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Donne nelle Resistenze: le memorie, la storiografia

Donne nelle Resistenze: le memorie, la storiografia

Archivio fotografico Istituto nazionale Ferruccio Parri, Fondo CLN Lombardia, busta 1, serie 55

Abstract

A partire dall’intervista rilasciata da Patrizia Gabrielli durante la Summer School 2025 dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri, il testo analizza il rapporto tra storiografia e memorialistica nella ricostruzione dell’esperienza delle donne nella Resistenza italiana. In particolare, viene evidenziata l’importanza delle fonti autobiografiche, soprattutto diari e memorie, per restituire maggiore precisione al ruolo femminile negli anni 1943-1945 e per superare interpretazioni riduttive consolidate nel tempo. Da queste testimonianze emerge infatti una partecipazione ampia e articolata, che comprende non solo funzioni di supporto, ma anche incarichi operativi, organizzativi e politici, mostrando il protagonismo delle donne sia nella lotta armata sia nelle forme di resistenza civile e quotidiana. L’integrazione tra ricerca storiografica e scritture personali permette così di confutare stereotipi persistenti e di riparametrare in modo più corretto il contributo femminile alla lotta di Liberazione, restituendo alle donne un ruolo più definito nella narrazione storica e nella memoria pubblica della Resistenza.

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Starting from the interview given by Patrizia Gabrielli during the 2025 Summer School of the Ferruccio Parri National Institute, the text analyzes the relationship between historiography and memoir literature in reconstructing women’s experiences in the Italian Resistance. In particular, it highlights the importance of autobiographical sources, especially diaries and personal memories, in providing a more accurate understanding of women’s roles between 1943 and 1945 and in overcoming long-standing reductive interpretations. These testimonies reveal a broad and multifaceted participation that included not only support roles but also operational, organizational, and political responsibilities, demonstrating women’s active involvement both in armed struggle and in forms of civil and everyday resistance. The integration of historical research with personal writings thus makes it possible to challenge persistent stereotypes and to more accurately reassess women’s contributions to the Liberation struggle, restoring a clearer recognition of their role in both historical narratives and public memory of the Resistance.

La produzione di autobiografie e di memorie – sostanzialmente esile in Italia in rapporto ad altre esperienze politiche (si pensi anche soltanto ai femminismi di primo Novecento) – manifesta, invece, vitalità nel caso del biennio 1943-45.

Le ragioni possono essere ricondotte a fattori, diremmo, intrinseci all’atto dello scrivere e a variabili esterne. Mi riferisco, nel primo caso, alla incidenza delle guerre (come delle emigrazioni) definiti da diverse angolazioni momenti di emergenza e “momenti separatori” che sollecitano l’atto della scrittura finalizzato alla soluzione di necessità primarie e di carattere pratico, oltre che a esigenze affettive, ma la scrittura può scaturire in molti casi dal bisogno di conferire un nuovo ordine e senso a un’identità in trasformazione.  Nel secondo caso (ovvero per quanto concerne le variabili esterne), concordemente con  l’argomento affrontato, merita tenere conto delle diverse stagioni della memoria collettiva che possono sollecitare o inibire (e aggiungerei influenzare) il racconto pubblico della propria esperienza, così come vanno considerati progetti e finalità di salvaguardia della memoria nutrite o realizzate dalle diverse comunità di appartenenza (compresi partiti e associazioni), non ultimo fattore la consapevolezza individuale e collettiva delle donne-autrici che varia anche (e non solo) in rapporto alle diverse stagioni e espressioni dei femminismi.

La produzione di scritture autonarrative (la definizione include generi letterari diversi), che annovera una ormai lunga e consolidata tradizione, affonda allora le proprie radici negli anni Cinquanta e si sviluppa significativamente, seppure non costantemente e linearmente, nel corso del tempo per arrivare fino alla contemporaneità. Guidate da quella sorta di «vocazione alla testimonianza» comune a una intera generazione, colpite dal ridimensionamento e svuotamento, diremmo dalla normalizzazione della Resistenza, inglobata nella memoria monumentale della nazione per poi dileguarsi – scriveva Ferruccio Parri «nella nebbiosa prospettiva del tempo»,[1] alcune protagoniste resero pubblica la propria vicenda.

