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Lingua, spazio, nazione. Potenzialità didattiche di alcune parole chiave nella storia della frontiera adriatica

Lingua, spazio, nazione. Potenzialità didattiche di alcune parole chiave nella storia della frontiera adriatica

Cartolina prodotta in ricordo del X Congresso della Lega Nazionale di Pirano, 1906.
Immagine tratta dalla mostra virtuale “Il confine più lungo”, https://confinepiulungo.it/3-i-timori-degli-italiani/

Abstract

Questo breve contributo vuole suggerire alcune prospettive di lettura delle vicende otto-novecentesche nell’area alto adriatica, con l’intento di valorizzarne gli aspetti particolarmente stimolanti in sede didattica. Nostra convinzione, infatti, è che la storia dell’Alto Adriatico rappresenti un “laboratorio della contemporaneità” che, se adeguatamente affrontata, può offrire interessanti spunti di riflessione di carattere interdisciplinare.

Introduzione

Quasi vent’anni, ormai, son passati dalla legge n. 92 del 30 marzo 2004[1] che istituisce il Giorno del Ricordo. Essa rende esplicito il ruolo delle istituzioni scolastiche nel promuovere occasioni di studio e di approfondimento del tema, così come rende chiari i contorni entro i quali devono articolarsi gli approcci divulgativi e celebrativi: la catastrofe dell’italianità adriatica. Tuttavia, il riferimento nel comma 2 alla «complessa vicenda del confine orientale», prospetta la possibilità di una contestualizzazione degli eventi che oltrepassi la centralità delle foibe e dell’esodo, inserendoli in un arco cronologico e problematico più ampio.

La sovraesposizione politica e mediatica della ricorrenza, però, nonché i timori di una lettura sminuente della tragedia vissuta dagli italiani, tende ad appiattire la narrazione sulle foibe e sull’esodo giuliano-dalmata decontestualizzandola e mettendone in evidenza gli aspetti più emotivamente coinvolgenti, funzionali a un determinato discorso politico neonazionalista. È il caso, ad esempio, della quasi esclusiva attenzione alla sequenza foibe-esodo degli italiani, che alimenta correnti pubblicistiche fortemente caratterizzate da letture semplificatrici e binarie tendenti a contrapporre “slavi” e italiani in un perenne conflitto nazionale, o degli aberranti accostamenti tra foibe e Shoah, che legittimerebbero una lettura genocidiaria degli eventi, spesso sollecitata più dalle guerre jugoslave degli anni Novanta che non da reali acquisizioni in ambito storiografico.[2]

In questo quadro, il ruolo delle scuole è vitale: il lavoro svolto in classe, se non si limita alle ricorrenze istituzionali, diventa un momento propizio per la ricostruzione di quel complesso tessuto di eventi e di interpretazioni che, spesso in tensione con le sollecitazioni pubbliche, rischia di essere semplificato e strumentalizzato. Ma l’interesse non si limita a questo, poiché l’area alto adriatica offre ai docenti un caso di studio eccellente per comprendere alcuni processi tipici della contemporaneità: contrasti nazionali intrecciati a conflitti sociali, effetti della dissoluzione degli imperi plurinazionali, trasferimenti forzati di popolazione, imposizione di pretese totalitarie da parte di regimi autoritari.

Nel testo che segue non vengono riproposte le tappe di un percorso storico. Si suggeriscono, piuttosto, alcune prospettive di lettura delle vicende dell’alto adriatico, così come sono emerse nell’attività didattica dello scrivente, in grado di creare delle aperture interpretative all’interno del groviglio evenemenziale e di stimolare un lavoro interdisciplinare. L’approccio è volutamente ampio, sia dal punto di vista temporale – si è intenzionalmente evitata l’esclusiva attenzione alle foibe e all’esodo; sia da quello epistemologico – non si propongono solo categorie storiche, ma anche geopolitiche, antropologiche, filosofiche.

