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Un “canone culturale” per la Svezia? Storia e identità nazionale come oggetti di tutela

Un “canone culturale” per la Svezia? Storia e identità nazionale come oggetti di tutela

Un manuale divulgativo, “breve corso” di introduzione divulgativa al canone per il pubblico.
Crediti: foto dell’autore.

Abstract

Il contributo prende avvio dall’acceso dibattito sulle premesse culturali delle Indicazioni nazionali per la scuola, per inserirlo entro una riflessione più ampia sul rapporto tra educazione, memoria pubblica e costruzione dell’identità nazionale. L’analisi di una recente proposta svedese tesa alla formalizzazione di un “canone culturale” ufficiale rivela come una pluralità di elementi di un patrimonio storico-immaginario, identificati su mandato del governo, sono stati proposti come uno strumento di coesione, in risposta alla frammentazione di memorie e valori comuni. Prendendo in esame intenzioni e strategie dell’inchiesta incaricata di selezionare le 100 voci di questo canone ufficiale, nonché la sua successiva ricezione mediatica, l’autore si concentra sul modo in cui la storia nazionale è concepita e compresa non tanto come disciplina scolastica o ambito intellettuale, ma come risorsa identitaria, spendibile in un’ottica di educazione civica. L’emersione di questo oggetto di dibattito in Svezia – contesto spesso percepito come alieno alle retoriche suprematiste e che, negli ultimi decenni, è andato orientandosi verso una ricerca sempre più esplicita di un ethos coesivo – è sintomatica. Il testo si interroga infatti sulle implicazioni di questi processi su scala europea, evidenziando le tensioni emergenti tra pluralismo e narrazione condivisa, tra aperture multiculturali e ricerca di continuità storica. Il caso svedese si presenta come un osservatorio utile per comprendere trasformazioni che attraversano oggi molti paesi europei, inclusa l’Italia, in un momento in cui scuola e insegnamento della storia tornano a essere terreno di antagonismi tra diverse rappresentazioni del contratto sociale, di un’idea del “noi”.

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This article takes as its starting point the heated debate surrounding the cultural underpinnings of the National Guidelines for Schools, with a view to placing it within a broader reflection on the relationship between education, public memory and the construction of national identity. An analysis of a recent Swedish proposal aimed at formalising an official ‘cultural canon’ reveals how a variety of elements of a historical and imaginary heritage, identified at the government’s behest, have been put forward as a tool for social cohesion, in response to the fragmentation of shared memories and values. By examining the intentions and strategies of the inquiry tasked with selecting the 100 entries for this official canon, as well as its subsequent reception in the media, the author focuses on the way in which national history is conceived and understood not so much as a school subject or an intellectual field, but as a resource for identity, to be utilised within the framework of civic education. The emergence of this topic of debate in Sweden – a context often perceived as alien to supremacist rhetoric and which, in recent decades, has been moving towards an increasingly explicit search for a cohesive ethos – is symptomatic. The text examines the implications of these processes at a European level, highlighting the emerging tensions between pluralism and a shared narrative, and between multicultural openness and the quest for historical continuity. The Swedish case serves as a useful case study for understanding the transformations currently taking place in many European countries, including Italy, at a time when schools and the teaching of history are once again becoming a battleground for conflicting interpretations of the social contract and of the concept of ‘us’.

double blind peer review double blind peer review Questo articolo è stato sottoposto a revisione in doppio cieco (double blind peer review)

Il canone introvabile del curricolo di storia: un dilemma europeo

Le controversie innescate dalla revisione delle “Indicazioni nazionali” per la scuola dell’obbligo,[1] che si susseguono da ormai tre anni, con una spiccata focalizzazione sull’impianto del curricolo di storia, non hanno nulla di estemporaneo. Al contrario, si inseriscono in un crescendo di preoccupazioni sulla tenuta di società culturalmente disgregate e sugli strumenti in grado di puntellarla, di cui un saggio-manifesto uscito in concomitanza con l’annuncio della riscrittura della Indicazioni si era fatto eco.[2] In altre sedi, ho avuto modo di riflettere sul carattere esogeno sia della problematica sia delle soluzioni poste in campo.[3]

Un’idea che sottende il testo emanato dal Ministero alla fine del 2025 – concentrare l’insegnamento della storia attorno ad una serie “canonica” di snodi evenemenziali e biografie esemplari[4] – rappresenta, da una ventina d’anni, un leitmotiv della discussione europea sui curricula. Il dibattito si articola però attorno a trame diverse a seconda del contesto. In Polonia o in Ungheria, si è cristallizzato attorno a un diktat etno-nazionalista, dalle venature revansciste, col vaglio del potere politico in carica. In Francia, in Inghilterra o in Spagna, è la velata nostalgia di un passato imperiale a dettare l’agenda e a polarizzare le posizioni. Questa istanza si accompagna alla ricerca di ritessere il filo di un “romanzo nazionale” suggestivo – in linea con una tradizione didattica tardo-ottocentesca, a cui anche i riformatori italiani hanno voluto richiamarsi[5] – nonché alla critica di una visione universalista e antiautoritaria dell’educazione storica.

