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Lussu, Chanoux e l’Autonomia. Intervista a Roberto Louvin

Lussu, Chanoux e l’Autonomia. Intervista a Roberto Louvin

Riunione del primo governo De Gasperi con il Presidente Alcide De Gasperi (DC), Pietro Nenni (PSIUP), Palmiro Togliatti (PCI), Leone Cattani (PLI) ed Emilio Lussu (PdA).
Crediti:sconosciuto – JOYCE LUSSU, Portrait, Transeuropa, Ancona, 1988, Pubblico dominio, Collegamento

Abstract

L’intervista a Roberto Louvin, condotta da Walter Falgio nel corso della Summer School 2025 dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri, analizza il nesso tra federalismo e cultura politica antifascista attraverso il confronto ideale tra Emilio Lussu e Émile Chanoux. Pur in assenza di rapporti diretti, i due condivisero una visione dell’autonomia come principio fondativo della democrazia repubblicana e come alternativa al centralismo statale. L’intervista evidenzia il ruolo di tali elaborazioni nel processo che condusse all’autonomia valdostana e nel dibattito costituente, sottolineando al contempo la distanza tra il progetto federalista originario e gli esiti del regionalismo italiano. Il federalismo emerge così come categoria politica e non meramente amministrativa, orientata al rafforzamento della partecipazione e al bilanciamento dei poteri. In chiave contemporanea, Louvin propone una lettura critica dell’assetto regionale italiano e del dibattito sull’autonomia differenziata, interpretati come segnali di un percorso incompiuto rispetto alle aspirazioni maturate nella stagione resistenziale.

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The interview with Roberto Louvin, conducted by Walter Falgio during the 2025 Summer School of the Istituto nazionale Ferruccio Parri, explores the relationship between federalism and antifascist political culture through an ideal comparison between Emilio Lussu and Émile Chanoux. Despite the absence of direct contact, both figures shared a conception of autonomy as a foundational principle of republican democracy and as an alternative to state centralism. The interview highlights the role of these ideas in shaping the autonomy of the Aosta Valley and in the constitutional debate, while also underlining the gap between the original federalist project and the outcomes of the Italian regional system. Federalism thus emerges not merely as an institutional arrangement, but as a political principle aimed at strengthening democratic participation and balancing powers. From a contemporary perspective, Louvin offers a critical reading of the Italian regional framework and the debate on differentiated autonomy, interpreting them as signs of an unfinished process in relation to the aspirations developed during the Resistance period.

Iniziamo questo dialogo mettendo immediatamente al centro Emilio Lussu ed Émile Chanoux, due figure che presentano marcate affinità, anzitutto sul piano dell’elaborazione teorica e dell’approccio politico-culturale. Si può parlare di un legame ideale? I due, per quanto risulta, non si conobbero mai direttamente. Chanoux, di sedici anni più giovane di Lussu, morì nel maggio 1944 ad Aosta, dopo essere stato arrestato e torturato dai nazifascisti. Il loro rapporto va dunque collocato su un piano ideale più che biografico: un’affinità fondata su una comune visione fondativa, o meglio rifondativa, degli ordinamenti democratici repubblicani, tanto delle rispettive comunità d’origine quanto dello Stato italiano nel suo complesso. Il punto di convergenza è il federalismo, declinato non soltanto come assetto istituzionale, ma come progetto politico-sociale ed economico: un federalismo inteso come alternativa al burocratismo e al centralismo statale, e al tempo stesso come strumento di autoaffermazione individuale e collettiva, capace di valorizzare le autonomie territoriali senza dissolvere l’unità repubblicana. Muovendo da queste consonanze è possibile introdurre le due figure al centro del confronto, chiarendo anche il ruolo svolto da Lussu, in qualità di membro dell’Assemblea Costituente, nel processo che condusse all’approvazione dello statuto speciale della Regione autonoma Valle d’Aosta, esito istituzionale che in parte recepiva proprio quell’orizzonte federalista condiviso, seppure maturato in percorsi distinti.