Linguaggio

Il docente che volesse avvicinarsi alla comprensione delle vicende alto adriatiche si troverebbe innanzitutto irretito in complicazioni linguistiche. Di cosa si parla? Di confine orientale? Di Venezia Giulia? In un’area complessa e molteplice, il nominare comporta un certo disagio. Bisogna, quindi, iniziare un lavoro di decodificazione del discorso partendo, come suggerisce Paul Garde in un suo lavoro sui Balcani[3], dai nomi, perché nominare vuol dire ritagliare parti di realtà, distinguere, escludere. Il linguaggio indica, evidenzia, crea gerarchie, ma nello stesso tempo nasconde e tace. Nomi come Venezia Giulia, confine orientale, Primorska, fratellanza italo-slava, Slavi, significano tutti qualcosa, ma non a tutti evocano le stesse sensazioni, e non per tutti hanno lo stesso significato. Essi fanno parte di un ordine, il cui senso, però, va meglio determinato, in quanto non si dà «se non attraverso la griglia d’uno sguardo, d’un’attenzione, d’un linguaggio»[4]. Ma questi segni ordinatori non hanno come modello quello della lingua o dei segni, «ma quello della guerra e della battaglia. La storicità che si trascina e ci determina è bellicosa; non è dell’ordine del linguaggio. La relazione di potere, non la relazione di senso»[5].

Se tutti i conflitti sulle parole sono anche conflitti di potere, cosa ne è della regione che ci interessa? Qui i nomi dei luoghi e delle persone cambiano nel giro di pochi anni. Il nome ha a che fare con ognuno di noi, con l’identità personale e di gruppo: crea familiarità e produce proprietà. Un certo nome, impiegato all’interno di un determinato gruppo, serve a rinforzarne la coesione e le convinzioni. Nei confronti di destinatari esterni, impone come ovvio e naturale il concetto designato, quindi tende a giustificare, in maniera surrettizia, il punto di vista ammesso dal gruppo. Il nome, nel fondo, non mente, ma se compreso a partire da un approccio ingenuo e reificante, ciò che dice ci rimanda a una fantasmagoria di oggetti immutabili.

Il primo passo da fare, invece, è quello di allenare lo sguardo a ciò che il nome, pur non mentendo, non dice: ecco che «confine orientale», se colto nella sua dimensione relazionale, perde la presunta neutralità di termine geografico, per mostrare una parzialità prospettica italocentrica[6], frutto di una comunità nazionale immaginata proprio in relazione a quel confine che, dal Risorgimento in poi, assume un valore quasi sacrale. Ma se il confine è per qualcuno a oriente, ciò significa che per qualcun altro si trova a occidente (e cosa significa per questo altro il confine occidentale? Ne parla come ne parliamo noi?)[7].

E Venezia Giulia? Un nome che rimanda alla Repubblica di Venezia e alla Decima Regio Venetia et Histria di epoca romana. Un nome italiano, quindi, voluto e diffuso nel 1863 dal glottologo goriziano Graziadio Isaia Ascoli per definire in maniera unitaria tutti i territori appartenenti all’Impero asburgico ma rivendicati dall’Italia perché «da sempre» italiani, sottacendo intenzionalmente la complessità etnica e storica di quello che, nella duplice monarchia, veniva chiamato Österreichisches Künstenland (Litorale austriaco). Ecco che un nome diventa un programma politico: se quella regione richiama l’italianità, allora è legittimo lottare per i propri fratelli che sono divisi dalla madrepatria.

Con il Trattato di Rapallo del 1920, l’Italia vincitrice nella Grande guerra si trova a confrontarsi con cospicue minoranze nazionali all’interno dei suoi confini orientali: si parla di circa 500.000 individui di nazionalità slovena e croata. Da una prospettiva storica, la fine della Prima guerra mondiale rappresenta una vera e propria cesura per le terre culturalmente complesse dell’Alto Adriatico: per la prima volta le popolazioni di un’area mistilingue si confrontano con uno «Stato per la nazione», cioè con una formazione politica che, identificandosi con una sola nazionalità, non tollera al suo interno identità differenti. Nella logica dello Stato-Nazione, gli abitanti di un nome-oggetto tutto italiano – la Venezia Giulia – non possono aspirare allo status di minoranza.

