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La Resistenza come laboratorio culturale: l’inno della Brigata partigiana “Frico”

La Resistenza come laboratorio culturale: l’inno della Brigata partigiana “Frico”

La scheda della commissione riconoscimento partigiani (Ricompart) di Tallarico.
Scaricabile dal portale https://partigianiditalia.cultura.gov.it/ con una ricerca “ad nomen”.

Abstract

Questo articolo prende le mosse dalle attività di didattica della storia promosse nelle scuole dall’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea. Si è cercato di approcciarsi al complesso e variegato mondo del partigianato attraverso la biografia di un partigiano più prossimo al territorio della scuola, valorizzando gli aspetti culturali della Resistenza. Nel caso in questione, l’intervento didattico ha riguardato l’inno della brigata “Frico”. L’approccio culturalista ha permesso di penetrare, da un’angolatura particolare, gli anni della Resistenza e dei suoi protagonisti. La possibilità di valorizzare in un percorso didattico gli aspetti culturali della storia della Resistenza, confrontarsi con le storie dei partigiani, sembra sollecitare maggiormente l’attenzione delle classi, come anche di rapportarsi in maniera più critica e consapevole al complesso rapporto tra storia e memoria.

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This article draws on the history teaching initiatives promoted in schools by the Calabrian Institute for the History of Anti-Fascism and Contemporary Italy. The aim was to explore the complex and varied world of the Partisan movement through the biography of a Partisan with close ties to the school’s local area, highlighting the cultural aspects of the Resistance. In this case, the educational initiative focused on the anthem of the ‘Frico’ brigade. The culturalist approach has made it possible to explore, from a particular angle, the years of the Resistance and its protagonists. The opportunity to highlight the cultural aspects of the history of the Resistance within an educational programme, and to engage with the stories of the partisans, seems to capture the pupils’ attention more effectively, whilst also encouraging them to approach the complex relationship between history and memory in a more critical and informed manner.

Si ringrazia per la revisione e lettura la professoressa Elisa Conversano e il prof. Eugenio Ricchio. Mentre ringrazio il prof. Angelo Falbo per le fonti archivistiche e fotografiche.

 

Date e giornate memoriali

Il calendario civile nazionale in Italia è molto articolato.[1] Nella maggior parte dei casi, le iniziative pubbliche insistono sulla dimensione celebrativa, rispetto a quella formativa che dovrebbe essere, invece, centrale in relazione al rapporto che lega calendario civile, discorso pubblico e cittadinanza attiva. Proprio la storia è la principale assente o invitata secondaria, nonostante gli inflazionati richiami a essa nelle giornate memoriali. Le connessioni con la storia, in molti casi, risultano però solo nominali, non supportate da una profondità scientifica, con il rischio di confondere, radicare fake news e di generare conflitti tra memorie. In questi casi si rischia di far venire meno quel valore civile della storia che invece dovrebbe essere uno degli obiettivi delle giornate memoriali.[2]  Bisognerebbe tenere maggiormente in considerazione che dietro a quelle date e celebrazioni ci sono le storie di uomini e di donne, spesso gente comune: i grandi protagonisti della storia del XX secolo. Questa dimensione, in un certo senso, dal basso della storia potrebbe garantire alle giornate del calendario civile di non essere percepite come qualcosa di astratto, datato e lontano dai propri vissuti.  «Un resistente è un uomo nel suo tempo, non un santo nell’eternità».[3]

La didattica della storia in questo contesto assume una prospettiva interessante. Può aiutare a mitigare e disinnescare quelli che spesso sono i pericoli indiretti di queste giornate come la politicizzazione, la fragilità culturale della proposta, permettendo di pensarle storicamente. Ma anche di comprendere meglio il difficile e complesso rapporto tra memoria e storia. Proprio la memoria, all’interno delle iniziative pubbliche assume un rapporto dominante rispetto alla storia.[4] Questo ruolo della memoria viene accettato, soprattutto nelle iniziative scolastiche, per la possibilità di attrarre, attraverso la forza delle storie personali, l’attenzione di studentesse e studenti.[5] In questi casi si rischia però di non far comprendere che le testimonianze non sono ricostruzioni oggettive del passato, ma hanno bisogno della riflessione storica per diventare una delle fonti che lo storico utilizza nella ricostruzione della storia.[6] La memoria derivante da queste testimonianze è infatti soggettiva, influenzata da diversi fattori da quelli personali, ai vari contesti sociali, culturali, politici che il testimone attraversa e dalle rappresentazioni pubbliche.[7]

