La Pantera a Bologna: un archivio partecipato in mostra
Assemblea del Movimento Studentesco “La Pantera”, presso S.P.O.N. – Scienze Politiche Occupata Napoli, alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Napoli “Federico II”, gennaio 1990.
Crediti: Delehaye – Opera propria, CC BY-SA 3.0, Collegamento
Abstract
Il testo analizza la mostra documentaria La Pantera siamo noi. Il movimento studentesco del 1990 tra protesta, progetti, speranze (MEUS, Bologna; 5 dicembre 2025-3 maggio 2026) come dispositivo di storia pubblica che, attraverso l’integrazione di un archivio partecipato, rende osservabili e comparabili le forme materiali della mobilitazione studentesca del 1989-1990. L’esposizione, fondata su fonti cartacee e audiovisive, viene discussa mediante categorie interpretative utili allo studio dell’azione collettiva e delle sue infrastrutture (contesti di politicizzazione, costruzione del senso pubblico, pratiche organizzative, repertori d’azione e sistemi di comunicazione). Si evidenziano inoltre le ricadute sulla didattica museale, proponendo la mostra come ambiente di apprendimento basato su evidenze, orientato allo sviluppo di competenze critiche.
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The text analyses the documentary exhibition La Pantera siamo noi. Il movimento studentesco del 1990 tra protesta, progetti, speranze (MEUS, Bologna; 5 December 2025-3 May 2026) as a public history device that, by integrating a participatory archive, makes the material forms of the 1989-1990 student mobilization observable and comparable. Grounded in paper-based and audiovisual sources, the exhibition is discussed through analytical categories useful for studying collective action and its infrastructures (contexts of politicization, public meaning-making, organizational practices, repertoires of action, and communication systems). The article also highlights implications for museum education, proposing the exhibition as an evidence-based learning environment aimed at developing critical skills.
INTRODUZIONE
Tra il 5 dicembre 2025 e il 3 maggio 2026 il Museo Europeo degli Studenti (MEUS), nell’ambito del Sistema Museale di Ateneo dell’Università di Bologna (SMA), ospita la mostra documentaria La Pantera siamo noi. Il movimento studentesco del 1990 tra protesta, progetti, speranze[1].
L’evento propone un percorso fondato su materiali originali – carte assembleari, volantini, fax, periodici di facoltà – affiancati da fotografie e audiovisivi sul movimento la Pantera. La decisione di collocare tali fonti entro un museo universitario produce effetti che vanno oltre la semplice restituzione divulgativa. La cornice museale, infatti, funziona come strumento di ordinamento e di interpretazione, poiché selezione, descrizione, contestualizzazione e allestimento incidono su ciò che del movimento diventa osservabile, comparabile e discutibile.
In una prospettiva storiografica, l’operazione appare significativa per almeno tre ragioni. In primo luogo, un museo dedicato alla storia degli studenti e delle culture studentesche nelle università europee, dalle origini medievali all’età contemporanea, diventa la sede in cui una protesta più recente viene trattata come oggetto storico, sottraendola sia all’oblio sia alla pura memorialistica. Nel caso della Pantera, infatti, la difficoltà di storicizzazione dipende non solo dalla ridotta distanza temporale dall’evento, ma anche da fattori politico-sociali. La natura diffusa e non centralizzata del movimento, la dispersione delle sue tracce documentarie, l’assenza di una legittimazione pubblica consolidata paragonabile ad altri cicli di protesta (come il ’68 o il ’77), e il rapido mutamento del contesto politico all’inizio degli anni Novanta, che ha spostato altrove l’attenzione. In questo quadro, la Pantera è rimasta spesso sospesa tra memoria generazionale e rimozione storiografica, ricordata dai protagonisti, ma meno integrata nella storia repubblicana e in quella dei movimenti studenteschi.
In secondo luogo, la natura stessa delle fonti invita a una riflessione sulla materialità dell’azione collettiva. La Pantera, come molti movimenti, ha prodotto documenti seriali, concepiti per l’uso immediato e spesso destinati a disperdersi. Portarli in mostra significa trasformarli in oggetti da interrogare, non soltanto testimonianze, ma indizi e linguaggi capaci di restituire concretamente come si è organizzata la mobilitazione.
