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“Foiba rossa”. Considerazioni su un fumetto sulle foibe

“Foiba rossa”. Considerazioni su un fumetto sulle foibe

Copertina del fumetto “Foiba rossa”

Abstract

La storia di Norma Cossetto, laureanda istriana figlia di un dirigente fascista locale trovata morta sul fondo di una foiba all’indomani dell’8 settembre 1943, ha guadagnato negli ultimi anni una crescente popolarità. L’articolo esprime una serie di considerazioni su “Foiba Rossa – Norma Cossetto storia di un'italiana”, un fumetto realizzato con il contributo dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia pensato per il pubblico più giovane e per la distribuzione agli studenti. Dopo una rapida disanima dei contributi introduttivi, vengono discusse le scelte narrative e l’aderenza alla realtà storica dei fatti rappresentati. Infine, vengono proposte alcune considerazioni sulle possibilità espressive del genere graphic novel rispetto a episodi storici connessi ad aspetti fortemente macabri ed intensamente politicizzati come quello in questione.

Da Rosso Istria a Foiba rossa

Oltre che del film Rosso Istria, di cui Novecento ha già parlato in marzo (Rosso Istria: un mese dopo), la figura di Norma Cossetto, una giovane donna uccisa in Istria nel 1943, è stata recentemente protagonista del fumetto Foiba Rossa – Norma Cossetto storia di un’italiana. Il lavoro, edito per i tipi della casa editrice Ferrogallico collegata alla più nota Altaforte edizioni, è stato pubblicato in varie edizioni. Nel dicembre del 2018 è stato stampato in una versione speciale con copertina bianca su cui campeggia il logo dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. A questa variante, realizzata con il contributo statale ex legge 72/2001 ”interventi a tutela del patrimonio storico e culturale delle comunità degli esuli italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia”, fa riferimento la presente riflessione. Si tratta, come chiarito nelle prime pagine, della terza edizione ”indirizzata in maniera più specifica al mondo della scuola“, distribuita agli studenti di alcune scuole del Veneto in occasione dell’ultima ricorrenza del Giorno del ricordo.

Non solo fumetto

Il volumetto si giova di quattro brevi contributi. Nel primo, con il quale il Presidente dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia Renzo Codarin descrive le ragioni e le finalità dell’opera, la portata dell’esodo istriano viene stimata nella cifra di 350.000 persone. Si stabilisce inoltre un forte nesso causale con le ”stragi compiute dall’Esercito di liberazione nazionale jugoslavo e dai suoi collaborazionisti comunisti italiani“; lo stesso esodo viene quindi definito senza mezzi termini una forma di pulizia etnica.

Il secondo contributo, del vicepresidente della Federazione delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati Davide Rossi, qualifica gli esuli sempre in ”oltre 350.000“ e stima il numero delle vittime delle foibe in “quasi 10.000“.

Al dirigente della Lega Nazionale e del Comitato 10 Febbraio Lorenzo Salimbeni spetta dunque un intervento, di inquadramento storico. In esso le vittime delle foibe istriane dell’autunno 1943 vengono stimate in ”un migliaio circa“. Nella parte dedicata all’invasione nazifascista della Jugoslavia si sostiene che le azioni di disturbo effettuate dai partigiani, ”attentati, imboscate e assalti a presidi isolati comportavano in base alle leggi di guerra la reazione e la rappresaglia delle truppe regolari, che procedevano a deportazioni, fucilazioni e incendi di villaggi”. Si avvalla inoltre la vulgata, non confermata dalla ricerca storica, per cui i bombardamenti di Zara nel 1944 sarebbero stati causati da una precisa richiesta di Tito agli angloamericani, mentre l’esplosione di alcuni ordigni sulla spiaggia di Vergarolla nei pressi di Pola, il 18 agosto 1946, sarebbe stata provocata da ”elementi collegati all’Ozna, la spietata polizia segreta del nascente regime jugoslavo”. Quanto alle vittime delle foibe in senso lato, si afferma genericamente che ”alcune stime giungono a quota 10.000, le più prudenti parlano di 5.000”.

Infine Emanuele Merlino, autore del soggetto e della sceneggiatura, firma un contributo dai toni essenzialmente emotivi.

L’incipit

Il fumetto vero e proprio consta di 53 pagine. Esso è strutturato come il racconto immaginario del fantasma di Norma Cossetto nel giorno del conferimento alla defunta di una laurea honoris causa, l’8 maggio 1949.

