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Antisemitismo, Memoria, Genocidio: tre parole chiave per affrontare il Giorno della memoria 2026

Riflessioni e spunti emersi dai cantieri della didattica straordinari della rete Parri

Foto di Jan Marczuk da Pixabay

Abstract

L’articolo si propone di restituire e condividere le riflessioni che David Bidussa, Paolo Fonzi, Valeria Galimi, Simon Levis Sullam e Antonella Salomoni hanno maturato nel corso dei Cantieri straordinari della didattica dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri, svoltisi dal 5 al 19 dicembre 2025, come spazio di confronto, studio e discussione collettiva sui nodi più complessi del presente. Il testo è suddiviso in tre parti (a cura rispettivamente di Enrico Manera, Chiara Massari e Alberto Gagliardo), ciascuna su una parola chiave affrontata nel corso del ciclo di seminari.

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This article aims to present and share the reflections that David Bidussa, Paolo Fonzi, Valeria Galimi, Simon Levis Sullam and Antonella Salomoni developed during the extraordinary teaching workshops held by the Ferruccio Parri National Institute from 5 to 19 December 2025, as a space for discussion, study and collective debate on the most complex issues of the present. The text is divided into three parts (edited by Enrico Manera, Chiara Massari and Alberto Gagliardo, respectively), each focusing on a key word addressed during the seminars.

Introduzione

L’articolo si propone di restituire e condividere le riflessioni che David Bidussa, Paolo Fonzi, Valeria Galimi, Simon Levis Sullam e Antonella Salomoni hanno maturato nel corso dei Cantieri straordinari della didattica dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri, svoltisi dal 5 al 19 dicembre 2025, come spazio di confronto, studio e discussione collettiva sui nodi più complessi del presente. Mai come quest’anno affrontare in classe il Giorno della Memoria può apparire difficile e carico di tensioni: una ricorrenza esposta a dibattiti aspri, polemiche strumentali e letture semplificanti che rischiano di svuotarne il significato e di oscurarne il valore civile ed educativo. Eppure, al netto dei drammatici avvenimenti di Gaza e degli atti di cui si è reso responsabile lo Stato d’Israele, il 27 gennaio – che ricorda la Shoah e tutte le deportazioni della Seconda guerra mondiale – continua a rappresentare un passaggio fondamentale nella costruzione del nostro calendario civile e nella formazione di una cittadinanza critica e consapevole. In questo quadro complesso e conflittuale, riflettere in modo rigoroso e condiviso su tre parole chiave — antisemitismo, memoria e genocidio — è apparso imprescindibile, non solo per chiarirne i significati storici e concettuali, ma anche per fornire a docenti e docenti strumenti, categorie interpretative e chiavi di lettura adeguate ad affrontare la ricorrenza nelle classi, senza rinunciare alla complessità del presente né alla responsabilità educativa che essa comporta.

Enrico Manera, Chiara Massari e Alberto Gagliardo (in quest’ordine) provano dunque a raccontarci quali sono i punti salienti delle tre giornate di webinar, ognuna incentrata su una delle tre parole.

 

Antisemitismo

Tra definizioni teoriche e pratiche

L’antisemitismo rappresenta uno dei fenomeni più persistenti e complessi della storia europea e mondiale. L’avversione contro gli “Ebrei” – come referente essenzializzato e ipostatizzato – è un fenomeno antico e differenziato: se “antisemitismo” è un termine che compare agli inizi del XIX secolo, odio e violenza contro le popolazioni autoidentificate e catalogate come di origine ebraica sono il frutto di una stratificazione e sintesi di diversi temi che attraversano il tempo storico e lo spazio geografico. L’antisemitismo non va inteso dunque come un fenomeno eterno che rinasce in ogni epoca sempre identico: per comprendere il fenomeno e le sue manifestazioni e mutazioni è necessario di volta in volta studiare le specifiche condizioni da cui sentimenti e pratiche antiebraiche sorgono e il significato, non sempre chiaro né univoco, che assume nella mente e nella vita dei contemporanei. L’antisemitismo, soprattutto, dipende non tanto dagli ebrei nella storia, quanto dall’immaginario di coloro che avversano il referente “Ebrei” nelle diverse epoche.

L’incontro dei Cantieri straordinari della didattica dell’Istituto nazionale Parri tenutosi il 5 dicembre ha offerto l’occasione per una riflessione articolata su tale fenomeno, affrontandolo non come un residuo del passato ma come una costruzione storica dinamica, capace di trasformarsi e di riattivarsi in contesti differenti, non ultima l’attualità più recente segnata dalle vicende mediorientali, tali da riattivare le retoriche antisemitiche in quanto elemento che investe la storia del secondo Novecento e dei primi decenni del nuovo millennio. I contributi di Simon Levis Sullam e Valeria Galimi mostrano prospettive complementari accomunate dall’attenzione all’uso politico della categoria nel dibattito pubblico contemporaneo: il primo intervento ha proposto una indagine sulla genealogia culturale e narratologica dell’antisemitismo, il secondo ha riflettuto sulla definizione storica e sulla necessità di tracciare continuità e rotture con molta attenzione alle pratiche politiche che ne conseguono.