Per rispondere alla domanda occorre partire da Ferruccio Parri e dall’esperienza del suo governo che, il 7 settembre 1945, varò il primo statuto di autonomia per la Valle d’Aosta, ancora in regime monarchico — un elemento che va sottolineato. Dopo quasi due secoli privi di un ordinamento autonomo, la Valle riacquistava in quel momento una propria configurazione istituzionale, nel contesto straordinario della Liberazione e di un rinnovato interesse per le autonomie territoriali, anche in ragione delle delicate condizioni internazionali del dopoguerra.

La discussione in seno al governo fu intensa e problematica. Vi presero parte figure di primo piano come Alcide De Gasperi, Pietro Nenni, Ugo La Malfa e Palmiro Togliatti, chiamati a confrontarsi sull’opportunità di istituire per la prima volta in Italia un ente regionale fino ad allora inesistente. L’entità regionale valdostana nacque dunque in forma sperimentale proprio con quel decreto del 7 settembre.

In quel contesto, a battersi con particolare determinazione perché l’autonomia fosse piena e coerente con una visione non meramente regionalista ma propriamente federalista, fu Emilio Lussu. La sua posizione non si esauriva nella rivendicazione di competenze amministrative, ma si radicava in un progetto di ricostruzione dello Stato in senso federale, fondato su una redistribuzione del potere e su un rafforzamento delle autonomie territoriali come presidio democratico. Colpisce che Lussu si impegnasse con tale intensità pur non avendo mai messo piede, stando a quanto si è potuto finora appurare, in Valle d’Aosta — salvo una possibile presenza nel 1966, in occasione della cosiddetta “crisi del fil di ferro”,[1] circostanza sulla quale permangono dubbi. In quell’anno intervenne comunque in Parlamento, da senatore, contro il governo Moro, contestando il commissariamento ad acta della Regione, giudicato lesivo dell’autonomia. Dal 1944 in poi Lussu intrattenne rapporti epistolari e contatti indiretti con esponenti valdostani che lo convinsero ulteriormente della necessità di difendere e consolidare l’autonomia regionale.

Il nome di Émile Chanoux incarna, nella primavera del 1944, la riorganizzazione della rete resistenziale in Valle d’Aosta. Notaio e figura di riferimento nella società locale, Chanoux aveva attraversato il ventennio fascista senza particolare esposizione pubblica, coltivando una difesa dell’autonomia tradizionale in una dimensione prevalentemente privata, segnata da accenti conservatori e da un autonomismo “pro aris et focis”. La svolta maturò nell’inverno 1943-1944, quando entrò in contatto con gli scritti clandestini di Lussu, portati ad Aosta da Ettore Passerin d’Entrèves, vicino all’ambiente azionista. Poco prima, Chanoux aveva sottoscritto, insieme ad altri esponenti delle vallate alpine — tra cui Rollier, Malan e Coisson — la Dichiarazione di Chivasso,[2] documento fondativo dell’autonomismo resistenziale. Su sollecitazione azionista, egli ne pubblicò un commento che divenne il breve scritto Federalismo e autonomie,[3] nel quale delineò un progetto di ricostruzione istituzionale in senso cantonale alpino e federalista. In quell’opera Lussu è l’unico autore citato esplicitamente: il debito intellettuale è evidente. Attraverso il confronto con i saggi lussiani sulla ricostruzione dello Stato, Chanoux riorganizzò la propria visione, integrando alla tradizione cattolica e liberale valdostana una più marcata dimensione sociale, che contemplava anche ipotesi di nazionalizzazione e un rafforzamento dell’intervento pubblico.