Una descrizione idilliaca dell’Istria nei secoli, di cui viene sottolineato l’aspetto latino e veneziano, culmina nell’esaltazione dell’Impresa di Fiume d’annunziana, ”perché essere italiani in Italia non è soltanto burocrazia: è amore, poesia e destino”. La narrazione viene quindi introdotta, con frequenti salti cronologici, attraverso circostanze immaginarie ma di alta pregnanza simbolica, tra cui il matrimonio dei genitori scandito da grida “viva l’Italia, viva l’Istria”. Il racconto della storia familiare della Cossetto prende l’abbrivio dal salvataggio del mezzadro Drazen (in croato esiste eventualmente il nome Dražen), feritosi lavorando nei campi, ad opera del padre. La figura di Giuseppe Cossetto è introdotta dalla descrizione “papà è una persona importante…ed è amato…”, una scelta riduttiva rispetto all’evidenza che costui fosse il podestà di Vižinada (Santa Domenica di Visinada) nonché segretario politico del Fascio locale e commissario governativo delle Casse Rurali, un ente noto per aver gestito il credito fondiario in moda tale da penalizzare la popolazione croata e slovena. La bontà di Giuseppe si esplica del resto in una cornice fortemente padronale, al punto che il mezzadro viene da questi portato in ospedale nonostante ”sporcherà la macchina“.

L’adolescenza di Norma viene quindi descritta con poche pennellate caratteristiche, tra cui l’adesione al fascismo spiegata attraverso la semplice considerazione che ”Noi abbiamo sognato tanto di essere italiani / Non era scontato / C’è chi è morto per liberarci (Sic!). Dobbiamo esserne all’altezza“. Lo scoppio della Seconda guerra mondiale coincide con gli studi universitari, un periodo che trascorre tra compagni di studio morti in Africa e classi di scuola improvvisamente decimate per la morte dei padri degli studenti in Russia. La situazione in Istria sembra comunque tranquilla dal momento che, nonostante ”si dic[a] che gruppi di banditi comunisti aspettino l’occasione per attaccarci in casa nostra“, secondo Norma “qui in Istria fino a che ci sarà l’esercito saremo al sicuro“.

Estate 1943

La prosecuzione degli eventi nell’estate del 1943 viene a questo punto introdotta da una palese invenzione storica, che configura in qualche modo un salto di qualità rispetto all’intenso patriottismo dei toni, fin qui prevalente. Viene infatti presentata un’inverosimile riunione di capi partigiani jugoslavi avvenuta a Zagabria nell’”estate del 1943“, durante la quale viene deciso di ”cacciare i tedeschi e i fascisti“ nonostante in Istria “siano praticamente tutti italiani“. La scarsa immaginazione del disegnatore permette di svelare la manipolazione con sicurezza; le immagini dell’inesistente riunione di Zagabria, città che nell’estate del 1943 era ancora sotto il controllo degli Ustaša croati cui tedeschi e italiani avevano consegnato il potere dopo lo smembramento della Jugoslavia nel 1941, sembrano infatti letteralmente ricalcate sulle celebri fotografie del Quartier generale jugoslavo scattate sull’isola di Vis (Lissa) nel 1944.

Tito durante il periodo come capo dei partigiani, in una foto nel suo quartier generale sull’isola di Vis (Lissa); da sinistra: Vladimir Bakaric, Ivan Milutinovic, Edvard Kardelj, Tito, Aleksandar Rankovic, Svetozar Vukmanovic, Milovan Djilas.

La decisione dell’annessione alla Jugoslavia dell’Istria e di un non meglio definito ”Litorale“ sarebbe stata effettivamente presa dagli organi della resistenza jugoslava nell’autunno del 1943, ovvero dopo l’Armistizio di Cassibile dell’8 settembre, non prima. Il palese falso storico serve invece a sostenere l’idea, priva di alcun sostegno documentale e fattuale, di un disegno preordinato alla base delle uccisioni nell’autunno del 1943. Il nesso proposto è così stretto che un ordine di Tito, evidentemente spiccato durante la predetta riunione, giunge nel paese della Cossetto il 10 settembre, con l’istruzione di ”cacciare e liquidare“ tutti gli italiani. La circostanza, del tutto immaginaria e fuorviante, spinge uno dei presenti a suggerire di ”cominciare“ dai Cossetto. Si tratta proprio di ”Drazen”, il mezzadro che Giuseppe Cossetto aveva trasportato in ospedale poche pagine prima a costo di imbrattare l’automobile.