La storiografia, invece, manifesta refrattarietà e si sottrae all’esperienza femminile. Certo non è corretto fare riferimento a una totale assenza. Le associazioni politiche delle donne sembrano intenzionate a mantenere viva la memoria femminile della Resistenza, per cui assistiamo alla produzione di alcune pubblicazioni che, nonostante i limiti (spesso dettati da finalità politiche), meriterebbero di essere ricordate e forse rivisitate, se non altro perché hanno evitato il totale oscuramento della partecipazione femminile e tramandato un’esperienza. Gli anni Sessanta, decennio segnato dal rilancio del dibattito sulla Resistenza che produsse, come osserva Filippo Focardi,  una sua legittimazione come mito fondativo dello Stato repubblicano, non ebbe particolari riflessi sulla storia dell’altra metà della Resistenza..

Se parliamo di donne e resistenza il problema non risiede solo o tanto la visibilità femminile quanto piuttosto la semplificazione e riduzione della loro esperienza individuale e collettiva, ciò è stato possibile, anche e soprattutto, per l’assenza di storia, di categorie atte a leggere e a interpretare esperienze non del tutto omologabili, a volte affatto omologabili, con quelle che nel tempo hanno definito la Resistenza e la sua galleria di eroi. Vorrei sgomberare il campo da ogni possibile equivoco. Con ciò non intendo trascurare il dato più squisitamente politico, che peraltro ho già accennato, la normalizzazione della Resistenza, processo che prevede e include anche la normalizzazione dei ruoli di genere, ma l’assenza di una storiografia non ha posto alcun ostacolo a questi processi. Ovvero ha fatto sì che la memoria con le sue deformazioni avesse la meglio sulla storia delle donne.

Concordemente sono collocati negli anni Settanta le origini di un nuovo interesse e di nuovi sviluppi. A tale cambiamento concorrono variabili di diversa natura e origine visibili già nel precedente decennio segnato da processi di modernizzazione che, per quanto contraddittori e problematici, sono stati tali da produrre un’inedita trasformazione strutturale e culturale del Paese. Questi fenomeni investono il dibattito intellettuale e la storiografia che vede scorrere al proprio interno flussi ed energie capaci di rinnovare i termini del confronto sia sulle fonti e sulle metodologie sia sulle tematiche e sulle prospettive della ricerca. Tra questi sviluppi, in rapporto all’argomento che mi è stato suggerito di trattare, ovvero le memorie delle donne, cito la valorizzazione delle soggettività con la definizione di tecniche di rilievo e di metodologie maturate nell’ambito della storia orale che permisero di sondare territori poco praticati.

In questo quadro maturano gli studi sulle donne la cui genesi va soprattutto ricondotta agli sviluppi e agli orientamenti di movimenti femministi dai tratti inediti, nuovi soggetti che includono nella propria agenda politica la critica ai «saperi», ai loro rispettivi canoni e configurazioni e, dunque, la critica alla «storiografia» responsabile della omissione delle donne dalle narrazioni del passato.  L’impostazione ha presentato limiti metodologici e di approccio, sui quali la storiografia si è soffermata in diverse occasioni.

In una convergenza unanime si indica il passaggio, diremmo il cambio di passo, nel 1976-77, anni che vedono la pubblicazione di due raccolte di testimonianze orali, La Resistenza taciuta di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, pubblicato nel 1976,[2] seguito a distanza di un solo anno da Compagne di Bianca Guidetti Serra:[3] si inaugurava così un nuovo filone di ricerche e si poneva la prima pietra per una lettura critica del rapporto donne e resistenza.

Mettendo in luce le ingiustizie subite, il pregiudizio maschile e le delusioni, la doppia morale, sottoponevano a vaglio critico sia la tesi riduttiva sotto il profilo non solamente numerico del «contributo femminile» alla Resistenza sia l’immagine della madre oblativa. Parte integrante di quel processo di ridimensionamento.

La presa di parola pubblica maturata negli anni Settanta, il diritto all’autobiografia, favorirono nel decennio successivo una fioritura di memorie scritte e orali, materiali di studio preziosi.

Testimoniare per le partigiane significò, osservava Ersilia Alessandrone Perona ormai molti anni fa, «raccontare, dare cioè senso e rilevanza alle esperienze che avevano segnato la loro vita e che riaffioravano per lo più come frammenti casuali di una vicenda personale, familiare, talora collettiva. La costruzione di una trama in cui collocare sensatamente quei frammenti è stata il frutto di circa venti anni di lavoro»,[4]

Già le memorie degli anni Cinquanta, dunque, potevano presentare aspetti dell’esperienza femminile nel partigianato, ma per coglierli era necessario conferire alle scritture lo statuto di fonti utili per la ricerca storica, sviluppare appropriate metodologie di analisi e affinare concettualizzazioni.  Scritture che violano una delle qualità specifiche del genere definito da Gianfranco Folena quale «ricostruzione egocentrica dell’esperienza vissuta»,[5] ma la modestia non offusca del tutto il valore dell’atto autobiografico: un gesto importante, frutto del desiderio di dare valore alla propria vita, alla propria persona, con il quale ci si assume il diritto a forzare i codici della memoria; donne “senza biografia” o prive del “diritto alla biografia” entrano nella dimensione del memorabile.