I paesi nord-europei che più si sono spesi per la riabilitazione del concetto di “canone” hanno invece scelto di declinarlo su un diverso registro, al contempo più modesto e più olistico. Questo trascende la discussione sul curricolo scolastico, miscelando liberamente contenuti accademici, luoghi dell’identità collettiva (dalla cucina al paesaggio) ed educazione civico-morale. Le implicazioni ideologiche sono in questo caso meno trasparenti che negli esempi citati. Presentato come la risposta a una sfida sociale (l’integrazione), più che intellettuale, il progetto mette a profitto strumenti e retoriche della modernità: multimedialità, cyber-comunicazione, ambiti social. L’intenzione è di organizzare i capisaldi dell’identità collettiva in una linea continua, radicata in una storia di cui si lamenta l’ignoranza diffusa, per aggregarla in un corpus univoco, matrice di una narrazione accattivante del destino comune. In quest’ottica è stato concepito il progetto di “canone” per l’Olanda, che nel 2005 importò sul continente europeo la discussione americana sugli “standard” in educazione e sul canone occidentale. La diagnosi che lo ispirava poneva l’accento sulla confusione crescente attorno all’identità culturale del paese, e quindi sull’urgenza di facilitare il contatto delle nuove generazioni coi capisaldi della cultura olandese e i valori alla base del patto di cittadinanza.[6] Il progetto, curato da un comitato d’esperti del Ministero dell’Educazione e Cultura, è sfociato in un catalogo di 50 eventi, personalità, invenzioni “di cui ogni olandese, in ogni caso, dovrebbe essere informato”,[7] con la proposta di formalizzarlo nei programmi scolastici dell’insegnamento di base (7-14 anni). Oggetto di forti critiche, il criterio di scelta degli episodi di riferimento è stato successivamente rivisto, stemperandone la natura dichiaratamente etnocentrica con la revisione del 2020, ma il concetto di canone ha messo radici, incoraggiando le istituzioni culturali (biblioteche, musei) a far leva su alcuni emblemi dell’identità della nazione, con un’attenzione particolare al messaggio rivolto alle popolazioni di recente immigrazione.[8]  L’attivismo con cui le autorità svedesi hanno raccolto, più recentemente, la sfida della compilazione di un canone culturale mostra efficacemente come l’esigenza di una sintesi certificata non nasce per forza di cose nell’alveo della riflessione sulla missione della scuola, come antidoto all’ignoranza. Essa fa invece eco ad un’attesa sociale più ampia, percepita con particolare urgenza nell’Europa occidentale. La mia disamina prenderà quindi in considerazione la genesi del documento di riferimento su cui il dibattito svedese si è organizzato – il rapporto dell’inchiesta di Stato (utredning) conclusa nell’agosto 2025 – inquadrandone la struttura a partire dal quadro di obiettivi entro cui un team di esperti è stato chiamato a isolare i tasselli del futuro canone e a esplicitarne le potenzialità. La struttura della proposta verrà riletta nell’ottica del mandato che ha presieduto al lavoro di codifica, ma anche della successiva ricezione mediatica della proposta, nel breve ma infiammato dibattito pubblico che nella seconda metà del 2025 ha accolto la fine del lavoro d’inchiesta.

Le premesse del canone svedese: esorcizzare il caos normativo

La genesi politica del dibattito su un “canone culturale” (kulturkanon) per la Svezia ha una filiazione diretta dalle esperienze dell’Olanda e di altre nazioni (Danimarca, Fiandre belghe) che hanno legiferato in materia negli ultimi due decenni.[9] Ventilata attorno al 2006 dal partito liberale, sedotto dall’iniziativa danese poi tradottasi in una molteplicità di “canoni” certificati (letterario, artistico, storico…), l’idea riaffiora nel solco della crisi migratoria del 2015-2016 e del ripensamento innescatosi rispetto agli obiettivi delle politiche d’integrazione e alla sostenibilità del melting pot culturale – fino alla chiusura delle frontiere decretata in extremis nel 2016.

Dopo aver fatto capolino tra le istanze della novità politica dell’ultimo decennio – il movimento nazional-populista dei Democratici di Svezia (Sverigedemokraterna, di seguito DS), che fin dal 2010, anno del suo ingresso in Parlamento, vi consacra una serie di mozioni parlamentari – la richiesta di codificare un catalogo di creazioni culturali emblematiche, un “canone” svedese, è stata inclusa nell’autunno del 2022 nel patto preelettorale tra i quattro partiti liberal-conservatori e l’estrema destra dei DS (“accordo di Tidö”).  La scadenza elettorale del settembre 2022, sfociata nell’affermazione dei DS come perno della governabilità, ha fornito l’occasione per tradurre quella parola d’ordine in progetto politico. L’accordo di maggioranza non precisava però in quali forme la proposta – presentata come una risposta all’anomia e al multiculturalismo – dovesse tradursi:[10] la sua integrazione nell’agenda politica coincide in effetti con l’autonomizzazione della questione dal dibattito sui contenuti scolastici, che era servito da miccia per le iniziative sorte in Olanda, Danimarca e più tardi in Belgio.  Durante la campagna elettorale, i leader di partito avevano tracciato una frontiera netta tra l’allarme sociale generato dalla violenza di bande criminali transnazionali sul suolo del paese e il richiamo a una “svedesità” (svenskhet) ideale, radice dei valori di tolleranza e di pace sociale incarnati nelle istituzioni del Welfare State.[11] Il tema del canone si impone insomma come un tassello retorico, privo di implicazioni pratiche, della quérelle sulla crisi morale e securitaria del paese, davanti alla pressione migratoria e alle sfide della coesistenza tra le culture.

Il modus operandi col quale il governo ha dato seguito alla proposta – la creazione di una commissione di esperti, incaricata di sostanziare l’idea di un “canone” di Stato – è in linea con una tradizione di riformismo consensuale, ancorato al contributo dei tecnici. Le direttive del governo riassumono l’indirizzo ideologico dell’inchiesta in una triade di concetti: cultura, comunità e inclusione.[12]

La personalità designata per coordinare l’inchiesta rispecchia brillantemente questa visione “durkheimiana” della funzione sociale della conoscenza: per questa ragione, la sua stessa traiettoria, che ha finito per convergere con il senso attribuito al concetto di “canone” nel dibattito svedese, merita di essere messa a fuoco. Storico, sociologo e comunicatore consumato, con trascorsi da hippie e da espatriato negli USA, Lars Trägårdh coniuga nella sua persona due cliché della Svezia: l’icona solidarista del “modello” socialdemocratico, e la sua riedizione postmoderna, efficientista e individualista. Il suo itinerario intellettuale – dall’expertise socio-antropologica al marketing politico – appare singolare. In uno dei suoi lavori più noti, Trägårdh puntava i riflettori sul ruolo di alcune permanenze antropologiche nella parabola novecentesca del Welfare universalistico svedese: individualismo, fiducia nelle istituzioni, ruolo marginale delle reti di socializzazione informali.[13] L’anomalia nordica – uno Stato efficiente, ammantato di legittimità morale – poggerebbe le radici in un’alleanza virtuosa tra potenza del settore pubblico e ricerca individuale di autonomia e auto-realizzazione. In un testo redatto per il Forum economico di Davos del 2011, Trägårdh aveva infuso nel ragionamento un elemento di marketing patriottico, indicando nell’eccezionalità del contratto sociale svedese le ragioni della sua resilienza, nella tempesta della crisi del 2008: anche l’allineamento del sistema alla logica del mercato – dalla scuola ai servizi – non ha intaccato coesione sociale e fiducia nella rete di regole e istituzioni.[14] Proprio la presenza di elevatissimi livelli di “fiducia sociale” (rivolta tanto ai concittadini quanto alle istituzioni)[15] avrebbe consentito di ammortizzare gli effetti della precarizzazione del lavoro, in omaggio a una gerarchia di valori dove l’egualitarismo e il formalismo giuridico vengono subordinati al valore dell’autonomia. Negli anni del Blairismo, questa retorica ha scandito il rilancio in chiave neoliberale delle virtù sociali di un modello coeso, radicato, prima che nei diritti sociali, in un codice etico interiorizzato.