In terzo luogo, la mostra è costruita sull’integrazione tra un museo universitario e un archivio partecipato, e rende perciò visibile la filiera che conduce dalle memorie private alla selezione pubblica e, infine, alla narrazione museale. Ne deriva un dispositivo di storia partecipata in senso pieno, un luogo nel quale pratiche di ricerca, pratiche di conservazione e pratiche di mediazione culturale vengono integrate e rese leggibili, con un’attenzione esplicita al modo in cui si produce conoscenza storica a partire da singole tracce.
GENESI DEL PROGETTO: L’ARCHIVIO PARTECIPATO
La mostra è realizzata grazie all’Associazione Pantera 90 Archivio, costituita nell’ottobre 2020 e impegnata nella raccolta di materiali cartacei e audiovisivi sui movimenti giovanili a partire dagli anni Ottanta, con particolare attenzione al ciclo di mobilitazione 1989-1990[2].
La curatela scientifica è affidata a Maria Pia Donato, Maria Teresa Guerrini (direttrice del MEUS), Sabina Pavone e Simona Salustri[3]. L’assetto curatoriale segnala una scelta di metodo al fine di far interagire una struttura museale universitaria con un soggetto archivistico nato dal basso, trasformando la collaborazione in parte del contenuto, e non soltanto in un prerequisito.
L’integrazione di un archivio partecipato nella progettazione espositiva non produce soltanto un ampliamento quantitativo della documentazione disponibile; produce anche un mutamento qualitativo nel modo in cui le fonti vengono concepite e legittimate. Un archivio partecipato, infatti, non è un deposito che si limita a ricevere materiali, ma definisce criteri di raccolta, stabilisce forme di accesso, elabora descrizioni, priorità e rende esplicite molte scelte che nei contesti istituzionali tendono a rimanere implicite.
In molti casi tali pratiche possono essere intese come attivismo archivistico, poiché intervengono sulle condizioni materiali e simboliche attraverso cui un movimento può essere raccontato e studiato. Ne consegue che la scelta delle fonti – ciò che sopravvive, ciò che si perde, ciò che è stato considerato degno di conservazione – incide in profondità sia sulla memoria pubblica sia sul lavoro storiografico[4].
La mostra, quale risultato di questo processo, mette dunque in scena una doppia dinamica. Da un lato, l’esigenza di preservare tracce e testimonianze; dall’altro, la necessità di costruire strumenti interpretativi che consentano a un pubblico non specialistico di leggere materiali spesso frammentari o riferiti a contesti non espliciti. In questo senso, il MEUS svolge una funzione specifica, opera come luogo di traduzione tra saperi e pubblici e come spazio in cui la ricerca può assumere una forma accessibile senza rinunciare alla complessità.
LA PANTERA “SONO LORO”. CONTESTO, RIVENDICAZIONI, LINGUAGGI
Nata a Palermo nel dicembre 1989, la Pantera si diffonde in molti atenei italiani fino alla primavera del 1990, caratterizzandosi per occupazioni, assemblee e pratiche di autogestione in opposizione alla riforma dell’università promossa dal ministro Antonio Ruberti e, più in generale, a processi percepiti di privatizzazione e aziendalizzazione dell’istruzione superiore[5].
Definirla l’ultima grande mobilitazione universitaria del Novecento significa, in primo luogo, sottolinearne estensione, durata e capacità di connessione tra sedi diverse; ma significa anche riconoscere che, dopo il 1990, le forme di conflitto studentesco tendono a riorganizzarsi in altri cicli, spesso con diversa composizione (scuole e università), diverse infrastrutture comunicative e differenti rapporti con la sfera mediatica. La Pantera, in questa chiave, chiude una stagione di mobilitazioni pre-internet e, al tempo stesso, prefigura pratiche e lessici che riemergono in fasi successive.
