Rivista dell'Istituto Nazionale Ferruccio Parri

L’Italia nella grande trasformazione

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Dal boom economico degli anni Sessanta alla crisi degli anni Settanta

Il titolo che ci siamo dati impone anzitutto di riflettere sulla periodizzazione, qui doppiamente articolata: temporalmente, tra due decenni, e qualitativamente, ponendo il primo in una luce enfaticamente positiva e l’altro invece in una prospettiva di declino. Nessuna periodizzazione è infatti da assumere come assoluta ed esclusiva di altre, proprio perché essa esprime anzitutto gli interrogativi ai quali si intende cercare risposta a partire dalla prospettiva dell’oggi, cosicché se già nel costruirsi suggerisce una prima risposta, e dunque una ipotesi interpretativa, prima ancora propone una gerarchia di rilevanza tra gli eventi indagati.

Periodizzare. Una società in trasformazione

La prima e più semplice periodizzazione dell’Italia nella grande trasformazione usualmente tende – come pure nel nostro titolo – a individuare tra i due decenni in questione un nesso e a plasmarlo in forma parabolica, cosicché all’ascesa segue il declino. Condivisibile nella sua valenza generale, questa proposta richiede di essere validata e articolata. Perciò, di seguito, espliciteremo i nessi e le gerarchie di rilevanza tra fenomeni e processi che sono tutt’altro che confinabili nell’uno e nell’altro decennio. Ancor meno sono ascrivibili ad una lettura dualistica che davvero appiattisca entrambi su un’immagine di maniera, positiva o negativa che sia. Anche perché è indispensabile ricollocare questa periodizzazione – molto italiana – dentro una periodizzazione di portata più lunga e spazialmente più ampia. Quella che àncora gli anni Sessanta al precedente decennio della ricostruzione postbellica e, ancor più, al ciclo politico-economico avviato negli anni Trenta in risposta alla Grande crisi e imperniato sui partiti di massa, il welfare-state e la centralità delle grandi fabbriche e della produzione di beni di consumo di massa. Quel ciclo si concluse negli anni Settanta, con la transizione su scala planetaria all’odierna realtà della globalizzazione culturale, produttiva e finanziaria.

Trainata dal boom economico del quinquennio 1958-1963 (quando il Pil crebbe ad un tasso del 6,3% annuo), la crescita dei consumi – specialmente i cosiddetti beni di consumo durevoli (elettrodomestici, autovetture, ecc.) –, divenuti accessibili non solo da una larga platea di ceti medi, ma anche di crescenti strati di ceti popolari, testimoniò un innalzamento sostanziale del benessere e si tradusse in una rapido quanto profondo mutamento della vita sociale. Nel corso degli anni Sessanta si realizzò una dinamica di trasformazione, caratterizzata dal repentino spostamento del baricentro strutturale del paese dal mondo delle campagne a quello urbano, per effetto delle migrazioni interne su breve e lunga distanza (tra il 1955 e il 1970 un terzo della popolazione mutò comune di residenza) e dell’attrazione che la vita e il lavoro in città esercitarono su schiere crescenti di giovani contadini. L’esito fu il prevalere dell’occupazione nei settori industriale e nel terziario, la diffusione di stili di vita improntati all’acquisizione di un migliore status materiale e culturale e una maggiore libertà e mobilità individuale e collettiva. Possenti furono le trasformazioni strutturali, con l’ingente espansione dei centri urbani e il massiccio incremento dei mezzi di trasporto, e altrettanto rapido il mutamento degli assetti sociali, ora imperniati sulla famiglia nucleare (genitori e figli), l’accesso all’istruzione di massa, lo sviluppo della tutela sanitaria e soprattutto, la stabilità occupazionale, che consentì una graduale crescita dei salari e innescò una mobilità sociale ascendente.