La commissione Trägårdh (2023-2025)

Questo retroterra fornisce una chiave di lettura della filosofia della proposta di canone,[16] consegnata con perfetta puntualità il 31 agosto 2025, corredata da un’esposizione di metodi e criteri alla base della scelta degli oggetti da tutelare. Il ragionamento prende le mosse proprio dall’incrinarsi del tessuto di partecipazione e di fiducia reciproca, indotto dalla frammentazione di codici, valori, stili di vita. Un dato scarno lo riassume icasticamente: percorrendo 40 minuti in bicicletta, dal centro di Stoccolma verso la periferia, la fiducia nel prossimo scende di 40 punti percentuali – mentre cresce, in proporzione, la percezione d’insicurezza.[17] Reinventare un canone “inclusivo” sembra rispondere all’obiettivo di recuperare la chiave del miracolo svedese richiamata più sopra, binomio originale di solidarietà sociale e di individualismo.

Questo sottinteso pragmatico, ancorato nell’attualità, è il dato saliente. Gli autori del rapporto si impegnano per svincolare il concetto di “canone” dalle connotazioni reazionarie che ne avevano ostacolato la ricezione. Le stesse direttive del governo tendono a scongiurare queste reticenze: l’incarico trasmesso alla commissione la invita ad individuare ambiti e criteri per un canone “aperto ed inclusivo”.[18]

Gli estensori del canone olandese ne avevano esaltato il carattere “artigianale” e “collettivo” (quindi espressione delle virtù nazionali più genuine).[19] La proposta degli esperti svedesi si colloca sulla stessa falsariga: una definizione esplorativa, aperta sul futuro – congiunta a una rivendicazione identitaria, a sfondo etico. Il canone, sostengono, dovrà permettere di enfatizzare i valori democratici e solidaristici del modello: quello stesso “fondo valoriale” (värdegrund) alla base dell’“essere svedesi” (svenskhet), di cui la scuola si fa carico, dall’ultimo decennio del secolo scorso.[20] Il canone è concepito dunque come un oggetto dinamico: le caratteristiche che definiscono le sue componenti sono la stabilità nel tempo, l’evocazione di una tendenza aperta sul futuro, e la possibilità di un utilizzo educativo, esemplare.

Il “canone popolare”: un’enumerazione alla Borges

Il team di esperti – scrittori, giornalisti, universitari – raccolto attorno all’inchiesta ha fondato la sua analisi su un gran numero di viaggi di studio e sulla consultazione di una pletora di personalità, in rappresentanza di enti pubblici, o minoranze religiose e linguistiche. L’elaborazione della proposta è stata preceduta da una misura che esprime la volontà di ancorarla al più vasto consenso: una consultazione online, con la possibilità per ogni cittadino di formulare suggerimenti e di vederli pubblicati in una piattaforma aperta, “dalla concezione ludica”.[21] L’iniziativa ha preso il nome di canone “popolare”:[22] un elenco che, pur non essendo vincolante per la proposta finale della commissione, è stato ampiamente discusso nel rapporto. Dal lancio della pagina web dedicata fino alla sua chiusura, il “canone popolare” ha ricevuto circa diecimila suggerimenti,[23] sottoposti a un vaglio preliminare da parte della commissione e suddivisi in categorie: uno spaccato di ciò che i cyber-utenti del XXI secolo considerano come centrali per l’identità svedese.

Al di là di una serie di opere letterarie e nomi di artisti – dal poeta e bardo Bellman a Astrid Lindgren, creatrice di Pippi Calzelunghe, fino alla cantante jazz Monica Zetterlund – la mole delle proposte sfocia su un catalogo enciclopedico di luoghi della memoria familiari per lo svedese medio (e di mezza età, o anziano) – nonostante lo sforzo dei coordinatori del progetto di organizzarli per categorie. Vi appaiono elementi del folklore e della gastronomia tradizionale, ma anche la sacrosanta “pausa-caffè” (fika), nonché la “mensa scolastica” e le rivendite di Stato per gli alcolici (Systembolaget): a riprova che la nostalgia per la rassicurante uniformità della Svezia socialdemocratica (ampiamente sfruttata politicamente, in tempo di crisi), risuona con forza nel sentire comune. I luoghi-simbolo dell’identità politica cari agli svedesi spaziano dal Medioevo al periodo più recente: vi compaiono la “battaglia degli Olmi” del 1971,[24] ma anche la Conferenza stampa dell’Agenzia per la Salute, evento oracolare per la popolazione, durante la pandemia del 2020. Accanto ad ambiti tematici come il cibo o la musica POP, il “canone popolare” sembra voler promuovere al rango di patrimonio nazionale ogni icona dell’esperienza sociale degli svedesi di ieri e di oggi: dalla festa di Midsommar alla cultura dei raggare (eroi urbani motorizzati), dalle uova di Pasqua ai popolari centri di fitness Friskis & Svettis. Rientra nelle proposte anche una lunga fila di giochi elettronici, presentati con dovizia di particolari nel rapporto finale. Luoghi e destinazioni care agli svedesi sono stati recensiti con tanta diligenza che già nell’estate 2025 le ferrovie nazionali proponevano alla vendita tour tematici sotto la rubrica Viaggia con il canone. La “voglia di canone” sembra accomunare la Svezia profonda e le sue istituzioni, mentre l’intero contenuto del sito web è stato depositato, a futura memoria, presso gli archivi reali.[25]

Verso un canone ufficiale: un approccio olistico, tra eredità culturali e memorie sociali

Anche se questo primo inventario interattivo ha preso forma parallelamente al lavoro degli esperti, una sua sintesi ragionata è stata incorporata nella proposta, che ne recepisce in qualche misura lo spirito.