Con l’avvento del fascismo, le politiche ambivalenti dello Stato liberale nei confronti delle minoranze troveranno una drastica soluzione: il cosiddetto «fascismo di confine»[8] riproporrà con estrema determinazione le tradizionali rivendicazioni nazionaliste dell’area, esprimendo con forza l’idea che queste genti, definite «alloglotte» o «allogene», dovessero essere forzatamente assimilate, non potendosi prevedere uno statuto diverso da quello di essere italiani. Da qui il nome che gli stessi fascisti hanno dato alla politica di snazionalizzazione: bonifica etnica. Un termine, ancora una volta, che nasconde una forte identità di gruppo e un diritto di proprietà, attraverso la sua derivazione agraria: come in alcune aree d’Italia si rendono necessarie azioni di risanamento del territorio, così le camicie nere alludevano all’idea di prosciugare il «pantano slavo» che aveva intaccato la terra italiana. La bonifica etnica, infatti, evoca immediatamente «il concetto di una bella Italia ancora intatta, la visione di una terra completamente libera e priva di zone infestate da malaria o da dannose popolazioni di minoranza»[9].

La bonifica etnica non resta, tuttavia, un progetto ideale: dalla metà degli anni Venti il regime attuerà una serie di misure atte a snazionalizzare violentemente gli «alloglotti». Le azioni principali sono volte alla distruzione della classe dirigente «allogena», alla liquidazione delle organizzazioni economiche e culturali slovene e croate, alla soppressione della scuola e della stampa in lingua slovena e croata. Un posto di rilievo ha l’impegno con cui le autorità italiane cercano di cambiare i toponimi e i cognomi delle persone[10]: già dal 1923, le leggi sulla toponomastica reinventano le identità delle nuove province, cancellando le tracce pubbliche di una storia alternativa[11] ai fini di una vera e propria distruzione della memoria[12]. Nella vulgata nazionalista e fascista, i nomi dei luoghi devono conservare le esclusive memorie di quel libero popolo discendente direttamente dai Romani, gli italiani, rispetto ai quali la memoria del popolo slavo, storicamente asservito ai signori feudali, senza ricordi né istituzioni, non ha alcun diritto di visibilità pubblica.

I decreti emanati nel 1926[13] sono volti invece alla sistematica italianizzazione dei cognomi. In questo campo il fascismo non si muoveva di certo in un terreno inesplorato, poiché già in epoca asburgica gli uffici comunali, generalmente controllati da italiani, conferivano una forma italiana ai cognomi slavi, come nel caso di cognomi croati terminanti in -ić che si trasformavano in -ich. Una forma, tutto sommato, inoffensiva di variazione del cognome, che spesso indicava una «italianizzazione» spontanea, molto frequente nel Litorale austriaco fino alla seconda metà dell’Ottocento. La fine della Grande guerra e, soprattutto, l’avvento del fascismo producono un salto di qualità nella snazionalizzazione dei cognomi, volta ora alla loro alla sistematica trasformazione secondo il principio della «restituzione» alla forma italiana o, qualora una supposta origine latina non fosse riscontrabile, mediante una «riduzione» all’italiano.

Un altro nome merita di essere considerato per la sua ambiguità: quello che durante il 1944 la dirigenza del Partito comunista sloveno e croato formula per definire la strategia del nuovo stato socialista nei confronti della minoranza italiana – per la cospicua presenza di tedeschi viene decisa l’espulsione totale – cioè la «fratellanza italo-slava»[14]. Si badi a non essere ingannati: il temine fratellanza non rimanda a una politica ecumenica, bensì a una politica di integrazione fortemente selettiva, che punta a includere gli italiani «onesti e buoni», ovvero gli italiani favorevoli all’annessione alla Jugoslavia e alla costruzione del socialismo, a discapito dei cosiddetti «nemici del popolo».

Da parte della popolazione di sentimenti italiani, però, la strategia della fratellanza italo-slava risulta come mero frutto di propaganda, in quanto la realtà quotidiana è quella di un’oppressione generalizzata che poteva assumere molti volti, da quello intimidatorio di un potere poliziesco pervasivo, alla denigrazione dell’Italia e a tutti i riferimenti nazionali che circolavano durante il fascismo, alla persecuzione religiosa e, non da ultimo, all’insieme dei cambiamenti nell’economia, che colpiscono spesso i ceti abbienti cui questa comunità generalmente apparteneva.