Il contesto è rilevante. La fine degli anni Ottanta è segnata da trasformazioni che investono l’orizzonte internazionale e quello nazionale: la ridefinizione dei rapporti geopolitici, la crisi delle tradizionali appartenenze ideologiche, l’emergere di nuove retoriche sull’efficienza e sulla competizione[[6]]. Sul terreno universitario, tali processi si intrecciano con una lunga stagione di massificazione degli studi superiori, con tensioni crescenti su diritto allo studio, risorse, spazi e governance. L’università diventa così un luogo in cui le aspettative di mobilità sociale si scontrano con un ambiente percepito come sempre più selettivo e diseguale[[7]].
Dal punto di vista interpretativo, la Pantera può essere letta come ciclo di azione collettiva in cui convergono più dimensioni. Una prima dimensione riguarda i contesti di politicizzazione: il dibattito sulle riforme, vissuto da ampi settori studenteschi come minaccia all’autonomia e al carattere pubblico dell’università, offre un terreno favorevole alla mobilitazione. Una seconda dimensione riguarda la costruzione del senso pubblico della protesta; la mobilitazione non si riduce a una reazione occasionale, ma chiarisce quali siano le questioni in gioco, individua responsabilità e delinea obiettivi e valori di riferimento, producendo un discorso che connette esperienze locali e rivendicazioni generali. Una terza dimensione concerne le pratiche organizzative e i repertori d’azione: occupazioni, assemblee, commissioni tematiche, iniziative culturali, produzione seriale di testi e materiali grafici. L’autogestione nelle facoltà occupate non appare soltanto come amministrazione quotidiana degli spazi, si configura come sperimentazione di forme di socialità politica e di produzione culturale, in cui musica, grafica, video concorrono a definire un’immagine pubblica non riducibile alla sola dimensione accademica. Una quarta dimensione, spesso sottovalutata, è quella delle infrastrutture comunicative. Prima dell’uso ordinario di internet, il coordinamento inter-ateneo si appoggia a reti e strumenti, con un ruolo centrale del fax, che diventano tecnologia politica del movimento; essi consentono la circolazione rapida di documenti, la sincronizzazione di iniziative e la costruzione di una simultaneità condivisa tra sedi lontane. La capacità di agire insieme diviene forma stessa del movimento.
Infine, la costruzione di identità collettiva opera come meccanismo di unificazione di un’esperienza policentrica senza annullarne la pluralità territoriale. Slogan, simboli, narrazioni e rituali di partecipazione costruiscono appartenenza, ma anche distinzione. Il movimento deve continuamente negoziare chi parla a nome di chi, quali pratiche sono legittime e quali relazioni instaurare con gli attori esterni quali partiti, sindacati, amministrazioni universitarie e media. Proprio per questo, la Pantera è anche un laboratorio di politica democratica, in cui la discussione sulle regole del collettivo diviene parte integrante della mobilitazione.
IL PERCORSO MUSEALE E L’ECOLOGIA DOCUMENTARIA
Negli studi sui movimenti sociali, la disponibilità delle fonti costituisce una condizione di possibilità della ricerca più che un prerequisito neutro. Le mobilitazioni generano un’ecologia documentaria composta in larga parte da testi brevi, materiali grafici, fotografie, registrazioni, spesso conservati in forma frammentaria presso soggetti privati[8]. Ne consegue che la memoria pubblica del conflitto tende a essere filtrata da attori esterni – media, apparati amministrativi, archivi istituzionali – con effetti selettivi sulla rappresentazione degli eventi e sulle categorie adottate per descriverli.
Gli archivi partecipati intervengono su questo, rendendo visibile il lavoro con cui una comunità produce, riconosce e legittima le proprie tracce. Il loro contributo è duplice. Da un lato ampliano la base documentaria disponibile; dall’altro esplicitano, almeno in parte, le scelte che presiedono alla costruzione del corpus dei documenti, consentendo di ragionare anche sulle assenze, sui silenzi, sulle asimmetrie tra tipi di fonte e sulle diverse possibilità di conservazione offerte ai vari soggetti.