 

Il partigianato meridionale

Queste considerazioni preliminari hanno un po’ fatto da stimolo al presente lavoro. Infatti, nel 2020, in occasione del 75° anniversario della liberazione dal nazifascismo, sono stato invitato ad una manifestazione promossa da parte di alcuni enti in una scuola della Calabria. per tenere un breve intervento sul partigianato meridionale.[8] Ho avuto chiaro dall’inizio che la dimensione storico-culturale e didattica sarebbero state marginali nella manifestazione.  Ho deciso però di partecipare lo stesso, soprattutto  per ampliare una sorta di sondaggio personale su come venissero strutturate, nei vari contesti scolastici, le giornate del calendario civile. Infatti sono stato chiamato a intervenire all’iniziativa sia in relazione a una mia ricerca sul partigianato meridionale nelle province del nord Italia,[9] che come coordinatore della commissione didattica dell’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea. Lo spazio accordato per il dibattito finale si era ridotto notevolmente, ma si erano ottenute lo stesso alcune domande. La maggior parte di esse erano programmate, ma uno studente riuscì a rompere questo schema attirando nel sottoscritto un certo interesse. La domanda riguardava la vita partigiana tra il 1943-1945, in particolare cosa facessero i partigiani oltre a combattere i nazifascisti, se ci fossero canzoni o musiche frutto di quell’esperienza.

Lo studente, in quel momento mi aveva trovato impreparato. L’unica cosa che brevemente ho risposto era di considerare la Resistenza anche come un laboratorio culturale. Un laboratorio re-esistenziale dove i partigiani e le partigiane hanno avuto la possibilità di formarsi, ad esempio, politicamente, con contaminazioni e scambi, anche a livello culturale. Nella risposta ho sottolineato  che la maggior parte dei protagonisti della Resistenza non avevano in quegli anni raggiunto una vera e propria formazione politica. La maggior parte di loro, nata durante il Ventennio o immediatamente prima, non aveva avuto la possibilità di frequentare liberamente nessuna scuola politica o culturale, una generazione oggetto passivo della propaganda martellante del regime fascista. Nei mesi seguenti ho avviato però una ricerca su eventuali brani musicali, canzoni o inni, legati alla storia delle bande partigiane, per trovare riscontro alla domanda dello studente e forse anche a una mia esigenza formativa.

Dalle mie ricerche sul partigianato meridionale, in particolare in riferimento alla presenza di partigiani e partigiane di origine calabresi in Piemonte e Valle d’Aosta, ho ottenuto  il riscontro a quella domanda. La ricostruzione di alcune biografie di partigiani e partigiane mi ha fatto conoscere che una di queste bande si era dotata anche di un inno. Si trattava della Brigata “Frico” e di un suo inno suonato e cantato dai partigiani sul motivo de Lo studente passa.[10]

Il partigiano “Frico”: i meridionali nella Resistenza

La Brigata “Frico” si forma nell’autunno del 1943, a opera di Federico Tallarico, nato a Marcedusa in provincia di Catanzaro nel 1917.[11] Tallarico pur potendo godere del rinvio per il servizio militare, perché iscritto all’università, decide di partire volontario. La scelta, come lui stesso in anni più tardi ricorderà, nasceva dal suo spirito patriottico e dalla forte influenza che il fascismo aveva  esercitato sui giovani della sua generazione. Al momento della dichiarazione dell’armistizio presta servizio a Collegno, come istruttore in un reparto di richiamati.  Dopo l’8 settembre 1943, non potendo ritornare in Calabria, insieme ad alcuni suoi soldati, trova rifugio nella Pineta di Piossasco e successivamente sulle Prealpi torinesi. Successivamente comincia a prendere contatti con le prime formazioni partigiane, in particolare, ad Avigliana, con un generale dal nome di battaglia “Verde”.