Lunga durata, cospirazionismo e “archivio” antisemita

Levis Sullam ha sottolineato come l’antisemitismo debba essere compreso nella sua dimensione storica di lunga durata. Gli eventi del presente, in particolare la fase attuale del conflitto israelo-palestinese contribuiscono a riattivare pulsioni e immaginari sedimentati nel tempo, generando al contempo nuova ostilità antiebraica non sempre né facilmente distinguibile e separabile dalla critica alle politiche israeliane, al sionismo messianico e alle destre radicali. Tale ripresa è resa possibile dalla profonda stratificazione storica del fenomeno. Alle origini dei processi di identificazione occidentalista si colloca un conflitto teologico fondamentale tra la “fede di Gesù” e la “fede in Gesù”, ovvero tra l’ortoprassi ebraica e il cristianesimo nascente e poi trionfante. Questo contrasto ha prodotto una frattura identitaria che ha contribuito a costruire l’alterità ebraica come problema teologico e morale, destinato a essere successivamente politicizzato e cristallizzato nelle politiche delle identità che hanno caratterizzato i fenomeni moderni di nazionalizzazione e statualizzazione. Riprendendo una riflessione di Hannah Arendt,[1] l’antisemitismo deve essere anche inteso come una sorte di proiezione dalle caratteristiche vittimarie: la biblica predilezione divina per il popolo ebraico viene rovesciata dai suoi detrattori in accusa, alimentando risentimento e ostilità in una storia caratterizzata da vicinanza, rivalità e urgenze di distinzione. Paradigmatico è in questo senso il caso delle “accuse del sangue”, oggetto di numerosi studi, che manifesta chiaramente logiche di appropriazione, inversione e rovesciamenti simbolici tali da manifestare l’arcaica matrice cristiana di accuse a sfondo demonizzante e diffamatorio, non prive di tratti paranoidi tali da alimentare persecuzioni antiebraiche dall’età medievale a quella contemporanea.

Un elemento strutturale dell’antisemitismo moderno è il suo legame con il cospirazionismo. Le radici di questa connessione si collocano in particolare nella virulenta polemica antiebraica francese di fine Ottocento e trovano la loro espressione più influente nella diffusione dei famigerati Protocolli dei Savi di Sion. Si tratta, come è noto, di una falsa collazione di documenti tradotta in più lingue e con una circolazione impressionante, che pretenderebbe di svelare un piano ebraico per il controllo del mondo e che ha avuto un impatto profondo e duraturo sull’immaginario antisemita, di grande efficacia anche per la capacità di determinare stereotipi diffusi nel senso comune e in contesti di opinione pubblica non strettamente ideologizzati.

Studi come quelli di Norman Cohn hanno mostrato come i Protocolli abbiano funzionato come una vera e propria legittimazione ideologica della violenza, mentre altri contributi – da De Michelis a Carlo Ginzburg e Umberto Eco – ne hanno ricostruito le fonti letterarie e i contesti di produzione, rielaborazione e circolazione, evidenziando il carattere narrativo e mitologico delle retoriche dell’antisemitismo, come tali capaci di informare pratiche e normative di esclusione e violenza simbolica e materiale.[2] Levis Sullam insiste infatti proprio sulla dimensione narratologica del fenomeno: l’antisemitismo opera attraverso racconti, miti e schemi interpretativi ricorrenti – come l’accusa di deicidio o l’accusa del sangue e loro riformulazioni – che sono ben più che credenze irrazionali; si tratta infatti di narrazioni operative capaci di strutturare il senso comune e di consolidarsi nel tempo. Questi schemi costituiscono un vero e proprio “archivio antiebraico”, un repertorio di stereotipi e tropi che si trasformano, si aggiornano e si risemantizzano a seconda dei contesti storici.

Tale archivio, con una definizione che deriva dagli studi di Foucault, può essere concepito come una vera e propria “macchina mitologica” antisemita (secondo la definizione datane da Jesi), una rete discorsiva ideologica che funziona attraverso meccanismi di ripetizione, ridondanza e proliferazione di determinati temi, contenuti e immagini.[3] La porosità simbolica dei suoi elementi consente a motivi antichi, anche molto stilizzati, di riemergere in contesti nuovi, assumendo forme inedite pur mantenendo un legame con le versioni precedenti. Un esempio significativo in tal senso, anche per via della sua incredibile vitalità e diffusione trasversale ai posizionamenti politici, è rappresentato dai miti negativi legati al potere finanziario e occulto detenuto dagli “Ebrei”, che attraversano secoli di storia e continuano a stazionare stabilmente nel discorso pubblico.

In questa prospettiva interpretativa si collocano anche le più recenti fantasie di complotto, come quelle della “sostituzione etnica”, del “piano Kalergi” o del fenomeno QAnon.[4] Queste narrazioni cospirazioniste, si riferiscono a versioni semplificate e fantasmatiche di temi percepiti come problematici nel presente quali la globalizzazione economica e culturale, le migrazioni legali o illegali o la concentrazione dei poteri economici e politici, riproducono dal punto di vista logico la struttura dell’antica “accusa del sangue”: l’idea chiave di una realtà nascosta e minacciosa, orchestrata da poteri occulti antinazionali o estranei alla comunità chiusa e maggioritaria, che si vorrebbe “pua”, con la complicità o l’impotenza dei governi democratici. Anche quando non nominano esplicitamente gli “Ebrei”, tali teorie tendono a riprodurre una rappresentazione negativa ed essenzializzata dell’ebraismo che mima o allude alle rappresentazioni visuali e stereotipiche più diffuse e ormai normalizzate in una sorta di “antropologia fantasma”, che è di fatto una pseudo-psicologia popolare dei popoli.

