovviamente parte, avverto subito su di me l’odore dell’intruso che si immischia negli affari altrui.[37]
Conclusioni
La figura di Becker, con le sue scelte e le sue riflessioni, consente di cogliere le molteplici sfumature del ruolo della letteratura tra le due Germanie. Come si è visto, nella Germania orientale la letteratura costituiva uno spazio pubblico peculiare, dove scrittori e autorità si confrontavano in un dialogo implicito che coinvolgeva anche i lettori, sempre attenti a cogliere eventuali critiche al sistema, celate tra le righe. La censura operata dal Ministero della Cultura mirava a disciplinare il discorso pubblico, promuovendo opere allineate all’ideologia socialista e silenziando voci scomode. Tuttavia, nonostante la puntuale sorveglianza, è accaduto in alcuni casi che anche testi approvati dal censore finissero poi per tramutarsi in testi “dissidenti”, per quanto riguarda Becker il caso emblematico è Irreführung der Behörden (1973), prima pubblicato e poi utilizzato dalle autorità per argomentare il non-allineamento di Becker al partito. Questo meccanismo era possibile a causa della natura intrinsecamente ambigua della letteratura, che è soggetta a continui slittamenti interpretativi determinati di volta in volta dal contesto di ricezione dell’opera.
Nel caso di Becker, la chiave di lettura ex post, che saldò la sua opera al concetto di dissidenza, fu il suo trasferimento nella Germania Federale. Agli occhi dei critici occidentali questo evento ridefinì tout court il contesto di ricezione della sua attività letteraria, palesando la sua opposizione politica alla DDR. Abbiamo visto come Becker negasse e respingesse questa interpretazione, ma ciò non delegittima l’importanza di mettere in luce questo fenomeno di appropriazione culturale e politica messo in atto dalla Germania Federale.
Si può supporre che l’utilizzo politico degli scrittori d’opposizione avesse la funzione di confermare l’identità democratica e liberale del mondo occidentale, accentuando – per contrapposizione – l’inferiorità del sistema illiberale della DDR. In questo senso sarebbe utile indagare più a fondo i meccanismi di controllo ideologico e politico attuati anche dalla repubblica Federale per garantire la conformità del panorama culturale-letterario con l’agenda politica, servendosi talvolta del fenomeno della dissidenza. Non va tuttavia tralasciato l’aspetto economico della questione, seguendo gli spunti di Becker, è infatti ipotizzabile che dietro alla volontà di promuovere autori critici della DDR ci fossero anche ragioni di mercato: questo settore della letteratura godeva di un pubblico appassionato che garantiva quindi guadagni certi.
In aggiunta, l’ambiguità della figura di Becker, con la sua dissidenza non dichiarata, ma senz’altro agita, restituisce l’immagine di un mondo intellettuale e culturale tutt’altro che monolitico: un universo contraddittorio, liquido, perennemente soggetto al divenire storico, il cui studio contribuisce in piccola parte a complicare il quadro rispetto all’idea di un rigido binarismo ideologico durante Guerra fredda. La prospettiva di una storia intrecciata piuttosto che contrapposta dei due blocchi, ormai abbracciata dalla storiografia sulla Germania divisa,[38] sembra in questo caso offrire un quadro di analisi più proficuo. Ciò si conferma ancora più utile nel contesto tedesco dove lo scontro ideologico dettato dalla Guerra Fredda si intrecciò con tensioni di lunga durata, tra tutte il problema della riunificazione e l’elaborazione del passato nazista, strettamente connesso alla questione dell’identità tedesca dopo la Seconda guerra mondiale.
Esaminare queste figure sospese tra diverse appartenenze identitarie, politiche, così come geografiche ci permette di mettere a fuoco spazi di porosità a cavallo della “cortina di ferro”, utili a indagare zone di contatto, di scambio e di contaminazione. Esse possono rivelarci ancora molto circa il rapporto tra Stati, ideologie e azione politica, contribuendo a definire la realtà del periodo e aprendo a ricerche innovative sulla storia politica e culturale della Guerra fredda.
