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Voci dalla Rivoluzione americana. Un laboratorio di scrittura e narrazione orale per lo sviluppo del pensiero storico

Voci dalla Rivoluzione americana. Un laboratorio di scrittura e narrazione orale per lo sviluppo del pensiero storico

«Washington come agricoltore a Mount Vernon», 1851, parte di una serie dedicata a George Washington realizzata da Junius Brutus Stearns. Conservato presso il Virginia Museum of Fine Arts. Questo dipinto presenta una rappresentazione idealizzata del lavoro nella piantagione, molto distante dalla realtà delle dure condizioni di vita e di lavoro sopportate dagli schiavi.
Crediti: Junius Brutus Stearnshttps://www.loc.gov/resource/pga.02419/, Pubblico dominio, Collegamento

Abstract

L’articolo presenta un laboratorio didattico sulla Rivoluzione americana ispirato alle riflessioni di Carlo Ginzburg (microstoria) e alla scuola delle Annales. Muovendo dall’esigenza di superare una relazione passiva con il passato, il percorso propone agli studenti un’esperienza di ricerca storica fondata sulla costruzione di un legame attivo, critico e riflessivo con gli eventi e i protagonisti del passato. Attraverso la produzione di fonti verosimili, gli studenti e le studentesse assumono il ruolo di “fabbricatori di documenti”, ricostruendo vite, prospettive e scelte di individui comuni coinvolti nei processi rivoluzionari. L’attività mira a sviluppare forme di empatia critica, intesa come capacità di comprendere azioni, valori e visioni del mondo secondo la logica del loro tempo, evitando giudizi anacronistici. Il laboratorio di microstoria consente così di spostare l’attenzione dai grandi eventi e dai protagonisti celebri alle esperienze quotidiane che hanno contribuito a tessere la trama del cambiamento storico, favorendo al contempo l’acquisizione di competenze interpretative e metodologiche proprie del lavoro dello storico.

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This article presents an educational workshop on the American Revolution inspired by the reflections of Carlo Ginzburg on microhistory and by the Annales School. Seeking to move beyond a passive relationship with the past, the project engages students in a historical inquiry experience based on the construction of an active, critical, and reflective connection with the events and actors of the eighteenth-century Atlantic world. Through the creation of plausible historical sources, students become “document makers,” reconstructing the lives, perspectives, and choices of ordinary individuals involved in revolutionary processes. The activity aims to foster critical empathy, understood as the ability to comprehend actions, values, and worldviews according to the logic of their own time, while avoiding anachronistic judgments. In this way, the microhistorical workshop shifts attention from major events and celebrated figures to the everyday experiences that helped weave the fabric of historical change, while also promoting the development of interpretative and methodological skills characteristic of the historian’s craft.

La rivoluzione è sempre per tre quarti fantasia e per un quarto realtà.

Michail Bakunin

Una (doverosa) premessa

Un percorso sulla Rivoluzione Americana in una rivista di storia contemporanea può risultare interessante per due ragioni. In primo luogo, la struttura di questo laboratorio didattico è caratterizzata dalla sua riproducibilità metodologica: i dispositivi di analisi critica e immedesimazione narrativa qui applicati al Settecento possono essere declinati su fonti e testimonianze relative a conflitti e memorie del Novecento (si pensi ad esempio a un lavoro sul boom economico attraverso le lettere tra operai emigrati al Nord e famiglie rimaste nel Mezzogiorno con l’utilizzo di archivi di memorie orali e fonti audiovisive). In secondo luogo, guardare alle origini degli Stati Uniti significa fare i conti con il ruolo geopolitico e culturale cruciale che riveste oggi la storia americana: analizzarne i passaggi fondativi aiuta a decodificare certe riscritture del passato in cui è centrale la ridefinizione dei “protagonisti”.

Lo spunto del laboratorio

Che la storiografia tradizionale, concentrata sulle fonti scritte prodotte da élite alfabetizzate, abbia da sempre lasciato inevitabilmente nell’ombra l’esperienza di coloro che, per ragioni di ruolo sociale, genere o condizione servile, non hanno avuto il privilegio dell’alfabetizzazione o la possibilità di affidare la propria testimonianza a documenti ufficiali o epistolari è ormai da tempo assodato.