A questo punto il ritmo della narrazione, prima assai lasco, si infittisce. Vengono presentati in rapida successione un primo arresto di Norma durante il quale questa dichiara perentoriamente che ”non sarà mai né comunista né jugoslava“, il ritorno del padre Giuseppe da Trieste dove si era unito a una formazione fiancheggiatrice dei nazisti abbandonando la famiglia – fatto reale – solo per incontrare la morte per mano dell’ingrato ”Drazen” e infine l’uccisione di Norma. Immaginariamente destata dal sonno dallo sparo diretto al padre mentre si trovava prigioniera dei partigiani, la ragazza rifiuta un’ultima offerta di aderire alla causa dei suoi aguzzini prima dello stupro vero e proprio, scandito dalle affermazioni di scherno dei partigiani che, a scanso di equivoci, indossano degli strani cappelli sormontati da enormi stelle rosse: ”Ragazzi divertitevi!” ”Io vado per primo. Tenetela ferma” (mentre si sbottona i pantaloni), “Fermi! Vi prego!”, ”Mamma! Aiuto! Mamma”, “Oggi ci prendiamo tutto quello che vogliamo perché, da oggi, tutto quello che è vostro diventa nostro”.

L’epilogo

Le ultime tavole ritraggono il corpo di Norma agonizzante, legato con delle corde ad un tavolo, coi seni lasciati scoperti dalla camicetta e una pozza di sangue tra le gambe. Un ulteriore rivolo di sangue si dipana dal braccio sinistro per riversarsi, in un espediente grafico quantomai azzardato, sulla componente testuale del frontespizio della tesi di laurea, con tanto di stemma dell’Università di Padova. Il fiotto di sangue si dipana ancora nella tavola successiva, a comporre una mappa approssimativa dell’Istria e la dicitura “La nostra Istria: rossa per la terra, rossa per la nostra passione, rossa per il nostro dolore”.

Infine le ultime due pagine sono riservate ad un breve riepilogo della vicenda di Norma narrato in prima persona:

“Mi chiamo Norma Cossetto. Italiana d’Istria. Sono stata seviziata, violentata e successivamente infoibata ancora viva presso Villa Surani la notte tra il 4 e il 5 ottobre 1943. Non fui la sola. Insieme a me altri 10.000 italiani furono vittime della violenza dei partigiani comunisti”.

La famiglia Cossetto e la macchina amministrativa fascista

L’uccisione di Norma Cossetto è un episodio tipico del fenomeno delle “foibe istriane”, ovvero delle uccisioni verificatesi come conseguenza della dissoluzione dell’esercito italiano dopo l’Armistizio di Cassibile, cui fece seguito in Istria un’insurrezione. La tipicità consiste nell’evidenza che proprio su persone coinvolte nella macchina amministrativa fascista – che in questa regione nazionalmente mista adottò politiche discriminatorie verso i non-italiani – quali furono i Cossetto, si abbatté di preferenza la furia degli insorti. Sebbene il Partito comunista jugoslavo abbia tentato di mettersi alla testa della rivolta, e questa abbia ottenuto a posteriori un riconoscimento all’interno degli apparati celebrativi della Jugoslavia comunista, risulta evidente che le strutture di partito vi abbiano esercitato un’influenza ridotta e tardiva. Lo stesso Tito non era stato informato dai vertici militari occidentali, nonostante la Jugoslavia aderisse al loro schieramento, dell’imminente sbando dell’esercito italiano, della qual cosa ebbe a lamentarsi ufficialmente. L’ultimo tentativo tedesco di eliminare fisicamente Tito, l’operazione “Mossa del cavallo” (Operation Rösselsprung), sarebbe del resto fallito nel maggio del 1944 nella forma di un attacco diretto al quartier generale del movimento partigiano che ancora si trovava in Bosnia, e in ogni caso è del tutto irreale l’ipotesi dell’organizzazione di un’operazione di uccisione sistematica di italiani all’interno dei confini dello Stato italiano, vale a dire in un territorio che fino a quel momento era stato particolarmente “difficile” per l’attività partigiana illegale in un periodo in cui l’esercito partigiano stava per lo più organizzandosi in zone geograficamente impervie. Una prova indiretta delle descritte circostanze è fornita dalla consistenza numerica delle vittime, stimata nella cifra di cinquecento, a fronte di una popolazione complessiva di centinaia di migliaia di persone.

