Non siamo Musei ma… Insegnare la Resistenza (ma anche il mondo contemporaneo) attraverso gli oggetti
I guanti di Feodor Poletaev.
Crediti: foto dell’autrice
Abstract
Gli Istituti storici della Resistenza non sono Musei, ma conservano vari tipi di reperti – dalle fotografie originali, alle bandiere, ad altri manufatti – che possono condurre gli studenti, in particolare quelli della scuola primaria e della secondaria di primo grado, a “toccare con mano”, letteralmente, il passato e a farne esperienza. Questa proposta didattica nasce da uno degli eventi organizzati dall’ Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria – ISRAL per l’Ottantesimo della liberazione ed è però replicabile anche nella pratica didattica.
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Historical Institutes of the Resistance are not museums, but they house various types of artefacts – from original photographs to flags and other objects – which can enable students, particularly those in primary and lower secondary schools, to literally ‘get their hands on’ the past and experience it for themselves. This educational proposal stems from one of the events organised by the Institute for the History of the Resistance and Contemporary Society in the Province of Alessandria (ISRAL) to mark the 80th anniversary of the Liberation, but it can also be replicated in the classroom.
La Mostra
La mostra Il giorno in cui tornammo a sorridere, allestita presso la Galleria “Guasco”, è stato l’evento principale organizzato dall’ISRAL per le celebrazioni dell’80° anniversario della Liberazione.
Il gruppo di lavoro che ha curato l’insieme degli eventi si è posto come obiettivo quello di avere un evento immediatamente leggibile da un pubblico vasto e generalista, con attenzione ai più giovani. Ecco perché – accanto ai pannelli esplicativi – se ne accompagnavano altri di documentazione iconografica e una serie di vetrine per raccogliere sia oggetti conservati presso l’Istituto, frutto di depositi e donazioni, sia altri prestati da enti e associazioni con cui collaboriamo regolarmente, come le varie sezioni Anpi del territorio e il Museo della Resistenza e della civiltà contadina “G.B.Lazagna” di Rocchetta Ligure. Questo ha spinto ad affiancare alla visita vera e propria una esercitazione utilizzando uno degli oggetti dell’esposizione, allo stesso tempo peculiare e quotidiano, e molto ricco di storia: i guanti di Feodor Poletaev, custoditi di solito nel Museo di Rocchetta Ligure.
Lo sviluppo del laboratorio
L’obiettivo primario dell’esercitazione è condurre gli studenti all’esperienza del tempo passato, e alla sua realtà fattuale attraverso il rapporto con un oggetto e il confronto con la loro esperienza.
L’esercitazione: la descrizione e il lavoro sull’oggetto.
Gli studenti, divisi in gruppi, sono invitati a descrivere l’oggetto e a metterlo in relazione con oggetti analoghi appartenenti alla loro esperienza quotidiana.
Si stila poi un elenco di caratteristiche dell’oggetto, che consente di formulare le prime ipotesi interpretative
La narrazione: il/la docente narra la storia dei guanti e di come siano arrivati al museo che ora li conserva. I guanti, come ogni altra fonte materiale, hanno una propria storia: hanno infatti accompagnato il partigiano Feodor Poletaev dalla Russia e dal suo reparto combattente, fino alla prigionia in Italia e alla sua successiva esperienza di partigiano. Li aveva con sé anche quando morì, nel febbraio 1945. Osservandoli è possibile sapere qualcosa di chi li ha indossati: ad esempio, poiché sono molto grandi, si può dedurre che Feodor era alto e robusto, dato confermato dalle testimonianze dei compagni che lo soprannominarono “Gigante Feodor”.[1] Il loro grado di usura non è dovuto soltanto al tempo trascorso, ma anche all’uso che di quell’oggetto è stato fatto.
Conclusioni: ricostruire il passato. Cosa ci può dire un paio di guanti del passato? Molto in realtà, come gli stessi studenti hanno subito notato. Non si tratta infatti di semplici muffole: la mano destra presenta uno spazio per il pollice, uno per l’indice e uno per le restanti tre dita a differenza di quanto avviene abitualmente (e come anche alunne e alunni si aspettavano in base alle loro conoscenze su questo specifico capo di abbigliamento invernale o sportivo). Si tratta infatti dei guanti di un tiratore scelto, che le usa per sparare anche a temperature molto fredde, quando togliersi i guanti avrebbe serie conseguenze per la salute. Questo semplice elemento è capace di ricondurre subito a un passato di guerra e di violenza, qual è stato quello della guerra di liberazione, benché attraverso essa sia nata l’Italia repubblicana.
