Select Page

La Resistenza tra le pagine

La Resistenza tra le pagine

Copertina di una delle edizioni di Sempione ’45. Crediti: per gentile concessione dell’editore – Tutti i diritti riservati

Abstract

L’articolo analizza la produzione narrativa a tema resistenziale e per ragazzi di Guido Petter al fine di fornire alcuni strumenti pratici ai docenti che vogliono affrontare lo studio di questo periodo storico anche attraverso la letteratura per ragazzi. Petter parte dalla sua esperienza personale di partecipazione alla guerra di Liberazione e, come docente di psicologia, è molto attento, nel comporre i testi, alle caratteristiche dei giovani lettori. Si tratta di due elementi che riteniamo indispensabili per poter fare percorsi di approfondimento storico attraverso i libri e che invitiamo i docenti a ricercare nei testi che decidono di proporre in classe.

____________________

This article analyses Guido Petter’s fiction for young people on the theme of the Resistance, with the aim of providing some practical tools for teachers who wish to explore this historical period through children’s literature. Petter draws on his personal experience of participating in the War of Liberation and, as a psychology lecturer, pays close attention to the characteristics of young readers when composing his texts. These are two elements that we consider essential for undertaking in-depth historical studies through books, and we encourage teachers to look for them in the texts they choose to use in the classroom.

Spesso, quando si affronta un argomento storico, i docenti scelgono di affiancare alle spiegazioni la lettura, autonoma o collettiva di uno o più testi che insistono su quel tema, per fornire la possibilità di ulteriori approfondimenti. Altrove, anche su questa rivista (si veda la prima parte di questo testo e il dossier su “Storia e letteratura”), si è riflettuto a lungo sul rapporto tra storia e letteratura da un punto di vista non soltanto didattico. L’intento di questo contributo è invece provare a offrire alcuni spunti pratici e operativi per utilizzare racconti e romanzi massimizzandone l’efficacia dal punto di vista contenutistico, senza far venire meno il piacere di leggere.

Al centro di questa analisi c’è la produzione di Guido Petter, autore sicuramente molto conosciuto tra chi si interessa di educazione, pedagogia e didattica come docente universitario e psicologo, che però fu anche partigiano sulla riva piemontese del lago Maggiore. Questa sua esperienza è narrata in diversi libri dedicati a preadolescenti e adolescenti.

 

Alcune proposte di lavoro

Il primo libro su cui si propone di avviare un’attività in classe è Sempione’45. Il salvataggio della galleria,[1] dedicato interamente a uno specifico episodio della Resistenza in Ossola, forse non sufficientemente ricordato nemmeno a livello locale. Nelle prime pagine un misterioso personaggio che arriva dal lago per fornire informazioni ai partigiani rispetto all’azione che devono compiere rievoca importanti vicende svoltesi nella zona nel periodo precedente l’aprile 1945.[2] Lo sguardo si allarga poi sul paesaggio, con la descrizione di tutte le valli dell’Ossola, come già in altri romanzi di Petter. Nei capitoli successivi, il lettore è introdotto nella vita partigiana da una serie di informazioni sull’organizzazione delle formazioni, sui luoghi in cui “i ribelli” si radunano, sulle operazioni quotidiane come la preparazione dei pasti.[3] Vengono poi citati i nomi dei grandi comandanti partigiani di queste località: Superti, Moscatelli, Di Dio.[4] Gli elementi per introdurre i lettori alle vicende storiche sono dunque numerosi.

Come lavorare sul testo una volta terminata la lettura? È possibile invitare i ragazzi ad approfondire gli episodi o i personaggi citati, anche per verificare se le informazioni contenute nel romanzo sono corrette. Utili confronti possono essere fatti cercando i riferimenti ai medesimi episodi in altri testi di Petter (li racconta sempre allo stesso modo? Con il trascorrere del tempo, la narrazione cambia? Perché?) o in testi di altri autori che prendono in considerazione gli stessi fatti. Pensiamo alla vicenda che a lungo è stata definita “strage di Meina”.[5] Citata in più testi di questo autore, non ne viene mai fornito il numero esatto di vittime, né emerge la caratteristica di strage diffusa. Non si tratta di una trascuratezza da parte di Petter, che si serve delle informazioni disponibili al momento in cui scrive. Le interpretazioni storiche evolvono e anche questo è un aspetto di cui dobbiamo rendere edotti studentesse e studenti. Spronati a fare una ricerca su questo tema, che consigliamo di svolgere a partire dai materiali elaborati per il progetto Zakhor in occasione dell’Ottantesimo anniversario della strage[6] o analizzando banche dati specifiche sul tema,[7] ragazze e ragazzi scopriranno dettagli che Petter non poteva conoscere, apprenderanno in modo corretto una vicenda di importanza nazionale nella storia della persecuzione razziale, senza sminuire il valore del romanzo che stanno leggendo per il fatto di contenere un’informazione storica ormai superata.[8]