Istria, Foibe e insurrezione

Scartata la tesi del massacro anti-italiano pianificato, proposta principalmente da ambienti neofascisti e militanti, risulta più convincente quella di un’insurrezione eterogenea nei riferimenti e negli obiettivi politici ma determinata a vendicarsi, in un vuoto di potere che sembrava favorire la componente slovena e croata della società istriana, dei maltrattamenti subiti durante il fascismo. Le vendette in Istria ricoprirono la durata di poche settimane; la regione, a partire dai primi giorni di ottobre, venne infatti conquistata dai nazisti che dapprima sbaragliarono la modesta resistenza opposta dai partigiani organizzatisi nel frattempo, – lo Stato maggiore dell’Esercito di Liberazione della Croazia aveva inviato propri emissari per organizzare la rivolta il 23 settembre – poi si abbandonarono a varie forme di rappresaglia sulla popolazione locale causando migliaia di vittime. L’Istria venne quindi integrata, assieme grossomodo all’attuale Friuli – Venezia Giulia fino ai confini del ’39 e alla cosiddetta Provincia di Lubiana di fatto annessa dopo l’invasione della Jugoslavia nel 1941, nell’Adriatisches küstenland, una formazione politica sotto il diretto controllo del Terzo Reich.

Narrare la complessità: una sfida difficile ma non impossibile

Ora, se la ricchezza delle vicende delle zone mistilingui dell’Alto Adriatico – una storia che interseca la complessità dei processi di nazionalizzazione e politicizzazione in un contesto post-imperiale, la competizione politica e territoriale tra i regimi fascisti italiano e tedesco e fra questi e lo stato fantoccio dello Stato indipendente di Croazia, fino alla questione di Trieste che si dipana nella Guerra fredda – mal si addice alle potenzialità narrative del fumetto, ciononostante sarebbe forse stato lecito aspettarsi comunque qualcosa di più di quanto “Foiba rossa” ha da offrire, a maggior ragione stante la sua distribuzione agli studenti.

Al di là dei casi di esplicita manipolazione di cui si è detto, il prodotto evidenzia infatti una struttura narrativa che, in assenza di una “trama” vera e propria, procede per salti che evocano, con abbondante retorica, una visione mitica e romanticizzata, ideologica della storia di quello che non può più dirsi Alto Adriatico, riducendosi invece, in una formula dal chiaro impatto emotivo e dalla precisa connotazione ideologica, al vecchio concetto del “Confine orientale”.

Cosa sappiamo (davvero) di Norma Cossetto

La stessa Norma fa la propria comparsa, in fasce, appena a pagina 40, peraltro con l’invocazione “Cura la tua pianta Norma, cura le tue radici e la nostra terra che tanto ha sofferto ma che ora è libera e che ora crescerà”. Le vicende relative alla vita adulta della Cossetto, quelle che, se meglio sviluppate, avrebbero potuto dare spessore al personaggio e alla storia, si riducono ad appena 25 pagine ripartite tra attività sportive, conversazioni politiche (“Tanta politica, tanta Italia”) e gli anni dell’Università a Padova rappresentati in cinque pagine tra conversazioni amicali, studio in biblioteca e una scena ambientata fuori da un cinema. Si tratta all’incirca della metà dell’estensione dedicata alla sequenza che inizia con l’arresto di Norma e si conclude con il truculento stupro. A proposito di queste ultime pagine è inoltre opportuno rilevare che, come per altri degli scomparsi nei tumultuosi giorni d’autunno 1943 in Istria – fatto del tutto comprensibile tenendo presente il contesto di guerra e i numerosi ribaltamenti di potere – le informazioni disponibili sulla fine della Cossetto sono estremamente scarne.

Al di là del rapporto dell’ufficiale che coordinò il recupero del cadavere agli inizi del mese di dicembre, le circostanze dell’arresto e dell’esecuzione di Norma si prestarono ad una fioritura di ricostruzioni inverificabili, spesso mutualmente contraddittorie. La circostanza, nota, è alla base del giudizio di Spazzali, per cui, nel suo primo lavoro di ricostruzione sulle foibe del 1990, “L’ampia letteratura di quegli anni e del dopoguerra dedicherà un consistente spazio alla morte e al rinvenimento di Norma Cossetto, intrecciando incontrollate fantasie e presunte testimonianze” (Foibe. Un dibattito ancora aperto. Editrice Lega Nazionale, Trieste 1990, p. 149). A fronte di una simile confusione sarebbe forse stato preferibile tralasciare questa parte o alludervi con grande delicatezza; nel fumetto, al contrario, delle svariate ipotesi e dicerie sulla fine della Cossetto viene data la preferenza a quelle più disturbanti e morbose.