Questo dialogo a distanza — reso tale dalle circostanze dell’esilio e della guerra — assume anche un valore quasi simbolico. Lussu, esule in Francia e a lungo ricoverato in sanatorio per le conseguenze del confino, si trovò per oltre un anno a pochi passi dal Monte Bianco, dunque geograficamente vicino a quella Valle d’Aosta che non avrebbe probabilmente mai visitato. Chanoux, richiamato in servizio militare, mandato a Chambéry e al suo rientro al centro della rete della Resistenza valdostana, non ebbe mai la possibilità di un contatto diretto con lui. Eppure, nonostante l’assenza di incontro personale, si produsse un’intersezione decisiva di idee. Con Gianmario Demuro abbiamo lavorato alla ricostruzione di questa trama di rimandi, letture e consonanze teoriche, mostrando come quel confronto indiretto abbia contribuito in modo fondativo a delineare una visione dell’autonomia valdostana e, più in generale, della ricostruzione federale dello Stato repubblicano.

Restando al rapporto tra Emilio Lussu ed Émile Chanoux, punterei a specificare alcuni caratteri più radicati della loro visione e del loro pensiero federalista. Due aspetti risultano centrali: la decisa proiezione verso il futuro, che prefigura radicali progetti di riforma democratica, sempre a partire dalla lettura della volontà e del consenso popolare; e, di conseguenza, una profonda ritrosia verso il conservatorismo. Entrambi mostrano, anche nella dialettica e nella scrittura — per quanto ho potuto leggere soprattutto in Lussu, meno in Chanoux — uno sguardo costantemente orientato in avanti, fondato su una critica profonda al fascismo e alla monarchia accentratrice e compromessa. Lo stesso Chanoux cita Lussu in Federalismo e autonomie nel definire il fascismo come il prodotto naturale della civiltà politica italiana, ovvero una malattia del popolo italiano.[4] Le loro opere, sebbene oggi possano apparire in alcuni tratti anche utopistiche, affermano tuttavia il portato universalistico dell’autonomia, descrivendo la dimensione regionale — che Chanoux individua nelle valli come luogo di costruzione della convivenza — come centro propulsore della rivoluzione antifascista. Possiamo allora interrogarci su questi principi e su quanto abbiano effettivamente innervato l’architettura costituzionale, nonché su quanto sia stata faticosa la loro attuazione.

Il mio personale percorso di avvicinamento al pensiero di Emilio Lussu mi ha fatto scoprire una delle personalità più straordinarie del Novecento politico. Tutto il suo percorso, da Armungia — il paese natale nel Sarrabus, in Sardegna, particolarmente isolato — non era poi così diverso, per distanza e chiusura, da Valsavarenche, una delle valli laterali più piccole e appartate della Valle d’Aosta. Figlio di un guardaparco, dunque di ceto modesto, Lussu si è affermato con la forza dello studio e dell’impegno personale: non un borghese agiato con un percorso già tracciato, ma un uomo che costruisce da sé la propria traiettoria. La similitudine con Chanoux, anche nel contenuto utopistico del pensiero, sta nel fatto che erano anni nei quali l’utopia era possibile e necessaria. Lussu visse con straordinaria intensità l’affermarsi del fascismo: il tentativo di assassinio e di linciaggio subito nel suo appartamento a Cagliari, la reazione — oggetto anche di un film[5] che restituisce bene il suo temperamento — quindi la lunga incarcerazione, il processo, l’assoluzione e l’immediato confino, che gli precluse ogni possibilità di continuare a esercitare la professione e il suo mandato parlamentare.[6] Da lì la fuga all’estero, la diplomazia clandestina: un percorso nel quale si coglie costantemente una tensione fortissima. La vicenda di Émile Chanoux si concentra invece in poche settimane, in pochi mesi, e non conosce questo prolungarsi nell’arco di decenni. Lussu, anche dopo la Liberazione, rimane costantemente proteso verso un riscatto sociale che è già presente nei suoi primi scritti, nel rapporto con le masse.