Nelle prime pagine di Sempione ‘45, sempre attraverso le parole del misterioso personaggio che arriva dal lago, si comprendono le preoccupazioni di una mamma e di un papà il cui figlio ha fatto la scelta di salire in montagna,[9] la paura che si prova a un posto di blocco nazista, ma non si tralasciano informazioni più dettagliate, come questa: «Sul bavero della divisa marrone spiccavano due stelle alpine di stagno e due striscioline bianche per i due inverni passati in montagna».[10] Tutto il libro si compone in questo modo, alternando la descrizione del paesaggio a quella delle azioni, intervallando la narrazione con informazioni su comandanti, formazioni, commissari politici, armi, atteggiamento della popolazione e così via. Questo schema vale per Sempione ’45 come per gli altri testi resistenziali di Petter, leggendo i quali è possibile immergersi nel clima della Resistenza venendo a conoscenza di aspetti che spesso non trovano posto nei manuali, ad esempio capendo come si sceglie e quanto vale il nome di battaglia, come si viene accolti in una formazione, cosa significa partecipare a un’azione e perdere un amico. Il valore storico dei testi è quindi indubbio, anche se non sono da usarsi come fonti per la ricostruzione delle vicende contenendo sempre, per il fatto di essere romanzi, anche elementi di fantasia. In un romanzo entrano elementi che non trovano posto nei manuali (le dinamiche, le esperienze personali, etc.), che possono rivelarsi un utile complemento immersivo allo studio e alla comprensione del passato.

 

Il nome di battaglia

Quella del nome di battaglia dei partigiani è una questione presente in molti libri sulla Resistenza di Petter.

Molti partigiani vi rimangono legati ben oltre la fine della guerra e Petter è tra questi. Recentemente ho ricevuto da Nunzia Augeri, scrittrice, traduttrice e moglie di Luciano Raimondi, copia della prima edizione di Che importa se ci chiaman banditi che lo stesso Petter regalò al marito, con una bellissima lettera di accompagnamento. La lettera, del 1994, si apre con “Caro Nicola”, il nome di battaglia di Raimondi e si chiude con “tuo Renzo”, il nome partigiano di Petter, a testimonianza del fatto che, per tutta la vita, i due continuarono a chiamarsi così. Nella lettera Petter definisce il testo che sta donando

un romanzo destinato a un pubblico di preadolescenti […] [in cui NdR] uno dei motivi conduttori è proprio il rapporto tra razionalità e fantasia. Il contributo che può essere dato dall’una e dall’altra alla soluzione di problemi che i protagonisti del libro via via incontrano (l’altro motivo conduttore è quello della ricerca dell’identità, un problema tipico della preadolescenza e dell’adolescenza).[11]

In Che importa se ci chiaman banditi la scelta del nome ha un grande spazio: a Renato, il protagonista, è stato detto di trovarsi un nome di battaglia, ma in fretta. Fino a quando non lo avrà scelto si chiamerà “Provvisorio”. Nome che diventerà definitivo, senza una alternativa da parte sua, il giorno successivo.

Ma come! [pensa Renato] In un mondo di Mitra, Fulgori, Folgori, Frecce, Tigri e D’Artagnan, e, sia pure ad una tonalità minore e più umana, di Nuvole, Primule, Barbe e Barbis, un Provvisorio! Sentiva qualcosa rimescolarglisi dentro, un’insofferenza, un’urgenza che non gli lasciava prendere sonno, e si sentiva arrossire di vergogna sotto la coperta tirata fin sul naso. Guai se avessero continuato a chiamarlo così anche il giorno dopo, era già in ritardo.[12]

Seguono ore agitate, di pensieri intensi, che lo portano alla scelta definitiva:

Gli venne allora in mente che anche Ulisse si era inventato un “nome di battaglia”, per difendersi dal Ciclope. Aveva detto di chiamarsi “Nessuno”, quasi per farsi piccolo piccolo, per annullarsi all’occhio rotondo del gigante, ma poi il Ciclope si era ben dovuto accorgere di chi era questo “Nessuno”, quando gli aveva infilato nell’occhio il palo infuocato. Certo – meditava Renato – non posso farmi chiamare “Nessuno”, il Rosso si schianterebbe dalle risate… A questo punto egli si fece però più attento, sentiva di essere vicino a qualcosa che poteva andar bene. Con gli occhi fissi al soffitto sul quale le ombre andavano attenuandosi col morire della fiamma, inseguiva un’idea che aveva appena intravisto. Ma sì… ”Nessuno” in latino si dice “Nemo” e Nemo è un nome, o almeno assomiglia a un nome. E qualche altro lo aveva già preso, dopo Ulisse: il Capitano Nemo, il misterioso comandante del sottomarino di “Ventimila leghe sotto i mari”. […] Dopo Ulisse – ragionò Renato – che è stato il “Nemo numero uno” è venuto il Capitano Nemo, che possiamo allora considerare come il “Nemo due”. Perché non potrei, io, essere “Nemo tre?”. Sembra un nome da niente, quasi una sigla, e invece quanta roba c’è dietro. Un altro Nemo-tre, nel battaglione, non c’è di sicuro.