Il fulcro del progetto è costituito dalla proposta ufficiale di “canone svedese”: cento entrate tra opere letterarie e artistiche, monumenti e luoghi dell’immaginario, corredate di una descrizione dei motivi che ne giustificano l’inclusione. L’elenco è opera dei due sottocomitati (“gruppi di esperti”) nei quali, per un anno e mezzo, si è concentrato il lavoro degli intellettuali designati all’avvio dell’inchiesta. Il primo ha curato la compilazione di un canone artistico-letterario, mentre al secondo è stato assegnato il vasto progetto di un canone detto “sociale”: atti, eventi o concetti che, nel tempo, avrebbero forgiato la personalità della Svezia odierna. Dal ragionamento introduttivo traspare la tensione tra il carattere intrinsecamente chiuso, gerarchizzante di un “canone”, e l’apertura sul futuro, rivendicata dalle direttive e oggetto di tensioni tra gli esperti.[26] Il testo non fa mistero delle riserve di alcuni di questi nei riguardi del termine “canone”: definizioni alternative – come quella di “finestre” sulla cultura nazionale – ricorrono lungo il testo, quasi ad attenuare le connotazioni normative dell’idea di canone.

Lo stesso carattere enciclopedico (“olistico”, nei termini del rapporto) della lista, che abbraccia campi del sapere disparati, contribuisce a disinnescare queste riserve. Un canone che spazia dalla Bibbia di Lutero alla Vasaloppet.[27] dall’arte sami a un’icona industriale come i cuscinetti a sfera, trascende l’iscrizione in un filone ideologico o in una tradizione culturale precisi. Le indicazioni metodologiche che dirigono il lavoro dei sottogruppi cercano in effetti di conciliare una vaga ricerca di coerenza con l’inclusione di tutte le aree tematiche e delle grandi correnti culturali, in un paese dove i nati all’estero rappresentano oltre un quinto della popolazione. Con rammarico degli estensori, un criterio di anzianità, che esclude dal canone opere ed eventi risalenti a meno di 50 anni, ha impedito di inserirvi un’icona nazionale come gli ABBA.[28] Un’altra raccomandazione mette l’accento, tra i requisiti da soddisfare, sull’“impiegabilità” del corpus canonico: «Le opere (…) dovranno essere concrete e tangibili: qualcosa che incarni un valore o un’idea, certamente, ma che si presti anche ad essere letto, visto, visitato ecc.»[29]

Un principio di inclusività, infine, ha imposto ai compilatori di riservare uno spazio adeguato a tradizioni e identità discriminate. Il canone – ritratto di un “noi” proiettato nel passato – ha il compito di far risaltare, oltre alle minoranze, il ruolo di bambini, giovani, donne, nella costruzione culturale della nazione.[30]

Un “romanzo nazionale” in pillole

L’ambizione culturale alla base della grandiosa sintesi del Nation building svedese – dal Nordiska museet (1880), canto del cigno dello Scandinavismo, a Skansen (1891, primo museo all’aperto in Europa), celebrazione dell’unità del folklore nazionale – sembrano fuori portata per il canone del 2025. Un modello più modesto sarebbe stato il Läsebok för folkskolan (1868); per un paio di decenni, libro di letture unico per la scuola elementare obbligatoria: un catechismo laico di miti e cliché, proposto a generazioni di scolari svedesi. Non a caso, il Läsebok rientra tra le cento opere canoniche, con questa motivazione:

…rappresenta uno storico esempio di ciò che da sempre è considerato compito della scuola: formare i bambini perché assimilino e sviluppino tanto le conoscenze quanto i valori che l’epoca considera come essenziali.[31]

Nel 1900, il läsebok era stato bollato come « una disgrazia nazionale » dalla scrittrice proto-femminista Ellen Key,   a sua volta inserita nel canone del 2025! Se la continuità con le finalità perseguite da quei precursori illustri – fondare un senso comune, rivolto a dinamizzare lo spirito civico – è rivendicata a più riprese, è lecito domandarsi se l’enciclopedismo, e una volontà consensuale spinta all’estremo non abbiano svuotato di senso questo progetto: più che un canone nazionale, la lista ufficiale ha il sapore di una collezione postmoderna di nostalgie incompatibili, di “madeleine di Proust” generazionali.

L’ecumenica cautela dei criteri di selezione sortisce comunque un effetto: soffocare sul nascere il nucleo ideologico della retorica dei DS[32] – il primato della “cultura svedese”, contro le forze che la insidiano, o che ne negano l’originalità – finendo per corroborare una rappresentazione opposta: la duttilità di ogni cultura (per il canone è prevista una revisione ogni 10 anni).

Inevitabilmente, alcuni dilemmi metodologici fondamentali (che cosa identifica un “classico”?) hanno fatto da sfondo alla compilazione di un canone artistico-letterario accettabile per il XXI secolo. La scelta di 50 “opere” (verk) canoniche non poteva che rianimare dibattiti annosi, a cominciare da una tensione ricorrente nel disegno della politica culturale del Welfare socialdemocratico: il conflitto tra la finkultur (cultura elitaria) incarnata dalla grande tradizione letteraria o da istituzioni come il teatro Dramaten di Ingmar Bergman, e la tradizione della cultura popolare, immediatamente accessibile – fortemente valorizzata nell’immaginario nazionale.

Un’altra frontiera che il canone del 2025 ha cercato di trascendere è quella che separa la creazione artistica da altre produzioni intellettuali: oltre che tra arti visive, musica e letteratura, la selezione spazia tra saggi, testi scientifici, opere religiose. La conseguenza inevitabile è lo spazio pressoché simbolico concesso ad ogni settore. Nel paese di Linneo, aduso a inventari e tassonomie, la discussione si è focalizzata in parte sulla ripartizione per gruppi (“quanta” poesia rispetto alla prosa?), per approdare al criterio generale di dieci voci per categoria.[33] L’elenco finale rende onore a un piccolo numero di classici riconosciuti (con una netta prevalenza della letteratura dei secoli XIX e XX: A. Strindberg, S. Lagerlöf, K. Boye…), con un’unica opera per autore. A guidare la scelta è stato – più che un giudizio estetico – il valore edificante o profetico dell’opera rispetto a temi-chiave della sensibilità contemporanea per i diritti. Temi come l’emancipazione femminile, del riscatto delle minoranze (Sami, Rom…), ma anche delle minacce della tecnica o della relazione individuo-Stato fanno da filo conduttore, attenuando il contrasto tra filoni estetico-culturali diversi.