In Valle d’Aosta le masse sono numericamente ridotte, si tratta di piccole comunità; eppure anche Chanoux, pur senza svolgere formalmente un ruolo politico in quegli anni, mostra un analogo attaccamento alla comunità. Non sono uomini politici distanti, che agiscono soltanto da una tribuna parlamentare: sono uomini la cui vita è profondamente innervata nelle rispettive comunità e animata dalla convinzione forte  di un possibile riscatto. In questo senso l’utopia diventa concreta. Lussu la declina in modo rivoluzionario nei primi anni: i suoi scritti sono estremamente infiammati; poi, senza perdere vigore, si confrontano con la dimensione del possibile. Qui sta anche la chiave del suo comportamento all’Assemblea Costituente, dove Lussu — insieme a Jules Bordon, deputato della Valle d’Aosta — è praticamente l’unico a dichiararsi espressamente federalista. In uno dei dibattiti utilizza un’espressione molto efficace: afferma che l’Italia, nella forma regionale che si sta delineando, appartiene alla famiglia del federalismo come il gatto appartiene alla famiglia del leone, ma non è la stessa cosa.[7] È un modo chiaro per dire che si sta costruendo qualcosa che tiene conto dell’idea di regione, ma in misura limitata. L’intero processo costituente appare infatti come un processo di raffreddamento e di depotenziamento rispetto a quella che avrebbe potuto essere una visione regionalistica forte.

Ora entriamo più specificamente nelle categorie stesse di federalismo e autonomia. Lussu e Chanoux non furono certamente i primi, tra i pensatori — o meglio, i pensatori militanti — a parlare di federalismo e autonomia nell’isola. In Sardegna, ad esempio, con la costituzione del movimento di massa dei combattenti dopo la Prima guerra mondiale, i temi dell’autogoverno si ripropongono con forza, potenziati da una spinta di coesione morale e identitaria. Già dalla seconda metà dell’Ottocento, tuttavia, si delinea un moderno pensiero autonomista sardo, ed è importante ricordare figure come Giorgio Asproni, Giovanni Battista Tuveri e soprattutto l’antiprotezionista Attilio Deffenu. Su un piano più generale, possiamo affermare che nella storia d’Italia il federalismo rappresenti un’istanza tendenzialmente radicata, della quale sia Lussu sia Chanoux avevano colto gli stimoli ed erano pienamente consapevoli. Lussu scrive nel 1933 che, se il federalismo contemporaneo può riallacciarsi alle correnti federalistiche del Risorgimento, è soprattutto a Carlo Cattaneo che esso si avvicina. Chanoux, nello scritto già citato del 1944, collega invece l’acquisizione dell’assetto definitivo dello Stato italiano unitario — modellato sull’accentramento francese — all’abbandono delle tesi di Cattaneo, di Giuseppe Ferrari e dei progetti di Marco Minghetti. Quanto è importante, oggi, aggiornare il nostro dialogo e rivalutare la prospettiva federalista, soprattutto nell’ottica di un rafforzamento del tessuto democratico?

La peculiarità del pensiero di Emilio Lussu — che va collegato a un altro pensatore federalista, meno noto al grande pubblico, Silvio Trentin — sta nel fatto che Lussu non vede nella regione una semplice articolazione amministrativa, un luogo in cui far funzionare meglio l’apparato dello Stato. Egli vi scorge invece un’arena democratica, una dimensione di esercizio della sovranità popolare. Intelligentemente, individua nelle regioni — ed è per un regionalismo, anzi per un federalismo totale che comprenda l’intero territorio nazionale, non soltanto alcune realtà particolari — un contrappeso naturale e necessario rispetto ai poteri centrali.

