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Fare Memoria: un percorso didattico sui campi di internamento tra storytelling digitale e webquest

Fare Memoria: un percorso didattico sui campi di internamento tra storytelling digitale e webquest

Una foto di quanto rimane oggi del campo di Ferramonti di Tarsia, il più grande campo di internamento fascista in Italia.
Crediti: Salvatore Migliari, CC BY 3.0, Collegamento

Abstract

In occasione del 27 gennaio 2023, la pluriclasse I-II F della Scuola Secondaria di I grado di Montesano sulla Marcellana è stata coinvolta in un percorso didattico incentrato sulla riscoperta delle storie degli ebrei internati nel Vallo di Diano, tra cui il campo di concentramento di Campagna e le sedi di internamento libero. Attraverso la partecipazione empatica, l’analisi di fonti storiche e tecniche didattiche attive come lo storytelling digitale e il webquest, gli studenti hanno ricostruito – mediante alcune biografie – le vicende storiche più generali e sviluppato un maggiore spirito critico.

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On the occasion of January 27, 2023—International Holocaust Remembrance Day—the combined classes I-II F of the Middle Secondary School in Montesano sulla Marcellana took part in an educational project focused on rediscovering the stories of Jews interned in the Vallo di Diano area, including the concentration camp of Campagna and sites of free internment. Through empathetic participation, analysis of historical sources and active teaching techniques such as digital storytelling and webquests, the students reconstructed – by means of some biographies – more general historical events and developed a more critical spirit.

“Fare Memoria non è semplicemente ricordare il passato. Fare Memoria è conoscere le storie del passato perché quelle storie diventino nostre. È provare empatia con quanto accaduto perché si possa arrivare, di conseguenza, a cambiare noi stessi. E a cambiare il presente”.

Matteo Corradini

Il contesto storico e la metodologia

«Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre».[1] Così scriveva Primo Levi in Se questo è un uomo nel 1958.

Partendo dal presupposto e dalla convinzione che la memoria storica sia uno strumento essenziale per contrastare l’indifferenza e il pressappochismo della società contemporanea, si è deciso di strutturare un’attività che consentisse agli studenti di costruire autonomamente il sapere, guidati da un approccio metodologico rigoroso ma coinvolgente.

Tuttavia, nella consapevolezza che la memoria in sé — come osserva anche David Bidussa[2] — rischia di non bastare se non è accompagnata da una forte dimensione emotiva e personale, si è pensato un percorso che facesse emergere il “fattore umano” della storia.

Attraverso l’incontro con testimonianze dirette e narrazioni biografiche, gli studenti sono stati guidati non solo a conoscere i fatti, ma anche a provare empatia, elemento indispensabile per contrastare l’indifferenza in un tempo in cui i testimoni diretti della Shoah sono ormai pochissimi.[3] Inoltre il progetto ha permesso agli studenti di comprendere che la Shoah e le leggi razziste non furono eventi lontani, ma realtà che hanno lasciato segni anche nel nostro territorio.

Il punto di partenza: il fenomeno dell’internamento civile fascista (1940–1943)

Dopo un’introduzione storica sulla Shoah e sulle leggi razziste del 1938, ci si è concentrati sul fenomeno dell’internamento degli ebrei stranieri, apolidi e italiani, che interessò anche il Sud Italia, in particolare il Salernitano.

Con l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, infatti, il regime fascista mise in atto una vasta politica di internamento civile che colpì principalmente ebrei stranieri, apolidi, sudditi di Stati nemici, antifascisti e sospetti dissidenti. La misura non si basava su reati commessi, ma su una logica di prevenzione e controllo tipica dei regimi totalitari: la sicurezza dello Stato veniva anteposta ai diritti individuali[4]. L’ internamento si articolava in due principali modalità:

  • Internamento libero: il soggetto era obbligato a risiedere in un comune stabilito dal Ministero dell’Interno, con libertà di movimento e comunicazione fortemente limitate. Era sottoposto a sorveglianza, non poteva allontanarsi, né possedere radio o stampa estera. Tuttavia, poteva vivere in abitazioni private o pensioni.
  • Internamento in campi: il soggetto veniva detenuto in strutture riadattate (scuole, conventi, caserme dismesse), spesso in condizioni igienico-sanitarie precarie e sotto costante sorveglianza.