In uno di questi incontri con il generale, ad Avigliana, fanno irruzione nell’abitazione dei soldati tedeschi. Tallarico riesce a mettersi in salvo fuggendo da una finestra, ma da questo evento matura in lui la decisione di nascondersi in montagna facendo perdere le sue tracce per non essere riconosciuto. In seguito viene raggiunto dal fratello Antonio, rientrato dal fronte balcanico. Durante questo periodo in clandestinità viene informato dell’organizzazione di gruppi armati da parte del crotonese Giulio Nicoletta. Nel mese di febbraio decide quindi di spostarsi in Val Sangone e, insieme a Nicoletta, comincia a prendere contatti con i soldati sbandati, per organizzarli in reparti di resistenza strutturati in bande autonome. Nella mente di Tallarico in quei mesi, come in gran parte dei membri della banda partigiana, non è presente nessun chiaro orientamento politico. La scelta di aderire alla Resistenza, come molti di loro ribadiranno nelle testimonianze successive, scaturisce solo dalla volontà di mantenere fede al giuramento fatto al re e all’esercito, quindi difendere la patria dagli ex alleati di un tempo.

Dal primo nucleo partigiano operante in Val Sangone si formano cinque brigate tra cui quella di Tallarico, che viene chiamata “Frico”, dal suo nome di battaglia. Ben presto anche la sorella Nina, giovane universitaria in medicina, decide di raggiungerlo. Negli ultimi mesi del 1943 Tallarico e la sua brigata cercano di sfuggire alla cattura dei tedeschi riparando in montagna. In questo periodo insieme ad altri tre giovani partigiani riesce a requisire alcune armi presenti in un convento di frati maristi a Grugliasco. Sono le armi di un reparto radiotelegrafista stanziato nel convento, ma che alla notizia dell’armistizio era andato via. Tra l’autunno 1943 e l’estate 1944 sono molte le azioni portate avanti da Tallarico e dalla sua brigata: a Cumiana attaccano i nazifascisti che presidiano il paese facendo 36 prigionieri, fra cui un tenente, due brigadieri della guardia repubblicana e tre militari tedeschi. Inoltre, grazie a un’azione militare concordata con il Comitato liberazione nazionale, riesce a far liberare Vincenzo Pompegnani. Fino ad arrivare a un duro scontro con la Guardia nazionale repubblicana per sostenere la brigata “Carlo” in località Pra Fieul. Nonostante i tentativi da parte dei commissari politici di Giustizia e Libertà di fare aderire la brigata “Frico” alla loro Divisione, Tallarico preferisce mantenere la propria autonomia, perché, come lui stesso ricorderà, con i suoi uomini non aveva ancora maturato una precisa convinzione politica. Nell’estate 1944 quasi ogni notte le squadre volanti della brigata “Frico” scendono verso Torino per atti di sabotaggio, requisizioni e imboscate. A partire da novembre del 1944 i rastrellamenti tedeschi si fanno più intensi sulla collina della Verna di Cumiana e in Val Sangone, costringendo le formazioni partigiane a spostarsi verso la pianura con grandi difficoltà. Le operazioni tedesche colpiscono duramente anche la popolazione civile. Intuendo il piano tedesco di accerchiare le formazioni nella conca di Giaveno, Tallarico decide il ritiro verso la Val Chisola e di disperdersi quindi in pianura. I distaccamenti partigiani vengono però intercettati dai nazifascisti e costretti a combattere. La ritirata della brigata “Frico” dura due giorni, subendo una decina di morti e dei prigionieri.