Se proviamo a uscire per un momento dal contesto italiano e pensiamo agli avvenimenti del 2025 e 2026 negli Stati Uniti, osserviamo un prototipo di Stato federale nel quale è in atto un tentativo molto forte di accentramento autocratico e di indebolimento dei contropoteri: dalla Corte Suprema ai poteri degli Stati, fino alle autonomie delle università. Si comprende allora con maggiore chiarezza il senso del messaggio di Lussu: se lo Stato “prende velocità”, se gli si riconosce una superiorità assoluta rispetto al tessuto democratico e alle articolazioni territoriali, il rischio diventa molto elevato. La “malattia” cui si faceva riferimento — quella malattia del popolo italiano — consiste proprio nell’impossibilità di garantire un gioco coordinato e bilanciato tra i diversi livelli di potere. Questo è il senso del federalismo nei vari momenti autonomistici: la consapevolezza di dover mantenere coesione, ma al tempo stesso rafforzare la propria identità e la propria peculiare dimensione organizzativa. Questa è la sostanza della visione federalista di Lussu, che egli affina anche grazie al rapporto con Trentin.[8]

Silvio Trentin è tra i pochissimi universitari a rifiutare il giuramento di fedeltà al regime fascista; per questo abbandona la cattedra. È uno dei professori di diritto amministrativo più noti e affermati in Italia. Prende la valigia e parte con i figli — tra cui Bruno Trentin, destinato a un ruolo di primo piano nel sindacato del dopoguerra — e si rifugia in Francia. Qui, in esilio, lavora come operaio tipografo ad Auch, nel sud della Francia, vivendo con la famiglia in condizioni di forte ristrettezza economica pur di restare fedele alle proprie idee. L’incontro con Lussu genera una straordinaria sintonia e rafforza ulteriormente la carica politica già presente nel pensiero di Trentin, contribuendo al tempo stesso a rendere più precisa e strutturata la visione federalista di Lussu. Si tratta di una prospettiva che va nel senso di quella risorgimentale. Carlo Cattaneo, ad esempio, rifiutò di entrare in Parlamento perché riteneva che il modello di Stato unitario costruito sotto la monarchia non fosse congeniale alla sua idea di organizzazione politica. Vi sono, nella storia, uomini che pagano un prezzo elevato per le proprie convinzioni. Il federalismo di Trentin e di Lussu non è un’elaborazione puramente teorica né un progetto legato a una visione tradizionale dell’ordinamento: è un’opzione socialmente forte e democraticamente robusta. Questo aspetto è messo bene in luce anche nell’opera pubblicata lo scorso anno e curata da Italo Birocchi, Civiltà del diritto,[9] che analizza nel loro interscambio il pensiero e l’azione di tre figure chiave: Silvio Trentin, Emilio Lussu e Giacomo Matteotti. Intorno alla crisi del 1924, tutti e tre vissero momenti di estrema tensione, che devono essere ricordati e valorizzati come fondativi dell’ordinamento nel quale viviamo, un ordinamento che, nel tempo, si è in parte raffreddato dal punto di vista della spinta ideale attorno a quei valori.

In ultimo, caliamoci nel contemporaneo e chiudiamo con una domanda che ci riporta a scenari meno stimolanti. Oggi si parla di autonomia differenziata; vi sono stati interventi della Corte costituzionale che hanno, di fatto, ridimensionato il progetto. Anche la riforma dello statuto del Trentino-Alto Adige nasce da un orientamento definibile “più centralista” della Suprema Corte — cito le parole utilizzate nel portale della Provincia autonoma di Bolzano per giustificare la necessità della riforma. Dall’altro lato, emerge un conflitto che affonda le radici in un ritardo storico, secolare, dello sviluppo economico del Sud e delle isole. Ne deriva un regionalismo poco solidale, segnato da una carenza di coesione sociale e dall’esplosione di un nuovo populismo settentrionalista. «Nord e Sud uniti nella lotta» — lo slogan scandito dagli operai del Nord nel 1972, in occasione della grande manifestazione per il Mezzogiorno convocata dai sindacati a Reggio Calabria — appare oggi quasi archeologico. Eppure la questione del Mezzogiorno è viva, è urgente, e può essere declinata in molti modi. Antonio Gramsci,già nel 1926, aveva intuito che la questione meridionale è una questione nazionale. Si partiva, osservava Gramsci, da uno squilibrio e da una contraddizione nati dall’incapacità delle classi dirigenti risorgimentali di riconoscere e affrontare la questione meridionale come questione contadina. Sono vulnus che ancora oggi possiamo toccare con mano. Qual è la direzione che l’Italia sta prendendo?