Spazio

Lo spazio è sempre spazio rappresentato. La linea di un confine, sebbene talvolta venga giustificata con argomenti legati alla natura del territorio, non è mai un dato di fatto. Essa, piuttosto, è un prodotto, un costrutto sociale, una rappresentazione. Come nel caso del linguaggio, anche lo spazio, nella zona alto adriatica, ha subito, in un arco temporale piuttosto breve, dei repentini mutamenti. L’Alto Adriatico, infatti, è luogo di incontro e compenetrazione tra mondo germanico, latino e slavo, ma nel contempo è periferia di questi mondi, i cui centri stanno altrove; ciò determina da una parte l’enorme difficoltà di tratteggiare confini ben definiti, dall’altra, e forse proprio a causa di ciò, la violenza con cui si sono svolti alcuni conflitti per affermare il possesso dei luoghi.

La frontiera adriatica ha visto, per rimanere alla storia più recente, il rapido susseguirsi di formazioni statuali diverse, spesso in aperto conflitto per il possesso di territori, che ha comportato una altrettanto rapida variazione delle linee di confine. Con il Trattato di Rapallo del 1920 il Litorale austriaco viene annesso al Regno d’Italia, cui si aggiunge parte dello Sato libero di Fiume con il Trattato di Roma del 1924.

Dopo la parentesi dell’occupazione della Jugoslavia da parte delle forze dell’Asse, in cui il confine italiano si sposta verso Est inglobando l’intera Slovenia meridionale e la Dalmazia, circa un mese dopo l’8 settembre l’area viene interamente occupata dai tedeschi, i quali vi costituiscono la Zona di operazioni Litorale Adriatico, che nelle intenzioni dei nazisti sarebbe dovuta entrare, a guerra conclusa, a far parte integralmente del Reich germanico.

Con la fine della guerra e i Trattati di pace del 1947, la quasi totalità della Venezia Giulia viene assegnata alla Repubblica Popolare Federativa di Jugoslavia, ad eccezione di Gorizia e del Territorio libero di Trieste, a sua volta diviso in una zona A e in una zona B, le cui appartenenze statuali verranno definite dal Memorandum di Londra del 1954 e, salvo alcune limitate variazioni confinarie, conclusivamente sancite dal Trattato di Osimo del 1975.

In questa tumultuosa storia di confini, ad ogni nuova delimitazione territoriale ha corrisposto una pluralità di immagini spaziali che ne hanno determinato la legittimità. Per la duplice monarchia, ad esempio, Trieste, principale porto dell’Impero e rappresentante di una potenza economica e culturale del continente, ha permesso di pensare uno spazio mediterraneo-danubiano integrato politicamente ed economicamente. Lo stesso mare Adriatico, soprattutto dal 1870 al 1914, si trasforma in un mare mitteleuropeo, il cui porto principale funge da punto di congiunzione tra dimensione marittima dei commerci e dimensione economica continentale[15]. È significativo, a riguardo, che l’instaurazione della Zona di operazioni del Litorale Adriatico nel 1943 abbia fatto largamente ricorso a una retorica imperiale asburgica, riprendendone, almeno sulla carta, i tratti fondamentali. L’amministrazione tedesca si è presentata, nella Venezia Giulia, come un prolungamento della componente austriaca del Reich germanico, richiamando tutta una serie di personaggi provenienti dalla vecchia amministrazione austriaca[16].