Il 12 gennaio 1945, dopo un vasto rastrellamento in montagna da parte dei tedeschi, Tallarico decide invece di mandare a casa gli uomini della brigata per evitare contatti con i nazifascisti. Nei giorni seguenti raggiunge Giaveno insieme al fratello Antonio e alla sorella Nina. Proprio a Giaveno i fratelli Tallarico sono arrestati dai tedeschi e portati a Coazze. I tedeschi solo il mattino successivo vengono però informati che Tallarico è in realtà il comandante della brigata “Frico”. L’arresto scaturisce infatti dalla violazione del coprifuoco e non per l’attività partigiana. Durante l’interrogatorio Tallarico non rivela le posizioni degli altri partigiani. Pensa bene di rispondere ad alta voce, permettendo al fratello Antonio, fuori dalla stanza e prossimo all’interrogatorio, di sentire e confermare la stessa versione. Lo stesso giorno da Coazze sono trasferiti nelle carceri di Bussoleno e processati da un tribunale. Il processo si svolge rapidamente, con verdetto finale la condanna a morte. Dopo la sentenza è concesso a Tallarico di scrivere una lettera alla famiglia, di essere fucilato al petto e di ricevere un sacerdote. La sentenza non viene però eseguita, sia perché si tratta di uno dei principali capi partigiani in Piemonte, utile in un eventuale scambio di prigionieri, che per l’intervento a suo favore del padre marista Koop, di origine tedesca. La sua detenzione in carcere dura tre mesi e mezzo. Dal carcere di Bussoleno viene trasferito a quello di Susa e poi a Torino. Il 25 aprile, mentre i tedeschi si ritirano, giunge nel carcere di Torino la sorella Nina con un ordine di scarcerazione ottenuto dal Comitato di liberazione nazionale. Grazie a quest’ordine può uscire dal carcere nel pomeriggio del 25 aprile. Subito dopo raggiunge la brigata, che è accampata presso la fabbrica Fiat Mirafiori. Il 28 aprile con una ventina di uomini si reca a Trana dove c’è ancora un reparto di tedeschi asserragliato. Giunti sul posto circondano i tedeschi asserragliati presso una villa e tramite il parroco chiedono la loro resa. I tedeschi però si rifiutano di arrendersi sperando di consegnarsi agli angloamericani. La decisione di Tallarico di attaccare la villa porta i tedeschi alla resa. Dopo il 1945 si adopera per regolarizzare la posizione dei partigiani per quanto riguarda il loro servizio militare. Al suo ritorno in Calabria segue una certa delusione per la diffidenza con la quale viene trattato dalle autorità, addirittura viene a sapere di essere sorvegliato perché ritenuto un individuo pericoloso. Nel 1947 si iscrive al partito socialista e dopo la guerra svolge la professione di insegnante. Muore a Catanzaro il 6 luglio 2010.

Didattica della storia e laboratorio musicale

Alla successiva occasione di collaborare con le scuole sul tema della Resistenza ho proposto un laboratorio di didattica della storia sul partigianato meridionale, in particolare sulla biografia di Federico Tallarico e sulla storia della sua banda partigiana. L’intenzione è stata di valorizzare la partecipazione meridionale nella Resistenza, ma anche l’inno di questa Brigata. L’attività viene proposta a due classi quinte di un liceo scientifico-artistico e strutturata in due parti: la prima più generale, ma con la presenza di un’attività laboratoriale; la seconda con un maggiore coinvolgimento di chi, nel gruppo classe, avesse mostrato particolari competenze in ambito musicale, con l’obiettivo di lavorare sull’inno partigiano.

L’iniziativa è stata  articolata su tre ore, con un momento di restituzione finale da fissare in prossimità delle celebrazioni del 25 aprile. In maniera più dettagliata: una prima parte è stata  dedicata a una lezione partecipata sulla Resistenza, con particolare riferimento alla biografia di Tallarico e della sua banda; al gruppo classe, per svolgere l’attività laboratoriale, è stato  fornito un dossier contenente

  • la biografia;[12]
  • la scheda partigiana;[13]
  • un’intervista del 1990;[14]
  • alcune interviste che vennero rilasciate da Tallarico negli anni Ottanta e Novanta.[15]

Un breve estratto di uno di questi video è stato funzionale a inaugurare la lezione partecipata a modo di brainstorming proprio per la sua forza attrattiva e di testimonianza poiché si tratta di una storia personale. In questo contesto c’è stataanche la possibilità di soffermarsi sul difficile e complesso rapporto tra memoria e storia. Un approccio critico su questi temi nella didattica della storia è fondamentale, per permettere agli studenti e alle studentesse di poter distinguere tra il fatto storico e la sua memoria, tra evento e narrazione.  Il resto del tempo è stato impiegato ad analizzare l’inno della Brigata. Alle due classi si è chiesto poi di evidenziare le parole dell’inno più significative ed evocative dei valori della Resistenza, delle chiavi di lettura attraverso le quali restituire in maniera più efficace l’esperienza partigiana. Nel tempo rimasto si è organizzato invece il lavoro per il momento di restituzione finale.