Ebbe l’impressione che una forza straordinaria, ma dissimulata e contenuta, gli si diffondesse lungo il corpo rattrappito sotto la coperta, e decise così che quello sarebbe stato il suo nome.[13]

Nell’ultimo passo troviamo di nuovo la corrispondenza tra una necessità della lotta clandestina, quella di assumere un’identità a protezione di sé stessi e dei propri cari, e la ricerca dell’identità da parte degli adolescenti, che non di rado passa attraverso il non utilizzo del nome imposto dalla famiglia. Dopo aver letto questi brani in classe, è possibile invitare studentesse e studenti a cercarsi un nome di battaglia, motivando la scelta.

Scrive ancora Petter:

Già nel mio primo libro (e soprattutto per le modificazioni che ad esso ho apportato durante i vent’anni che hanno preceduto la sua pubblicazione) la competenza acquisita nel campo della psicologia dello sviluppo mi è stata d’aiuto. Uno dei temi della psicologia dell’adolescenza è, per esempio, quello della socialità giovanile e in particolare dei gruppi giovanili. È noto che fra i dodici e i quattordici/quindici anni i ragazzi tendono a stare prevalentemente con i coetanei dello stesso sesso e a formare gruppi come la “banda”, che si dedica ad attività esplorative ed avventurose, ad agire in prevalenza all’aria aperta, a confrontarsi fra loro in sfide o gare di ogni tipo, mentre le ragazze prediligono riunirsi tra loro in altre formazioni estemporanee, alle quali sembra più appropriato il nome di “club”, con attività di carattere più sedentario, che si svolgono di preferenza al chiuso, e consistono in discussioni, scambi di opinioni su libri letti o ragazzi conosciuti, giochi da tavolo, ecc. Nel libro [Una banda senza nome] sono presenti solo figure maschili, di preadolescenti, che operano appunto in due bande rivali, e le figure femminili non compaiono neanche sullo sfondo (cosa che pone il problema, a cui risponderò più avanti, della misura in cui un libro di questo genere possa interessare anche a un pubblico di ragazze).[14]

I modelli per la stesura degli altri testi non sono stati da Petter così esplicitamente dichiarati, ma lo scrittore ci rende partecipi di alcuni scambi avvenuti con i giovani lettori in occasione dei numerosi “incontri con l’autore” che ha svolto nel corso degli anni.

Uno dei miei libri […] era il resoconto dell’esperienza che avevo compiuto partecipando alla Resistenza, come partigiano in una brigata che operava nella bassa Valdossola e intorno al Lago d’Orta. Il mio libro (1976) aveva come titolo Che importa se ci chiaman banditi, che era il primo verso della nostra canzone (quelli che ci chiamavano banditi erano i tedeschi; ma il secondo verso diceva poi: “il popolo ci conosce suoi figli”). Orbene, quel libro era scritto in prima persona, come se le esperienze narrate le avesse compiute un adolescente diverso dall’autore del libro, di nome Renato.

 […] Accadeva però regolarmente che gli allievi che avevano letto il libro – benché in una nota introduttiva io avessi precisato che tutti i fatti in esso narrati erano realmente accaduti e proprio nel modo in cui venivano descritti – mi chiedessero quali parti del racconto fossero vere e quali inventate. Avevano ragione di farlo, perché l’uso della terza persona dava alla narrazione “la forma di un romanzo” (in questo caso di un romanzo a sfondo storico), in cui può ben accadere che certi eventi siano veri e altri solo creati dalla fantasia.[15]

 

Il ruolo della letteratura nell’apprendimento della storia

È lecito domandarsi in che misura ci si possa affidare ai romanzi per l’apprendimento di nozioni storiche o geografiche.