Tra i due grandi ambiti di lavoro, è il “canone sociale” a racchiudere alcune delle indicazioni più controverse, ma anche più illuminanti sul piano analitico. Queste implicano un giudizio sulle priorità della storia nazionale da valorizzare, all’interno di un percorso fatalmente contraddittorio. Da cui il confronto, inevitabile, con una serie di dilemmi: come assegnare un valore relativo – in questo museo virtuale dell’immaginario nazionale – all’eredità giuridica dell’Assolutismo e della Socialdemocrazia? Della Svezia imperialista del XVII secolo e dell’internazionalismo di Palme? Come mediare tra il rigorismo luterano e il patchwork spirituale della Svezia odierna, con un 35,7% di abitanti con radici fuori dai confini nazionali[34] e culture religiose la cui presa sulla società va offuscando, ormai, il tenace retaggio protestante? Il problema è risolto alla radice facendo appello a un principio di “democrazia cronologica” (che però non si applica alle produzioni artistiche, sbilanciate verso il contemporaneo).[35] Il canone ideale non deve interpretare la nostalgia per una dimensione dell’eredità svedese, ma aprire una “finestra” su tutte le sue fasi.

Interessi e scelte dalla sottocommissione sono coerenti con una concezione olistica dell’idea di canone, il tentativo di catturare un Geist metastorico. Accanto a opere, autori o monumenti fisici, la proposta accoglie riferimenti identitari fortemente connotati, punti fermi dei manuali di svedese per stranieri, come dei testi scolastici. L’inclusione dell’Allemansrätten – legge consuetudinaria che permette agli svedesi di pernottare o cogliere fiori entro terreni di proprietà privata – rinvia alla costruzione di un’idea di socialità, ma anche, in modo riflessivo, ai sentimenti d’identificazione che questo concetto familiare, emblema del binomio natura-libertà, risveglia nel senso comune. L’ambito del canone “sociale” si articola in cinque categorie: “Legge e diritto”, “Religione”, “Economia”, “Scoperte”, e “Sfera pubblica” (offentlighet), una classificazione declinata in modo piuttosto libero, epistemologicamente parlando: l’indice del canone “sociale” ondeggia infatti tra significanti – icone tangibili o reificate, come la Radiohuset, sede della RTV di Stato, del 1962, la Bibbia di Lutero – e significati: riforme-faro del Welfare come la pensione universale, il congedo di paternità, la dichiarazione dei redditi individuale (emblema dell’impegno collettivo per la parità uomo-donna, del 1974). Dal primo emporio IKEA a Älmhult (“simbolo dello spirito imprenditoriale svedese, e di come modelli commerciali inventivi possono influenzare la vita privata”…)[36] ai cuscinetti a sfera. Il film Luci d’inverno di I. Bergman (1963) è inserito nel canone religioso svedese – assieme a una canzone, e all’orologio astronomico di Lund.

Dover condensare in pochi oggetti canonici una tradizione giuridica millenaria conduce a scelte drastiche, ma comunque interessanti. Il retaggio del positivismo giuridico ha spesso condotto i tribunali svedesi a cercare fuori dai confini, nella giurisprudenza delle organizzazioni internazionali, le sue fonti normative: ritrovare nel canone svedese la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (1950) sorprenderà solo chi non ne conosca l’uso intenso nel dibattito interno – in riferimento alla libertà religiosa o al diritto di famiglia.

Il canone dalla teoria alla pratica: un problema in sospeso

Quale destino si prospetta per il canone culturale, consegnato in pompa magna al governo nell’agosto del 2025? Come di prammatica, il testo comprende un capitolo relativo all’attuazione delle proposte e al relativo finanziamento. Ricalcate sulle esperienze di Olanda e Danimarca, le proposte rispondono soprattutto alla preoccupazione di scongiurare l’accusa di un uso ideologico del canone; accuse che si sono comunque abbattute sull’inchiesta dall’indomani della sua divulgazione. Fulcro della proposta è la creazione di una fondazione – svincolata dal potere politico – incaricata di mettere il canone al servizio di un progetto culturale ambizioso: «fare delle cento opere altrettante finestre che indirizzino il pubblico verso una conoscenza più estesa della cultura e della storia del paese».[37] «Una stazione di partenza, non un capolinea» – stando a una dichiarazione dello stesso Trägårdh, all’indomani della fine dei lavori.[38]

L’idea di un’agenzia dedicata delinea un punto di contatto con un tratto della metamorfosi del Welfare State svedese descritta dal sociologo Bo Rothstein vent’anni orsono: la moltiplicazione di “apparati ideologici” burocratici, per orientare l’opinione pubblica su questioni disparate – salute, sviluppo delle aree depresse, uguaglianza uomo-donna, memoria dei genocidi – sottratte al dibattito pubblico, e alla politica.[39] Con una differenza: l’intento, in questo caso, non è affermare un “valore”, ma preservare dall’oblio un patrimonio esistente, condiviso. Il ruolo dell’agenzia deputata a questo compito – la scuola – è pressoché indecifrabile alla lettura della proposta. A differenza di esperienze similari, l’intervento sui curricula non costituisce una priorità; il testo si limita ad accennare che la scuola dovrebbe tener conto del canone, punto attualmente al centro di una riflessione i cui risultati sono attesi per il 2027.[40] La tradizione di autonomia amministrativa della scuola (unita alla decentralizzazione radicale della fine degli anni Novanta) ha guidato la proposta verso maggiori cautele rispetto al canone olandese, e una diversa caratterizzazione, retorica e simbolica, dell’intero progetto. L’idea di un curricolo di “grandi eventi” avrebbe comunque cozzato con il solido impianto anti-direttivo della cultura didattica del dopoguerra. Esplicite indicazioni in materia di autori o letture raccomandate sono scomparsi dai programmi dagli anni Sessanta (anche se una lista di letture “consigliate”, divise per corso di studi, già è stata introdotta nel 2024, su iniziativa del governo) e la libertà per gli insegnanti di congegnare il curricolo in autonomia è considerata assoluta.