 

Tematizzare la Resistenza

 La maggior parte delle studentesse e degli studenti, leggendo e commentando l’inno della brigata partigiana, si è orientata orienta a scegliere le parole: “Patrioti”, “Tricolore”, “invasor”, “Gioventù”. Partendo da queste parole chiave il laboratorio, stimolato anche dalle domande e curiosità provenienti dalle classi coinvolte, si è aperto a una serie di considerazioni tematiche sulla Resistenza che prima non era stato possibile approfondire (volutamente non lo si era fatto). La lezione frontale-partecipata è stata strutturata in maniera tale da seminare indizi, curiosità, cercare di far nascere empatia verso la tematica, ma senza dare l’impressione di aver esaurito tutto, facendo trapelare una sorta di “non finito”, tra le cui maglie si sarebbero potute inserire le classi con le loro curiosità, approfondimenti e idee. Attraverso la mediazione dei docenti e dagli interventi del gruppo classe, si sono costruite o delle parole chiave sul tema trattato.

Patrioti. Per quanto riguarda questa parola chiave si è cercato di fare emergere come la Resistenza sia stata un’esperienza trasversale dal punto di vista sociale, culturale e politico. Nelle fila partigiane i soldati che, sbandati a seguito dell’armistizio, hanno deciso di intraprendere la lotta di liberazione, non hanno avuto nella maggior parte dei casi una chiara formazione politica. Si trattava di giovani soldati, non pochi avevano creduto nel fascismo e si erano svegliati nel 1943 da un sogno distopico, trasformatosi ormai in un incubo per il mondo intero. Soldati che avevano avuto però la forza di reagire, di cambiare la propria scelta iniziale, anche in nome di quel giuramento di fedeltà verso il re che per loro si identificava nella Patria. La Resistenza in questo contesto veniva presentata come una guerra contro l’invasore tedesco (prima alleato del fascismo) e sembrava richiamare le lotte risorgimentali contro lo straniero austriaco.  Lo stesso richiamarsi al tricolore da parte dei partigiani voleva presentare la loro esperienza come quella di patrioti di un secondo Risorgimento. Il risveglio di un popolo dal lungo inverno della dittatura. A questo proposito è stato evidenziato che l’inno di Mameli era un elemento in comune tra la generazione del 1848 e quella impegnata nella lotta contro il nazifascismo. Negli anni Quaranta del Novecento Fratelli d’Italia rimaneva infatti uno dei riferimenti culturali degli antifascisti. Secondo alcune testimonianze era stato intonato nel 1943 a Ventotene dai confinati antifascisti in attesa della nave che li avrebbe riconsegnati a un’Italia che si stava lentamente ribellando alla dura e feroce dittatura. E poi molti Comitati di liberazione scelsero proprio Fratelli d’Italia come titolo per i loro bollettini.[16]

Gioventù. In questo caso la riflessione si è orientata sul dato generazionale dei partigiani e delle partigiane. Si tratta per la maggior parte di uomini e donne giovani, che con consapevolezza reagiscono agli eventi, cambiando anche modelli in cui hanno creduto perché imposti da una propaganda di regime che a partire dalla scuola imponeva una visione liberticida, nazionalistica e razziale. Inoltre è stato evidenziato come si trattasse di gente comune, uomini e donne, che scrissero una pagina di storia, partendo dalle loro esperienze di vita ordinaria, che li portò a compiere scelte straordinarie, molti morirono per questi valori, subirono violenze e la prigionia[17]. Inoltre la vicenda della banda “Frico” dimostrava come la Resistenza fu anche un laboratorio di genere. La sorella Nina era una giovane laureata in medicina che svolse ruoli ausiliari, contribuendo non senza rischi alla lotta contro il nazifascismo. È stato evidenziato anche come questi ruoli di staffetta e di ausilio a favore delle bande partigiane, negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, non vennero riconosciuti e valorizzati.