Da qui deriva una questione centrale nel dibattito contemporaneo: quando la critica allo Stato di Israele può essere considerata dai toni antisemitica? Secondo Levis Sullam, ciò avviene quando la critica politica mobilita elementi dell’archivio cospirazionista antiebraico, come i temi delle lobbies onnipotenti, del controllo occulto del potere o i paragoni emotivi e spettacolarizzanti con il nazismo. In questi casi, la critica perde il suo carattere politico, storico e documentale e si inscrive nella lunga tradizione dei tropi antisemiti e della loro connotazione, tale da evocare significati secondari con tratti allusivi, emotivi, identitari, in ultima istanza mitici.

La categoria di antisemitismo e il suo uso politico, totalitarismi e mediazione didattica

Galimi si è concentrata invece maggiormente sul dibattito europeo contemporaneo e sull’uso pubblico della categoria di antisemitismo. Riprendendo l’espressione di Valentina Pisanty,[5] l’antisemitismo appare oggi come “una parola in ostaggio”, ossia un termine ombrello fin troppo ampio e vago, che rischia di essere utilizzato come strumento polemico per delegittimare qualsiasi critica alle politiche israeliane: il suo uso indiscriminato e inflattivo finisce per svuotare il concetto di significato analitico fino a depotenziarlo. In questo contesto si colloca il confronto tra diverse definizioni operative di antisemitismo, come quella proposta dall’IHRA (che si presta a una torsione in ambito pubblico per contrastare critiche politiche ai governi di Israele) e la Jerusalem Declaration (più sorvegliata dal punto di vista epistemologico e utile a non sovrapporre automaticamente antisemitismo e critiche alle politiche israeliane). Galimi sottolinea la necessità di non sottrarsi alla discussione critica sul loro impiego politico, evitando sia la banalizzazione sia la strumentalizzazione del termine. Fondamentale è, in questa prospettiva, la storicizzazione della categoria; seguendo anche a fini didattici l’impostazione di studi come Le parole hanno una storia di Marcello Flores e le riflessioni di David Engel,[6] la studiosa evidenzia come non esista una definizione unica e trans-storica di antisemitismo. Esistono piuttosto antisemitismi plurali, storicamente e geograficamente situati, che assumono significati differenti in relazione ai contesti sociali, politici e culturali in cui si manifestano.

A livello di mediazione didattica, l’antisemitismo va dunque analizzato e considerato come oggetto multiforme e multidisciplinare, ancorato nello spazio e nel tempo e caratterizzato da discontinuità. Un passaggio cruciale in tal senso è rappresentato dalla trasformazione delle teorie razziste in pratiche politiche e giuridiche, con la rottura dei patti di emancipazione e del diritto costituzionale moderno di matrice illuminista: le Leggi di Norimberga del 1935 e le leggi razziali italiane del 1938 costituiscono esempi emblematici di questo processo che riguarda la storia dei regimi dittatoriali e totalitari del Novecento.

Galimi individua alcuni nuclei essenziali e idealtipici per un inquadramento storico dei fenomeni in chiave storico-didattica. In primo luogo, l’antisemitismo si presenta come fondamento ideologico dei regimi autoritari e dei totalitarismi, in particolare nei momenti di crisi tra fine Ottocento e primo dopoguerra, quando i movimenti fascisti individuano negli ebrei una causa dei mali della nazione. In secondo luogo, è una costante la sua connessione con la costruzione di altri “nemici interni”, funzionale alla definizione identitaria e all’irrigidimento legalitario, come soggetti antinazionali, massoni e rivoluzionari, portatori di alterità ideologiche, biologiche e razzializzanti, con una dinamica esemplificata dal mito nazista del giudeo-bolscevismo, decisivo per le fasi di guerra coloniale e sterminio in Europa orientale nella fase centrale della Seconda guerra mondiale. Un terzo elemento riguarda il ruolo centrale del cospirazionismo e delle fantasie di complotto: si veda in tal senso il già citato caso della circolazione dei Protocolli dei Savi di Sion, i cui i testi nelle varie edizioni e traduzioni, grazie alle loro forme vuote e generiche si rivelano particolarmente adattabili a contesti diversi attraverso continui processi di risemantizzazione e utilizzo locale in periodi anche lunghi. In tale senso, va ricordata la persistenza di stereotipi soprattutto visivi di lungo periodo, che hanno contribuito a fissare l’alterità ebraica in forme immediatamente riconoscibili, che rilegittimano anche in forza della loro permanenza, il loro dettato razzista ed essenzialista.

Nell’insieme, i due interventi hanno mostrato come l’antisemitismo sia da considerare un fenomeno storico stratificato e dinamico, profondamente intrecciato con le crisi della modernità e con i linguaggi politici del presente. Comprendere genealogie, strutture narrative ricorsive e usi politici della categoria è – in uno scenario di crisi continua del presente – in cui le eredità novecentesche giocano un ruolo decisivo – una condizione imprescindibile per saper individuare criticamente le riattivazioni contemporanee dell’antisemitismo al fine di contrastarne efficacemente le forme attuali.