Scriveva nel 1976 Carlo Ginzburg nella Prefazione all’indispensabile Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ‘500:

Ancora oggi la cultura delle classi subalterne è (e a maggior ragione era nei secoli passati) in grandissima parte una cultura orale. Ma purtroppo gli storici non possono mettersi a parlare con i contadini del ‘500 (e del resto, non è detto che li capirebbero).[1]

Il suo Menocchio parlerà perciò un singolare linguaggio della discrepanza, esito di una paziente e creativa collazione tra il molto della cultura colta e il poco della cultura popolare. Dalle possibilità di tale metodologia qualitativa e analitica muove l’attività didattica Voci dalla Rivoluzione Americana, che sceglie di spostare il focus dai ritratti ufficiali ai margini dell’epopea e dalle ricostruzioni ancora parecchio quantitative offerte dai testi in adozione a una circoscritta e parziale esperienza di come la cultura popolare non sia stata in passato solamente passiva, ma abbia prodotto sintesi, se non sempre complesse e uniche, quantomeno interessanti. Un possibile coro sommerso che offre agli studenti uno strumento per immaginare e ricostruire, con rigore documentario, la prospettiva di chi era escluso dalla produzione di fonti canoniche e di sperimentare come il contatto con la cultura ufficiale fosse (ed è in gran parte ancora oggi) rielaborato dalla cultura, o meglio dalle culture popolari.

L’obiettivo è duplice: superare un rapporto passivo con il passato incoraggiando la costruzione di un legame attivo e riflessivo e sviluppare quell’empatia critica necessaria per provare a comprendere le scelte e le visioni degli individui secondo la logica del loro tempo.

Il laboratorio di microstoria trasforma gli studenti in fabbricatori di fonti verosimili, per indagare le storie degli esseri umani che hanno tessuto la trama quotidiana del cambiamento.

George Washington or Bart Simpson?” asked Sen. Slade Gorton (R-Wash) during the congressional debates. Which figure represents a “more important part of our nation’s history for our children to study?” To Gorton, the proposed national standards represented a frontal attack on American civilization, an “ideologically driven, anti-Western monument to politically correct caricature.[2]

Il dibattito sull’importanza delle figure e degli eventi da includere nei national standard statunitensi, come evidenziato dalla contrapposizione tra figure storiche canoniche (George Washington) e icone culturali più recenti (Bart Simpson), sottolinea la necessità di metodologie che rendano la storia non solo rilevante, ma anche profondamente compresa nella sua complessità. L’attività risponde a questa esigenza proponendo una pratica di microstoria che focalizza l’attenzione su una pluralità di voci storicamente situate, marginali rispetto alla narrazione tradizionale ma sorprendentemente (come Menocchio) alfabetizzate nel loro spessore culturale.

Gli studenti si allenano a pensare storicamente, accrescendo la capacità di selezionare informazioni pertinenti, strutturare un discorso coerente e distinguere tra fatti e opinioni, riflettendo sul concetto di “protagonista storico”. Il laboratorio con le fonti, in una forma narrativa che richiede immedesimazione, funge da catalizzatore per lo sviluppo di queste abilità.

L’attività didattica

L’attività promuove la comprensione della complessità storica attraverso l’assunzione di prospettive diverse, coinvolgendo donne, uomini, persone schiavizzate, indigeni, servitori, politici e familiari.

Agli studenti viene richiesto di mettersi nei panni di un personaggio storico e di scrivere una lettera a un mittente dato che racconti eventi di cui sono testimoni: la scelta del formato offre un’efficace esercitazione di narrazione storica. Dovranno poi anche leggere ad alta voce la propria lettera e registrarla.

Le lettere devono rispettare i seguenti criteri:

  • contestualizzazione: eventi realmente accaduti nel luogo e nel periodo specificato (l’insegnante fornisce alcune fonti che ampliano, integrano, contraddicono l’offerta proposta del libro di testo);
  • adesione al ruolo: il linguaggio deve essere coerente con l’epoca (vanno evitate ad esempio espressioni contemporanee) e appropriato al ruolo sociale del mittente;
  • tempo verbale: prevalentemente al passato per i fatti e al presente per le riflessioni.