Per quanto riguarda il lavoro finale, d’accordo con i docenti coinvolti (storia e filosofia, educazione civica e lettere), si è deciso che la classe avrebbe curato un seminario e un laboratorio musicale sull’inno della brigata. Si è precisato però che il laboratorio musicale sarebbe stato curato in maniera efficace, ma senza troppi tecnicismi, anche perché scritto dai partigiani in un humus umano, culturale e ambientale dettato dalle contingenze eccezionali del momento storico. Per il laboratorio musicale sono stati coinvolti maggiormente otto studenti, gli unici con competenze in campo musicale. Questi otto studenti hanno curato gli arrangiamenti e le parti da solisti, mentre il resto della classe le parti corali. In questa maniera si sono valorizzate conoscenze e competenze maturate dagli studenti in esperienze personali che, anche se non nate in ambiente scolastico, potevano tornare utili al percorso didattico. Valorizzare le esperienze formative personali degli studenti è sempre un momento di arricchimento per l’intero gruppo classe e per il corpo docente. Il gruppo degli studenti impegnati attivamente nel laboratorio musicale ha portato avanti anche una breve ricerca sull’inno per capire la genesi della sua composizione. Questo ha facilitato gli studenti a costruire la base musicale dell’inno, infatti dalla ricerca era emerso che il testo partigiano era stato arrangiato sul motivo Lo studente passa del 1929. Ovvero i partigiani avevano sostituito il testo della composizione vocale con uno nuovo, senza mutare sostanzialmente la parte musicale. La melodia de Lo studente passa venne integrata infatti con i contenuti derivanti dall’esperienza partigiana della Brigata “Frico”.[18] Gli altri componenti del gruppo classe invece sono stati impegnati nei lavori laboratoriali da presentare durante il seminario.

 

Inno Brigata “Frico”

Patrioti,[19] in alto il Tricolore,
Con le armi e con il cuore
Sempre lo difendrem
Frico e noi,
Tutti noi!

Dei torrenti con l’impeto ardito
Scende a val la Brigata di Frico,
con le armi e il Tricolor
Per combattere l’invasor
Per drizzare la coscienza ai traditor
Frico in testa, decisi e sprezzanti
Contro i neri e i tedeschi tremanti,
Per la Patria sanguinante tutto il nostro sangue diam
Per veder la Vittoria doman;

Partigian,
Prorompa dalle vette al pian
Il nostro grido “Sorgi Italia,
Noi per te combattiam”
Frico, tu,
Porta la nostra gioventù
A vendicare i nostri Eroi
Che dormono lassù!

Patrioti, in alto il Tricolore,
Con le armi e con il cuore
Sempre lo difenderem
Frico e noi,
Tutti noi!

Negli scontri accaniti e cruenti
Tra gl’infami tedeschi tormenti
Quel che a Frico abbiam giurato
Vivi e morti abbiam serbato
Mai nessun fu tra di noi che si piegò
Tra le roccie di Valle Sangone
Noi forgimo le armi e l’azione
Per cacciar l’impiccator, per vendicar l’offeso onor
Delle madri che piangono ancor;

Partigian,
Proromba dalle vette al pian
Il nostro grido: “Sorgi Italia,
Noi per te combattiam”
Frico, tu,
Porta la nostra gioventù
A vendicare i nostri Eroi
Che dormono lassù

Patrioti, in alto il Tricolore,
Con le armi e con il cuore
Sempre lo difenderem
Frico e noi,
Tutti noi!

 

Conclusioni

Il caso della banda partigiana di Tallarico e del suo inno ha evidenziato come  la storia passi dentro i vissuti di ognuno. La storia spesso è chiusa in un cassetto, basta solo cercarla per narrarla, renderla patrimonio comune. Queste storie infatti hanno un ruolo fondamentale nella narrazione storica anche per quanto riguarda la Resistenza, spesso avvertita nel discorso pubblico come un’esperienza vissuta solo nel nord della penisola, invece è parte integrante della storia nazionale italiana, oltre che europea, come dimostra la non marginale partecipazione di meridionali alla lotta di liberazione. Si tratta di storie che rischiano di scomparire, di rimanere carsiche per decenni, prima che qualcuno le porti ed entrare nel grande libro della storia. Percorsi di didattica della storia del genere favoriscono la valorizzazione di queste risorse che il territorio offre (utili anche in PON e nei percorsi di Formazione scuola lavoro). Un percorso didattico che si presta ad alimentare anche l’interdisciplinarietà oltre che una cittadinanza attiva.