Consigli alla lettura

Della corposa bibliografia in calce, ai/alle docenti che volessero approfondire il tema si consigliano in particolare:

  • Cohn, Licenza per un genocidio. I Protocolli dei Savi di Sion: storia di un falso, Einaudi, Torino 1969.
  • Jesi, L’accusa del sangue, Bollati Boringhieri, Torino 2007.
  • Levis Sullam, L’archivio antiebraico. Il linguaggio dell’antisemitismo moderno, Laterza, Roma-Bari 2014.
  • L., Mosse, Il razzismo in Europa. Dalle origini alla Shoah, Laterza, Roma-Bari 1996.
  • Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Nuova edizione, Einaudi, Torino 2018.

 

Memoria

 Il secondo incontro dei Cantieri straordinari della didattica è stato dedicato alla parola chiave “Memoria” e si è svolto il 12 dicembre 2025 con David Bidussa.

La memoria come costruzione: selezione, oblio e identità collettiva

La memoria – come ha affermato lo stesso Bidussa – non consiste nel ricordare ogni dettaglio del passato, ma nel selezionare quegli eventi che si ritengono rilevanti, in un processo che avviene sia individualmente che collettivamente. Su questa definizione si sviluppano due concetti principali: la memoria contribuisce alla costruzione dell’idea di nazione, un processo intrinsecamente segnato da divisioni che possono essere o meno consapevolmente riconosciute; inoltre, la memoria è influenzata dall’ambiente sociale e politico, e si costruisce attraverso fonti selezionate in base alle esigenze del presente, risultando così dinamica e in continua evoluzione.

A supporto di queste riflessioni, si può citare un passo dalle Lezioni americane di Italo Calvino, tratto dal capitolo “Esattezza”:

 In realtà sempre la mia scrittura si è trovata di fronte due strade divergenti che corrispondono a due diversi tipi di conoscenza: una che si muove nello spazio mentale di una razionalità scorporata, dove si possono tracciare linee che congiungono punti, proiezioni, forma astratte, vettori di forze; l’altra che si muove in uno spazio gremito d’oggetti e cerca di creare un equivalente verbale di quello spazio riempiendo la pagina di parole, con uno sforzo di adeguamento minuzioso dello scritto al non scritto, alla totalità del dicibile e del non dicibile.[7]

Questa distinzione aiuta a comprendere la memoria come un processo in continua trasformazione, che non può essere ridotto a una semplice sistematizzazione di dati, ma dipende da come sono selezionati e ordinati gli eventi del passato.

Il testo di Ernest Renan, Che cos’è una nazione (1882)[8] ci offre altri spunti interessanti poiché sviluppa il suo ragionamento sulla questione della memoria nazionale. Renan sostiene che l’oblio, o persino l’errore storico, sia essenziale per la costruzione della nazione: la memoria collettiva, infatti, si forma su ciò che resta in comune, ma è da interrogarsi se ciò che viene dimenticato sia una scelta consapevole, una necessità politica o il risultato di rapporti di forza tra i gruppi che costruiscono questa memoria.

A partire da queste premesse, è possibile esplorare cinque casi che mostrano come la memoria venga costruita, fornendo così dei criteri utili per ragionare su questo tema.

Il primo caso riguarda il recente libro di Sergio Della Sala, Perché dimentichiamo. Una scienza dell’oblio[9], in cui l’autore analizza come la memoria collettiva possa essere influenzata da falsi ricordi. Un esempio emblematico è quello dell’orologio della stazione di Bologna, che molti ritengono si sia fermato alle 10.25, ora dell’esplosione del 2 agosto 1980. In realtà, l’orologio fu riparato poco dopo l’attentato, ma nel 1996 fu deciso simbolicamente di fermarlo all’ora della strage. Si tratta di un esempio di falso ricordo collettivo, per cui un’intera comunità rielabora il passato in modo coerente ma impreciso. Oggi ciò su cui possiamo interrogarci è quale sarebbe il segno, l’elemento simbolico posto a ricordare la strage se nessuno nel 1996 avesse deciso di fermare l’orologio alle 10.25. Chi allora prese questa decisione da quali motivazioni o timori era mosso? Perché si scelse di ricordare la strage con il “dato incontrovertibile” dell’orologio? Forse il simbolo sembrò così forte da poter durare per sempre, indipendentemente dalla capacità di memoria individuale. Questo esempio solleva dunque interrogativi su come vengono selezionati e conservati i simboli nella memoria collettiva.

Il secondo caso riguarda la fotografia. Uliano Lucas[10] ha fatto tutta una serie di riflessioni su come si fotografa un corteo: va fotografato stando di lato, o dall’interno, oppure di fronte? Il problema è qual è lo scopo delle fotografie: nascono dalla preoccupazione di far vedere la quantità di persone, di cogliere gli stati d’animo o di individuare i gesti? La fotografia in sé non è infatti un documento oggettivo e di per sé non costruisce memoria, ma può servire per dare forma ad una narrazione.

Il terzo caso si concentra sull’esperienza individuale, utilizzando come esempio il calendario scolastico di chi è nato, come Bidussa, nel 1955. All’epoca, le ricorrenze religiose erano molto più presenti di quelle civili, anche in una città di tradizione politica di sinistra come Livorno. Questo rifletteva un’identità collettiva fortemente influenzata dalla religione cattolica. Oggi, il calendario scolastico è cambiato, e ciò offre lo spunto per riflettere su quale sia l’identità collettiva che si sta costruendo.