Essi vennero predisposti principalmente in luoghi periferici, lontani dai centri urbani, da vie di comunicazione principali, e in aree isolate dal punto di vista politico, culturale e sociale. Questo isolamento aveva l’obiettivo di rendere più facili il controllo e la sorveglianza delle persone internate, evitando che potessero entrare in contatto con la popolazione locale (anche se numerosi furono i casi in cui ciò avvenne, innescando meccanismi di solidarietà e rispetto reciproco) o con i movimenti di opposizione. Le strutture riadattate a campo di internamento in genere non erano  in condizioni igieniche adeguate, contribuendo così al deterioramento delle condizioni di vita degli internati. Tra il 1940 e il 1943 vennero attivati circa 50 campi di internamento su tutto il territorio nazionale.[5]

I più noti furono quelli di Ferramonti di Tarsia[6] (il più grande) in Calabria e Campagna[7] nel Salernitano. È utile precisare che, sebbene queste strutture non fossero assimilabili ai più tristemente noti campi di sterminio, esse rappresentavano comunque una forma di reclusione arbitraria, con condizioni di vita difficili e legate alle risorse locali. In alcuni casi, gli internati riuscirono a mantenere una certa autonomia culturale e religiosa.

Il fenomeno rivela la specifica responsabilità del fascismo nella persecuzione antiebraica, antecedente all’occupazione nazista. Dopo l’8 settembre 1943, i campi vennero chiusi o trasformati in punti di raccolta per le deportazioni verso i lager tedeschi, segnando il passaggio alla fase più tragica della persecuzione.

Il territorio meridionale del Salernitano si prestava particolarmente all’internamento libero. La sua posizione periferica, il ritardo infrastrutturale e l’isolamento culturale e politico fecero del Vallo di Diano luogo  ideale per questo tipo di misura.

Il database degli internati ebrei in Italia curato da Annamaria Pizzuti[8] segnala la presenza di numerosi ebrei internati nel comprensorio del Vallo di Diano, nei comuni di Polla, Teggiano, Sala Consilina, Buonabitacolo e Padula.

In questo territorio, segnato da un fragile equilibrio tra consenso e dissenso,[9] il fascismo trovò un contesto favorevole per attuare la sua politica di controllo. Tuttavia, la reazione della popolazione locale non fu univoca. Se in alcuni casi prevalse la diffidenza e il distacco, in molti altri emerse una concreta solidarietà. Alcuni internati riuscirono a integrarsi nella vita quotidiana del paese, offrendo il proprio contributo come insegnanti, collaboratori artigiani, impiegati, intrecciando legami umani che ancora oggi emergono nelle memorie di chi li conobbe.

Per approfondire alcune di queste storie individuali, a studenti e studentesse è stata proposta la lettura di articoli della stampa locale e nazionale, attraverso la quale hanno scoperto storie come quella di Max Tanzer e Chaim Pajes,[10] medici internati a Campagna, e di Heinz Skall,[11]  internato a Sala Consilina, la cui vicenda si intreccia con un amore nato nonostante le difficoltà del periodo.

Bibliografia
  • S. Capogreco, Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo di concentramento fascista, La Giuntina, Firenze, 2004.
  • Di Stasi, R. Mazzei, La finestra della libertà. Frontiera per un’altra Europa. Storie degli internati ebrei di Campagna, Edizioni Edup, Novara, 2015
  • Lughezzani, La lunga strada sconosciuta- una famiglia ebrea nella morsa del nazifascismo, Marlin, Cava dei Tirreni, 2013;
  • Campagna, Racconti che sopravvivono – le storie dei testimoni e del campo, Albatros Il Filo, Roma, 2019;
  • A. Pizzuti, Vite di carta, Donzelli Editore, Roma 2010.