Nel caso italiano si ricorre spesso a una legittimazione squisitamente letteraria, dietro la quale troviamo ben altre considerazioni, come la pretesa superiorità culturale, la strategia o la conquista imperialista. Lo spazio della Venezia Giulia viene idealmente unificato, oltre che dall’assunzione acritica relativa alla relazione diretta tra italianità, tradizione romana e veneziana, anche dalle parole di Dante[17]. Lo stesso Mazzini contribuirà considerevolmente alla creazione di questo spazio italiano, affermando che «geografi, storici, uomini politici e militari assegnarono all’Italia i confini assegnati dall’Allighieri e confermati dalle tradizioni e dalla favella. Ma s’anche diritti e doveri fossero or poca cosa per gli italiani, perché dimenticherebbero l’utile e la difesa?»[18]. Parole che sintetizzano il sistema argomentativo di cui l’irredentismo si sarebbe servito nei decenni successivi: ricorso a citazioni letterarie, riferimenti storici, valutazioni strategiche e considerazioni geografiche, tutti in funzione politicamente mobilitante nei confronti della frontiera orientale. In questo quadro, il confine si carica di forza e seduzione politica, ma anche di valenze strategiche (la difesa) e, soprattutto dopo la Grande guerra, di aspettative legate a una politica di potenza, sulla quale si infrangeranno i sogni imperiali balcanico-danubiani dell’Italia fascista[19].

Un elemento tipico attraverso il quale non solo gli irredentisti e i nazionalisti, ma anche molte personalità democratiche intesero l’articolazione dello spazio in questa regione fu quella del binomio città/campagna[20], implicante una divisione tra componente italiana cittadina e portatrice di antica cultura, e slava, caratterizzata dalla selvatichezza e dalla ruralità. Questa dicotomia, da categoria neutra strutturante lo spazio, tracima facilmente in ambito valoriale, comportando il senso di superiorità culturale dell’elemento italiano-cittadino che, a dispetto del benevolo volto della nazione inclusiva e volontarista, si sente legittimato in via esclusiva al ruolo di guida politica e culturale a discapito dei rustici “slavi”.

Tale dispositivo spaziale è stato funzionale alla costruzione di un confine tra Occidente e Oriente balcanico nell’area alto-adriatica, che ha sovente assegnato alla componente slava una identità riducibile a quelle caratteristiche che, secondo Maria Todorova, il mondo occidentale ha attribuito a quello balcanico, e cioè «regressione al tribale, al passato, al primitivo, al barbarico»[21]. Elementi che, peraltro, emergono potentemente nella lettura della lotta partigiana jugoslava da parte italiana, soprattutto dopo l’invasione della Jugoslavia nell’aprile 1941, per legittimare una dura repressione nei confronti dei partigiani e della popolazione civile ritenuta corresponsabile delle attività di resistenza. La propaganda di guerra italiana aveva alle spalle una lunga campagna d’odio del fascismo e del nazionalismo giuliano nei confronti degli «slavi», che facilitò la produzione nell’immaginario collettivo di una Balcania tenebrosa, ricca di boschi impenetrabili e oscure montagne, in cui un feroce e barbarico nemico trova ricetto.

Lo spettro della Balcania tenebrosa […]. La Balcania come metafora dell’infinito e dell’inconoscibile, dell’ignoto e quindi di un incubo, che si tinge di tutti i colori più foschi; nella propaganda del tempo di guerra la Balcania si carica di tutti i segni negativi della guerriglia partigiana; lo stesso paesaggio fisico sembra esprimere i valori negativi di una «lotta senza quartiere»[22].

Lo spazio immaginato dalla nazione culturalmente dominante (Kulturnation), che ritiene di avere una serie di diritti storici sulle altre nazionalità, comprende territori, come la zona del Monte Nevoso o l’Istria interna, in cui, stando ai dati diffusi dal censimento asburgico del 1910 e da quello italiano del 1921, la lingua italiana era ben poco diffusa. Ma, sempre in linea con la funzione storico-politica autoassegnatasi della Kulturnation, lo spazio rurale avrebbe potuto redimersi storicamente facendosi guidare e assorbire dall’elemento culturalmente dominante.