Farei anzitutto un passo indietro, riprendendo le riflessioni che già Emilio Lussu svolgeva negli anni Settanta, avendo davanti agli occhi oltre vent’anni di esperienza delle autonomie speciali — almeno per quattro di esse.[10] La visione critica di Lussu, che riteneva assolutamente insoddisfacente quanto era stato fatto per regionalizzare lo Stato, conserva ancora oggi una sua attualità. Egli assiste all’ultimo evento in ordine di tempo, la nascita delle regioni a statuto ordinario nel 1970, e ne constata la debolezza: non sono le regioni che aveva immaginato. Non riconosce nelle strutture dotate di una forza propulsiva sul piano legislativo e nell’elaborazione di politiche innovative tale da dare vita a un contesto realmente federale.

A cinquant’anni dall’istituzione delle regioni a statuto ordinario, possiamo dire che si è costruito un ordinamento che ha fatto delle regioni un’importante istanza amministrativa, ma mai decisiva, non sufficientemente sorretta da una forte identificazione comunitaria. Alcune regioni, del resto, non hanno una piena “naturalità”: sono state costruite in modo in parte artificiale. La regione, in Italia, nasce infatti come nozione statistica nell’ordinamento amministrativo, prima di diventare una realtà politico-amministrativa. Queste regioni non hanno pienamente soddisfatto una dinamica di riscatto, né al Sud né, paradossalmente, al Nord, dove non si è saputo offrire quella dimensione di identità e di autogoverno che determinate comunità si aspettavano. È singolare, ad esempio, che non si riconoscano forti diritti autonomistici a territori come le Venezie, eredi della Repubblica di Venezia, che fu per secoli un centro nevralgico del Mediterraneo e dell’Europa. Un territorio con una vocazione storica così marcata non dispone di leve politiche realmente incisive per costruire un proprio sistema originale — non in senso fiscale, ma nella pienezza dello sviluppo democratico. La Repubblica di Venezia fu uno Stato modello, pur con il suo assetto oligarchico, e raggiunse livelli istituzionali elevatissimi per il suo tempo. All’estremo opposto del Paese, penso alla Calabria, dove ho insegnato e dove ho tratto la percezione di una carenza di tradizione autonomistica: le istituzioni regionali sono viste dalla popolazione soprattutto come luoghi di gestione amministrativa talvolta purtroppo anche in chiave affaristica o clientelare. Il dialogo con gli studenti mi restituiva spesso questa impressione, specie provenendo da una realtà in cui l’autonomia è storicamente e culturalmente considerata un valore, uno strumento di responsabilità e di organizzazione. Il Paese è sempre stato divaricato. La questione meridionale è anche una questione settentrionale: è una questione di insoddisfazioni reciproche, drammaticamente cavalcate da una classe dirigente che alimenta incomprensioni e distanze. La politica non pare svolgere un’azione pedagogica capace di convincere la comunità della necessità di una trasformazione che dia senso agli autogoverni regionali. Le regioni potrebbero essere luoghi di sperimentazione di politiche innovative — basti pensare al tema del fine vita, una delle questioni recenti in cui si sono manifestate visioni differenti e si è tentato di dare spazio a scelte autonome. Ridurre tutto, come è avvenuto nel dibattito sull’autonomia differenziata, allo slogan “Spacca Italia” significa impoverire la discussione. Criticabile è anche l’area politico-sindacale che ha assunto quella parola d’ordine in modo acritico, come se ogni rafforzamento della dimensione regionale fosse da condannare a priori. Rileggendo documenti sindacali significativi del passato, vi si trova invece la volontà di comprendere e rafforzare le istituzioni autonome.