Abbiamo già sottolineato come nell’approccio suggerito da Petter stesso relativamente ai suoi testi, che riteniamo possa estendersi anche ad altri romanzi resistenziali per ragazzi, sia importante il coinvolgimento diretto da parte di lettori e lettrici nello svolgimento di ricerche e approfondimenti su quanto letto per definire una linea di separazione tra il riferimento storico e l’elemento di fantasia. È compito del docente, con una lettura preventiva, verificare la correttezza delle informazioni e dell’uso delle fonti. Che importa se ci chiaman banditi è il testo che più strettamente deriva dalla partecipazione diretta di Petter alla Resistenza e può essere messo a diretto confronto con La Staffetta azzurra, il giornale di stampa clandestina di cui Petter si è occupato.[16] Per la stesura di Sempione ’45. Il salvataggio della galleria l’autore poté giovarsi di un lavoro di ricerca svolto per un’importante pubblicazione sulla guerra partigiana in Ossola e in Valsesia, Il monte Rosa è sceso a Milano di Secchia e Moscatelli, oltre che di un lungo colloquio con Mirko, uno dei partigiani protagonisti della vicenda. L’uso delle fonti, quindi, è presente e a esse, trattandosi di un romanzo, si aggiungono vicende vissute dallo stesso autore nel periodo della sua permanenza nelle formazioni partigiane ossolane e verbanesi, oltre a temi più generali in grado di catturare il giovane lettore: «eventi accaduti a ragazzi o adolescenti che di una vecchia carcassa di corriera, o di una casa in rovina, o di un fienile appartato, o, appunto, di un locomotore in disuso avessero fatto il loro abituale ritrovo».[17] Ritorna qui, accanto all’importanza della veridicità e verificabilità dei contenuti, l’attenzione al modello cognitivo del giovane lettore, che si coglie anche nella scelta dei titoli: Ragazzi di una banda senza nome, Il rifugio segreto, con chiaro riferimento all’abitudine dei giovanissimi di creare un sistema sociale parallelo a quello della scuola o della famiglia nel quale iniziare a esperire relazioni non imposte da vincoli di parentela o dalle istituzioni. La citazione di Petter termina con l’accenno a un locomotore in disuso che – all’interno di Sempione ’45. Il salvataggio della galleria – diventa un vero e proprio personaggio: Bongo. Bongo è un locomotore abbandonato, che il personaggio Tuono ha utilizzato come “rifugio segreto” con gli amici negli anni della spensieratezza prima della guerra. In questa situazione diviene luogo di rifugio per i partigiani, contribuendo in qualche modo al successo dell’azione, ma assume anche un significato simbolico: l’incendio che si sviluppa dopo che viene dato fuoco all’esplosivo accumulato dai nazisti da parte dei partigiani permette di salvare paesi e persone, ma non il vecchio locomotore, che, come in un rito di passaggio, viene sacrificato. Anche Tuono, come Bongo, è un personaggio uscito dalla fantasia di Petter per rispondere all’esigenza di immedesimazione del lettore e compie un perfetto percorso di formazione: al termine della vicenda narrata entra a pieno titolo nella vita adulta, lasciandosi alle spalle gli ultimi elementi dell’infanzia.

Si è precedentemente accennato all’importanza che Petter attribuisce al rapporto che può instaurarsi tra autore e lettore.[18] Egli lo coltivava direttamente, incontrando spesso studenti e studentesse per parlare dei libri che aveva scritto, e lo incoraggiava, come abbiamo visto, anche a distanza, avviando degli scambi epistolari (che lui stesso non disdegnava e indicava utili come alternativa o in aggiunta all’”incontro con l’autore”) per raccogliere suggerimenti e richieste da parte dei lettori che lo hanno spinto anche a intervenire sui testi nelle edizioni successive.[19]

Nel filo del nostro ragionamento, è un punto interessante. Perché questo scambio avvenga, gli insegnanti devono avere cura di inserire nella bibliografia che propongono alla classe almeno alcuni testi di autori viventi, per rendere possibile l’incontro con l’autore, una modalità didattica suggerita da Petter che riteniamo importante coltivare all’interno dei laboratori di lettura. Non mi risulta che siano molti gli autori e le autrici che, come Petter, avendo scritto di Resistenza a partire da una loro diretta partecipazione ai fatti, abbiano poi svolto riflessioni così approfondite sul rapporto con i loro giovani lettori, quindi in un certo senso ancora “interrogabili”.[20] Proprio dal dialogo con i lettori nacque per Petter

una domanda che, nel caso del libro Una banda senza nome io [Petter] ho generalmente rivolto alle ragazze: […] Un libro come questo, in cui si parla solo di ragazzi, a voi è piaciuto? Molto, abbastanza, poco? Chiedendo poi loro di spiegare la risposta. Contrariamente alle mie aspettative (e ai miei timori) le risposte furono sempre positive. Dalle motivazioni addotte ho potuto individuare almeno due delle ragioni dell’interesse espresso dalle ragazze: la prima consiste nel fatto che le vicende narrate erano da loro considerate coinvolgenti indipendentemente dal sesso dei protagonisti; la seconda, nel fatto che il racconto offriva alle ragazze un’occasione per conoscere da vicino il mondo dei maschi, per ascoltarli parlare, per essere in un certo senso, idealmente, in mezzo a loro![21]

Da altri incontri avuti con i lettori dei suoi testi, Petter aveva intuito che il tema dei legami sentimentali che possono sorgere tra i protagonisti dei libri era particolarmente interessante per le ragazze.