Presupposti e contesto di quella crescita furono – nell’ambito di un’espansione complessiva dell’economia e della società europea e mondiale, non casualmente etichettata come Golden Age – la disponibilità di forza lavoro a basso costo, la modernizzazione dell’apparato produttivo (in primo luogo con l’introduzione su larga scala della catena di montaggio e della produzione in serie), le politiche di governo dell’economia e di redistribuzione delle risorse e dei redditi attuate tramite  la leva fiscale, lo sviluppo dei servizi di welfare e, in particolare nel nostro paese, il ruolo strategico dell’industria pubblica e dell’intervento nel mezzogiorno, finalizzati a sostenere lo sviluppo dell’industria di base e estendere il tessuto industriale anche nelle aree periferiche.

Soggettività e attori sociali: le donne, gli operai, i giovani

Tale contesto e tali dinamiche alimentarono la formazione di uno spettro di identità collettive ampio e variegato. Condividere esperienze e trasformazioni individuali e di gruppo, affrontare condizioni nuove, di aspettative e conquiste quanto di difficoltà e disagi, promosse il reciproco riconoscimento di se stessi come portatori di culture ed elaboratori di progettualità non solo individuali, ma palesemente collettive. Di conseguenza, indusse la formazione di soggetti e attori sociali capaci di mobilitarsi sulla scena pubblica nel confronto, e nel conflitto, con altri attori finallora dominanti.

Furono tre gli attori principali su cui merita concentrare l’attenzione, perché all’epoca dimostrarono profili identitari e capacità di mobilitazione quanto mai originali e potenti.

Nel passaggio dal mondo rurale a quello urbano, dal lavoro contadino a quello operaio e impiegatizio, dalla famiglia patriarcale a quella nucleare, le donne vissero mutamenti profondi del proprio ruolo in tutte le sfere della vita sociale: sul piano affettivo, come su quello domestico, lavorativo, sociale e culturale. Tanto più che la segregazione dei ruoli proposta dalla famiglia nucleare – tra un marito proiettato nel lavoro e una moglie custode della sfera domestica – enfatizzò differenze di genere destinate ad entrare rapidamente in tensione con le potenzialità di emancipazione alimentate dal diffuso accesso all’istruzione e dalla conseguente autonomia economica e culturale consentita dalla possibilità di inserirsi autonomamente nel mercato del lavoro. La partecipazione responsabile alla vita pubblica, nella dimensione lavorativa, come in quella socio-culturale, divenne un’aspirazione diffusa e una realtà crescente per milioni di donne, in primo luogo, ma non solo, delle generazioni più giovani. Il movimento delle donne, il “femminismo”, non furono che la proiezione militante di una consapevolezza diffusa che coniugava variamente rivendicazione di primari diritti civili, emancipazione dai vincoli anacronistici di una morale tradizionalista, paternalista e misogina quanto persistente non solo nelle aree culturalmente più arretrate del paese, e, infine, aneliti ad una liberazione individuale e collettiva imperniata sulla radicale ridefinizione dei rapporti di genere. Il sovrapporsi di queste pulsioni, rivendicazioni e progettualità generò un processo di cambiamento intenso e rapido, che investì in profondità e, più di quanto potesse allora apparire, nel lungo periodo le identità e i rapporti di genere, muovendo dalle relazioni sessuali, affettive e familiari per proiettarsi ampiamente in tutti gli ambiti delle vita sociale. Tra gli anni Sessanta e Settanta, l’introduzione del divorzio (nel 1970, riconfermato con la sconfitta del referendum abrogativo nel 1974), la depenalizzazione dell’aborto (1978), la progressiva, seppur incompleta, parificazione delle condizioni lavorative (culminata nella legge del 1977), la riforma del diritto di famiglia (1975) sancirono sul piano normativo trasformazioni sociali e culturali di ben più ampia portata, che affermarono in modo irreversibile, nonostante difficoltà, resistenze e ostacoli persistenti, la soggettività e il protagonismo sociale delle donne.