 

Il webquest e l’analisi delle fonti

Per approfondire il fenomeno dell’internamento, è stato creato un webquest utilizzando Google Sites,[12] uno strumento che ha permesso agli studenti di navigare in modo guidato tra fonti documentarie e archivi digitali.

Partendo dal database di Pizzuti,[13] i ragazzi hanno incrociato dati anagrafici con altre fonti disponibili online, come l’archivio del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC),[14] per ricostruire le storie di alcuni ebrei internati nel Vallo di Diano.

Organizzati in gruppi di tre o quattro componenti, gli alunni hanno affrontato un doppio livello di approfondimento: uno comune, relativo alla conoscenza generale del sistema dei campi fascisti, e uno specifico, finalizzato alla ricostruzione del vissuto di alcuni internati, cui hanno cercato di restituire un volto e una storia. Ogni gruppo ha assegnato ruoli ai propri membri, selezionato fonti, elaborato una presentazione multimediale e condiviso il lavoro svolto in una restituzione collettiva. L’attività si è conclusa con la compilazione di un questionario di autovalutazione individuale e la redazione condivisa di un documento di sintesi, esito finale del percorso di ricerca. immagini>

Lo schema può essere replicato o adattato ad altri contesti locali dove si intenda indagare il fenomeno dell’internamento (Lucania, Abruzzo, Calabria, Marche, ecc.), lavorando su fonti locali, archivi comunali, memorie familiari, testimonianze orali e banche dati nazionali (es. CDEC, Atlante dei luoghi dell’internamento, ecc.).

Schema webquest – Estendibile ad altri contesti territoriali

Titolo del percorso: “Ridare un volto alla memoria.  L’internamento fascista in Italia: un’indagine territoriale”

Fasi del webquest

1. Introduzione
Il docente introduce il contesto storico nazionale tramite una lezione frontale, soffermandosi sul fenomeno dei campi di internamento fascisti e sull’“internamento libero” praticato in molti piccoli comuni italiani.
Si presenta il territorio di riferimento scelto (es. Vallo di Diano, Lucania interna, area appenninica abruzzese, ecc.) e si esplicita l’obiettivo:
–          Restituire voce e volto alla memoria di chi fu internato attraverso l’uso critico delle fonti.

2. Formazione dei gruppi e ruoli
Gli studenti sono suddivisi in gruppi di 3 o 4 membri, con compiti differenziati e ruoli assegnati dal/la docente:
–          Coordinatore della ricerca
–          Responsabile della pubblicazione
–          Responsabile del diario di bordo
–          Addetto alla navigazione e archiviazione delle fonti

3. Compito comune
Tutti i gruppi affrontano una fase di ricerca condivisa su:
–          Il funzionamento dei campi di internamento fascisti
–          Le caratteristiche dell’internamento libero
–          L’organizzazione dell’internamento nei piccoli comuni italiani (fonti storiografiche e digitali)
–          Il ruolo delle autorità locali (prefetti, podestà, carabinieri)

4. Compito specifico per ciascun gruppo
Ogni gruppo lavora su un caso di studio specifico, scelto in base al contesto territoriale di appartenenza della scuola o dei familiari del gruppo stesso. Ad esempio un gruppo si occuperà  della ricostruzione della biografia tramite fonti secondarie  disponibili,  un altro  curerà  l’analisi di testimonianze familiari, carteggi, ecc. Un altro ancora si dedicherà  allo studio di fonti d’archivio locali o documenti  amministrativi, ecc.
In questa fase si utilizzano schede di analisi delle fonti, fornite dal docente, per favorire l’approccio critico e guidato.

5. Produzione del compito autentico
Ogni gruppo realizza una presentazione multimediale (PowerPoint, Canva, poster digitale o podcast) strutturata in:
–          Introduzione storica
–          Analisi delle fonti
–          Ricostruzione del vissuto individuale o collettivo
–          Documentazione visiva e testuale
–          Fonti e sitografia

6. Presentazione e condivisione
I gruppi condividono i propri risultati con il resto della classe.
Si attiva un momento di riflessione storica collettiva, che mette a confronto narrative diverse, tipologie di fonti e esperienze personali degli internati, facendo emergere connessioni e nuove domande storiografiche.