Dall’Istituto in classe
Apparentemente questa esperienza rappresenta un unicum nato e sviluppato all’interno di una occasione specifica. In realtà la metodologia adottata risulta facilmente trasferibile sia all’interno degli Istituti sia nelle classi da parte degli insegnanti.
Non si tratta ovviamente di costruire dei percorsi museali, ma di valorizzare il patrimonio in nostro possesso. Inoltre, alla luce delle nuove Indicazioni per il ciclo primario emanate recentemente dal Ministro dell’Istruzione e del Merito,[2] utilizzare le fonti conservate presso gli istituti storici può rafforzare la conoscenza del periodo resistenziale a tutti i livelli e contribuire alla costruzione di una “narrazione” che sia però supportata dalla presenza di documenti.
Nel ciclo primario, dove le Indicazioni nazionali non prevedono lo studio dell’età contemporanea, l’analisi e la descrizione degli oggetti permettono di avvicinare gli studenti e le studentesse ad una testimonianza concreta del passato, spesso, come nel caso dei guanti di Feodor, non mediata. Da un semplice paio di guanti si possono dedurre elementi di geostoria, di vita quotidiana, e persino di tecnologia.[3]
Nel ciclo secondario, invece, l’attività può essere approfondita, permettendo di affrontare temi come la presenza di partigiani stranieri sul territorio, il rapporto con le popolazioni locali, la struttura dei gruppi partigiani e anche l’evoluzione delle vicende belliche sino alla Liberazione, con il rapporto tra Genova e l’entroterra.
Questa metodologia si può applicare anche a oggetti conservati presso gli Istituti scolastici.
Sappiamo che, dati i continui mutamenti amministrativi come accorpamenti e mutamenti di sede, nei magazzini degli istituti scolastici si accumulano oggetti e materiali che a volte vengono semplicemente gettati senza considerare né la loro storia né il loro eventuale significato, cosa che talvolta accade anche agli archivi scolastici.
Sono esempi che paiono banali. Capita spesso che nemmeno gli stessi insegnanti conoscano la storia dell’edificio scolastico che li ospita o delle persone le cui immagini adornano le parti comuni o di rappresentanza della scuola. Due laboratori sviluppati da Isral in passato sono partiti da questa constatazione e si sono sviluppati partendo dalle domande degli studenti.[4]
Laboratorio sugli oggetti di uso comune
Obiettivo: costruzione del senso del passato rispetto al presente. Il laboratorio, svolto in una classe V della scuola primaria (l’ Istituto Comprensivo di Viguzzolo, nei pressi di Tortona)[5] ha avuto il suo centro in un oggetto di uso veramente comune: il telefono, un oggetto parte dell’esperienza quotidiana dei ragazzi, di cui però non conoscevano l’evoluzione.
Esercitazione: anche in questo caso si è partiti dalla descrizione dell’oggetto: in un angolo della stanza sono stati posizionati alcuni telefoni di rete fissa, non più funzionanti. Gli studenti li hanno descritti, ed è stato preparato un elenco che metteva in evidenza le caratteristiche di un oggetto che in generale li incuriosiva. Il passo seguente è stato chiedere a ciascuno di descrivere il telefono che si trovava nella loro casa. Tutti i ragazzi hanno menzionato gli smartphone dei genitori, uno si è ricordato di un telefono giocattolo che riproduceva i versi degli animali. Infine, è stato ricordato il “telefono del nonno”, ossia la cabina telefonica, ormai scomparsa nella frazione in cui ci trovavamo. Un “oggetto” parte dell’arredo urbano che i docenti ricordavano, ma che anche alcuni genitori, giovani, rammentavano con difficoltà.
Conclusioni: acquisire il senso di sé rapportandosi al passato. Come suggerisce anche Giuliano De Felice, il valore dello studio degli oggetti non sta tanto negli oggetti, nella loro funzione, nella loro preziosità e rarità o nella difficoltà di reperimento, sta nell’occhio dell’archeologo o, nel nostro caso, di chi costruisce il percorso.