Il ritorno degli operai sulla scena sociale, dopo il lungo silenzio degli anni del fascismo e la breve fiammata della resistenza al nazifascismo, fu l’esito necessario della modernizzazione industriale sopra evocata. Era alimentata dal repentino formarsi di nuove generazioni di lavoratori, per lo più giovani e di basso livello culturale, entrati massicciamente nei grandi stabilimenti delle città industriali o nello spolverio di piccole e medie fabbriche sorte nel giro di pochi anni nei tanti territori dell’industrializzazione diffusa, che condividevano ritmi di lavoro intensi e bassi salari. Consumatosi rapidamente il differenziale rispetto alla durezza della vita contadina, che ne aveva incoraggiato l’ingresso in fabbrica, fin dai primissimi anni Sessanta il disagio e le aspettative di questi lavoratori impressero vitalità nuova ad un tessuto sindacale rimasto schiacciato dal clima della ricostruzione postbellica e della Guerra fredda. Consumati gli spazi residui del paternalismi aziendale, favorita dalla pressoché piena occupazione, si riaccese una conflittualità di fabbrica che coniugando la contrattazione collettiva nazionale e quella aziendale puntò a riconquistare salario non meno che migliorare le proprie condizioni di lavoro e di vita. In successive ondate, prese forma e forza una mobilitazione policentrica e variegata nelle iniziative, a specchio dei caratteri dell’Italia industriale, che coniugava proficuamente iniziativa organizzata dall’altro e aggregazione dal basso, dentro le aziende e nel territorio. La unificava il disagio condiviso da una classe operaia che, consapevole della miseria da cui proveniva e del proprio ruolo nell’Italia del “boom”, rivendicava quella dignità sociale e quel benessere economico che altri ceti sociali si erano già per proprio conto assicurati. Ne scaturirono il riconoscimento del ruolo delle organizzazioni sindacali e della contrattazione collettiva, la crescita dei salari e delle tutele individuali e collettive, sancite anche dalla legge 300/1970, meglio nota come “Statuto dei lavoratori”, i provvedimenti in materia di edilizia popolare, sanità e welfare, introdotti proprio grazie alla pressione del mondo del lavoro. Anche in questo caso, gli esiti della mobilitazione operaia sancirono uno spostamento di grande rilievo, inedito e mai più ripetutosi, negli equilibri sociali del paese.

I giovani divennero il terzo formidabile attore collettivo allorché il dato generazionale catalizzò una soggettività sociale tanto marcata quanto inedita. Figli di una modernità che andava profondamente ridisegnando le articolazioni del corpo sociale, i giovani acquisirono una propria soggettività sociale in particolare per effetto congiunto della scolarizzazione di massa e dei mezzi di comunicazione di massa. La loro combinazione definì una condizione sociale ed esistenziale peculiare e consentì l’elaborazione e la rapida circolazione di una cultura altrettanto peculiare, nutrita da una vivissima curiosità e da un intenso scambio con quanto maturava negli altri contesti nazionali. Scuola e mass media furono il lievito di una cultura giovanile che si interrogava sulla modernità dell’Europa e del mondo postbellico e ne coglieva le profonde contraddizioni. I giovani degli anni Sessanta vivevano in prima persona la tensione tra i valori e i modelli sociali ed educativi improntati all’individualismo universalistico, di matrice cattolica o liberal-borghese, e la realtà di una società di massa ove gli spazi di emancipazione restavano ristretti, a fronte del prepotere di gruppi oligarchici, all’evidente discriminazione classista nell’accesso alle risorse materiali e culturali, alla persistente connotazione autoritaria o paternalista delle strutture familiari, degli ambiti lavorativi, delle istituzioni pubbliche, a cominciare da quelle scolastiche ed accademiche. Altrettanto patenti erano le contraddizioni tra gli ideali di libertà e pacificazione cui si voleva ispirata la società uscita vincitrice dal secondo conflitto mondiale e la realtà internazionale dominata dalla minaccia nucleare, dall’oppressione coloniale o dallo sfruttamento neo-colonialista. Le promesse non mantenute della “società del benessere” gravavano tanto sulle aspettative individuali quanto sugli ideali di una generazione che di quella società era figlia, che si trovò a viverne in prima persona le contraddizioni e che ne esaltò modalità espressive e strumenti socio-culturali per contestarne talora le distorsioni talora gli stessi presupposti.