7. Autovalutazione
Ogni studente compila un questionario di autovalutazione, che include:
–          Livello di partecipazione
–          Grado di comprensione storica
–          Capacità di lavoro in gruppo
–          Difficoltà incontrate
–          Conoscenze e competenze acquisite

8. Sintesi collettiva – compito di realtà
Tutti i gruppi collaborano alla redazione di un prodotto storico finale, che può assumere forma di:
–          Dossier digitale
–          Narrazione storica collettiva
–          Esposizione pubblica/documentario/docufilm
–          Mappa tematica interattiva dei luoghi dell’internamento.

Gli esiti della ricerca

La vicenda umana di Adolfo Zippel
Uno dei casi più significativi emersi dalla ricerca è stato quello di Adolfo Zippel, un giovane ragioniere torinese internato a Padula. Attraverso l’analisi di documenti dell’Archivio Comunale di Padula,[15] testimonianze scritte e orali (tra cui quella della figlia Daniela Zippel), e la consultazione della testimonianza scritta del figlio,[16] Jacopo Zippel, gli studenti hanno ricostruito la vicenda di Adolfo, internato prima a Campagna e poi a Padula, dove visse un periodo relativamente sereno grazie alla solidarietà della popolazione locale.

La storia di Herta Zippel Milgrom e il legame con Elisa Springer
La vicenda di Adolfo Zippel, che riuscì infine a salvarsi rifugiandosi in Svizzera e diede poi un importante contributo nella riorganizzazione della comunità ebraica milanese di matrice ashkenazita, si intreccia tragicamente con quella della sorella Herta Zippel Milgrom.
Herta, che si era già trasferita in Palestina, tornò in Italia nel tentativo di aiutare la sua famiglia a fuggire dopo l’8 settembre 1943. Purtroppo, insieme al marito Isaac Milgrom e ai due figli piccoli, Cami e Rea, fu arrestata al confine italo-svizzero. La famiglia fu deportata ad Auschwitz, dove tutti trovarono la morte.
La storia di Herta e della sua famiglia è stata raccontata da Elisa Springer, sopravvissuta alla Shoah, nel suo libro Il silenzio dei vivi.[17] Springer, che conobbe personalmente i Milgrom prima nel carcere di San Vittore e poi  ne condivise con  il viaggio verso il campo di concentramento, descrive con profonda empatia il loro dramma, sottolineando l’innocenza dei bambini e la crudeltà del destino che li ha travolti. La lettura di brani tratti dal libro ha permesso agli studenti di entrare in contatto diretto con la voce di una testimone, rendendo la storia ancora più vivida e toccante.

La vicenda di Eugenio Werndorfer 
Un altro risultato significativo del progetto è stata la ricostruzione della storia di Eugenio Werndorfer, un internato la cui vicenda era rimasta finora del tutto inedita. Nato a Fiume il 27 novembre 1893, figlio di Guglielmo Werndorfer e Elena Schwarzenberg, Eugenio fu internato prima a Campagna (SA) il 28 luglio 1940, poi a Polla (SA) il 21 ottobre 1942 e infine a Offida (AP) il 22 gennaio 1943.
Durante il suo internamento, chiese ripetutamente di poter tornare a Fiume, dove arrivò il 17 luglio 1943 dopo essere stato prosciolto. Tuttavia, il 10 febbraio 1944 fu arrestato insieme ai genitori e deportato alla Risiera di San Sabba, per poi essere trasferito ad Auschwitz, dove morì in data ignota. La nipote Aurelia Werndorfer, sostenuta dalla sua famiglia, ha voluto rendere omaggio alla memoria dei suoi cari facendo posare tre pietre d’inciampo a Fiume nell’ottobre 2022, in prossimità della loro abitazione[18]. Nel maggio 2023 inoltre, Aurelia, ha visitato i luoghi dell’internamento dello zio a Campagna e Polla,[19] dopo un contatto personale.  Questa storia ha permesso a studenti e studentesse di comprendere come la memoria possa essere mantenuta viva attraverso gesti concreti e personali.