[Nel] racconto Le torri del tesoro […] fra due dei protagonisti, Roby e Barbara, nasce un piccolo idillio, sia pure appena accennato. Ebbene molto frequentemente, e specialmente dalle ragazze, mi si è chiesto come avrebbe potuto andare avanti quel racconto sentimentale che si era appena acceso, e se pensavo di raccontarli scrivendo un altro libro che fosse il seguito di quello che avevano letto. L’insistenza con cui questa richiesta mi veniva fatta mi ha alfine indotto a scriverlo, quel seguito, nel libro Una magica estate (1999), ove i personaggi sono gli stessi tre, più una loro amica, e il tema di fondo diviene appunto quello dei primi innamoramenti adolescenziali.[22]

Questa riflessione di Petter mi offre l’occasione per porre la questione del rapporto tra “letteratura giovanile e genere”, intorno alla quale gli esperti e le case editrici da diversi anni si interrogano.[23] Entrando in una libreria (ma accade anche con i negozi di giocattoli), è spesso possibile vedere che esistono due sezioni: una dedicata ai ragazzi e una dedicata alle ragazze, come se ciò implicasse la necessità di diversificare le letture. Il tema è interessante, ma non c’è qui la possibilità di affrontarlo in modo esaustivo.[24] Rispetto alla Resistenza, però, sappiamo bene che il ruolo e la partecipazione femminile solo in tempi molto recenti hanno iniziato a essere indagati in modo approfondito. Dobbiamo quindi chiederci se questa scarsa attenzione al mondo femminile è stata trasferita anche nella letteratura resistenziale, in particolare in quella dedicata ai giovani e alle giovani, creando in qualche modo una distanza tra le ragazze e i libri che la trattano.

Possiamo considerare ancora oggi utili i testi di Petter a una pedagogia della Resistenza, alla conoscenza delle vicende storiche? Si prestano ancora all’utilizzo che lui stesso ci ha raccontato? Possono essere il punto di partenza, attraverso confronti con pubblicazioni più recenti, per riflettere su figure di resistenti donne?[25] Seguendo il suo invito a problematizzare, queste sono alcune delle domande che dovrebbero guidare la discussione collettiva sui testi di questo autore.

 

Petter autore di resistenza per ragazzi e i suoi lettori

È lo stesso Petter a raccontarci le modalità in cui avvenivano i contatti e gli incontri con le classi, raccontando l’esempio di una classe quinta della scuola primaria di Castelfranco, in provincia di Pisa, i cui  allievi avevano compiuto in classe una lettura collettiva, del libro Ci chiamavano banditi, , come scrivono all’autore i loro due insegnanti:

Era un piovoso pomeriggio di inverno e la nostra classe era immersa pigramente nella lettura. Si sentiva solamente, di tanto in tanto, il frusciare delle pagine voltate. Due bambine, sedute accanto, seguivano attente le pagine di Ci chiamavano banditi. Si tenevano per mano e tremavano. Una delle due silenziosamente piangeva. Affascinati da tanta emotività, abbiamo deciso di leggerlo tutti insieme, quel libro. A voce alta. Mai nulla nel nostro lavoro di studio sulla Seconda guerra mondiale ci aveva coinvolto con tanta decisione, con tanta energia: non il sussidiario, non le visite ai musei, non le gite sui luoghi delle stragi…[26]

Petter precisa poi che

Mentre era ancora in corso la lettura, uno dei due insegnanti mi telefonò invitandomi a incontrare i suoi allievi. Io gli espressi la mia perplessità per il fatto che un libro da me ritenuto adatto per ragazzi di seconda o terza della scuola secondaria di 1° grado fosse stato proposto a bambini di una quinta della primaria, ma egli mi assicurò che i suoi allievi lo stavano leggendo con grande impegno e forte coinvolgimento. Così fissammo l’appuntamento per la metà di aprile. L’incontro fu intenso, affollato di domande e si concluse poi con la refezione, alla quale fui coralmente invitato.[27]

La corrispondenza con i docenti prosegue oltre l’incontro e Petter viene informato dell’intenzione, durante l’estate, di fare con gli studenti una visita ai luoghi descritti nel libro, proposta che incontra da parte dello scrittore perplessità che vengono espresse ai docenti.[28] Nel fare presenti le difficoltà di visita ai “luoghi di memoria”, Petter si limita a elencare gli ostacoli effettivi: l’Ossola è una zona in cui gli spostamenti con i mezzi pubblici non sono semplici né veloci. Passare da una valle all’altra richiede tempo e un buon allenamento, perché alcuni tratti sono percorribili solo a piedi. Sebbene le descrizioni di Petter siano molto accurate, alcuni passaggi dei libri (e molte delle difficoltà della vita dei partigiani) si comprendono solo “camminandoli”, spostandosi fisicamente sui luoghi. L’importanza della visita ai luoghi non viene messa in discussione ed è oggi al centro di tante attività didattiche sulla Resistenza, favorita dal fatto che molti siti si sono attrezzati per accogliere gruppi di studenti. Progettare i percorsi a partire da quanto letto, coinvolgendo direttamente i ragazzi e non affidandosi a una agenzia di viaggi, è un ottimo compito di realtà,[29] che ci sentiamo sicuramente di consigliare.