Il rapporto indirizza contro questa tradizione svariate frecciate: la Svezia “ha avuto” un canone, precisa, rilevando come in paesi come la Francia o la Gran Bretagna, che non impiegano questo termine, conoscenze, memorie, e opere giudicate irrinunciabili hanno uno status ben più autorevole. Ma al di là di questa affermazione di principio, e degli auspici dello stesso Trägårdh, all’indomani della divulgazione del rapporto, un simile esito non sembra scontato. Per due o tre generazioni, la continuità di un romanzo nazionale, la presenza rassicurante di un nucleo di memorie comuni, sono state spazzate via, in nome della scienza e di una scuola davvero per tutti. La prospettiva più sicura sembra consistere nel recuperarne scampoli “dal basso”, attingendo ai tanti patrimoni immaginari di una società difficile da imbrigliare in un programma identitario.

È lecito domandarsi quale futuro attenda il progetto – traduzione di una promessa azzardata del neopopulismo svedese (l’ultimo ad affermarsi in Scandinavia, tra un’offerta politica rimasta stabile, dagli anni Venti del XX secolo). L’unico indizio, per ora, è la sospensione di tutte le decisioni attuative e un dibattito, vivacissimo sui media all’uscita delle proposte (2618 interventi pubblicati nel primo mese, cifra poi scesa a poco più di mille entrate nel periodo gennaio-agosto 2026),[41] poi rapidamente sopito. Ironicamente, l’idea di un canone “popolare” ed ecumenico mina alle fondamenta l’idea stessa di canone nazionale, e ha contribuito a confondere le acque. La velleità sottesa alla proposta – offrire “a ciascuno il suo canone” è una risposta alla paralisi di una coscienza (a)storica narcisistica – messa a fuoco da R. Balzani in un recente numero del Mulino[42] – o un modo di accarezzare il senso comune nel senso del pelo?

Nel valutare il rapporto, i commentatori svedesi hanno colto l’impasse; il dibattito, in ogni caso, ha concorso a rompere l’aura consensuale costruita attorno alla lista “canonica”. Nonostante i reali sforzi di strutturare l’inchiesta in forma partecipativa, dall’indomani della pubblicazione una lunga serie di pecche è stata imputata al prodotto delle sue riflessioni: verticismo ed elitismo, assenza di sensibilità democratica (rivelata dall’assenza di produzioni culturali “popolari”, come la musica leggera), eccesso di soggettività, maschilismo, ignoranza del ruolo delle minoranze nazionali e delle regioni, etnocentrismo, assenza di creazioni rilevanti per le giovani generazioni…[43] Come prevedibile, un settore della critica ha rifiutato a priori la legittimità di un canone prescritto dall’alto; fin dai prodromi della proposta, duecento scrittori svedesi si erano espressi in tal senso con una lettera di protesta indirizzata al quotidiano “Expressen”.  Il filone dominante dei commenti, pur convenendo sull’utilità di ristabilire un consenso attorno ad alcuni riferimenti culturali centrali, non ha risparmiato critiche al meccanismo scelto per realizzare l’obiettivo, a fronte della latitanza (ideale e materiale) di ogni politica culturale. Sull’autorevole Dagens Nyheter B. Wiman paragona gli autori del rapporto a Don Quijote che – alla ricerca del suo asino perduto nel bosco – confonde i suoi stessi richiami con l’oggetto della sua ricerca.[44] La ricerca del “canone”, è il sottinteso, resta un’invocazione fine a se stessa.

A qualche mese dalla fine dei lavori, in occasione del consueto rinvio della proposta del gruppo di esperti per parere (la procedura detta di remiss), solo un’esigua minoranza degli enti consultati ha accettato la proposta con poche riserve: un esito deludente, se si pensa allo sforzo versato dall’inchiesta per includere nel lavoro preparatorio un ventaglio rappresentativo possibile delle culture e sensibilità del paese. Il metodo di finanziamento proposto per il futuro ente incaricato di promuovere il canone (basato sui capitali di un’Agenzia di Stato che amministra lasciti di privati) è stato contestato da diversi enti e bollato come anti-etico.  Colmo dell’ironia, persino l’immagine accattivante che nella versione pubblicata del canone era stata presa a emblema del progetto nazionale svedese ha prestato il destro a polemiche. La foto, del 1923, raffigura un uomo seduto all’interno di un enorme cuscinetto a sfera, ma la stampa ha rivelato che l’individuo che appare nella foto non era affatto il noto imprenditore e inventore di Göteborg, citato nella didascalia![45]

A giudicare dai pochi sviluppi concreti che – in vista delle nuove elezioni politiche, in settembre – l’insieme del progetto di canone ha conosciuto, gli osservatori svedesi sembrano aver colto nel segno, fin dai primi commenti a caldo: il lavoro elefantiaco del gruppo di Trägårdh appare destinato a partorire un topolino, e a chiudere temporaneamente il varco a imprese dello stesso tenore[46].  Allargando il discorso, ci si può chiedere se i paradossi rivelati dal dibattito svedese, inerenti alle attese contraddittorie che pesano sull’imperativo di “restaurare” un canone nazionale – ovvero: essenzializzare la cultura di riferimento pur facendovi convergere istanze di riconoscimento plurali; mettere un freno alla cancel culture senza rinunciare alla naturale evoluzione dei valori sociali; ricercare un immaginario consenso nei brandelli delle guerre culturali del passato – non coinvolgano tutti noi. Se la stessa aporia non trapeli, ad esempio, dalle tentazioni italiane di riportare in auge l’autorità di un canone scolastico con un tratto di penna, nell’inconsapevolezza dei processi epocali, ancora in atto, che ne hanno scandito il collasso.

Il dibattito italiano dei prossimi mesi – dopo il varo ministeriale delle “Indicazioni” per i licei – permetterà forse di veder emergere contrapposizioni di analogo tenore, benché la parola “canone” non trovi spazio, per ora, nella discussione nostrana. Personalmente, e in riferimento alla scuola, trovo che, prima di dividersi attorno alla domanda “quale canone” (ovvero “canone sì– canone no”) sarebbe utile porsi la domanda: “quali operazioni, criteri possono permettere di identificarlo”? Proprio il confronto con le esperienze svedesi potrebbe allora rivelarsi fecondo. Vi troviamo un esempio di canone strumentale: un catalogo di oggetti familiari e fruibili, il “posto delle fragole” di bergmaniana memoria: strizzatine d’occhio accattivanti, che rivelano immediatamente la propria funzione. Un canone consensuale, per un discorso consensuale sul canone – dove riconoscerne la necessità (“siamo tutti Svedesi!”) sembra più importante che coltivarne il contenuto e metterlo a profitto.