Lo storytelling digitale e la drammatizzazione

Il percorso si è concluso con la creazione di un docufilm[20] in cui gli studenti hanno drammatizzato le storie raccolte, dando voce ai protagonisti attraverso un lavoro di scrittura creativa e recitazione. In particolare, tramite la scrittura collaborativa sono state predisposte le biografie dei tre internati: Adolfo Zippel, Heinz Skall ed Eugenio Werndorfer. La stesura del copione e la realizzazione delle riprese è avvenuta sotto la supervisione attenta dei docenti curricolari.[21]

Il lavoro si è articolato in più fasi, coinvolgendo studenti e studentesse in vari ruoli: alcuni hanno recitato, altri hanno curato le riprese video, altri ancora si sono occupati del trucco, della preparazione scenica o hanno seguito il montaggio del materiale e la sonorizzazione. Ogni fase ha richiesto impegno e competenze specifiche: espressive e comunicative nella recitazione; competenze digitali e tecniche per l’uso di videocamere, microfoni e software di montaggio; abilità organizzative e creative nella gestione delle scenografie e del trucco.  Questo approccio ha permesso di trasformare i dati storici in narrazioni emotivamente coinvolgenti, favorendo un apprendimento profondo e significativo. La metodologia dello storytelling digitale si è rivelata particolarmente efficace per far emergere il “fattore umano” della storia, rendendo alunni e alunne non solo spettatori ma attori del processo di costruzione della memoria.

Conclusioni

L’efficacia di un progetto di storytelling digitale e drammatizzazione storica può essere valutata sia in relazione al prodotto finale, come il docufilm, sia al processo formativo che lo ha generato. Gli indicatori principali riguardano: l’accuratezza storica dei contenuti; la chiarezza comunicativa e la capacità di suscitare coinvolgimento emotivo; la valenza educativa, intesa come sviluppo di competenze e consapevolezza critica; l’uso pertinente delle tecnologie digitali; e infine la qualità del percorso, che valorizza il lavoro collaborativo e la crescita personale. Questi elementi concorrono a definire un quadro complessivamente positivo dell’impatto formativo e comunicativo del progetto svolto, che ha dimostrato come l’uso di strumenti digitali e metodologie attive possa trasformare l’insegnamento della storia in un’esperienza coinvolgente e formativa.

Attraverso il webquest e lo storytelling, studenti e studentesse non hanno solo appreso fatti storici, ma hanno sviluppato empatia verso le vittime della Shoah, comprendendo l’importanza di preservare la memoria.

La scelta del webquest[22] ha risposto infatti all’esigenza di promuovere un apprendimento attivo e critico, portando al centro dell’azione didattica la ricerca e la rielaborazione di fonti digitali selezionate. Questo approccio valorizza la collaborazione, sviluppa competenze trasversali e favorisce un uso consapevole delle tecnologie, rendendo l’esperienza di apprendimento più motivante e significativa.

La drammatizzazione, invece, permette un coinvolgimento immersivo ed emotivo: attraverso il corpo, la voce e la narrazione, gli studenti vivono la storia in prima persona, esercitando empatia, spirito critico e capacità espressiva. La forza evocativa dello storytelling li aiuta a comprendere eventi complessi, valorizzando i vissuti umani e le memorie silenziate della storia.


Note:

[1] P. Levi, Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1958. pag. 9.

[2] D. Bidussa, Dopo l’ultimo testimone, Einaudi, Torino, 2009.

[3] Si vedano a tal proposito C. Marcellini, Testimoni a scuola. Una riflessione sull’uso delle fonti orali per la didattica della storia, in “Novecento.org”, n. 3, 2014. DOI: 10.12977/nov42 e V. Pisanty, Che cosa è andato storto? Le politiche della memoria nell’epoca del post-testimone, in “Novecento.org”, n. 13, febbraio 2020. DOI: 10.12977/nov309.