Bibliografia
  • P. I. Armino, Storia della Calabria partigiana, Pellegrini, Cosenza 2020, in particolare le pp. 135-154; 191-202; 203-220.
  • C. Dellavalle (a cura di), Guerra e Resistenza nella Val Sangone tra memoria e storia 1939-1945, Fotolitografia Dalmasso, Coazze 1985.
  • C. Dellavalle (a cura di), Meridionali e Resistenza. Il contributo del Sud alla lotta di Liberazione in Piemonte 1943-1945, Consiglio regionale del Piemonte, Torino 2013.
  • A. Falbo, Il carro della storia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2021.
  • G. Ferraro, La storia tra i banchi. Educazione civica, interdisciplinarità, inclusione, Carocci, Roma 2026, pp. 92-106.
  • I. Insolvibile, Non solo vento del Nord: il Meridione e i meridionali nella Resistenza, Carocci, Roma., 2025, pp. 81-97.
  • R. Lentini, N. Guerrisi, I partigiani calabresi nell’Appennino Ligure-Piemontese, Rubbettino, Soveria Mannelli 1996.
  • G. Oliva, La Resistenza alle porte di Torino, Franco Angeli, Milano 1989.
  • T. Rovatti, Combattere lontano da casa. L’esperienza dei partigiani meridionali nelle regioni del Nord, in E. Fimiani (a cura di), La partecipazione del Mezzogiorno alla liberazione d’Italia (1943-1945), Le Monnier, Milano, 2016 pp. 159-199.

Note:

[1] Su questi temi cfr. F. Focardi, B. Groppo, L’Europa e le sue memorie. Politiche e culture del ricordo dopo il 1989, Viella, Roma, 2013; F. Focardi, Nel cantiere della memoria. Fascismo, Resistenza, Shoa, Foibe, Viella, Roma, 2020; Id., La guerra della memoria. La Resistenza nel dibattito politico italiano dal 1945 a oggi, Laterza, Roma-Bari, 2020; G. Crainz, Ombre d’Europa. Nazionalismi, memorie, usi politici della storia, Donzelli, Roma, 2022; A. Portelli, a cura di, Calendario civile. Per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani, Donzelli, Roma, 2017; M. Ridolfi, Le feste nazionali, Il Mulino, Bologna, 2003; M. Rocchi, I. Staderini, Il calendario civile e la memoria: percorsi di educazione alla cittadinanza, La Nuova Italia, Milano, 2012; A. Sierp, History, Memory and Trans-European Identity: Unifying Divisions, New York-Abingdon, Routledge, 2014; G. Gribaudi, La memoria, i traumi, la storia. La guerra e le catastrofi del Novecento, Viella, Roma, 2020, in particolare le pp. 13-216.

[2] Per approfondire cfr. Maria Rocchi, Irma Staderini, Fare storia attraverso le date del calendario civile, in «novecento.org», 13 giugno 2013, https://www.novecento.org/storia-e-didattica/pensare-la-didattica/fare-storia-attraverso-le-date-del-calendario-civile-277/ (consultato il 20 maggio 2025). Anche il fascicolo monografico della rivista “Farestoria”, Quale passato? Politiche della memoria, usi politici della storia e conflitti memoriali nel tempo presente……?, 1-2024.

[3] Citazione in Chiara Colombini, Storia passionale della guerra partigiana, Laterza, Roma-Bari, 2023, p. 5. (ma ripreso da François Marcot, La Résistance: un comportement parmi d’autres, in Id., Dictionnaire historique de la Résistance. Résistance intérieure et France libre, Laffont, Paris, 2006, p. 44). Rimando anche a Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Reistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 1994.

[4] J. Winter, The Generation of Memory: Reflections on the «Memory Boom» in Contemporary Historical Studies, in «Canadian Military History», 10 (2001), 2, pp. 57-66; P. Jedlowsky, Memoria, in «Rassegna Italiana di Sociologia», XXXVIII (1997), 1, pp. 135-147.

[5] Utili le riflessioni di Giovanni De Luna, La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, Feltrinelli, Milano, 2011.