Il progetto venne realizzato nonostante il tentativo di dissuasione.

Ai primi di agosto ricevetti una cartolina firmata dai due insegnanti e da alcuni loro allievi. Avevano attuato davvero il progetto e mi citavano i luoghi, significativi per le vicende descritte nel libro, che erano riusciti a raggiungere e a visitare. Una cosa che mi colpì più delle altre fu che ogni allievo, accanto alla sua firma aveva messo, fra parentesi, anche il nome di battaglia che si era scelto, proprio come avevano fatto i partigiani descritti nel libro.[30]

Abbiamo già ragionato sull’importanza del nome di battaglia e sulle diverse modalità con cui è possibile sceglierlo. Si tratta di un esercizio che faccio sempre fare nelle classi quando avviamo un percorso didattico sulla Resistenza (e da quel punto in avanti ci chiamiamo così in ogni incontro) e i risultati sono sempre sorprendenti.

 

Per concludere

Si è deciso di riportare queste esperienze per diversi motivi. Da un lato, per confermare la validità degli scritti dell’autore preso in esame e per avere strumenti che aiutino ad individuarne altri con le stesse caratteristiche di più recente pubblicazione; dall’altra per dimostrare che percorsi di apprendimento che abbiano al centro il libro e la lettura non sono di semplice né rapida realizzazione ed efficacia. Il gruppo dei lettori va conosciuto, da parte del docente, per fornire percorsi personalizzati. L’abitudine alla lettura va creata nel tempo, perché diventi piacevole e stimoli l’apprendimento, quindi non bisogna aspettarsi, anche con una buona bibliografia, un setting adatto, il giusto tempo a disposizione, che tutto funzioni al primo o al secondo tentativo. Importante, infine, è non confinare il tempo e lo scopo della lettura a una prova valutativa. Certo, a scuola ci si deve misurare anche con questo aspetto, ma la scheda di lettura, l’interrogazione puntuale, non sono evidentemente i mezzi più adatti a trarre dal laboratorio di lettura il massimo dei vantaggi da un punto di vista dell’apprendimento, soprattutto quando si utilizzano testi di argomento storico. Tutto ciò che Petter ha suggerito, dagli approfondimenti all’incontro con l’autore, e tutto ciò che i docenti sperimentano e progettano incessantemente sono da questo punto di vista molto più efficaci e stimolano lo sviluppo del processo critico, oltre che il piacere insito all’atto di leggere, che, ricordiamolo, non è di per sé né naturale, né semplice.

La grandezza e l’efficacia degli scritti resistenziali per ragazzi di Petter si trova, oltre che nella conoscenza della materia che tratta, nella sua capacità di raccontare tenendo conto delle caratteristiche specifiche del lettore che si è prefisso di conquistare. Capacità che possiamo ritenere derivasse dalla sua attività, di primissimo piano, di docente di psicologia, come lui stesso dichiara in diverse occasioni, ma non solo[31]. Ci sono l’accuratezza nella scrittura e nella ricerca delle fonti, la continua messa in discussione delle proprie scelte stilistiche a seguito del dialogo diretto con i lettori, il grande rispetto che si percepisce nei loro confronti attraverso le pagine.

I testi che “Renzo” dedica alla narrazione del periodo 1943-45, che raccontano così bene la vicenda resistenziale nel Nord del Piemonte, sono inoltre storie di coraggio nelle quali è possibile ritrovare, come era nella personalità del loro autore, valori oggi al centro dei percorsi di educazione civica: il rifiuto della violenza, dell’ingiustizia e della crudeltà gratuita, il senso di lealtà e quello dell’amicizia e della solidarietà, l’importanza di assunzione di responsabilità. Tutti ancora validi e proponibili anche nel contesto attuale.

 


Note:

[1] G. Petter, Sempione ’45. Il salvataggio della galleria. Interlinea, Novara 2006.

[2] Le vicende citate, come già scritto, sono molto note anche al di fuori del territorio: la strage di ebrei sui laghi Maggiore, Orta e Mergozzo nel settembre 1943; la battaglia di Megolo del febbraio 1944, l’eccidio di Fondotoce del giugno 1944. La Repubblica dell’Ossola dell’ottobre 1944.