Tanto più in Italia, la rapidità della scolarizzazione di massa e i persistenti imbuti che ne ostacolavano lo sviluppo, il diffuso conservatorismo alimentato – quando non dalle eredità del fascismo – da una cultura dominante ancora fortemente tradizionalista e la condivisione delle nuova, e sovente disagiata, condizione urbana coagularono circuiti giovanili ampi e ramificati. Essi posero, tra l’altro, in stretta relazione il mondo studentesco con quello operaio, perché sovente riconducibile ad un medesimo orizzonte popolare e piccolo-borghese, e culminarono in una mobilitazione che dalle scuole e dalle università si riversò – anzi, per certi aspetti, ritornò – nelle realtà urbane centrali e periferiche. L’intensità della mobilitazione giovanile, certamente la più radicale nelle sue richieste e proposte – essenzialmente riconducibili al minimo comune denominatore dell’antiautoritarismo in ogni ambito sociale – scosse in profondità la società italiana, a cominciare dal mondo cattolico, borghese e popolare, ma con analogo vigore anche quello della sinistra. Ma, di fatto, si scontrò con una sostanziale incapacità di confronto e risposta, in pratica limitata al graduale e sovente tardivo riconoscimento di alcuni diritti civili (ammissione dell’obiezione di coscienza al servizio militare, nel 1972, e abbassamento a 18 anni della maggiore età, nel 1975) e assai parziali provvedimenti in ambito scolastico (in particolare l’introduzione degli organi collegali, nel 1974). Prevalsero di gran lunga reazioni di chiusura o di repressione aperta, che soprattutto negli anni Settanta favorirono un’ulteriore radicalizzazione delle culture e delle pratiche giovanili ed una politicizzazione del movimento di segno marcatamente antagonistico.

Forgiati dalle tensioni della modernità degli anni Sessanta, questi tre nuovi attori sociali si avvantaggiarono anche di una reciproca, ampia convergenza tanto ideale – al di là delle specificità dei punti di vista e delle rivendicazioni – quanto pratica, per la stretta interazione che si realizzava nei diversi contesti di vita e territoriali. La loro mobilitazione si proiettò con decisione nel decennio successivo, suscitando e trainando un significativo riorientamento culturale, dei ceti popolari come dei ceti medi, e dell’opinione pubblica in generale, in senso liberale e progressista, cui corrispose quell’adeguamento normativo nell’ambito delle libertà individuali, sopra ricordato. Al contempo, proprio allora andò palesandosi quella crisi della modernità “classica” che in certo qual modo essi stessi avevano contribuito a far precipitare.

Periodizzare. Gli anni Settanta e la crisi

Interrogarsi sugli anni Settanta significa, come già segnalato, anzitutto evitare una lettura unilaterale che – rifacendosi all’oscillare di un pendolo – legga quella crisi come reazione al decennio precedente, a promesse non mantenute, ad aspettative esagerate, alla portata distruttiva di tensioni non governate.

Come ricordato in apertura, uno sguardo più ampio ricontestualizza necessariamente la crisi italiana nella transizione in atto su scala europea e globale e, semmai, può aiutarci a spiegarla anche con l’incapacità di coglierne la portata e predisporsi ad affrontarla. Si esauriva in quel decennio il ciclo espansivo apertosi all’indomani del conflitto mondiale e trainato, in specie nei paesi europei, dall’interazione tra grande industria dei beni di consumo di massa e politiche di welfare. I nuovi assetti produttivi e finanziari che andavano delineandosi su scala planetaria, sinteticamente riconducibili alla globalizzazione, erodevano, tra l’altro, i presupposti strutturali del “miracolo italiano”, impernato sul delicato equilibrio tra esportazione di manufatti industriali prodotti a costi contenuti e graduale crescita del mercato interno.