Bibliografia
- »Das ist wie ein Gewitter«, in “Der Spiegel”, 23 marzo 1997.
- Wenn ich auf mein bisheriges zurückblicke, dann muss ich leider sagen: Jurek Becker 1937-1997. Dokumente zu Leben und Werk aus dem Jurek-Becker-Archiv, Akademie der Künste, Berlin, 2002.
- J. Becker, Der Boxer, Hinstorff, Berlin, 1973.
- J. Becker, Die Wiedervereinigung der deutschen Literatur, in “The German Quarterly”, Vol. 63, N. 3/4, 1990.
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- J. P. Wieczorek, “Irreführung durch Erzählperspektive?” The East German Novels of Jurek Becker, in “The Modern Language Review”, Vol. 85, N. 3, 1990.
Note:
[1] P. O’Doherty, C. Riordan, »Ich bezweifle, ob ich je DDR-Schriftsteller gewesen bin«. Gespräch mit Jurek Becker, in C. Riordan (a cura di), Jurek Becker, Cardiff University of Wales Press, Cardiff 1998, p. 20.
[2] S. L. Gilman, Jurek Becker. A life in five worlds, The University of Chicago Press, London 2003, p. 228.
[3] J. Becker, Mein Judentum, in H. J. Schultz (a cura di), Mein Judentum, Deutscher Taschenbuch, München 1987, p. 12.
[4] J. Becker, Mein Vater, die Deutschen und ich, in “Die Zeit“, 20 maggio 1994, p. 63.
[5] Becker, 1987, p. 12.
[6] J. Becker, Warnung vor dem Schriftsteller. Drei Vorlesungen in Frankfurt, Suhrkamp, Frankfurt, 1990, p. 10.
[7] M. Reich-Ranicki, Abschied von den Träumen einer Jugend. Jurek Becker, Nationalpreisträger der DDR, jetzt im Westen, in “Frankfurter Allgemeine Zeitung“, 19 dicembre 1977.
[8] T. C. Fox, In the shadow of the Holocaust. Jewish-communist writers in East Germany, Camden House, New York, 2022, p. 174.
[9] Il libro uscì nel 1969 nella Germania orientale per conto della Aufbau Verlag di Berlino Est. Strettamente subordinata alla politica culturale statale, Aufbau era la casa editrice più vicina al partito, considerata di fatto l’editore “ufficiale” della letteratura marxista-leninista. Nel 1970 il romanzo venne pubblicato anche nella Germania occidentale da Luchterhand, una delle case editrici più importanti dell’Ovest. Nota per la sua apertura verso autori di sinistra e per l’interesse verso scrittori provenienti dalla DDR, Luchterhand fungeva da ponte simbolico tra le due Germanie, contribuendo a far circolare opere oltre i confini ideologici. L’opera fu tradotta in numerosi paesi (in Italia nel 1976 da Editori Riuniti con il titolo Jakob il bugiardo) e diede origine a due versioni cinematografiche: la prima nel 1974, prodotta dalla DEFA (Deutsche Film-AG), e la seconda nel 1999 di produzione hollywoodiana.
[10] Gilman, 2003, p. 66.
[11] D. Rock, »Wie ich ein Deutscher wurde«. Sprachlosigkeit, Sprache, und Identität bei Jurek Becker, in C. Riordan (a cura di), 1998, p. 34.
[12] In tedesco, il verbo sich erinnern significa «ricordarsi» e indica l’atto di richiamare alla memoria un’esperienza passata. Becker sostituisce ironicamente erinnern con verinnern, verbo che significa in un’accezione filosofica «interiorizzare». Il prefisso «ver-» può al contempo esprimere un processo di deviazione ed errore.
[13] Rock, 1998, p. 36.