[3] Anche questi solo elementi che possiamo ritrovare nei diversi romanzi resistenziali di Petter.

[4] Si tratta di tre figure molto conosciute.

[5] Mi riferisco qui alla strage diffusa che coinvolse tra il settembre e l’ottobre 1943 più di 50 ebrei a vario titolo presenti nelle località di Arona, Baveno, Bée, Intra, Meina, Mergozzo, Orta, Stresa, località oggi appartenenti alle province di Novara e del Verbano Cusio Ossola. Altri quattro ebrei furono catturati a Novara, da dove vennero, come è stato recentemente appurato, avviati alla deportazione verso Auschwitz. Un cono d’ombra e alcune false vulgate, non sufficientemente suffragate dall’attento studio dei documenti, sono presto calati su questi fatti, non dissipati nemmeno dai processi, e solo in tempi recenti è stato possibile fornire alla vicenda contorni più chiari e netti, sebbene rimangano diversi aspetti da chiarire.

[6] https://it.gariwo.net/magazine/shoah-e-nazismo/zakhor-la-memoria-che-vive-a-80-anni-dalleccidio-di-meina-26510.html

[7] https://www.casadellaresistenza.it/la_storia/eccidio_lago_maggiore

[8]  Un’attività che si può proporre terminata la lettura è la visita ad alcuni dei luoghi in cui la strage si è perpetrata, che dal 2023 sono identificati da un totem informativo. Questo permetterebbe, come lo stesso Petter auspica, una maggiore conoscenza da parte dei ragazzi e delle ragazze dei luoghi in cui le vicende resistenziali si sono consumate.

[9] “Hai veduto mio figlio di recente?” “Quindici giorni fa. Sta bene. È in Antrona, sempre con quelli di Mirko” […] “Che aspetto aveva?” “Magro. Ma solido. L’aria di qui gli fa bene. E anche lo stare con Mirko” “Noi viviamo in ansia ogni giorno. Mia moglie trema quando qualcuno suona alla porta. E si resta così finché arriva una sua cartolina. Ma anche quando arriva sono già passati quattro o cinque giorni, e in quel tempo può essere successo di tutto”. Guido Petter, Sempione ’45. Il salvataggio della galleria, Interlinea, 2025, pag. 20.

[10] Petter, 2025, p. 24. In G. Petter Che importa se ci chiaman banditi,Giunti, Bologna 1976, lo stesso particolare è così descritto: «I partigiani stavano ad ascoltare e osservavano silenziosi. Avevano capelli lunghi e barbe non fatte, non avevano divise, tranne Mitra e un altro che erano vestiti interamente di marrone, con due piccole stelle alpine sui baveri. Tutti portavano cinturoni, giberne, pistole, berretti militari e uno aveva anche una cuffia di lana» (p. 32).

[11] G. Petter, lettera a Luciano Raimondi, archivio privato di Nunzia Augeri.

[12] Petter, 1976, p 82.

[13] Petter, 1976, pp.84-85

[14] G. Petter, La narrativa a scuola. Il lavoro sul testo e l’incontro con l’autore, Erikson, Trento 2007, pp. 75-76.

[15] Petter, 2007, pp. 77-76.

[16] Questa possibilità è stata presentata nell’articolo E. Mastretta, Li chiamavano banditi. Raccontare la Resistenza nelle scuole del primo ciclo, in “Novecento.org”, n. 17, giugno 2022. DOI: 10.52056/9791254691090/25.

[17] G. Petter, “Come è nato il racconto”, in G. Petter Sempione ’45. Il salvataggio della galleria. Interlinea, 2006, pag. 114.

[18] In occasione dell’uscita della ristampa di Sempione ’45. Il salvataggio della galleria sono entrata in contatto con Anna Petter, che mi ha confermato l’importanza che il rapporto con i giovani lettori aveva per il padre.

[19] Le osservazioni fatte all’edizione di Che importa se ci chiaman banditi nella forma in terza persona dell’edizione del 1976 portano l’autore all’utilizzo della prima persona nell’edizione del 1996, che ha anche un nuovo titolo: Ci chiamavano banditi. La stessa operazione viene fatta sul libro autobiografico L’inverno della grande neve del 1983, che viene portato dalla terza alla prima persona nell’edizione del 2004.

[20] Petter rispondeva personalmente a tutti i ragazzi e le ragazze che gli scrivevano.

[21] Petter, 2007, p. 98. Su questo tema sono molto interessanti le pagine 7 e 8 del testo G. Petter, Nel rifugio segreto, Giunti, Bologna 1998, in cui Arianna elenca le sue letture preferite, i sentimenti che suscitano in lei, il ruolo che le offrono nel rapporto con i suoi amici, a cui rimando.