L’autonomia altoatesina — quella dell’Alto Adige/Südtirol — è un caso peculiare perché occorre ricordare la traiettoria storica di quel territorio, che si sente parte di una dinamica differente: non sorprende che sia la punta di diamante. Le altre regioni, invece, non si stanno muovendo con altrettanta decisione, nemmeno nel processo di riscrittura degli statuti speciali, spesso letto solo come acquisizione di ulteriori competenze, non come rafforzamento della posizione delle regioni rispetto al centro. Il tema del Senato delle Regioni è sostanzialmente dimenticato. La Corte costituzionale mostra effettivamente un orientamento marcatamente centralistico. Ciò che emerge è un rapporto di puro scambio tra le regioni e lo Stato, che non valorizza la spinta autonomistica e non rafforza davvero la dimensione politica delle autonomie.

 

 


Note:

[1] La cosiddetta “crisi del fil di ferro” (1966) designa una fase di forte instabilità del sistema politico valdostano, caratterizzata da tensioni interne al Consiglio regionale e da equilibri di maggioranza estremamente fragili. L’espressione allude proprio a una situazione “tenuta insieme con il fil di ferro”, cioè precaria e continuamente a rischio di rottura. In questo contesto si susseguirono contrasti tra forze autonomiste e divisioni interne ai gruppi politici, che resero difficoltosa l’azione di governo e alimentarono un clima di conflittualità istituzionale. L’episodio è rimasto emblematico della fragilità degli assetti politici regionali in quella fase della storia valdostana.

[2]  La “Dichiarazione di Chivasso” è il documento clandestino firmato il 19 dicembre 1943 da esponenti valdostani e valdesi rappresentanti le popolazioni alpine durante il periodo dell’occupazione nazi-fascista in Italia. In questo atto si esprimono le aspirazioni delle comunità delle valli alpine e si rivendica una piena autonomia politica, amministrativa, culturale, scolastica ed economica. I suoi sottoscrittori propongono la riorganizzazione dello Stato italiano su basi federali e regionali in un ordinamento repubblicano che rispetti l’identità locale rispettoso delle minoranze e delle autonomie locali. Questo testo è diventato nel tempo un punto di riferimento per le lotte autonomiste e per la promozione di un’idea di un’idea federale dell’Europa.

[3] E. Chanoux, Federalismo e autonomie, in “Quaderni dell’Italia Libera”, n. 26, 1944 (pubblicazione postuma).

[4] E. Chanoux, Federalismo e autonomie, in “Quaderni dell’Italia libera”, 1944, n. 26.

[5] Emilio Lussu, il processo (Gianluca Medas, 2025)

[6] Molto significativo il racconto M. Sedda, La cancellazione, il Maestrale, Nuoro 2018. dedicato alla codardia del ceto forense che lo cancellò dall’albo degli avvocati, nonostante fosse stato assolto per legittima difesa.

[7] Intervento di Emilio Lussu in discussione generale all’Assemblea costituente del 29 maggio 1947, p.4329

[8] sul ‘debito culturale’ di Lussu verso Trentin nella formazione della sua concezione della regione: R. Louvin, Una certa idea di Regione: Lussu e gli Statuti speciali, in I. Birocchi (cur.), Civiltà del diritto. Emilio Lussu, Giacomo Matteotti, Silvio Trentin, ESI, Napoli, 2024, pp. 161-180.

[9] I. Birocchi, Civiltà del diritto, Editoriale scientifica, Napoli 2024.

[10] Lo statuto speciale della Sicilia è del 1946. Seguono Sardegna, Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige (che in realtà include le province autonome di Trento e Bolzano) nel 1948. Il Friuli-Venezia Giulia vi arriva solo nel 1963.

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Titolo: Lussu, Chanoux e l’Autonomia. Intervista a Roberto Louvin
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Numero della rivista: n.25, giugno 2026
ISSN: ISSN 2283-6837

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