Scrive De Felice:
[… dobbiamo spostare la nostra attenzione dall’oggetto osservato al suo osservatore. Solo così potremo scoprire come a creare un valore archeologico altri non è che l’archeologo stesso, o meglio, la sua capacità di porre domande ai resti materiali del passato affinché restituiscano conoscenza. Anche gli scarti più umili e più recenti […] pure le cianfrusaglie stipate nei cassetti delle nostre case e finanche i rottami accumulati nelle discariche, i ruderi delle periferie industriali e i rifiuti che troviamo abbandonati sui cigli delle strade passeggiando per città e campagne, ebbene sì, tutti questi oggetti possiedono un potenziale archeologico, ovvero un perché, un come, un dove e un quando.[6]
Cosa è stato chiesto agli oggetti che abbiamo osservato? Il telefono è un oggetto di cui tutti hanno esperienza e contribuisce alla costruzione del senso di sé e anche di comunità, dato che serve a mantenere relazioni familiari e sociali. Con il telefono si può parlare ad amici e familiari, ma anche giocare e guardare i cartoni animati o lo sport. Tutte cose che il “telefono del nonno”, la cabina telefonica, non permetteva di fare, anche se nel passato aveva la stessa funzione fondamentale di mettere in comunicazione. Ai ragazzi è stato chiesto di domandare ai loro genitori, e soprattutto ai nonni, che tipo di telefono avevano e come lo utilizzavano, per costruire un altro elenco da confrontare con il primo e individuare i cambiamenti rispetto agli anni in cui i loro genitori e nonni erano ragazzi. In questo modo si è raggiunto l’obbiettivo di fare riflettere i ragazzi sul senso del tempo e sul suo trascorrere.
Laboratorio Barbie the icon
In continuità con il laboratorio precedente, incentrato sull’analisi di un oggetto appartenuto a un protagonista della storia, si propone qui un’attività che utilizza un oggetto di uso comune per indagare non solo il passato, ma anche le rappresentazioni culturali e sociali del presente.
Obiettivo. Circa un anno prima dell’uscita del film di Greta Gerwig Barbie, sulla base di una mostra tenutasi al MUDEC di Milano nel 2016, abbiamo elaborato un laboratorio che, partendo dalla celebre bambola (un giocattolo che moltissime bambine hanno maneggiato), analizza ruoli e caratteristiche della figura femminile moderna e si sofferma sugli stereotipi di genere più comuni. Dall’originale Teen Age Fashion Doll presentata in occasione della Toy Fair di New York il 9 marzo 1959 e ispirata all’estetica sofisticata delle star degli anni Cinquanta come Marilyn Monroe, Elizabeth Taylor e Sandra Dee, Barbie è via via molto mutata, per adattarsi alle richieste della società e farsi testimone del suo tempo, in particolare riguardo alle tematiche di razza e inclusione. Molto amata, ma anche molto criticata, ha attraversato un periodo di grandi trasformazioni per il mondo femminile e viene utilizzata qui per far discutere gli studenti e le studentesse sui ruoli e sulle difficoltà che le donne incontrano nella società. Abbiamo scelto Barbie perché si tratta di un oggetto di uso comune ma denso di senso, quasi mitopoietico, per la sua storia e per l’uso che ne è stato fatto.
Esercitazione: Il laboratorio si basa innanzitutto su una galleria fotografica tratta dall’edizione più recente del catalogo della mostra,[7] che traccia la storia dei vari modelli della bambola, mettendo in evidenza che, a differenza delle tipologie di giocattoli prevalenti rivolti alle bambine, non presenta il tipico modello accuditivo, ma permette a chi gioca di creare e raccontare delle storie. In questo senso il percorso si collega allo, slogan della Mattel, You can be anything, che riflette la possibilità di immaginare professioni diverse da quello che la cosiddetta “mistica femminile”[8] prevedeva negli anni Sessanta e Settanta (Barbie aveva una tuta da astronauta molto prima che le donne fossero ammesse alla NASA e potessero andare nello spazio).[9] Preliminarmente l’insegnante provvede alla stesura delle schede di analisi delle foto e crea i gruppi.