I corrispondenti scelti sono personaggi storicamente documentati o verosimili:

  • Mel Gates, stalliere personale di George Washington a Betty Maloone, ballerina
  • Jane Franklin Mecom, sorella di Benjamin Franklin alla sorella maggiore Anne
  • Elizabeth Wells Adams, moglie di Samuel Adams alla cugina Lizzie a Londra
  • Rupert Moore, cameriere personale di John Hancock al cugino Bill a New York
  • Little Turtle, capo della tribù Miami, a George Washington
  • Sally Fox, schiava di Thomas Jefferson, alla sorella Jenny
  • Abigail Adams, moglie di John Adams alla figlia diciottenne Amelia a Boston
  • Sarah Orne, moglie di Paul Revere, alla cognata Marie a Parigi

Le risorse fornite agli studenti sono reperibili in rete: il corposo Founders Online è un progetto National Archives che ha digitalizzato corrispondenza e documenti chiave dei padri fondatori; sempre National Archives permette la consultazione dei Trattati Indiani, mentre sulla schiavitù domestica sono disponibili estratti dei Farm Books di Jefferson; la digital library del Congresso mette a disposizione le Slave Narratives, testimonianze di schiavi post-manumissione che offrono contributi sulla vita domestica, la violenza e l’alfabetizzazione clandestina. Il lavoro di esplorazione e selezione delle fonti avviene in gruppo (tutti i Little Turtle, tutte le Sally Fox, ecc.) e ovviamente occorre guidare e tutorare nella consultazione; i ragazzi sono comunque incuriositi dalla mole e dalla tipologia delle fonti a disposizione.

Dopo una revisione (o più) da parte del docente e dei compagni del gruppo di riferimento segue la registrazione di un vocale di circa 2 minuti (a scelta dello studente registrabile anche in inglese) che valorizza la competenza comunicativa, integrando scritto e parlato per lo sviluppo delle competenze trasversali.

In circa 6 ore a scuola e altre 3-4 ore di lavoro a casa ogni studente riesce in genere a produrre con buona soddisfazione testi e relativi vocali. Sono occorse due revisioni in media per studente per iniziare a sviluppare l’abilità di comprendere le scelte e le visioni degli individui del passato secondo una logica il più possibile simile a quella del loro tempo.

Alcuni esempi dei lavori degli studenti riportati più sotto evidenziano la capacità di elaborare una narrazione coerente con l’epoca e il ruolo sociale del mittente, inclusa la terminologia che ne riflette la condizione, ma anche le inevitabili ingenuità “presentiste”.

Il risultato è una narrazione che va oltre la mera cronaca degli eventi: profondità di analisi e dettagli materiali restituiscono prospettive ricche e originali. La scrittura può conoscere attenzioni nuove, per non dire della valorizzazione dell’alfabetizzazione e dell’istruzione democratica. Al termine del lavoro di riscrittura e approfondimento sulle fonti il linguaggio di Abigail Adams riflette la sua esclusione dalla politica ufficiale (“discussioni da uomini”), le considerazioni di Little Turtle sono il risultato di una complessa strategia politica di resistenza territoriale e l’orrore di Sally Fox è inscindibile dalla sua posizione di proprietà all’interno del sistema schiavista della Virginia.

Debriefing

La fase di debriefing è stata fondamentale per consolidare l’apprendimento, trasformando l’esperienza creativa in una riflessione critica sul metodo storico e sulla complessità del passato. L’attività si è articolata in tre momenti chiave, secondo l’approccio Historical Thinking:

  1. Riflessione sul processo (metacognizione): com’è stato “fabbricare” una fonte? Quali difficoltà sono emerse nel conciliare i dati con l’immaginazione?
  2. Analisi delle prospettive: cosa cambia se guardiamo la Rivoluzione attraverso gli occhi di Sally Fox o Little Turtle invece che dai ritratti ufficiali?
  3. Il presente del passato: in che modo questa attività ha cambiato la percezione del concetto di “protagonista” della storia?