[6] Cfr. C. Marcellini, Insegnare la Shoah. È un monito per il futuro?, in «Novecento.org», n. 13, febbraio 2020. DOI: 10.12977/nov315.

[7] Su questi temi: A. Casellato (a cura di), Buone pratiche per la storia orale: guida all’uso, Editpress, Firenze 2021; B. Bonomo, Voci della memoria. L’uso delle fonti orali nella ricerca storica, Carocci Editore, Roma, 2015; M. L. Longo e G. Zitelli Conti, Alcune buone pratiche per la storia orale a scuola, in “Novecento.org”, n.23, giugno 2025; C. Marcellini, Insegnare la Shoah. È un monito per il futuro?, in “Novecento.org”, n. 13, febbraio 2020.

[8] Sul tema Enzo Fimiani, La partecipazione del Mezzogiorno alla Liberazione d’Italia (1943-1945), Le Monnier, Firenze, 2016.

[9] La ricerca fu promossa dall’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” e portò al censimento di circa mille partigiani e partigiane calabresi, oppure residenti in Piemonte e Valle d’Aosta.

[10] Cfr. un lavoro storico-musicale su questo inno fatto durante il lockdown dal sottoscritto, con la partecipazione del cantautore Antonio Bevacqua che ringrazio per la collaborazione: https://www.icsaicstoria.it/in-evidenza/il-partigiano-federico-tallarico-detto-frico-storie-di-partigiani-calabresi-per-ricordare-i-75-anni-della-liberazione/. Cfr. il motivo Lo studente passa. La canzone composta nel 1929 da J.Cesar Ibanez su versi di Enrico Maria Chiappo, ebbe come primo interprete, nel 1930, Daniele Serra. Fu ripresa da tanti altri cantanti tra cui Luciano Virgili, Luciano Tajoli, Narciso Parigi, Aurelio Fierroe da Claudio Villa per la Cetra nel 1957, cfr. https://www.youtube.com/watch?v=TFD3kJu4MBo.

[11] Per una dettagliata biografia del partigiano “Frico” e sulla storia della sua banda cfr. Giuseppe Ferraro, Eugenio Ricchio, Federico Tallarico: il comandante “Frico” nella lotta di liberazione in Piemonte, in «Rivista calabrese di storia del ‘900», 1, 2016, pp. 61-76. On line si posso trovare le biografie anche di Antonio e Nina Tallarico, Giuseppe Ferraro, Antonio Tallarico, http://intranet.istoreto.it/partigianatomeridionale/p_bio_vis.asp?id=1277 e Nina Tallarico, http://intranet.istoreto.it/partigianatomeridionale/p_bio_vis.asp?id=1279.

[12] https://www.novecento.org/wp-content/uploads/2026/05/Il-partigiano-frico_scheda-biografica.pdf.

[13] Scaricabile dal portale https://partigianiditalia.cultura.gov.it/ con una ricerca “ad nomen”.

[14] I. Sangineto, Intervista a Federico Tallarico comandante della brigata partigiana autonoma “Frico”, in “Rivista calabrese di storia contemporanea”, Bollettino dell’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea, 2, 1990, f. 9, pp. 39-52. Si veda anche: Les partisans de «Frico», Documnetaire Ecrit et réalisé par Mikäil Frontère et Loie Joyez.

[15] Intervista al partigiano Tallarico-Frico, visionabile al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=faAeBcO9LIo (consultato il 20 aprile 2023); Partigiani calabresi, documentario di Maurizio Marzolla, https://www.youtube.com/watch?v=9d4cql1hEFY (consultato il 20 aprile 2023).

[16] M. Castoldi, L’Italia s’è desta. L’inno di Mameli, Donzelli, Roma, 2024, pp. 160-167.

[17] Utili riflessioni in Chiara Colombini, Storia passionale della guerra partigiana, Laterza, Roma-Bari, 2023, pp. 5-7; Giovanni De Luna, Fieri della Resistenza, Feltrinelli, Milano, 2015, pp. 3-4.

[18] Cfr. https://www.youtube.com/watch?v=4xbZX36bu-4, si tratta del laboratorio musicale sull’inno della Brigata “Frico”.

[19] In grassetto le parole più evidenziate da parte dei due gruppi classe.