Bibliografia
  • E. Andersson, Avhoppade ledamoten: ”Väldigt exkluderande”, in “Svenska Dagbladet”, 2.9.2025.
  • H. Berggren, L. Trägårdh, Är svensken människa? Gemenskap och oberoende i det moderna Sverige, Norstedts, Stoccolma 2006.
  • H. Berggren, L. Trägårdh, Social trust and radical individualism, The Nordic Way, World Economic Forum, Davos 2011.
  • T. Burlin, Det kanoniska konceptets tyranni: en kritik av musikurvalet i En kulturkanon för Sverige, in “Svensk Tidskrift för Musikforskning / Swedish Journal of Music Research”, 1, 2025.
  • P. S. Colla, Teaching «fundamental values» in the Swedish education system: Towards an anti-authoritarian Regime of Truth, in “Quaderni di Sociologia”, 78, 2018.
  • P. S. Colla, Storia comune, nazione e educazione identitaria. Una discussione a proposito di “Insegnare l’Italia”, in “Historia Ludens”, https://www.historialudens.it/didattica-della-storia/533-storia-comune-nazione-e-educazione-identitaria.html.
  • P. S. Colla, “Rinazionalizzare” i programmi di storia: un trend europeo?, in L. Boschetti, C. Villani (a cura di), Ripensare e insegnare l’Europa, Anthology Digital Publishing, Prato 2026.
  • P. S. Colla, L’essor des «Démocrates de Suède» ou la fin de l’exception suédoise, in “Politique internationale”, 178, 2023.
  • E. Galli della Loggia, L. Perla, Insegnare l’Italia. Una proposta per la scuola dell’obbligo, Morcelliana, Brescia 2023.
  • T. Harding, A list of artworks to unite a nation? Some reflections on the government report “A Cultural Canon for Sweden” (SOU 2025:92), in “Nordisk kulturpolitisk tidsskrift”, 29, 2026.
  • Indicazioni Nazionali per il curricolo. Scuola dell’infanzia e Scuole del Primo ciclo di istruzione, Ministero dell’Istruzione e del Merito, Roma 2025.
  • Kristdemokraterna, Liberalerna, Moderaterna och Sverigedemokraterna. Tidöavtalet: Överenskommelse för Sverige, versione elettronica, https://moderaterna.se/app/uploads/2022/10/Tidoavtalet-Overenskommelse-for-Sverige.pdf.
  • Nuove Indicazioni 2025 – Materiali per il dibattito pubblico, Ministero dell’Istruzione e del Merito, Roma 2025.
  • B. Rothstein, Les appareils idéologiques d’État, in “La Vie des idées”, 15, 2006.
  • B. Wiman, Kulturkanon är skrattretande – kunde tagits fram av AI, in “Dagens Nyheter”, 2.9.2025.

Pubblicazioni ufficiali

  • En reformerad samhällsorientering för bättre integration. SOU 2025 :55
  • En kulturkanon för Sverige. SOU 2025:92.
  • Kulturdepartementet, Kommittédirektiv: En svensk kulturkanon. Beslut vid regeringssammanträde den 21 december 2023. Dir 180, 2023.

Note:

[1] Dibattito ravvivato nell’aprile 2026 dalla pubblicazione della proposta di Indicazioni per i Licei.

[2] L. Perla e E. Galli della Loggia, Insegnare l’Italia. Una proposta per la scuola dell’obbligo, Morcelliana, Brescia 2023.

[3] Due interventi dedicati a rivelare l’intreccio tra le polemiche italiane sulle nuove Indicazioni e un persistente revival europeo del tema dei “romanzi nazionali” sono P. S. Colla, Storia comune, nazione e educazione identitaria. Una discussione a proposito di “Insegnare l’Italia”. https://www.historialudens.it/didattica-della-storia/533-storia-comune-nazione-e-educazione-identitaria.html (ultimo accesso il 16 agosto 2026) e “Rinazionalizzare” i programmi di storia: un trend europeo?, in L. Boschetti, C. Villani (a c. di), Ripensare e insegnare l’Europa, Anthology digital publishing, Prato 2026.

[4] Sebbene l’espressione « canone » non appaia in riferimento al curricolo di storia, il richiamo alla sua funzione sottende l’esposizione di contenuti e metodologie didattiche (Indicazioni Nazionali per il curricolo. Scuola dell’infanzia e Scuole del Primo ciclo di istruzione, Ministero dell’Istruzione e del Merito, Roma 2025, pp. 54-59).

[5] «Non abbia timore l’insegnante di ricorrere nella sua esposizione al coinvolgimento anche emotivo e sentimentale dei giovani allievi, facendo uso di episodi particolari anche aneddotici, che fanno ancora parte della cultura del nostro paese». Nuove Indicazioni 2025 – Materiali per il dibattito pubblico, p. 76.

[6] L’allestimento nel 2007 di un sito web dedicato (https://www.canonvannederland.nl/), in parte accessibile in inglese, rientra nel progetto.

[7] Wat iedereen in elk geval zou moeten weten van de geschiedenis en cultuur van Nederland.  Cosi’ si esprimeva la commissione Van Oostrom, incaricata nel 2006 della redazione del canone olandese (versione inglese : F. van Oostrom, A Key to Dutch History. The Cultural Canon of the Netherlands, Amsterdam University Press, 2007).

[8] Un esemplare del “canone” venne incluso nel pacchetto di benvenuto predisposto per la procedura di acquisizione della cittadinanza olandese.

[9] Fino al 2004, il termine «canone culturale» (o «scolastico») non era mai stato utilizzato nei media svedesi (fonte: www.retriver.se, ultimo accesso l’11.8.2026).

[10] Il testo dell’accordo conteneva un generico impegno a “presentare proposte per un canone culturale svedese, entro svariati ambiti della cultura” (Tidöavtalet, p. 62. https://moderaterna.se/app/uploads/2022/10/Tidoavtalet-Overenskommelse-for-Sverige.pdf, ultimo accesso il 18.8.2026).

[11] P.S. Colla, L’essor des “Démocrates de Suède” ou la fin de l’exception suédoise, in “Politique internationale”, 178, 2023.