[14] Intervista di Herlinde Koelbl a Jurek Becker nel febbraio 1997, trascrizione: »Das ist wie ein Gewitter«, in “Der Spiegel”, 23 marzo 1997.
[15] Fox, 2022, p. 154.
[16] D. Rock, Jurek Becker. A Jew Who Became a German, Bloomsbury, Londra, 2000, p. 155.
[17] Fox, 2022, pp. 170-171.
[18] Becker, 1987, p. 14.
[19] Fox, 2022, p. 159.
[20] In “Neues Deutschland”, 14 maggio 1969, cit. in G. Henley, Confronting Kulturpolitik. Testimonialism, Narrative Transgression, and Jewish Historiography in Jurek Becker’s Jakob der Lügner (1969), in “Naharaim”, vol. 6, n. 1, 2012, p. 22.
[21] J. Becker, Jakob il bugiardo, Editori Riuniti, Roma, 1976, p. 86.
[22] O’Doherty, Riordan, 1998, p. 18.
[23] Sia Irreführung der Behörden (1973), che Der Boxer (1976) vennero pubblicati in entrambe le Germanie per conto di Hinstorff ad Est e Suhrkamp ad Ovest. Schlaflose Tage (1977) non ottenne invece la pubblicazione nella Germania orientale; per un’analisi più dettagliata della vicenda si veda: Wenn ich auf mein bisheriges zurückblicke, dann muss ich leider sagen: Jurek Becker 1937-1997. Dokumente zu Leben und Werk aus dem Jurek-Becker-Archiv, Akademie der Künste, Berlin, 2002, pp. 112-122.
[24] Gilman, 2003, p. 109.
[25] Gilman, 2003, p. 114.
[26] Gilman, 2003, p. 114.
[27] O’Doherty, Riordan, 1998, p. 18.
[28] Wenn ich auf mein bisheriges zurückblicke, dann muss ich leider sagen: Jurek Becker 1937-1997. Dokumente zu Leben und Werk aus dem Jurek-Becker-Archiv, Akademie der Künste, Berlin, 2002, p. 78.
[29] Il riferimento è alla lettura di M. Reich-Ranicki, Das Prinzip Radio, in “Die Zeit”, 20 novembre 1970, cit. in Gilman, 2003, p. 77.
[30] Gilman, 2003, p. 86
[31] Gilman, 2003, p. 72.
[32] O’Doherty, Riordan, 1998, p. 20.
[33] Le lezioni furono poi pubblicate in J. Becker, Warnung vor dem Schriftsteller. Drei Vorlesungen in Frankfurt, Suhrkamp, Frankfurt, 1990.
[34] R. W. Williams, German Literature and its Discontents: Jurek Becker’s Warnung vor dem Schriftsteller, in Riordan, 1998 p. 92.
[35] J. Becker, Die Wiedervereinigung der deutschen Literatur, in “The German Quarterly”, Vol. 63, N. 3/4, 1990, p. 365.
[36] Cit. in W. Schmitz, Literatur „zwischen den Staaten“. Deutsch-deutsche Exilerfahrung nach 1945, in W. Schmitz und J. Bernig (a cura di), Deutsch-deutsches Literaturexil. Schriftstellerinnen und Schriftsteller aus der DDR in der Bundesrepublik, Eckhard Richter & Co, Dresden, 2009, p. 82.
[37] Becker, 1990, p. 37
[38] Per il caso tedesco si veda ad esempio: P. Weber, Getrennt und doch vereint. Deutsch-deutsche Geschichte 1945-1989/90, München-Berlin, Institut für Zeitgeschichte, 2020; M. Lehmstedt e S. Lokatis (a cura di), Das Loch in der Mauer. Der innerdeutsche Literaturaustausch, Harrassowitz, Wiesbaden, 1997; I. Dietzsch, Grenzen überschreiben? Deutsch-deutsche Briefwechsel 1948-1989, Köln-Weimar-Wien, Böhlau, 2004.

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