Secondo gli studenti è stato difficile far parlare i personaggi in modo coerente:

“Dovevamo decidere quanto dovessero sembrare istruiti o quanto dovessero nascondere la loro capacità di leggere e scrivere per non correre rischi”.

Hanno notato come l’alfabetizzazione non fosse solo una competenza, ma uno strumento di resistenza o un pericolo (come nel caso dello stalliere di Washington o di Sally Fox):

“Scrivere come Sally Fox mi ha fatto vedere Jefferson non solo come l’autore della Dichiarazione di Indipendenza, ma come un uomo che parlava di libertà mentre viveva grazie al lavoro di persone che considerava proprietà”.

Emerge l’empatia critica verso le vittime del sistema schiavista e la consapevolezza che le “discussioni da uomini” dei leader spesso ignoravano la realtà quotidiana di donne e minoranze:

“Cercando i documenti su Founders Online, mi sono reso conto che il silenzio delle fonti ufficiali su certi personaggi come i servi o gli indigeni non significa che non avessero una loro strategia politica o una visione del mondo”.

Il lavoro di gruppo e la consultazione delle fonti digitali aiutano a capire che la narrazione storica è fatta di scelte di rilevanza.

Sull’immedesimazione narrativa emerge come l’integrazione tra scrittura e oralità permetta di restituire dettagli materiali e prospettive ricche che i manuali solitamente omettono:

“Registrare il vocale mi ha obbligato a pensare all’emozione: la paura di Sally Fox per i passi notturni o l’ansia di Mel Gates durante la battaglia di Yorktown”.

Un ultimo step

L’efficacia metodologica del laboratorio potrebbe trovare compimento in un’ultima attività di riscrittura collaborativa, pensata per ricondurre l’esperienza della microstoria alla macrostoria del manuale di testo. Agli studenti può essere richiesto di redigere un breve paragrafo aggiuntivo, da inserire idealmente nel testo scolastico in adozione, volto ad arricchire la narrazione della Rivoluzione Americana. Per farlo i ragazzi non attingeranno solo al proprio lavoro, ma ascolteranno e faranno proprie le testimonianze prodotte dai compagni.

Questa operazione di sintesi storiografica è cruciale: gli studenti possono comprendere che fare storia non significa sostituire una narrazione d’élite con una narrazione marginale, ma saper tenere insieme la complessità di tutti i soggetti che quel passato lo hanno co-costruito. Il testo finale prodotto per il manuale sarà quindi un tentativo di costruire un quadro in cui le dinamiche di genere, classe e condizione servile si intrecciano ai grandi nodi politici ed economici dell’indipendenza, dimostrando come l’approccio storico inclusivo punti a restituire la complessità del passato attraverso il superamento di un unico punto di vista egemone.

Conclusioni

La progettazione di questa attività risponde alla necessità di superare la frammentazione disciplinare, configurando il laboratorio come uno spazio d’apprendimento integrato tra storia e italiano. I criteri stabiliti per la stesura della lettera, infatti, mirano a fondere lo sviluppo del pensiero storico con il perfezionamento delle competenze linguistiche e argomentative. Da un lato, la richiesta di contestualizzazione e di adesione al ruolo stimola la capacità di “pensare storicamente”: gli studenti sono chiamati a compiere un’operazione di empatia storica e di analisi critica, declinando i grandi mutamenti del passato attraverso la lente della microstoria e delle diverse condizioni sociali in un esercizio di decostruzione e ricostruzione del punto di vista. Dall’altro lato, la struttura logica della lettera, la coerenza temporale e la selezione di un registro adeguato all’epoca e al personaggio richiedono un controllo sofisticato delle strutture della lingua italiana.

Per tali ragioni, la valutazione non può prescindere da una visione d’insieme e la rubrica descritta di seguito nasce dall’esigenza di tenere uniti questi due macro-aspetti, offrendo al docente (o ai docenti) uno strumento d’interconnessione disciplinare.