Né la fine di quel ciclo espansivo delineatasi già in apertura del decennio – e marcatamente evidenziata dalla “crisi petrolifera” del 1973 – può consentire, di per sé, di generalizzare la portata della crisi. Basti ricordare, non solo il già segnalto maturare in senso progressista dell’opinione pubblica, quanto la crescita della “società civile”, quell’insieme di strutture associative dalle più diverse finalità che testimoniava dell’articolarsi pluralistico e della capacità di autonomia e iniziativa del corpo sociale. E, ancora, lo testimonia quel complesso di provvedimenti di riforma – oltre a quelli già ricordati a proposito dei rapporti di genere, sono da menzionare almeno quelli riguardanti il sistema sanitario e pensionistico, gli ospedali psichiatrici, le carceri, la polizia – che, nonostante molti limiti, certamente segnavano un progresso decisivo in diversi ambiti della vita sociale del paese. Infine, ma non da ultimo per importanza, vanno ascritti al bilancio positivo del decennio la tensione ideale e il senso di cittadinanza che consentirono di sconfiggere prima le politiche stragiste e golpiste e poi il terrorismo di sinistra, su cui ci soffermeremo più avanti.

Sul piano economico, tuttavia, l’impatto della crisi internazionale si ripercosse gravemente sul sistema produttivo italiano, evidenziandone le fragilità che lo sviluppo del decennio precedente non aveva risolto pienamente. Non più trainata dai mercati di esportazione, mentre declinava quello interno, la dinamica complessiva della produzione industriale rallentò progressivamente, tanto nel settore privato – a cominciare dalle grandi imprese, ma presto investendo anche la miriade di piccole e medie aziende che ne costituivano la massima parte – quanto nel settore pubblico, di cui si è già evidenziato il ruolo strategico. Ancor più marcata e grave fu perciò la frenata della crescita nelle regioni meridionali, che invece negli anni precedenti avevano conosciuto positive dinamiche di sviluppo. Di lì a poco, dalla metà del decennio, riemerse vistoso il dramma della disoccupazione e tornarono a diffondersi ampiamente modalità, anche illegali, di sfruttamento della forza lavoro,  anzitutto a carico delle donne e dei giovani.

Crisi, dunque, economica, sociale, politica, ma in ragione del gravare di evidenti peculiarità italiane a fronte delle sfide poste da una transizione di portata epocale. La crisi economica accentuò le tensioni sociali, inducendo parte almeno dei ceti borghesi e intermedi a attribuirne le cause ai recenti e presunti eccessivi benefici ottenuti dai lavoratori dipendenti e a temere l’indebolimento del proprio status e l’accentuarsi dell’instabilità sociale e politica. D’altra parte, nelle regioni meridionali il benessere da poco acquisito veniva riassorbito da un dinamica gravemente involutiva, che tra l’altro apriva larghi spazi all’affermarsi della criminalità organizzata (come dimostravano clamorosamente la forza della “Nuova camorra organizzata” in Campania e, più sotterraneamente quella della mafia siciliana e della “Nuova corona unita” in Puglia). Nel resto del paese, la crisi industriale inasprì la conflittualità operaia e sindacale, costretta sulla difensiva, ma forte di un radicato consenso e di una capacità di mobilitazione persistente, sia localmente, almeno nei grandi centri industriali, sia nel contesto nazionale, che, dopo il 1976, fu finalizzata ad una gestione contrattata della crisi industriale (la cosiddetta “politica dei sacrifici”), dimostratasi di scarsa efficacia. Accanto a questa, ma parallela e in competizione, si dispiegò la conflittualità alimentata da quegli strati sociali, anzitutto giovanili, più immediatamente colpiti dalla mancanza o precarietà del lavoro, dal disagio abitativo, dall’innalzarsi del costo della vita, dal degrado delle condizioni di vita nelle periferie urbane. Di nuovo, soprattutto dalla metà del decennio, questa conflittualità assunse i caratteri di un antagonismo radicale, tanto nelle rivendicazioni quanto nelle pratiche violente e talora apertamente militariste con cui furono perseguite.