Il laboratorio si svolge in tre momenti:
- Prima fase: presentazione dell’attività; illustrazione del significato di questa bambola e il suo ruolo sociale.
- Seconda fase: formazione dei gruppi e consegna delle foto e istruzioni. A seconda della tipologia di classe si può pensare alla scelta di tematiche di discussione quali rapporto tra lavoro e famiglia, parità salariale, ruoli all’interno della coppia. Oppure, in una classe di terza media, ispirandosi alle bambole non ufficiali che diversi artisti hanno realizzato durante il periodo del Covid (come la Barbie quarantine- con la ricrescita, il cibo spazzatura e la chitarra per suonare nel tempo libero) si può chiedere ai ragazzi e alle ragazze di “creare” la loro Barbie o il loro Ken.
- Messa in comune dei risultati.
Laboratorio sulla storia della propria scuola.
Può essere altrettanto significativo operare all’interno della propria scuola come archeologi per scoprirne la storia e le vicende: se ad esempio in un edificio sono ospitate più scuole, un tempo collocate in luoghi diversi, ricostruirne le vicende può essere interessante anche per rapportarsi ai cambiamenti che la propria città ha subito.
Obbiettivo. All’interno del calendario civile, scoprire come è avvenuta la liberazione della propria città, in quale modo è connessa con la celebrazione pubblica del 25 aprile e quali tracce si possono ancora rintracciare in città. L’esempio che segue riguarda una città del nord Italia: nel Centro – Nord si tratta di una esperienza facilmente ripetibile, sia con le lapidi eventualmente poste all’interno dei plessi, sia con altre presenti sul territorio. Nell’Italia meridionale e insulare è possibile ripercorrere la storia dell’antifascismo locale o affidarsi alle tracce lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale.
Esercitazione. Il laboratorio in questione è stato realizzato con una classe III dell’Istituto comprensivo “Martiri della Benedicta” di Novi Ligure (AL). Lo studio di una lapide collocata su un nuovo edificio, ma già presente nella vecchia sede di un Istituto comprensivo, e che si riferiva a uno scontro a fuoco avvenuto il 26 aprile 1945 alle porte di Novi Ligure, nel luogo stesso in cui la scuola oggi si trova, ha permesso agli studenti di scoprire quanto di simbolico vi sia nella data del 25 aprile, che non segna ovunque la fine del conflitto. Attraverso la lapide essi infatti hanno compreso che il giorno stesso della celebrazione ufficiale, nella città di Novi ancora si combatteva aspramente alla periferia, che i partigiani coinvolti erano di poco più vecchi degli studenti, e che la Resistenza aveva davvero coinvolto in modo trasversale tutti gli italiani: nella provincia di Alessandria non sono pochi i partigiani di origine meridionale, come facilmente attestato dai cognomi presenti anche su quella lapide.
Il passo successivo è stato rintracciare i nomi delle persone menzionate nella lapide utilizzando il database dei partigiani piemontesi.[10] Questo genere di attività si può realizzare anche in altre parti d’Italia, sfruttando le memorie di pietra dei singoli territori e il database Partigiani d’Italia.[11]
Conclusione e restituzione. Il laboratorio è stato attuato nelle classi III. Alla fine è stato proposto a chi lo desiderava di trasformarsi in “guida turistica”: ossia di recarsi nelle classi, con il consenso e la collaborazione della Dirigente, per “raccontare la lapide” ai compagni, e coinvolgere così tutta la scuola nella riscoperta della sua storia.
Suggerimenti di lavoro
Nel caso in cui si volesse pensare a un’attività nuova, differente da quelle proposte finora, può essere utile tenere presente alcuni punti cardine.
- Partire da quello che si ha a disposizione negli istituti scolastici, iniziando, eventualmente, da una ricognizione degli inventari: trofei sportivi, medaglie, fotografie delle classi del passato, eventuali oggetti d’arte presenti come quadri e sculture, questi ultimi non solo per il loro valore intrinseco, ma per le persone o i paesaggi che vi sono rappresentati e come, soprattutto, sono rappresentati. Particolarmente interessante è decodificare i simboli che si trovano perché rappresentano strumenti comunicativi immediati per i fruitori dell’epoca, ma molto meno immediati per noi.