La Rubrica si concentra su quattro dimensioni fondamentali, che vanno oltre la mera correttezza storica e linguistica:

  1. rispetto dei tempi: adeguatezza della registrazione vocale alla lunghezza stabilita (margine di 15 secondi in più o in meno).
  2. considerazioni: profondità e originalità dell’analisi richiesta, rilevanza delle osservazioni, e assenza o limitata presenza di frasi copiate o commenti irrilevanti.
  3. organizzazione dei contenuti: struttura logica dell’esposizione, correttezza dei rapporti causa-effetto, appropriatezza delle citazioni e coerenza del percorso logico.
  4. linguaggio: correttezza sintattica, appropriatezza della terminologia specifica al contesto e all’epoca, sicurezza e spontaneità nell’esposizione orale.
Materiali prodotti dalla classe 4H del Liceo artistico “G. Chierici” di Reggio Emilia, a.s.2021/2022.

Mel Gates, stalliere personale di George Washington a Betty Maloone, ballerinaYorktown, 19 ottobre 1781

Mia amata Betty, mi manchi molto.

Sto seguendo in battaglia Washington di cui sono fidato stalliere. I britannici hanno incendiato Richmond e le fiamme stanno imperversando per tutta la città. Ci sono momenti in cui temo che non ti rivedrò più e non potrò tirarti fuori da quell’orrido bordello nel quale sei costretta a vivere e lavorare. Ti scrivo questa lettera di nascosto, perché il generale non vuole che nulla di quanto sta succedendo trapeli e io non voglio che lui sappia che sono capace di leggere e di scrivere. Ieri mi ha quasi scoperto, per fortuna sono riuscito a nascondere la lettera prima che me la requisisse! Così ora finisco di scrivere mentre lui è impegnato in battaglia. Spedirò il prima possibile, l’ufficiale della posta mi deve diversi favori. Tutti i miei pensieri sono rivolti sempre e solo a te. Qui a Yorktown Washington sta combattendo in sella al cavallo che io gli ho preparato e i britannici sono alle strette finalmente. Sono arrivati anche i francesi ad aiutarci. Ora sento che vinceremo, forse presto potremmo rivederci, mia amata.

Little Turtle, capo della tribù Miami, a George WashingtonOhio riverfront, 26 november 1793

Hello, Mr. President, it’s me, Little Turtle, it’s a real pleasure to have the chance to speak with you again. As you know, I am the President of the Miami Confederacy. There is a lot of tension these days, and I am tormented by the endless demands of my people. Also because – you probably don’t know this – but women, children, and men continue to suffer violence upon violence.

And why? Do you want to know the reason? Well, it’s simple resistance to conserve their lands, their buffalo, and their freedom. And I think we know what we are doing: it is the best choice we can make. We want to maintain our Ohio riverbank as a frontline.

I suppose you wonder how a chief of the Miami Confederacy came to write to you in your own language. I assure you this is not the work of a hired scribe. My knowledge of English comes from years of necessity, listening to the words and observing the documents of traders and soldiers alike. I learned from captives, I learned from treaties, and I learned from the urgency of understanding your world to better protect mine. My intent is to ensure no meaning is lost in translation, especially when discussing the life and future of my people. This is our objective, the objective of the Confederacy, and it must be approved.

What do you think? Isn’t it a good idea to avoid a war? Will it be on this proposal that we can engage with your General Anthony Wayne? I hope you have chosen my option, and I advise you to continue talking and discussing.

See you soon, good day!

Sally Fox, schiava di Thomas Jefferson, alla sorella JennyFiladeflia, 1 luglio 1776

Cara sorella,

ti scrivo per aggiornarti sugli ultimi avvenimenti che mi sono successi in questo ultimo periodo a Filadelfia.

Da quando ci hanno separate, ho praticamente attraversato mezza America, passando dalle calde piantagioni di cotone del sud, fino a dove mi trovo ora che ti sto scrivendo.