Un nome per tutte, Tersilla Fenoglio Oppedisano, Trottolina il suo nome di battaglia, era molto giovane quando decise di raggiungere i partigiani nelle montagne del Piemonte. La sua testimonianza, ricca di molte suggestioni su questioni centrali nel dibattito, recentemente valorizzata sa Santo Peli, lascia emergere il sapore amaro del dispiacere (o delusione) provato di fronte alla interdizione giunta dal Comandante della sua divisione di non partecipare alla sfilata della Liberazione, che vale alla proibizione di autorappresentarsi pubblicamente come partigiana. Senza cadere nella generalizzazione, l’esperienza di Trottolina non è omologabile a tutte le realtà, questa memoria ha sollecitato approfondimenti sulla persistenza di tradizionali modelli e gerarchie di genere nella resistenza e sulla subordinazione alla morale sessuale corrente, confermata dall’immagine rassicurante della resistente, che circolerà fin dall’immediato dopoguerra. Rappresentazione plasmata sull’altruismo e sul materno capace di neutralizzare il corpo e la sessualità senza alterare troppo la rigida separazione delle sfere di competenza maschile e femminile.

Lungo i decenni Ottanta e Novanta, i cambiamenti del quadro politico e le accuse alla Resistenza, ai processi e ai tentativi di delegittimazione che vanno spesso di pari passo con la riabilitazione del fascismo, la storiografia sembra giungere a un tornante, esce dalle maglie dell’organizzazione per rivolgersi – come insegnava Claudio Pavone – alla dimensione esistenziale ed etica della Resistenza e il tema della scelta acquista centralità.  Sempre in questa fase, Anna Bravo, attraverso un rigoroso lavoro di scavo e con finezza interpretativa, applicava con originalità la categoria della Resistenza civile (definita da Jacques Semelin) lasciando emergere una decisa presenza femminile.

Lungo queste nuove coordinate, acquista nuova valenza il maternage, ovvero quelle azioni di assistenza e solidarietà, dall’accoglienza ai soldati allo sbando, all’ospitalità dei partigiani che erano state acriticamente attribuite alla vocazione materna ed ora acquistano valore etico: azioni solidali che contrastano la brutalità della guerra e hanno funzione pubblica. Una prospettiva, quella della Resistenza civile, che ha favorito ulteriori approfondimenti sulle memorie di donne meno note cui hanno contribuito gli Archivi della gente comune, penso soprattutto all’Archivio della scrittura popolare di Genova e all’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano.[6]

Nel nuovo millennio si assiste a una nuova ondata di memorie, le autrici sono partigiane che hanno vissuto direttamente o indirettamente l’esperienza del femminismo e, in diversi casi, hanno avuto importanti ruoli politici, numerose sono anche le donne anonime che come combattenti o ausiliarie hanno partecipato alla Resistenza.

La valutazione di questa produzione va letta e interpretata in relazione agli sviluppi del dibattito sul Genere e sul tema dei diritti e della cittadinanza femminile.

Il primo, quello sul Genere, richiama l’attenzione sulla definizione di strumenti e di concettualizzazioni atte a superare la “separatezza” e le esigenze legittimanti sul piano politico; sulla relazionalità; sollecita attenzione verso le pratiche discorsive nella dimensione politica.

Il secondo a mio parere stimola sia una più attenta analisi sugli obiettivi dei Gruppi di difesa della donna e sulle prospettive di emancipazione nutrite in scala diversa dalle protagoniste:[7] questioni, mi preme sottolinearlo che si riflettono sulle memorie scritte e orali e intervengono sulla definizione degli orizzonti di attesa espressi dalle autrici.

Sempre in questa stagione, lungo le coordinate del dibattito internazionale e interdisciplinare che si interroga sul possibile approccio a questi generi letterari (le scritture del sé come maldestramente erano spesso definite in maniera riduttiva), viene messa a fuoco l’interazione tra le strategie narrative e le pratiche discorsive sul Genere: la reciprocità tra rappresentazione e autorappresentazione, il punto di intersezione tra esperienze vissute e l’influenza degli stereotipi di genere nella loro decodificazione e narrazione, i registri narrativi privilegiati assumono centralità nell’esame di queste fonti che richiedono una lettura critica delle strategie narrative adottate.