Un giudizio nel (e di) merito

Volendo dunque tratteggiare alcune considerazioni conclusive, i quattro brevissimi contributi iniziali, non concordando nemmeno sul numero delle vittime complessive delle foibe, non aiutano a fare chiarezza rispetto a un contesto storico che nel fumetto viene a malapena evocato, quando non dissimulato e affogato nella retorica. Modesti anche gli aspetti materiali dell’opera, a partire dalla copertina che lo fa assomigliare a un lavoro artigianale più che a un prodotto destinato al mercato. Non volendo addentrarsi nel merito più propriamente “fumettistico”, preme rilevare almeno la presenza di errori di traduzione nei testi in croato, come ad esempio la mancata concordanza di genere nell’ultima vignetta a pagina 70 (nonostante la cura dell’aspetto linguistico risulti affidata a tale Fulvio Varlijen), oltre che scelte incomprensibili nella rappresentazione dei rumori onomatopeici (ad esempio il “crack” per la fucilata esplosa sempre a pagina 70).

Una considerazione a parte va fatta per la violenza grafica nella scena dello stupro, del tutto superflua a livello narrativo, fino al balzano espediente horror dei fiotti di sangue – unico utilizzo del rosso nel fumetto che è altrimenti in bianco e nero – che disegnano mappe e testi. Al di là delle considerazioni di gusto, desta una certa sorpresa che un prodotto del genere sia stato distribuito da amministratori locali a degli studenti, per i quali non sembra assolutamente un prodotto indicato.

Obiettivo: giovani

Infine, stante la scelta dichiarata del fumetto di rivolgersi a un pubblico particolarmente giovane, sembra lecito chiedersi quale idea della storia dell’Istria durante la Seconda Guerra mondiale possa farsi un ragazzo a seguito della lettura. Il lavoro, come già detto, manca di elementi seppur minimi di contesto e schiaccia una storia almeno pluridecennale sulle raccapriccianti tavole in cui una ragazza giace in agonia legata ad un tavolo. Proprio questa circostanza potrebbe indurre un adolescente a rifiutare un materiale così sgradevole. Il fumetto per il resto manca sia di linearità nella narrazione che di capacità di immedesimazione con personaggi di cui perfino la protagonista è a malapena abbozzata.

Con l’originale espediente di mettere in bocca ai partigiani jugoslavi parole in croato sottotitolate a piè di pagina, “Foiba rossa” si avvicina per un certo verso ai fumetti sulla Guerra di liberazione diffusi nella Jugoslavia socialista, come il celebre “Mirko i Slavko” dal nome dei due giovani corrieri partigiani protagonisti. Questi fumetti che pure, per un certo verso, proponevano una visione mitica della storia, erano però decisamente più composti nell’estetica nonché, proponendo avvincenti storie di guerra, assai più interessanti per un pubblico di ragazzi, il che li rese una lettura assai popolare negli anni Sessanta.

Bibliografia
  • Accati, Luisa e Cogoy, Renate (a cura di), Il perturbante nella storia. Le foibe: uno studio di psicopatologia della ricezione storica, Verona, QuiEdit, 2010. 
  • Ballinger, Pamela, La memoria dell’esilio – Esodo e identità al confine dei Balcani, Il veltro editrice, Roma 2010. 
  • Pirjevec, Jože, Foibe: Una storia d’Italia, Einaudi, Torino 2009. 
  • Spazzali, Roberto, Foibe: un dibattito ancora aperto. Tesi politica e storiografica giuliana tra scontro e confronto, Editrice Lega Nazionale, Trieste 1990. 
  • Tenca Montini, Federico, Fenomenologia di un martirologio mediatico. Le foibe nella rappresentazione pubblica dagli anni Novanta ad oggi, Kappa Vu, Udine, 2014. 
  • Zamparutti L (2017), Brava gente and the counter re(public) of Italy: constructing the foibe as a national symbol. Romance Studies 35: 12–30.