[12] Gli estensori del rapporto d’inchiesta ne sviluppano il senso così: “includere tutta la popolazione, per mezzo della cultura, entro una comunità” (En kulturkanon för Sverige. SOU 2025:92, p. 17). Non a caso, l’inchiesta sul canone ha coinciso con un’altra, rivolta alla revisione dei programmi di educazione civica per i neo-immigrati (En reformerad samhällsorientering för bättre integration. SOU 2025 :55).

[13] L. Trägårdh, H. Berggren, Är svensken människa? Gemenskap och oberoende i det moderna Sverige. Norstedts 2006 (The Swedish Theory of Love: Individualism and Social Trust in Modern Sweden, Seattle, University of Washington Press, 2022).

[14] L. Trägårdh, H. Berggren, Social trust and radical individualism. The Nordic Way. Davos, World Economic Forum, 2011.

[15] Trägårdh è tra i promotori di un’indagine sociologica permanente curata dall’Istituto svedese di statistica dal 2009 (https://www.nordiclabourjournal.org/trust-levels-in-sweden-are-swaying/), ultimo accesso il 16.8.2026; il Trust Barometer (rilanciata recentemente come Community Barometer), a cui fanno riferimento vari passaggi del rapporto del 2025.

[16] Il termine sarà utilizzato, da qui in avanti, come traduzione dello svedese kanon, conservando le ambiguità dell’uso del termine – al tempo stesso «antiquario», normativo e aperto ad una negoziazione democratica – che si è andato accreditando nel dibattito.

[17] SOU 2025 :92, cit., p. 23.

[18] Öppen och inkluderande. Kulturdepartementet, Kommittédirektiv: En svensk kulturkanon. Beslut vid regeringssammanträde den 21 december 2023. Dir 180, 2023.

[19] It has become a true Dutch canon because it was created in a typically Dutch way. A Key to Dutch History, cit., p. 11.

[20] P. S. Colla, Teaching «fundamental values» in the Swedish education system: Towards an anti-authoritarian Regime of Truth, in “Quaderni di Sociologia”, 78, 2018.

[21] SOU 2025 :92, cit., p. 66.

[22] Folkets kanon. Ibid., p. 65-112.

[23] Cinquemila delle quali, evidente frutto di un lavoro preliminare, trasmesse nella prima settimana di lavoro.

[24] Manifestazione che segnò l’arresto degli sventramenti nel centro storico di Stoccolma, in nome della tutela dell’ambiente e della memoria collettiva.

[25] SOU 2025 :92, cit., p. 112.

[26] Gioverebbe, in altra sede, tracciare il filo della discussione tra gli esperti – racchiusa in un numero assai ristretto (sei) di riunioni di lavoro.

[27] Dal 1922, la gara di sci di fondo più popolare della Scandinavia – rievocazione della fuga di Gustavo Vasa da Mora a Sälen (1521), all’inizio della ribellione contro la corona danese.

[28] Tuttavia, la densità delle proposte relative al periodo 1968-1975 rivela l’ansia di dare soddisfazione alla memoria generazionale dei baby boomer – tra cui va annoverato lo stesso direttore della commissione, Trägårdh.

[29] SOU 2025: 92, p. 119.

[30] Cfr. Kommittédirektiv 2023 :180 (in SOU 2025 : 92, p. 275-279).

[31] SOU 2025:92, p. 230.

[32] Che si presentavano, all’atto di fondazione del partito (1988), come “partito di categoria a difesa degli svedesi”.

[33] La soluzione prospettata alla presenza limitata dei poeti è l’inclusione nel canone di una mini-antologia, comprensiva di 10 poemi emblematici.

[34] Fonte : SCB, 31.12.2025 (somma dei nati all’estero e degli abitanti con almeno un genitore non-svedese).

[35] Tra prosa e poesia, 16 opere su 19 risalgono agli ultimi 200 anni. Per la musica, il Novecento totalizza 8 scelte su 10.

[36] SOU 2025 :92, cit., p. 212.

[37] SOU 2025 :92, cit., p. 239. Un portale online multilingue è stato dedicato al canone (https://kulturkanonportalen.se/index.html), che è inoltre disponibile in forma di libro e come e-book (En kulturkanon för Sverige, Natur & Kultur, Stoccolma 2026).

[38] https://efn.se/ekonomin-som-gjorde-sverige-svenskt, ultimo accesso il 18.8.2026.

[39] Les appareils idéologiques d’État in “La vie des idées”, 15, 2006.

[40] Tra forti resistenze, l’Agenzia di Stato per l’Educazione (Skolverket) si è vista affidare dal governo, nella primavera del 2026, un incarico esplorativo per valutare un possibile utilizzo del « canone » ufficiale nel corso delle prossime revisioni dei programmi.

[41] Fonte: www.retriever.se (citato in H. Fahl, K. Ahlström, Kulturbråken vi minns in “Dagens Nyheter”, 28.12.2025, ultimo accesso l’11.8.2026).

[42] “Il Mulino”, 533 (1), 2026, p. 36.

[43] Vedi, a titolo di esempio, T. Burlin, Det kanoniska konceptets tyranni: en kritik av musikurvalet i En kulturkanon för Sverige  in “Svensk Tidskrift för Musikforskning Swedish Journal of Music Research”, 1, 2025 e l’intervista resa da un’esperta, dimessasi dall’inchiesta prima della fine dei lavori (E. Andersson, Avhoppade ledamoten: ”Väldigt exkluderande” in “Svenska Dagbladet”, 2.9.2025).  Per una sintesi ragionata del dibattito sulla proposta di canone cf. (in inglese) T. Harding, A list of artworks to unite a nation? Some reflections on the government report “A Cultural Canon for Sweden” (SOU 2025:92), “Nordisk kulturpolitisk tidsskrift”, 29, 2026.

[44] Kulturkanon är skrattretande – kunde tagits fram av AI in “Dagens Nyheter”, 2.9.2025.

[45] K. Wedel, Vem är den hemlige göteborgaren i Sveriges kulturkanon? in “Göteborgs Posten”, 2.9.2025.

[46] Nella primavera del 2026, dopo l’esito deludente del dibattito sull’inchiesta dell’anno precedente, il governo ha annunciato che nessuna proposta attuativa sul tema del “canone” sarebbe pervenuta al Parlamento prima delle elezioni politiche del settembre di quest’anno.