La memorialistica delle partigiane come delle donne comuni rappresentò una preziosa miniera per studiare l’esperienza di guerra, le molteplici forme di opposizione al nazifascismo ma anche per verificare umori, affinità e distanze o anche piccoli scarti dalla Resistenza.

Studi e ricerche eleggono le memorie a fonti privilegiate per attraversare spazi abitativi e luoghi informali, relazioni interne all’organizzazione e quelle interpersonali per mettere in discussione la immobilità dei confini tra sfera pubblica e privata. La narrazione delle militanti, priva di toni trionfalistici, apre il sipario a un contesto e a ruoli che rimandano alla posizione liminale propria del genere femminile, allo stare sulla soglia e all’attitudine a connettere il dentro e il fuori, lotta partigiana e società civile, capaci, sottolinea Sandro Portelli a proposito delle staffette «di mettere realtà diverse in contatto».[8]

Pur nella originalità che caratterizza ogni scrittura e nonostante la mia distanza dalla definizione essenzialista di scritture femminili, concordo sulla presenza di alcuni registri e stili comuni nelle scritture resistenziali: l’adozione del registro ironico, che moltiplica i messaggi e le immagini richiamando altri significati; la dimensione corale, che ha favorito l’abbozzo di una rete partecipativa e di una geografia di luoghi; la modestia che non rivela tanto una mortificazione dell’io, quanto una presa di distanza dalla retorica resistenziale.

Lo studio delle memorie si è andato affinando e consolidando, si è misurato con la difficoltà di decodificare il detto e il non detto, silenzi e le omissioni. E’ il caso del rapporto problematico con le armi (non si può più parlare di un innato rifiuto delle armi da parte delle donne, alcune le hanno usate, altre le hanno custodite solo per difesa; altre ancora le hanno rifiutate, ma certo è che forti erano le tensioni e le inquietudini a proposito, il malessere, diremmo,  di fronte a una competenza maschile, direi a fondamento della mascolinità, che passava in mani femminili: una chiara alterazione dei ruoli); è stato affrontato  il rapporto con la violenza.

È rimasto a lungo avvolto dalla coltre del silenzio il tema delle violenze sessuali. A romperlo, la coraggiosa intervista televisiva a Gianni Minà, del 1997, di Teresa Mattei partigiana a Firenze, che racconta lo stupro subito nel 1944 dai soldati tedeschi mentre cercava di raggiungere il fratello nel carcere di Via Tasso a Roma; la dimensione del corpo nelle sue diverse sfaccettature: un corpo nascosto e un corpo risorsa (nascondiglio per le armi, per messaggi segreti, una risorsa per la Resistenza). Le donne si travestono, escogitano sistemi per utilizzare con disinvoltura ai fini della lotta oggetti considerati proiezioni dell’appartenenza di genere, per volgere a proprio vantaggio consolidati immaginari. Queste forme dell’agire femminile connettono con un filo rosso le testimonianze delle protagoniste che con orgoglio sottolineano la capacità di manipolazione del tessuto di simboli connessi all’immaginario sulla femminilità a scopi difensivi.

Diari, memorie, autobiografie, lettere e testimonianze orali hanno rappresentato un patrimonio di fonti significativo per scandagliare le variabili e i motivi diversi che ruotano intorno alle scelte, al loro dispiegarsi e alle loro finalità. Differenti documenti – diversi sia sotto il profilo delle autrici sia sotto quello dello spazio della scrittura e della fruizione –  conducono ai tanti fattori che sono alle origini dell’impegno nella Resistenza, alle molteplici motivazioni che vanno dalle tradizioni familiari all’amore per la patria, alla volontà di rendersi utili di fronte alla distruzione della guerra, alla volontà di ribellarsi a ingiustizie, ma è pure presente un senso di rivolta verso la grigia omologazione del fascismo.

Lo studio della memorialistica ci ha posto di fronte a una pluralità di «modi di essere» che hanno allontanato il rischio di evitare di elevare il Genere a categoria analitica assoluta, con la conseguente assunzione d’interpretazioni generali e generalizzanti.

Studi e ricerche hanno fatto riferimento alle emozioni cancellate che possono costituire un territorio per esaminare l’impegno e il suo dispiegarsi quotidiano, un impegno impellente e totalizzante. Questa dimensione «privata» della resistenza offre materiali di riflessione sia sui canali di circolazione del «discorso politico» sia sull’affettività, vincolo e risorsa per la scelta partigiana, sia, sulla coesione dei gruppi, sia sulle prospettive e il rapporto con la politica che assume il carattere di un approdo piuttosto che un punto di partenza.