Lavoro presso l’abitazione del presidente come domestica, quindi mi è concesso più riposo rispetto al lavoro nei campi. Mi occupo di cucinare e servire i pasti, anche durante le cene diplomatiche, inoltre posso mangiare in casa, ovviamente in una stanza a parte e solo dopo aver pulito le stoviglie. Mi hanno anche messo a copiare le minute delle lettere e delle ricette di cucina per la padrona. È un lavoro noioso, ma mi costringe a toccare la carta e a tenere la penna in mano. Nessuno si aspetta che io capisca quello che scrivo, ma io ho impato a tracciare le forme delle parole, e questo mi permette di scriverti in segreto. Purtroppo mi è capitato, soprattutto nel primo periodo, di essere obbligata a giacere con il presidente o altri membri del Congresso: ovviamente non mi sono rifiutata, o avrei fatto la fine di una mia compagna, Mary Jane, che dopo essersi ribellata all’abuso è stata impiccata e gettata in un fosso. Devo ammettere che ho molta paura e spero che tutto ciò finisca presto, in un modo o nell’altro.

Spero che tu stia meglio di me.

Desidero rivederti presto e spero che questa lettera ti arrivi, prima o poi.

Ti voglio bene

Tua Sally

Sally Fox, schiava di Thomas Jefferson, alla sorella JennyMonticello, Virginia, 10 Ottobre 1776

Cara Jenny,

come stai sorella? Spero che tu goda di ottima salute. Io per quanto posso sto bene. È molto che non ci sentiamo e con tutto quello che è successo e sta succedendo ce ne sarebbe da parlare! Siamo tornati in Virginia dopo che il signor Jefferson ha lavorato alle prime parti del trattato di indipendenza per liberare l’America dal dominio inglese.

Ma cambierà qualcosa per donne come me e come te? Chi ci pensa a donne come noi? Nessuno, te lo dico io. Quest’uomo parla giorno e notte della sua America libera, dei lavoratori liberi, dei cittadini liberi di cui io e te non facciamo parte.

A volte mi chiedo se i nostri padroni si rendano conto di quanto sia pericoloso il loro disinteresse. Ho imparato l’alfabeto in segreto, spiando quando i ragazzi studiavano, e quando il padrone se n’è accorto è stato contento: possono scrivermi i loro ordini ma non sanno che so leggere anche i loro progetti.

Jefferon parla di libertà mentre si fa portare il tè da schiave senza diritti, quali siamo. Troppe volte ho ascoltato le belle storie di quest’uomo, ma mai le ho viste specchiarsi in realtà. Una realtà che per noi è davvero amara: non riesco a non tremare per l’altra parte della nostra vita, quella che non osiamo nominare. I nostri corpi non sono nostri, Jenny. Viviamo nella costante paura, non solo della frusta, ma anche dello sguardo, dei passi notturni che si avvicinano troppo alla porta e che ci ricordano che il nostro padrone – e non solo il padrone – ci considera un bene da usare. Non c’è giustizia in questa casa, solo un silenzio pieno di terrore.

Dobbiamo credere alle parole di questi uomini potenti? Faranno qualcosa di concreto? Pensa che il signor Jefferson si definisce illuminista, come se fosse una moda comune, ma si è mai fermato a chiedere a noi povera gente come viviamo?

Ah, sorella, vorrei mantenere la speranza alta come l’aveva nostra madre, la nostra defunta povera madre, ma presumo che la prossima volta che ti scriverò dormirò ancora tra queste mura.

Un saluto, sorella mia. E per un futuro più luminoso.

Abigail Adams, moglie di John Adams alla figlia diciottenne Amelia a Boston

Parigi, 3 agosto 1783

Cara Amelia,

Parigi è una città veramente sublime, da lasciare a bocca aperta.

Tuo padre e io abbiamo dovuto lasciare l’Aia e venire qui nella capitale francese per assicurare che gli interessi della Nuova Inghilterra fossero difesi. Lui è molto provato in quest’ultimo periodo e gli risulta impossibile tenerti al corrente degli ultimi avvenimenti, per questo proveró a farti un resoconto che sia il più dettagliato possibile.

Come sai negli ultimi due anni lui e Benjamin (che mi ha chiesto di mandarti i suoi cordiali saluti) sono stati impegnati nella negoziazione che sarà la chiave per nostra indipendenza.