- Realizzare attività in collaborazione con associazioni e altri soggetti simili (ad esempio le sezioni dell’Anpi): le varie sezioni sono spesso depositarie di oggetti e reperti storici, di cui è opportuno ricostruire la storia per evitare di disperdere il patrimonio di memorie che li accompagna e che è destinato a esaurirsi se non valorizzato, alla scomparsa dei testimoni.
- Costruire cammini di archeologia cittadina unendo monumenti legati a un evento specifico o allo stesso ordine di eventi, contribuisce a insegnare agli studenti, soprattutto a quelli del ciclo primario e di istruzione secondaria di primo grado, a collocarsi entro e a leggere lo spazio circostante, senza usare una mappa digitale, che viene eventualmente utilizzata in un secondo momento, dopo e non prima dell’uscita, per ricostruire il percorso compiuto. Gli argomenti ovviamente possono essere tanti, dalle tracce della resistenza, come si è fatto a Novi, a quelle della Prima guerra mondiale, ad esempio attraverso i monumenti ai caduti, presenti, in pratica, in ogni località italiana, grande o piccola
- Analizzare gli archivi scolastici come oggetti e non solo come fonti. A volte in un documento è interessante non solo il contenuto, ma anche il supporto (quaderno, registro, velina o altro) utilizzato. Gli archivi scolastici, per quanto sovente negletti, mal conservati e non ordinati, sono una preziosa risorsa: per conoscere la storia della propria scuola; per capire in quale modo è cambiata la composizione di un quartiere e anche per capire in quale modo si formano gli archivi, le tipologie di documenti e i supporti sui quali sono creati. In un’epoca in cui tutta la documentazione scolastica sembra dematerializzata attraverso l’uso di strumenti digitali può essere utile comprendere quale è stato il percorso di transizione dalla carta al web.
Conclusioni
Per questo lavoro è stato fonte di grande ispirazione il testo di Neil Macgregor, Storia del mondo in 100 oggetti.[12] Macgregor, storico e già direttore del British Museum, autore di mostre molto più controverse di quanto quella istituzione piuttosto conservatrice era solita fare, nel volume e in una serie radiofonica della BBC ha sostenuto che gli oggetti possono essere trattati da tre prospettive: come fonte, come oggetto di analisi o come espediente narrativo. I laboratori in questo saggio vanno in questa direzione. Gli esempi utilizzati mostrano come non ci sia differenza di approccio, nella pratica didattica, tra oggetti musealizzati e oggetti di uso comune.
In definitiva, “non essere un museo” non significa rinunciare alla conoscenza storica, ma scegliere di renderla dinamica, portandola fuori dalle bacheche per farla entrare nelle classi. Come abbiamo visto attraverso i guanti di Poletaev, la bambola Barbie o un telefono ormai muto, l’oggetto non è mai un fine, ma una fonte o un elemento di analisi e sempre un potente espediente narrativo capace di attivare lo sguardo critico degli studenti.
Il valore di questo approccio risiede nella sua capacità di trasformare “scarti umili” o materiali d’archivio spesso trascurati in conoscenza viva. Non serve cercare pezzi rari: la storia si annida nelle pieghe della quotidianità, nelle lapidi che sfioriamo ogni giorno andando a scuola o negli inventari polverosi dei nostri istituti.
Adottare questa metodologia richiede al docente di farsi, in un certo senso, archeologo del presente. Il suo compito è quello di:
- Porre le domande giuste ai resti materiali, affinché smettano di essere semplici “cose” e inizino a raccontare di geostoria, tecnologia e relazioni umane.
- Sviluppare l’empatia storica, permettendo ai ragazzi di “toccare con mano” il passato e confrontarlo con la propria esperienza digitale e dematerializzata.
- Costruire comunità, coinvolgendo le famiglie, le associazioni del territorio, come l’Anpi, in un passaggio di testimone che impedisca alla memoria di esaurirsi con la scomparsa dei testimoni oculari.
In un’epoca dominata dall’effimero digitale, ripartire dalla concretezza degli oggetti permette di costruire una narrazione storica solida, supportata dai documenti e capace di dare un senso al trascorrere del tempo. Perché, in fondo, interrogare un paio di guanti o una vecchia foto di classe significa sempre interrogare noi stessi e il nostro posto nel mondo contemporaneo.