Sulla responsabilità di quell’impegno che molte, soprattutto le nuove generazioni, avvertono come ineludibile, si è soffermata Marisa Ombra «sottolineando come le donne, immuni dal servizio di leva e, per conseguenza, dall’accusa di diserzione, potevano «tranquillamente restarsene a casa».[9] L’impegno è voluto e acquista fortemente il significato di «una prova».

Questo, diciamo surplus di consapevolezza, implica anche un forte slancio verso l’emancipazione.

La questione del rapporto resistenza-emancipazione individuale e collettiva è centrale fin dagli anni Settanta ed è stata affrontata anche in recenti studi ed è stata posta in relazione alle nuove esperienze, al passaggio dal privato al pubblico. Da cui scaturiscono processi di revisione e di costruzione della propria identità, capaci di produrre autonomia.

Ma questo stato d’animo non corrisponde tout court all’adesione alle idee emancipazioniste. Tema, peraltro, che troviamo affrontato marginalmente in maniera esplicita e sostanzialmente nelle memorie tardive. Ma in buona parte delle memorie edite e inedite il tema sembra essere maggiormente affrontato nei territori dove è viva l’azione dei GDD e da parte di donne che hanno militato nelle organizzazioni femminili e nel femminismo. La questione merita di essere indagata approfonditamente. Ed è proprio perché lavoro sulle memorie, da molti anni, non posso fare a meno di tenere conto delle diverse aspettative nutrite e del loro raggio di condivisione, così come le spinte contraddittorie che attraversano i soggetti nel dopoguerra, le linee oscure o in ombra.

Forse è importante però accennare ai rischi e almeno ad alcuni che l’uso della memorialistica comporta, ha comportato.  Si tratta di una fonte feconda e affascinante, sono coinvolgenti, e qualche volta si può incorrere nel rischio di utilizzarla con disinvoltura o nell’intento di vivacizzare il racconto, attrarre l’interesse di un pubblico ampio o perlomeno più ampio di quello delle e degli studiosi, con il rischio di cadere in una retorica, in nuovi eroismi se non in anacronismi, che poco aiutano a capire il contesto e, in qualche caso, rischiano ripristinare quei metri di misura che faticosamente abbiamo messo in discussione grazie alla analisi delle costruzioni di genere.

Si è corso il rischio di sostituirle alla storia, bisogna fare attenzione e mantenere saldo il metodo, altrimenti più che dare un contributo alla storia, la inibiamo.


Note:

[1] F. Parri, L’Italia partigiana, in «Mercurio», n. 16, dicembre 1945.

[2] A. M. Bruzzone, R. Farina (a cura di), La Resistenza taciuta, La Pietra, Milano 1976 (ora La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, Prefazione di A. Bravo, Bollati Boringhieri, Torino, 2003); si veda L. Muraro, Simili a donne, in «Quaderni piacentini», n. 60-61, 1976, pp. 206-209.

[3] B. Guidetti Serra, Compagne. Testimonianze di partecipazione politica femminile, 2 voll., Einaudi, Torino 1977.

[4] E. Alessandrone Perona, Donne guerra politica: le provocazioni di una ricerca, in Università di Bologna, Dipartimento di Discipline Storiche, Donne Guerra Politica. Esperienze e memorie della Resistenza, a cura di D. Gagliani, [et al.], CLUEB, Bologna 2000, pp. 287-302, la citazione è a p. 288.

[5] G. Folena, Premessa, in “Quaderni di retorica e poetica”, L’autobiografia, il vissuto, il narrato, n. 1, 1986, p. 3.

[6] Ho avuto modo di esaminare le memorie di Pieve inerenti guerra e Resistenza nel mio Scenari di guerra, parole di donne. Diari e memorie nell’Italia della seconda guerra mondiale, il Mulino, Bologna 2007.

[7]  La questione è affrontata da Marcello Flores, Mimmo Franzinelli, Storia della Resistenza, Roma-Bari, Laterza, 2019. Si veda anche F. Focardi, S. Peli (a cura di), Resistenza. La guerra partigiana in Italia (1943-1945), Carocci, Roma 2025.

[8] A. Portelli, Prefazione a T. Vergalli, Storia di una staffetta partigiana, Editori Riuniti, Roma 2004, pp. 9-12, la citazione è a p. 9.

[9] M. Ombra, “Essere dentro la storia”. Scelta politica e appartenenza di genere nell’esperienza di una partigiana, in «Italia Contemporanea», n. 198 1995, pp. 91-95, la cit. è a p. 94.