[4] A. Pizzuti, Vite di carta, Donzelli q, Roma 2010.

[5] https://www.campifascisti.it/elenco_tipo_campi.php?id_tipo=13.

[6] C. S. Capogreco, Ferramonti. La vita e  gli uomini del più grande campo di concentramento fascista, La Giuntina, Firenze 2004.

[7] G. Di Stasi,  R. Mazzei, La finestra della libertà. Frontiera per un’altra Europa. Storie degli internati ebrei di Campagna, EdUP, Novara 2015.

[8] A. Pizzuti, Vite di carta, Donzelli Editore, Roma 2010.

[9] E. Fronzo, Il fascismo conformista. La nascita del regime nel salernitano (1920-1926). Edizioni del Paguro, Mercato San Severino 2011.

[10] Di Stasi, Mazzei, 2015, pp. 87-106;  https://www.ondanews.it/shoah-campagna-consiglio-comunale-straordinario-ricordare-tanzer-pajes/.

[11] R. Lughezzani, La lunga strada sconosciuta- una famiglia ebrea nella morsa del nazifascismo, Marlina, Cava dei Tirreni 2013; E. Campagna, Racconti che sopravvivono- le storie dei testimoni e del campo, Albatros Il Filo, Roma 2019; https://www.infocilento.it/la-storia-di-heinz-skall-lorrore-della-shoah-e-lamore-trovato-a-sala-consilina/https://stage.ilmanifesto.it/deportato-a-mezzoggiorno.

[12] Visibile e consultabile al seguente link https://sites.google.com/d/1quz059dySveR5U0VrtuknhkxoMCuR_W2/p/1cQSYVQQNi6MFLEieGaeJszLO91c LD6DM/edit.-.

[13] https://www.annapizzuti.it/.

[14] https://www.cdec.it/.

[15] Documenti gentilmente forniti dal dott. Miguel Enrique Sormani, archivista e studioso di storia locale.

[16] Y. Ropschitz-Bentham, Stories of Survival: The People of Ferramonti: Then and Now, Tuningen, 2021, pp. 183 – 188.

[17] E. Springer, Il silenzio dei vivi, Feltrinelli, Milano 2019, pp.67, p.70.

[18] A  Werndorfer, “Vi ho riportati a casa!”, in La voce di Fiume, Triste, supplemento marzo -aprile 2023, pp. 35-40.

[19] A. Werndorfer, Sulle orme dello zio Eugenio nella lontana Campania”, in  L’eco di Fiume, Padova, maggio / giugno 2023, anno LVII – Nuova Serie – n. 3, pp. 40- 41.

[20] Il docufilm è visionabile al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=d0H9gYTdJ40.

[21]  Ringrazio per la fattiva e indispensabile collaborazione i docenti Maria Esposito, Massimo Caggianese, Olinda De Filippo e Carla Grippo. Ringrazio altresì la Dirigente Scolastica, dott.ssa Antonietta Cantillo, che ci ha supportato nelle varie fasi dell’intervento didattico.

[22] Per un inquadramento sulla metodologia del webquest, ideata da Dodge negli anni ’90, e sulla sua evoluzione nel NewWebQuest, si veda F. Bearzi, S. Colazzo, New WebQuest. Apprendimento cooperativo, comunità creative di ricerca e complex learning nella scuola di oggi, 2018; per un’applicazione alla didattica della storia in ambiente digitale, cfr. A.G. Salassa, WebQuest e New WebQuest: per una didattica della storia in ambiente digitale, in “Novecento.org”, n. 16, agosto 2021. DOI: 10.52056/9788833139883/10.

Dati articolo

Autore:
Titolo: Fare Memoria: un percorso didattico sui campi di internamento tra storytelling digitale e webquest
DOI:
Parole chiave: , , , , , ,
Numero della rivista: n.24, dicembre 2025
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo:
, Fare Memoria: un percorso didattico sui campi di internamento tra storytelling digitale e webquest, in Novecento.org, n.24, dicembre 2025.

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