BIBLIOGRAFIA
- Bestiario dell’antropocene. Un Atlante illustrato delle creature ibride. (a cura di N. Nova e Disnovation.org), Moscabianca Edizioni, Roma, 2026
- Cantalupo Ligure, Monumento a Feodor Poletaev, in https://www.isral.it/wp-content/uploads/2018/11/cantalupoligure_cabellaligure.pdf, consultato il 3 aprile 2026
- Baskov, A. Zdanov. Il Soldato Fedor Poletaev, Novosti, Mosca, 1975.
- P. E. Boccalatte e M. Carrattieri (a cura di), Scarpe rotte eppur bisogna andar. Una storia della Resistenza in 30 oggetti., Biblion, Milano 2024
- E. Bricchetto, Scarpe rotte eppur bisogna andar. Una storia della Resistenza in 30 oggetti, a cura di P. E. Boccalatte e M. Carrattieri, in “Novecento.org”, n.23, giugno 2025. DOI: 10.52056/9791257010218/17
- M. Capella, Barbie The Icon, Il sole 24 ore, Milano, 2024
- G. De Felice, L’archeologia del contemporaneo in 10 oggetti, Laterza, Bari-Roma 2024
- A. Ferraris, La memoria del Sessantotto nelle cose. Abiti, oggetti di uso comune, strumenti della politica. “QSC” 64, 2018
- B. Friedan, The Feminine Mistique, Penguin Ldt., New York, 2010
- N. Macgregor, Storia del mondo in 100 oggetti, Adelphi, Milano 2012
- J. Santacana Mestre, N. Llonch Molina, Fare storia con gli oggetti. Metodi e percorsi didattici per bambini e adolescenti, Carocci, Roma 2023
Note:
[1] B. Baskov, A. Zdanov. Il Soldato Fedor Poletaev, Novosti, Mosca, 1975.
[2] si vedano le competenze da acquisire al termine del ciclo primario e del ciclo di secondaria di primo grado alle pagg 71 e 73 in https://www.mim.gov.it/documents/20182/0/Nuove+indicazioni+2025.pdf/cebce5de-1e1d-12de-8252-79758c00a50b?version=1.0&t=1741684578272, consultato il 1 aprile 2026.
[3] Il nostro percorso volto a costruire consapevolezza del passato tramite gli oggetti trae spunto da J. Santacana Mestre, N. Llonch Molina, Fare storia con gli oggetti. Metodi e percorsi didattici per bambini e adolescenti, Carocci, Roma 2023.
[4] Gli insegnanti sanno bene come a volte si debba stravolgere quanto preparato per rispondere a esigenze che sorgono nel momento della somministrazione.
[5] La descrizione di questo laboratorio è piuttosto sommaria, perché è nato in maniera non strutturata. Ho incontrato la classe che come me partecipava a un evento pubblico, nell’attesa del quale abbiamo improvvisato un’attività abbastanza ludica con quello che si trovava nella stanza; come me c’erano alcuni insegnanti e due genitori.
[6] G. De Felice, L’archeologia del contemporaneo in 10 oggetti,, Laterza, Roma-Bari 2024, pag. X.
[7] M. Capella, Barbie the icon Celebration, il Sole 24 ore, Milano, 2024, edizione aggiornata rispetto a quella del 2016, con una timeline che arriva sino al 2024, anno del sessantesimo anniversario della bambola.
[8] cfr B. Friedan, The Feminine Mistique, Penguin Book Ldt, New York, 2010.
[9] Se la prima donna astronauta in assoluto è stata la sovietica Valentina Tereškova (1963), la prima donna occidentale, americana è stata Sally Ride, nel 1983. Durante la conferenza stampa di pre -lancio alla Ride furono rivolte le stesse domande imbarazzanti e offensive che molti anni più tardi sono state rivolte a Samantha Cristoforetti (sulla famiglia, i figli, e alla Ride, persino su come avrebbe risolto il problema del ciclo nello spazio).
[10] cfr. http://intranet.istoreto.it/partigianato/default.asp, consultato il 31 marzo 2026.
[11] https://partigianiditalia.cultura.gov.it/.
[12] cfr. Neil Macgregor, Storia del mondo in 100 oggetti, Adelphi, Milano, 2012.

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