La crisi della politica

Fin dai primi anni Settanta si innescò dunque una pericolosa spirale alimentata dal disagio crescente – seppur diversamente motivato – di consistenti gruppi sociali e dall’inerzia del ceto di governo, diviso al proprio interno e incerto sul da farsi. La prospettiva riformista del “centro-sinistra”, imperniata sull’alleanza tra la Democrazia cristiana, il piccolo Partito repubblicano e i due Partiti socialisti, aveva dato i frutti migliori nella sua prima stagione, all’inizio del decennio precedente (in particolare con il quarto governo Fanfani tra il febbraio 1962 e il maggio 1963), e appariva adesso esaurita, incapace di reagire alle forti sollecitazioni provenienti dal mondo giovanile e operaio e, semmai, ostaggio degli interessi più conservativi. Anzi, nella Democrazia cristiana e in altri esponenti della maggioranza non mancò – ad esempio già nel 1971 quando prese forma il movimento di ispirazione gollista della “maggioranza silenziosa” e soprattutto dopo le elezioni del 1972 e con la coeva richiesta di referendum abrogativo del divorzio – la tentazione di identificarsi con quegli interessi e tornare a formule di governo centriste, per contendere alla destra neo-fascista i consensi dell’elettorato anticomunista e più moderato. Ma già la cosiddetta “rivolta di Reggio Calabria”, tra l’estate del 1970 e il febbraio successivo innescata dalla rivendicazione del capoluogo regionale, aveva drammaticamente anticipato sul piano locale tanto la crisi di egemonia dei partiti di governo quanto la competizione concorrenziale tra settori del partito di maggioranza e destra neofascista.

La debolezza e le divisioni della classe di governo si manifestarono con evidenza di fronte e, di fatto, lasciarono spazio alla “strategia della tensione”, la lunga serie di gravissimi attentati – il più grave dei quali fu quello del 12 dicembre 1970, alla sede della Banca dell’Agricoltura a Milano – ordita dall’estrema destra al fine di destabilizzare gli assetti politici ed istituzionali e favorire il consenso ad una loro riorganizzazione autoritaria o addirittura ad un colpo di stato da essa stessa promosso. La tendenza dominante ad addossarne le responsabilità alle sinistre estreme e invece, le negligenze, le tolleranze, quando non le collusioni con le destre eversive da parte di esponenti e uffici deputati alla sicurezza dello stato e alla gestione dell’ordine pubblico, nonché la tolleranza delle autorità politiche nei confronti di questi ultimi, derivavano da sodalizi pregressi o rinnovati, comunque non rescindibili, e dimostravano quanto meno connivenze, strumentalizzazioni e ricatti – quando non disegni politici – incompatibili con la democrazia repubblicana. Quella stagione (nella quale perirono oltre 40 persone, senza contare i feriti) si concluse solo nel 1974, l’anno delle stragi di Brescia e del treno “Italicus”, quando finalmente netta fu la presa di distanza, anzitutto politica, contro la destra neofascista.

Quella condotta debole e ambigua, accompagnata da una gestione dell’ordine pubblico oscillante, ma dalle modalità prevalentemente repressive, non solo accrebbe ulteriormente l’avversione nei confronti di un sistema politico-istituzionale considerato ancora permeato di persistenti tratti autoritari, ma per converso alimentò una concezione della democrazia, e della sua difesa ed espansione, impernata sulla mobilitazione e l’iniziativa dal basso, secondo quanto sembravano dimostrare una lettura semplificata della recente storia repubblicana e, prima ancora, l’esperienza fondante della Resistenza partigiana.

In questo contesto, la mobilitazione giovanile e parte almeno di quella operaia assunsero una connotazione sempre più marcatamente politica, intraprendendo un percorso di radicalizzazione che nella prima metà del decennio si imperniò principalmente nelle organizzazioni della sinistra cosiddetta extra-parlamentare, impegnate a estendere e incanalare quella mobilitazione in un progetto rivoluzionario. Soprattutto nella seconda metà, anche per l’esaurirsi di quella strategia, prevalse invece il tentativo di tradurre l’inasprirsi del disagio sociale – coagulatosi nelle nuove aggregazioni giovanili territoriali e, poi, esploso clamorosamente nel nuovo “movimento del ‘77” – direttamente in pratiche violente di contropotere, da parte della cosiddetta area dell’“autonomia operaia”, o di porlo a sostegno di strategie insurrezionali militariste, perseguite da diverse organizzazioni terroristiche, delle quali le Brigate rosse e Prima linea non furono che le più attive e consistenti, oltreché le più note. La drammatica crisi del sistema politico era accentuata anche dalla persistente presenza di una destra radicale, che, abbandonate le strategie golpiste, aveva ulteriormente inasprito il ricorso alla violenza di piazza organizzata, a sua volta premessa per il formarsi dei Nar, un gruppo armato terroristico, assai meno consistente, ma non meno feroce dei suoi corrispondenti di sinistra, attivo nella seconda metà del decennio.