A volte quando è l’ora del tè sono ammessa alle loro discussioni da uomini che plasmano un mondo che non riesco pienamente a comprendere. Ti scrivo perciò quello che ho capito e forse non è poi poca cosa.

La guerra sta continuando da troppo tempo e tutti i paesi che ne hanno preso parte sono esausti, con gli eserciti dimezzati e in egual misura sono i loro fondi monetari.

La Gran Bretagna non si smentisce e rimane un osso duro: tentano continuamente di rettificare il trattato per concedere meno territori a noi coloni, ma siamo tutti sicuri che cederanno prima o poi (la sconfitta a Yorktown non la dimenticheranno facilmente).

Pensa che potremo finalmente commerciare autonomamente, e ci sarà possibile accedere a bevande e spezie a noi sconosciute: avremo la cannella e il chiodo di garofano a prezzi accessibili, oltre al tè indiano non più monopolio e a sete e mussole della migliore qualità!

Gli unici che non vogliono deporre le armi sono quei guerrafondai degli spagnoli, che mirano ai territori dello stretto di Gibilterra.

Oramai peró la maggior parte del lavoro è fatto, e manca solo la firma dei delegati degli stati aderenti, che è stata fissata tra un mese.

Ti scriveró ancora prima della nostra partenza dal regno di Francia. La prossima volta verrai anche tu con noi: chissà, potremo conoscere la regina Maria Antonietta! Le sue feste a Versailles, dicono, sono strepitose e il suo gusto nel vestire davvero da imitare!

Non ho potuto incontrarla: siamo a Parigi, il centro dell’universo politico e culturale, eppure la corte vera e propria è assente, relegata a Versailles. La mia speranza di osservare da vicino la haute société parigina è rimasta parzialmente delusa. Invece di incontrare il Re, abbiamo visto noiosi ministri e la vita di corte che mi aspettavo è lontana. Qui a Parigi ci si scambiano convenevoli formali con le mogli dei diplomatici; è un’attesa lunga e noiosa, interrotta solo dalle malizie che si raccontano sul ménage reale…

A presto, cara.

Estratti audio dei vocali del gruppo Little Turtle e del gruppo Sally Fox.
Bibliografia di riferimento
  • A. Brusa e L. Cajani, La storia è di tutti, Carocci, Roma 2008
  • C. Ginzburg, Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ’500, Einaudi, Torino 1976
  • A. I. Herzen, A un vecchio compagno. Lettere con Bakunin sul caso del nichilista Necaev, Shake edizioni, Milano 2019
  • F. Monducci, Insegnare storia. Il laboratorio storico e altri metodi, UTET, Torino 2018
  • P. Seixas e T. Morton, The Big Six Historical Thinking Concepts, Nelson College Indigenous, Toronto 2012
  • S. Wineburg, Historical Thinking and Other Unnatural Acts: Charting the Future of Teaching the Past, in “Phi Delta Kappan”, vol. 80, n. 7, 1999, pp. 488-499

Note:

[1] Ginzburg 1976, Prefazione, XV.

[2] La citazione proviene da un celebre dibattito al Senato degli Stati Uniti del 1995 riguardante la proposta di nuovi standard nazionali per l’insegnamento della storia. Il senatore repubblicano Slade Gorton pose questa domanda provocatoria per criticare quelli che considerava programmi troppo sbilanciati verso la cultura pop. In seguito a queste accese polemiche, il Senato votò quasi all’unanimità per bocciare quella versione degli standard. (Gorton. 18 gennaio 1995. Congressional Record, Volume 141, n. 10. Washington D.C. in Wineburg 1999, p. 488).

Dati articolo

Autore:
Titolo: Voci dalla Rivoluzione americana. Un laboratorio di scrittura e narrazione orale per lo sviluppo del pensiero storico
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Numero della rivista: n.26, dicembre 2026
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo:
, Voci dalla Rivoluzione americana. Un laboratorio di scrittura e narrazione orale per lo sviluppo del pensiero storico, in Novecento.org, n.26, dicembre 2026.

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