Il quarto caso riguarda la fine del XX secolo. Secondo Hobsbawm, la fine del secolo è segnata dal 9 novembre 1989, con la caduta del Muro di Berlino, anche se altri momenti, come la dissoluzione dell’URSS nel 1991, potrebbero marcare altrettanto efficacemente la fine di un’epoca. La tesi di Hobsbawm ha avuto grande successo, anche perché è riuscita ad intercettare un sentimento collettivo. Tuttavia se ci poniamo invece la questione di quando inizia il XXI secolo, la periodizzazione dello storico inglese non sembra convincente. Bidussa ha proposto due eventi emblematici che a suo avviso hanno segnato l’identità della fase storica che stiamo vivendo. Il primo è l’arrivo di Khomeini in Iran nel 1979 e la successiva instaurazione della repubblica islamica iraniana, il secondo è legato al G8 di Genova nel 2001, con le proteste e la loro repressione violenta. Questi eventi offrono una visione contrastante del nuovo secolo, segnato tanto dalla centralità dell’autorità, in qualche modo indiscutibile, quanto dalla lotta contro l’oppressione che si traduce nella memoria di una sconfitta.

Infine, per sottolineare ancora una volta la natura complessa e in trasformazione della memoria, può essere opportuno citare l’ultimo libro di  Zygmunt Bauman[11], in cui si sostiene che la memoria non è semplicemente la costruzione di un racconto coerente del passato, ma un’interpretazione che prende posizione sugli eventi passati. La memoria non è un’entità congelata: può evolvere, crollare o essere reinterpretata, a seconda di ciò che nel tempo acquista valore e rilevanza.

 

Genocidio

Le parole sono pietre

Se, come scriveva Carlo Levi nel 1955, “le parole sono pietre”, esse possono essere usate come strumenti contundenti da scagliare contro chi viene iscritto nella categoria del “nemico”. Sebbene ciò accada in ogni guerra, è soprattutto nei conflitti contemporanei che esse vengono arruolate nella contrapposizione frontale degli schieramenti con lo scopo precipuo di mobilitare le società civili. È il destino, per puntare lo sguardo alla situazione determinatasi nelle opinioni pubbliche occidentali dopo il 7 ottobre 2023, toccato a parole come “sionismo/sionista” o “antisemitismo/antisemita”.

Ma mentre quelle due coppie sono strettamente (e forse quasi esclusivamente) connesse alla cruenta vicenda israelo-palestinese, la parola “genocidio”, che pure nello stesso contesto è largamente usata (o abusata, a seconda delle letture), assume invece una portata che travalica le vicende che oggi precipitano in quella precisa area regionale, tanto che se si disponessero sul planisfero un marcatore per ogni luogo dove è stata o è in corso una rivendicazione di genocidio da parte di un gruppo (genocide claim) non ci sarebbe continente (e forse quasi Stato) che ne risulti privo, sebbene con maggiore o minore densità. A mo’ d’esempio valgano i primi casi che corrono alla mente: quello degli Armeni, degli Herero, dei Nama, dei Tutsi, dei Curdi, dei Circassi, dei Tamil, dei nativi Nord e Sud americani e australiani, degli Uiguri, e via annoverando.

Per riflettere dunque sulla storia e l’evoluzione di questo concetto e, soprattutto, per indagare le implicazioni politiche e culturali del suo impiego, il 18 dicembre 2025 si è svolto un incontro seminariale online che ha visto la partecipazione di Paolo Fonzi e Antonella Salomoni. Se la seconda, professoressa di Storia contemporanea all’Università di Bologna, si è concentrata sull’uso del concetto di “genocidio” nel contesto della guerra di aggressione della Russia all’Ucraina, il primo, professore di Storia contemporanea all’Università di Napoli, lo ha indagato nella sua genesi (1944) e nell’utilizzo che ne è stato e ne è ancor oggi fatto in contesti storici e geografici diversi.

La parola “genocidio”: genesi ed evoluzioni

Per Fonzi, infatti, quello di “genocidio” è un concetto multiforme perché da un lato ha natura squisitamente giuridica codificata a livello internazionale (Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948, ma entrata in vigore nel 1951)[12] che ha sviluppato negli anni una ricca e articolata giurisprudenza, ma dall’altro la definizione di che cosa sia un genocidio è una questione eminentemente politica, che può contribuire a definire l’identità stessa dei gruppi e per questo usato in diversi campi del sapere.

Sebbene infatti il termine si presenti con l’apparenza di un significato stabile e univoco, esso è in realtà molto fluttuante, rivelandosi sin dall’inizio un vero e proprio “campo di tensione” utile per indagare come gruppi e soggetti diversi producono visioni del mondo. D’altronde se si considera che il termine venne coniato nell’immediatezza della conclusione della Seconda guerra Mondiale (nel libro Axis Rule in Occupied Europe pubblicato nel 1944)[13] dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin per la necessità di trovare un nome a un crimine nuovo quale da subito si presentò lo sterminio pianificato e scientificamente organizzato di sei milioni di esseri umani, appare del tutto evidente che proprio con l’accostamento a quell’archetipo fondativo si aggancia ogni nuova richiesta di riconoscimento come genocidio da parte di tante minoranze sparse per il globo. Anzi, sottolinea Fonzi, è proprio questo particolare aspetto, quello cioè di essere indissolubilmente associato al “crimine dei crimini”, la Shoah, ad aver determinato la crescente fortuna di tali richieste, come dimostra proprio la capillare diffusione di cui si scriveva poco fa. Dal punto di vista del gruppo che richiede questa classificazione ai soprusi di cui si sente o è vittima, vedersela riconosciuta significa attingere al grande capitale simbolico e culturale di quel concetto, cioè quello di vedersi equiparato alle vittime del crimine supremo (fatto che gli procurerà la simpatia internazionale) e contemporaneamente assimilare il proprio persecutore al “criminale supremo”, Hitler o il nazismo (il che gli accrescerà la solidarietà internazionale).