In questa prospettiva, la mostra del MEUS può essere interpretata come dispositivo di ordinamento e di problematizzazione della documentazione. Non si limita a esporre materiali, ma costruisce un percorso che invita a interrogare il rapporto tra documento e contesto, tra traccia e interpretazione. Il museo non è un luogo neutro, decide quali oggetti mettere in primo piano, quali relazioni suggerire, quali concetti rendere operativi. Ancor di più quando si tratta di museo universitario dedicato alla storia degli studenti e delle culture studentesche nelle università europee dalle origini medievali all’età contemporanea che mette in risalto uno dei soggetti fondamentali della storia universitaria, troppo a lungo lasciato ai margini delle ricostruzioni[9].
NUCLEI TEMATICI E TRADUZIONE MUSEOGRAFICA DEL MOVIMENTO
L’impianto del percorso espositivo non è rigidamente cronologico, privilegia nuclei problematici che consentono al pubblico di cogliere la Pantera come campo di pratiche. Le cinque sezioni – crisi dell’università e origini della protesta; media e comunicazione; proposte politiche e conflitti; creatività nelle occupazioni; nuove soggettività e nuove lotte – possono essere lette come una trasposizione museografica delle principali dimensioni dell’azione collettiva, rendendo osservabili nessi tra organizzazione, comunicazione, progetto e immaginario.
La scelta tematica ha un significato storiografico preciso: presentare un movimento tramite le sue pratiche implica rinunciare a una spiegazione univoca e adottare una prospettiva plurale, attenta alle differenze tra sedi, ai conflitti interni e alle trasformazioni nel tempo. L’esposizione suggerisce inoltre una lettura che tiene insieme il piano nazionale delle reti e delle parole d’ordine con la prospettiva locale delle culture di facoltà, delle relazioni tra studenti, docenti e amministrazioni e, non ultimo, con l’elemento delle traiettorie individuali.
Un ulteriore merito del percorso consiste nell’aver posto in evidenza la dimensione comunicativa non come semplice supporto, ma come oggetto storico. La sezione dedicata ai media e alla comunicazione consente di osservare il movimento come produttore di discorsi e di strumenti: giornali di facoltà, volantini, comunicati, rassegne, ma anche pratiche di diffusione e coordinamento. In questo modo, la mostra rende visibile che la politica del movimento è anche politica della comunicazione e la costruzione del senso pubblico avviene attraverso testi, immagini e canali, che non sono neutrali, ma incorporano scelte e priorità.
MATERIALI E DISPOSITIVI DIGITALI
Sul piano dei materiali, la compresenza di fonti cartacee e audiovisive sostiene una storicizzazione costruita per strati. Le carte assembleari e i volantini restituiscono la dimensione deliberativa e conflittuale; i periodici di facoltà rendono visibili lessici, ironie e forme di auto-rappresentazione; le fotografie documentano spazi, corpi e rituali della mobilitazione; gli audiovisivi consentono di cogliere la performatività di eventi e pratiche e di osservare la dimensione relazionale che la carta da sola non riesce a restituire.
Due dispositivi curati da Danilo Mollicone risultano particolarmente efficaci come strumenti interpretativi: una mappa interattiva che restituisce geografia e rete del movimento e una rassegna stampa digitale articolata in percorsi differenti (cronologico e per testate), funzionale al confronto tra auto-narrazioni del movimento e rappresentazioni mediatiche.
In chiave metodologica, tali strumenti operano come ponte tra micro e macro, aiutano il visitatore a passare dal singolo documento al sistema di relazioni che lo rende intelligibile e, al tempo stesso, rendono praticabile un confronto tra descrizioni concorrenti dello stesso evento. La rassegna stampa, ad esempio, permette di osservare come cambiano i lessici e le cornici interpretative nel tempo e come differiscono tra testate; la mappa rende visibile la simultaneità e la policentrica della mobilitazione, facendo emergere la struttura a rete del fenomeno.
Ad essi si affianca un filmato composto da riprese originali del tempo, realizzato da Esther Guiducci, studentessa del Master in Comunicazione storica dell’Università di Bologna. La presenza del video introduce il livello della rielaborazione contemporanea di materiale storico; il montaggio, infatti, non è una semplice illustrazione, è una scelta interpretativa resa ancor più complicata dalla disponibilità di numerosi filmati che, se da un lato costituiscono una fonte inedita per la ricostruzione dei movimenti studenteschi del Novecento, dall’altro impone un lavoro critico accurato[10].