[22] Petter, 2007, p. 100. Il libro Le torri del tesoro è uscito nel 1991 per Mursia.

[23] Si rimanda alla discussione che si è aperta nel 2013, quando Newton Compton aveva pubblicato due proposte: I magnifici capolavori della letteratura per ragazze e I magnifici 7 capolavori della letteratura per ragazzi, con copertina verde-azzurro. Nel primo sei autrici su sette, sentimenti e protagoniste rigorosamente femmine; nel secondo tutti autori, avventura e protagonisti maschi. La questione, in un’ottica più ampia, è stata sollevata a partire dagli anni Settanta con lo studio di E. G. Belotti, Dalla parte delle bambine. L’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita, Feltrinelli, Milano 1973.

[24] Si rimanda a un contenuto di Roberta Favia, che sostiene un pensiero che condivido: «La letteratura è sempre al di sopra di ogni forma di pregiudizio e stereotipo e agisce sulla formazione del pensiero critico», https://www.youtube.com/watch?app=desktop&v=Z6xi8DCWSts&t=345s.

[25] In anni recenti, ci sono state diverse pubblicazioni per ragazzi e ragazze che hanno offerto esempi di partecipazione femminile: A. Roveda, S. Natalini, Una partigiana di nome Tina, Coccole Books, Belvedere Marittimo (CS) 2017; T. Anselmi, La Gabriella in bicicletta. La mia Resistenza raccontata ai ragazzi, Manni, Verona 2019; L. Romoli, Luce. Storia di una partigiana, People, Busto Arsizio (VA) 2022; V. Stecchi, Lidia, People, Busto Arsizio (VA) 2023 (Graphic Novel). La casa editrice People ha pubblicato nel 2022 anche il testo Partigiane, contenente tra le altre le biografie di Ada Gobetti, Teresa Mattei, Renata Viganò, Ursula Hirschmann e l’anno successivo ne ha realizzato una versione illustrata a colori con lo stesso titolo.

[26] Petter, 2007, p. 111.

[27] Petter, 2007, p. 111..

[28] «Alla fine di giugno ricevetti dai due insegnanti, Luca Randazzo e Ilaria Ferretti, una lettera con la quale mi comunicavano la loro intenzione di visitare, in luglio, con alcuni loro allievi, i luoghi in cui si erano svolti gli eventi descritti nel libro, e di parlare con qualcuno degli abitanti del luogo che nel libro erano nominati e che a tali eventi avevano partecipato e assistito. […] Io risposi esprimendo la mia perplessità che un tale programma potesse essere attuato in piena estate, senza un veicolo proprio, in una zona, (l’Ossola), così lontana da Pisa, visitando luoghi piuttosto lontani tra loro. Feci anche presente che taluni luoghi erano nel frattempo cambiati (dove c’era una piccola pineta in cui avevamo avuto un nostro accampamento e si erano svolti alcuni fatti descritti nel libro, adesso passava un’autostrada; nei paesi erano spariti le stalle e i fienili dove si erano svolti altri eventi, etc.). Feci pure notare che le persone che essi pensavano di intervistare, quasi tutte già adulte ai tempi dei fatti narrati, dopo quasi sessant’anni erano probabilmente scomparse, o difficilmente reperibili». Petter, 2007, p. 112.

[29] Negli anni precedenti, con la collaborazione di Catrin Vimercati, abbiamo, come Istituto Storico “Piero Fornara” promosso diversi corsi di formazione per docenti relativi al mondo di Wikipedia e dei suoi diversi applicativi. Oltre a quelli relativi alla corretta compilazione delle voci dell’enciclopedia libera, è stato realizzato un corso per caricare itinerari su Wikivoyage. Questo è uno dei prodotti scaturiti da quella formazione: https://it.wikivoyage.org/wiki/Percorso_24_ottobre_1944.

[30] Petter, 2007, p. 112.

[31] In una lezione del 2009, (https://www.youtube.com/watch?reload=9&v=YX1mVrpxGAQ) Petter affermava che tre sono i compiti principali di un docente: favorire negli allievi la crescita come persone, la crescita culturale e intellettuale, coinvolgerli pienamente nelle attività. Perseguendo questi tre, si ottiene in modo naturale un quarto risultato: si sviluppa un rapporto di stima e affetto tra docente e discente che rende l’insegnante un modello a cui l’allievo tende. Considerato il luogo di nascita di Petter e quelli in cui ha partecipato alla guerra di Liberazione, è abbastanza facile accostare il suo pensiero a quello di un altro grande Maestro, Gianni Rodari, che affermava: «Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo? Se si mettessero insieme le lacrime versate nei cinque continenti per colpa dell’ortografia, si otterrebbe una cascata da sfruttare per la produzione dell’energia elettrica. Ma io trovo che sarebbe un’energia troppo costosa».