A tale tentazione non ha resistito nemmeno Vladimir Putin quando, per “giustificare” l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, ha addotto tra i pretesti anche quello di voler prevenire il genocidio delle popolazioni russofone del Donbass.

Tanto è forte questa spinta che non si può neanche sottovalutare l’eventualità che alcuni gruppi possano deliberatamente perseguire la strategia di attirare su di sé o sui propri civili maggiore violenza, nella speranza che ciò produca un intervento internazionale a proprio favore.

Ma due esempi particolarmente efficaci dell’uso politico che gli Stati fanno della questione dei diritti umani e di conseguenza anche della questione del genocidio sono stati forniti da Antonella Salomoni.

Il primo, preso dalla cronaca recentissima, è la modifica operata il 16 dicembre 2025 dalla Duma di Stato Russa della legge federale sul calendario civile, inserendo il 19 aprile come Giorno della memoria per le vittime del genocidio del popolo sovietico commesso dai nazisti e dai loro complici durante la grande guerra patriottica. Dunque non sono stati crimini di guerra né crimini contro l’umanità quelli perpetrati in Unione sovietica dal Reich hitleriano, ma un genocidio – in barba alle definizioni giuridiche e alle politiche memoriali della Shoah, adottate dalle autorità di Mosca dal dopoguerra fino a tempi recenti. Perché tale virata? Come si è detto, essere vittima di genocidio dà una patente morale che assolve da numerose responsabilità sia retrospettivamente, sia in funzione del presente.

Il secondo, anche se precedente in ordine di tempo, è costituito da una risoluzione, promossa dalla Federazione Russa il 2 ottobre del 2009 (e ratificata, a maggioranza assoluta dei voti, nel settembre del 2012) presso il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, intitolata Promozione dei diritti umani e delle libertà fondamentali attraverso una più profonda comprensione dei valori tradizionali dell’umanità. In essa di fatto si rivendicava il principio che nessun Paese deve imporre ad altri la propria interpretazione di cosa siano i diritti umani e le libertà, e che anzi le violazioni dei diritti umani andrebbero sempre definite a partire da specifiche tradizioni nazionali, producendo un significativo, oltre che preoccupante, slittamento verso un “relativismo giuridico” che si va configurando come termometro dello stato di salute del diritto internazionale.

Dalle riflessioni teoriche alla prassi didattica

Se dunque da un lato gli interventi dei due studiosi si sono svolti per molti versi in perfetta continuità, quello di Antonella Salomoni ha adottato una prospettiva che, vista la sede in cui queste righe trovano ospitalità, mi pare decisamente utile mettere in risalto.

Innanzitutto esso ha sottolineato come oramai anche nei corsi universitari si sia passati da un approccio concentrato sugli Holocaust studies ai Genocides studies[14] – di cui il primo è una parte centrale ma non più esclusiva. Superato il paradigma della “unicità” (anche se non tutti condividono tale allargamento) l’approccio comparativo si è rivelato di grande utilità conoscitiva sia nei riguardi del genocidio ebraico, sia verso quegli altri che aspirano a un medesimo riconoscimento giuridico e culturale.

Ma soprattutto la riflessione della professoressa Salomoni ha mostrato come sviscerare in classe il concetto di genocidio permetta di percorrere varie strade: il significato di uno stereotipo razziale; la sua genesi; il suo sviluppo specialmente in quella forma che, anche nella contemporaneità, ha prodotto la costruzione del discorso d’odio l’hate speech. Affrontare nella didattica il tema del “genocidio” consente però di produrre un ulteriore allargamento dello sguardo, ad esempio al rapporto con il trauma che esso produce, e da qui, riprendendo i lavori di psicologi e psichiatri, mettere sotto la lente d’osservazione il tema dei contributi delle memorie individuali (in particolare quelle prodotte da un trauma) nella costruzione storiografica. Si può inoltre lavorare sulla questione del luogo, dello spazio e del territorio del genocidio, per vedere come, anche dopo la guerra, ci siano delle forme di rimozione sia culturale che politica del luogo fisico di un genocidio nella storia. Da qui si può passare alla questione del genocidio culturale, o dell’urbicidio, anche se questo è un aspetto che non è stato recepito nella Convenzione del ’48; oppure ragionare sulle questioni della giustizia, della riconciliazione, del perdono, insomma delle forme di transizione che prevedono delle procedure di carattere riconciliativo.

Come si vede, dunque, le questioni, qui appena accennate, sono tante e complesse, dunque proprio per questo è necessario il confronto critico con esse se si vuole sottrarre l’utilizzo di tali concetti a un loro abuso determinato dalla loro sottomissione a ideologia o a propaganda.