LA MOSTRA COME APPRENDIMENTO
La dimensione di storia pubblica dell’iniziativa non riguarda soltanto la partecipazione alla raccolta delle fonti, ma investe anche la progettazione dell’esperienza di visita. In termini di didattica museale[11], l’allestimento è orientato a un apprendimento basato su evidenze e su percorsi non lineari, in cui il visitatore costruisce significato attraverso l’interazione tra contesto personale, contesto sociale e contesto fisico dell’esposizione[12].
Questa impostazione è particolarmente adatta a un tema come la Pantera, perché evita di trasformare la mobilitazione in racconto chiuso e consente invece di esercitare la lettura critica delle fonti. I dispositivi digitali (mappa e rassegna) svolgono una funzione di sostegno interpretativo, favoriscono la transizione dal documento singolo alla rete di relazioni e alle trasformazioni delle narrazioni nel tempo. La rassegna stampa, in particolare, mette a fuoco la distanza tra la narrazione interna dei protagonisti e le categorizzazioni operate dall’esterno, aprendo un terreno didattico sul linguaggio dei media, sulle semplificazioni e sugli effetti.
Da questa impostazione deriva un potenziale didattico particolarmente significativo, orientato alla costruzione di percorsi e attività laboratoriali che facilitino lo sviluppo di competenze operative e interpretative. Il lavoro con i materiali esposti consentirebbe, ad esempio, di lavorare sulla distinzione tra tipologie documentarie (volantini, comunicati, verbali, giornali di facoltà, fotografie, rassegne stampa), ricostruendone provenienza, destinatari, finalità e condizioni di produzione; e, al contempo, di valutare la loro affidabilità, la loro parzialità e i loro limiti. In parallelo, gli studenti possono essere guidati a riconoscere le categorie interpretative con cui la protesta definisce i problemi, ordina gli argomenti e legittima le proprie rivendicazioni, individuando obiettivi e modalità di intervento. Questa analisi permette di osservare la dimensione discorsiva dell’agire collettivo, come un movimento produce un linguaggio e come quel linguaggio funziona nel costruire consenso, nel delimitare confini e nel dialogare o confliggere con altri attori. A ciò si aggiunge la possibilità di ricostruire i modi ricorrenti dell’azione collettiva – dalle occupazioni alle assemblee, dalle commissioni alla produzione di materiali – osservando come certe pratiche si stabilizzino, come altre vengano sperimentate e quali funzioni svolgano nella vita quotidiana della mobilitazione. Un ulteriore asse di lavoro riguarda la dimensione comunicativa e organizzativa; analizzare strumenti, canali e routine di coordinamento tra sedi mostra in concreto come la capacità di organizzarsi dipenda anche dall’uso di tecniche e procedure condivise, e rende visibile l’intreccio tra politica e tecnologia. Infine, il percorso offre un terreno particolarmente adatto al confronto tra le diverse narrazioni. Da un lato le auto-rappresentazioni prodotte dal movimento, dall’altro le rappresentazioni costruite dalla stampa e dagli osservatori esterni. Il confronto permette di introdurre una riflessione sull’uso delle fonti e sulla conoscenza storica.
BIBLIOGRAFIA
- E. Benoit III, A. Eveleigh (a cura di), Participatory Archives: Theory and Practice, Facet Publishing, London 2019.
- F. Bonini, L’Università nell’Italia repubblicana, in G.P. Brizzi, P. Del Negro, A. Romano (a cura di), Storia delle università in Italia, vol. I, Sicania, Messina 2007, pp. 425-459.
- M. Boren, Student Resistance: A History of the Unruly Subject, Routledge, London 2019.
- M. Caswell, M. Cifor, M. H. Ramirez, ‘To Suddenly Discover Yourself Existing’: Uncovering the Impact of Community Archives, in «The American Archivist», 79/1, 2016, pp. 56-81.
- D. Della Porta, M. Diani, Social Movements. An introduction, Wiley-Blackwell, (terza edizione), London 2020.