Il ricorso a pratiche violente e militariste, l’aggressione anche omicida a leader politici di vertice – come nel caso del lungo sequestro conclusosi con l’omicidio del segretario della Democrazia cristiana, Aldo Moro – e di minore livello, a magistrati e uomini delle forze di polizia, dirigenti d’azienda, giornalisti e altri esponenti del mondo del lavoro e delle professioni (per circa 120 omicidi tra il 1969 e il 1980) erano il precipitato ultimo della radicalizzazione che, per dinamiche prevalentemente endogene, era prevalsa in seno ai movimenti alimentati dal rinnovarsi del disagio giovanile e popolare. Nel medio periodo, essa costrinse le forze politiche di maggioranza a uscire dalla situazione di stallo in cui versavano e del pari indusse le sinistre e in particolare il Partito comunista a riconsiderare il proprio ruolo di opposizione e, più in generale, di partito leale alla repubblica.

Nel corso del decennio, il Pci impresse una rapida e sensibile svolta alla propria strategia, che da principale oppositore dei governi di “centro-sinistra” – e bersaglio primo dei temuti progetti autoritari – lo portò ad essere, anche grazie ai successi conseguiti alla guida di molte importanti amministrazioni locali e nelle elezioni politiche del 1976, componente indispensabile – ma privo di responsabilità ministeriali – della coalizione che sostenne i governi di “solidarietà nazionale”, guidati dalla Democrazia cristiana e impegnati tra il giugno 1976 e il febbraio 1980 ad affrontare la duplice emergenza del terrorismo e della crisi economica. Fu un passaggio epocale, ma temporaneo, sollecitato dall’eccezionalità della situazione. Non a caso, fu avallato, pur sotto molteplici condizioni, anche in sede internazionale, nell’ambito di quel complesso gioco di sponda tra il governo degli Stati Uniti e i suoi interlocutori italiani, che a suo tempo aveva consentito il maturare del “centro-sinistra” proprio in funzione anticomunista e, poco più di un decennio dopo, pur tra resistenze e contrasti, avallò infine la collaborazione con il Pci perché indispensabile ad affrontare quella duplice crisi. Ciò consentì al governo di recuperare gradualmente efficacia e autorevolezza nella lotta al terrorismo, la cui sconfitta peraltro scaturì non meno – oltreché dall’esaurirsi del disegno politico che lo sosteneva – dal maturare, in seno alla società civile e infine anche in ampi settori degli stessi movimenti radicali, di una ferma condanna del ricorso alla violenza.

Nel lungo periodo, però, le vicende degli anni Settanta chiamavano in causa una più profonda crisi del sistema politico e in particolare del sistema dei partiti che aveva guidato la costruzione della repubblica democratica. Fin dal decennio precedente, infatti, l’emergere di un articolato pluralismo sociale – basti pensare al ruolo esercitato dai sindacati dei lavoratori e poi dal peso assunto dai movimenti sociali più volte evocati – aveva inciso in modo crescente sulla rappresentatività e la legittimazione stessa dei partiti di massa, finallora costruiti sull’esaltazione dell’appartenenza. Allo stesso modo, quel pluralismo sociale aveva condizionato sensibilmente le modalità dell’operato dei governi, finallora sostanzialmente rispondente agli equilibri interni agli schieramenti parlamentari, e in particolare alle forze di maggioranza, e da allora invece chiamato a confrontarsi apertamente con la forza degli interessi organizzati e dei movimenti sociali e di opinione attivi nel paese.