“Genocidio” e incroci di memoria

Il concetto di genocidio è un costante oggetto di negoziazione, una sorta di campo di tensione su cui si proiettano prese di posizione in merito a questioni centrali come il rapporto tra l’Occidente e il mondo, il senso della violenza e delle politiche della sua memoria, e tanto altro ancora. Esso perciò è stato sottoposto a continue interpretazioni e riformulazioni che molto ci dicono del contesto in cui tali negoziazioni si sono generate.

Le parole sono concetti mobili: cambiano significato insieme alle società che le producono o le usano, pertanto ricondurle nel recinto del tempo in cui esse sono nate consente anche di metterne in discussione la legittimità d’uso.

Vale per tutte, dunque anche per quella delicatissima di “genocidio”, specialmente nell’approssimarsi della ricorrenza del 27 gennaio 2026 (a due anni dal pogrom del 7 ottobre e a quasi quattro dall’aggressione all’Ucraina): occorre ricostruirne la genesi e l’elaborazione originaria (che si produce dentro la tragedia della guerra “calda”, ma si sviluppa nelle tensioni di quella “fredda”), per meglio valutare ciascuna delle sue rivendicazioni (Gaza, Ucraina, e tutte le altre) che negli incontri con le e gli studenti può essere presa come case study (da collocare sempre all’interno di precisi campi di tensione storici e culturali che vanno meticolosamente interrogati).

A questa lezione di metodo Fonzi affianca anche il suggerimento di adottare la prospettiva, proposta da Michael Rothberg,[15] di “memoria multidirezionale”, con la quale lo studioso statunitense valorizza il ricorso a riferimenti incrociati provenienti da più memorie, a partire dall’inclusione di quella dell’“altro”.

Confrontarsi con il concetto di “genocidio” permette infine anche di valutare lo stato di salute dei diritti umani almeno negli ultimi trent’anni, ma in particolare in un tempo come il nostro in cui essi sembrano aver perduto il loro carattere di universalità (spesso stigmatizzata in quanto “occidentale”) sostituito dal prevalere di una soggettività interpretativa con cui gli Stati pretendono di stabilire loro quali siano i diritti umani e come conformarsi a essi.

Bibliografia

Per concludere, una bibliografia essenziale, con alcuni titoli classici e alcuni dei libri più interessanti degli ultimi tempi:

Bibliografia essenziale su “antisemitismo”

  • H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino 1967.
  • H. Arendt, Antisemitismo e identità ebraica. Scritti 1941-1945, Einaudi, Torino 2025.
  • N. Cohn, Licenza per un genocidio. I Protocolli dei Savi di Sion: storia di un falso, Einaudi, Torino 1969.
  • C. G. De Michelis, Il manoscritto inesistente. I Protocolli dei Savi di Sion: un apocrifo del XX secolo, Marsilio, Venezia 1998.
  • D. Di Cesare, Il complotto al potere, Einaudi, Torino 2021.
  • M. Disegni, Critica della questione ebraica. Karl Marx e l’antisemitismo, Bollati Boringhieri, Torino 2024.
  • D. Engel, Toward a Definition of Antisemitism, University of California Press, Berkeley 2010.
  • V. Galimi, Sotto gli occhi di tutti. Antisemitismo e discorso pubblico nell’Italia contemporanea, Le Monnier, Firenze 2018.
  • C. Ginzburg, Storia notturna, Einaudi, Torino 1989.
  • C. Ginzburg, Rappresentare il nemico: sulla preistoria francese dei Protocolli dei Savi di Sion, in Id., Il filo e le tracce. Vero, falso, finto, Feltrinelli, Milano 2006.
  • M. Ghiretti, Storia dellantiguidaismo e dellantisemitismo, Bruno Mondadori, Milano 2002.
  • R. Hofstadter, The Paranoid Style in American Politics and Other Essays, Vintage Books, New York 1965.
  • M. Flores, Le parole hanno una storia. Temi e categorie del Novecento, Donzelli, Roma 2012.
  • IHRA, Working Definition of Antisemitism, 2016.
  • Jerusalem Declaration on Antisemitism, 2021.
  • F. Jesi, L’accusa del sangue, Bollati Boringhieri, Torino 2007.
  • F. Jesi, Cultura di destra, Nottetempo, Milano 2011.
  • R. Jütte, The Jewish Body. A History, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2011.
  • S. Levis Sullam, S., I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei 1943–1945, Feltrinelli, Milano 2015.
  • S. Levis Sullam, L’archivio antiebraico. Il linguaggio dell’antisemitismo moderno, Laterza, Roma-Bari 2014.
  • G. L. Mosse, Il razzismo in Europa. Dalle origini alla Shoah, Laterza, Roma-Bari 1996.
  • V. Pisanty, Antisemita. Una parola in ostaggio, Bompiani, Milano 2024.
  • V. Pisanty, On the Logic of Conspiracy Theories and the Soros Myth, in «Ocula_flux», 29, 2024, p. 22-25.
  • Wu Ming 1, La Q di Qomplotto, QAnon e dintorni, Alegre, Roma 2021.

Bibliografia essenziale su “memoria”

  • G. Bensoussan, L’ eredità di Auschwitz. Come ricordare?, Einaudi, Torino 2014.
  • D. Bidussa, Dopo l’ultimo testimone, Einaudi, Torino 2009.
  • S. Della Sala, Perché dimentichiamo. Una scienza dell’oblio, Mondadori, Milano 2023.
  • F. Focardi, Nel cantiere della memoria. Fascismo, Resistenza, Shoah, Foibe, Viella, Roma 2020.
  • G. Gribaudi, La memoria, i traumi, la storia. La guerra e le catastrofi nel Novecento, Viella, Roma 2020.
  • E. J. Hobsbawm, T. Ranger, L’invenzione della tradizione, Einaudi, Torino 2002.
  • M. Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria, 3 voll., Laterza, Roma-Bari 1996–1997.
  • P. Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio, Cortina, Milano 2003.