- M. Dondi, S. Salustri (a cura di), Comunicazione storica. Tecnologia, linguaggi, culture, Clueb, Bologna2021.
- J. H. Falk, L.D. Dierking, The Museum Experience Revisited, Routledge, New York 2013.
- V. Mattioli, Novanta. Una controstoria culturale, Einaudi, Torino 2025.
- M. Sgobio, I loro incubi sono i nostri sogni. Il movimento della Pantera tra critica al neoliberismo e nuovi modi di comunicare, in «Diacronie. Studi di Storia Contemporanea», 49/1, 2022.
- S.G. Tarrow, Power in Movement. Social Movements and Contentious Politics, Cambridge University Press, (terza edizione), Cambridge 2011.
Note:
[1] Per la mostra: https://sma.unibo.it/it/agenda/la-pantera-siamo-noi-il-movimento-studentesco-del-1990-tra-protesta-progetti-speranze, url consultata il 6 marzo 2026.
[2] Associazione Pantera 90 Archivio: https://www.lapantera.org, url consultata il 6 marzo 2026.
[3] Oltre al Dipartimento di Storia Culture e Civiltà dell’Università di Bologna (DISCI), la mostra è stata realizzata grazie a una rete di collaborazioni che ha coinvolto l’Archivio audiovisivo del Movimento operaio e democratico (AAMOD), l’Archivio storico della Nuova sinistra “Marco Pezzi”, l’Associazione italiana di Public History (AIPH), il Centro interuniversitario per la ricerca e lo sviluppo della Public History (CISPH), l’Institut d’Histoire moderne et contemporaine (IHMC) di Parigi, l’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza (IRSIFAR) e il Master universitario in Comunicazione storica dell’Università di Bologna.
[4] M. Caswell, M. Cifor, M. H. Ramirez, ‘To Suddenly Discover Yourself Existing’: Uncovering the Impact of Community Archives, in «The American Archivist», 79/1, 2016, pp. 56-81.
[5] M. Sgobio, I loro incubi sono i nostri sogni. Il movimento della Pantera tra critica al neoliberismo e nuovi modi di comunicare, in «Diacronie. Studi di Storia Contemporanea», 49/1, 2022. Per la sintesi della cronologia e del contesto cfr. nota 1: https://www.studistorici.com/2022/03/29/sgobio_numero_49/
[6] Sulla lettura degli anni Novanta come decennio non di pacificazione e “fine della storia”, ma di persistente conflitto culturale e politico, osservato in Italia attraverso le controculture, i centri sociali e le produzioni underground, si rimanda a V. Mattioli, Novanta. Una controstoria culturale, Einaudi, Torino 2025.
[7] Per un inquadramento generale del contesto della protesta universitaria si veda: F. Bonini, L’Università nell’Italia repubblicana, in G.P. Brizzi, P. Del Negro, A. Romano (a cura di), Storia delle università in Italia, vol. I, Sicania, Messina 2007, pp. 425-459. Sulla storia dei movimenti e i loro significati si rimanda a: S.G. Tarrow, Power in Movement. Social Movements and Contentious Politics, Cambridge University Press (terza edizione), Cambridge 2011; D. Della Porta, M. Diani, Social Movements. An introduction, Wiley-Blackwell, (terza edizione), London 2020 e M. Boren, Student Resistance: A History of the Unruly Subject, Routledge, London 2019.
[8] E. Benoit III, A. Eveleigh (a cura di), Participatory Archives: Theory and Practice, Facet Publishing, London 2019.
[9] Sul MEUS e la sua mission: https://sma.unibo.it/it/il-sistema-museale/museo-europeo-degli-studenti-meus, url consultata il 6 marzo 2026.
[10] Cfr. M. Dondi, S. Salustri (a cura di), Comunicazione storica. Tecnologia, linguaggi, culture, Clueb, Bologna 2021.
[11] Per una bibliografia sull’esteso campo della didattica museale: https://www.doc.mode.unibo.it/didattica-museale-bibliografia, url consultata il 6 marzo 2026.
[12] Cfr. J. H. Falk, L.D. Dierking, The Museum Experience Revisited, Routledge, New York 2013.

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