Il sistema dei partiti, e in particolare la classe di governo. si era dimostrato incapace di affrontare quelle sfide, poste da una società civile peraltro a sua volta ancora tutt’altro che consolidata. L’inadeguatezza della politica di riforme necessarie a governare le trasformazioni in atto, l’insufficiente capacità di mediazione tra gli interessi organizzati, l’incerta gestone della conflittualità sociale ne avevano incrinato profondamente la legittimazione. Né la tutela accordata ad alcuni interessi corporativi, che fossero la rendita immobiliare, settori dell’imprenditoria industriale o gruppi privilegiati di dipendenti pubblici, aveva invertito quella delegittimazione. Anzi, l’aveva non di rado accentuata,  perché attuata tramite l’uso clientelare delle risorse pubbliche, a sua volta fucina di corruzione crescente e pubblici scandali. E solo in alcuni contesti territoriali, peraltro prevalentemente guidati dalle forze di opposizione, la riarticolazione del sistema di governo attraverso l’introduzione dell’ente regionale nel 1970 aveva temporaneamente arginato la tendenza. L’esito – nell’approfondirsi della instabilità politica e a fronte del dilagare della violenza – era stato il marcato declino di consenso alla Democrazia cristiana, che però conservava la propria centralità, l’indebolirsi delle forze intermedie e progressiste, l’integrazione subalterna del maggior partito di opposizione. Alla fine del decennio, la crisi del sistema politico era stata superata, ma non risolta. Come si sarebbe palesato di lì a poco, non si erano date risposte adeguate alle sfide che nascevano dalla storia recente del paese e dall’inedito contesto della globalizzazione, che quella storia metteva profondamente in discussione.

Conclusioni

Gli anni Settanta furono dunque un decennio di crisi. Ma crisi che nasceva dalla difficoltà a cogliere e affrontare questioni del presente e del futuro, ben più che portato irrisolto dello sviluppo precedente. Semmai, debolezze e difficoltà erano rese più acute non solo dal divampare della conflittualità sociale e politica, ma – ancor prima – dalle peculiarità che avevano segnato il recente sviluppo del paese, in particolar modo per come si era delineato il rapporto tra cittadini e istituzioni. Basti ricordare anzitutto la fragilità e dunque la scarsa autonomia della “società civile”, che pure aveva ripreso vigore negli anni Sessanta, ma ancora restava largamente segnata dalla duplice subordinazione allo stato e al sistema dei partiti cui l’aveva costretta il progetto autoritario e corporativo della dittatura fascista. Né, nei decenni postbellici, la costruzione della cittadinanza repubblicana aveva adeguatamente provveduto a superare, in una prospettiva di riconoscimento pieno ed universalistico delle libertà civili e dei diritti sociali, i consistenti residui di quell’esperienza, che anzi erano stati talora utilmente sfruttati per alimentare il sostegno alle maggiori forze politiche. Né, ancora, va dimenticato quali squilibri e ritardi avessero gravato sulla costruzione della democrazia repubblicana: spesso colpevolmente, era rimasta carente l’attuazione delle garanzie e degli istituti costituzionali e solo in parte si era provveduto ad adeguare la normativa e la cultura, le condotte pratiche e il personale stesso della magistratura e delle forze di polizia, ma financo di ampi settori della classe politica, ai valori e ai dettami della Carta costituzionale, troppo spesso interpretati in chiave paternalistica e conservatrice e intenzionalmente subordinati al primato dell’anticomunismo.

La classe politica chiamata a affrontare la transizione degli anni Settanta lo fece dunque volgendo lo sguardo all’indietro, illudendosi di poter replicare – nel governo della società come in quello dell’economia – quanto era stata capace di fare nel decennio precedente. La crisi, nel frattempo, erodeva risorse e spazi di mediazioni, inasprendo le tensioni sociali, e il sistema economico e imprenditoriale a sua volta si arroccava a difesa degli interessi predominanti, nella convinzione di poter sopravvivere in tal modo a sfide che richiedevano invece inedite capacità di innovazione.

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