Bibliografia essenziale su “genocidio”

  • G. Bensoussan, Genocidio. Una passione europea, Venezia, Marsilio 2009 (ed. or. Parigi, 2006).
  • B. Bruneteau, Il secolo dei genocidi, il Mulino, Bologna 2005 (ed. or. Parigi, 2004).
  • E. Cinnella, Ucraina. Il genocidio dimenticato, 1932-1933, Della Porta, Pisa., 2015.
  • M. Flores, Il genocidio, il Mulino, Bologna., 2021.
  • P. Fonzi, Genocidio, una storia politica e culturale, Laterza, Roma-Bari 2025.
  • R. Gellately e B. Kiernan (a cura di), Il secolo del genocidio, Longanesi, Milano 2006 (ed. or. Cambridge, 2003).
  • A. Heller, Il male radicale. Genocidio, Olocausto e terrore totalitario, Castelvecchi, Roma 2019.
  • R. Jebreal, Genocidio. Quello che rimane di noi nell’era neo-imperiale, Piemme, Milano 2025.
  • P. P. Portinaro, L’imperativo di uccidere. Genocidio e democidio nella storia, Laterza, Roma-Bari 2017.
  • J. Semelin, Purificare e distruggere. Usi politici dei massacri e dei genocidi, Einaudi, Torino 2007 (ed. or. Parigi, 2005).

Note:

[1] H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino 1967; H. Arendt, Antisemitismo e identità ebraica. Scritti 1941-1945, Einaudi, Torino 2025.

[2] N. Cohn,  Licenza per un genocidio. I Protocolli dei Savi di Sion: storia di un falso, Einaudi, Torino 1969; C. G. De Michelis, Il manoscritto inesistente. I Protocolli dei Savi di Sion: un apocrifo del XX secolo, Marsilio, Venezia 1998; V. Pisanty, «La gente crede solo a quello che sa già». Umberto Eco, i Protocolli dei Savi Anziani di Sion e la leggenda del complotto universale, in J. Bradburne e altri (a cura di), L’idea della biblioteca. La collezione di libri antichi di Umberto Eco alla Biblioteca Nazionale Braidense, Scalpendi, Milano 2022; C. Ginzburg, Rappresentare il nemico: sulla preistoria francese dei Protocolli dei Savi di Sion, in C. Ginzburg, Il filo e le tracce. Vero, falso, finto, Feltrinelli, Milano 2006.

[3] S. Levis Sullam, L’archivio antiebraico. Il linguaggio dell’antisemitismo moderno, Laterza, Roma-Bari 2014; F. Jesi, L’accusa del sangue, Bollati Boringhieri, Torino 2007.

[4] D. Di Cesare, Il complotto al potere, Einaudi, Torino 2021; V. Pisanty, On the Logic of Conspiracy Theories and the Soros Myth, in «Ocula_flux», 29, 2024, p. 22-25; Wu Ming 1, La Q di Qomplotto, QAnon e dintorni, Alegre, Roma 2021.

[5] V. Pisanty, Antisemita. Una parola in ostaggio, Bompiani, Milano 2024.

[6] D. Engel, Toward a Definition of Antisemitism, University of California Press, Berkeley 2010; M. Flores, Le parole hanno una storia. Temi e categorie del Novecento, Donzelli, Roma2012.

[7] I. Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Garzanti, Milano 1988, p. 72.

[8]  E. Renan, Che cos’è una nazione?, Castelvecchi, Roma 2020.

[9] S. Della Sala, Perché dimentichiamo. Una scienza dell’oblio, Feltrinelli, Milano 2025.

[10] Per una bibliografia di e su Uliano Lucas cfr.  https://www.ulianolucas.it/wp-content/uploads/2018/06/biobibliografia_lucas_def_09_06_18.pdf (ultima visita 10/01/26)

[11] Z. Bauman, L’ultima lezione, Laterza, Roma-Bari 2018

[12] https://unipd-centrodirittiumani.it/it/archivi/strumenti-internazionali/convenzione-per-la-prevenzione-e-la-repressione-del-crimine-di-genocidio-1948

[13] R. Lemkin, Axis rule in occupied Europe: law of occupation, analysis of government, proposals for redress, Canergie endowment for international peace, Washington 1944.

[14] Cfr. la rivista dell’USHMM di Washington “Holocaust and Genocide Studies Scholarly Journal” consultabile all’indirizzo:  https://www.ushmm.org/research/publications/journal

[15] M. Rothberg, Multidirectional Memory Remembering the Holocaust in the Age of Decolonization, Stanford University Press, Stanford 2009.

Dati articolo

Autore: , and
Titolo: Antisemitismo, Memoria, Genocidio: tre parole chiave per affrontare il Giorno della memoria 2026
DOI:
Parole chiave: , , , , ,
Numero della rivista: n.25, giugno 2026
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo:
, and , Antisemitismo, Memoria, Genocidio: tre parole chiave per affrontare il Giorno della memoria 2026, in Novecento.org, n.25, giugno 2026.

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