Un tale spazio simbolico doveva trovare uno spessore materiale, attraverso l’uso estremamente retorico dei luoghi sacri e dei monumenti: dal Monte Nero e dal sacrario di Redipuglia, simboli a un tempo della «redenzione» di quelle terre e del sacrificio di migliaia di italiani, ai monumenti simboleggianti la presenza veneziana in molti luoghi istriani e dalmati. Fa enorme scalpore in Italia, nel 1932, la profanazione dei leoni di San Marco a Traù, segno “evidente” della italianità di quelle terre e, elemento non trascurabile, della barbarie slava – che, in realtà, ha tutto il sapore di un atto politico di presa di possesso materiale di un territorio attraverso la sua distruzione simbolica[23].

Per il fascismo la Mostra della rivoluzione fascista, inaugurata nel 1932, è una grande occasione per risemantizzare lo spazio adriatico attraverso una vera e propria guerra dei monumenti: l’italianità di quelle terre, così spesso decantata da letterati, irredentisti e poeti, trova una sua collocazione tangibile attraverso l’ostensione dei monumenti. In modo immediatamente fruibile il visitatore poteva conoscere quelle terre come luoghi di atavica presenza italiana, da Roma, a Venezia, fino alla redenzione della guerra e all’inveramento di tale storia nazionale nel movimento fascista.

In contrapposizione a questo spazio “italianissimo”, riproposto in chiave iper-nazionalista e aggressiva dal fascismo, già dalla fine dell’Ottocento patrioti e intellettuali sloveni perimetrarono quell’area secondo una metafora particolarmente seducente: le città erano isole in un mare slavo. Si assume la contrapposizione insita nella categoria città/campagna, per rovesciare la prospettiva culturale italiana, indicando come le città appartengano di fatto all’entroterra slavo da cui traggono linfa per vivere: da questa immagine emerge così la concezione del confine etnico, basato sulla nazione interpretata in senso etnicista[24]; l’appartenenza nazionale non si sceglie, poiché è iscritta nel sangue e nella discendenza. E la discendenza è legata al suolo, dà diritti di proprietà nei confronti dello spazio che si occupa e che si satura con la propria esclusiva presenza. In questa dicotomia la componente principale è, ovviamente, l’entroterra, assunto come compattamente non italiano. La conclusione è che l’area alto adriatica, comprese le aree miste e le città, dovesse essere rivendicata nazionalmente in maniera legittima dalla componente etnica maggioritaria che risiedeva nelle campagne.

Nazionalismo

È impossibile affrontare le vicende dell’alto adriatico senza fare riferimento a una delle categorie storiografiche portanti per interpretarne gli sconvolgimenti politici: il nazionalismo. Ma parlare di nazionalismo significa anche considerare una molteplicità di altri aspetti di carattere sociale, antropologico e filosofico, perché implica il riferimento a processi di formazione di identità di singoli e di gruppi che, per il loro specifico valore politico assunto nel corso dell’Ottocento, tendono a cristallizzarsi in essenze metastoriche. Un breve passaggio di Ara e Magris ci permette di comprendere sinteticamente la densità delle problematiche:

Ogni ricerca di un’identità, legittima sul piano esistenziale e talora feconda in quello poetico, comporta facilmente un’indebita alterazione della realtà storico-sociale. La ricerca dell’identità implica, più o meno consapevolmente, la tensione a cogliere un’essenza, una dimensione in qualche modo costante e permanente nel mutare del divenire storico; essa quindi irrigidisce e rimuove la storicità, inventa e accentua analogie e somiglianze piuttosto che cogliere trasformazioni e distinzioni, com’è proprio all’individualità dei fenomeni storici. Tende al mito, ossia all’irrigidimento fascinoso del sempre uguale […].[25]

Nel corso dell’Ottocento anche l’area alto adriatica viene investita da quel processo di nation-building caratteristico dell’Europa, ma le condizioni sono diverse rispetto a quelle di altre realtà politico-istituzionali. Innanzitutto, si tratta di processi di nazionalizzazione in un contesto politico imperiale. Il governo asburgico, non essendo un governo nazionale, non può guidare questi processi. In altre parti d’Europa, invece, come in Francia o in Italia, il governo può farsi carico di nazionalizzare le masse dall’alto attraverso l’istruzione, l’esercito, la burocrazia, le liturgie nazionali.

Nel caso di una regione multinazionale appartenente a una realtà imperiale è perciò necessario interpretare gli eventi ricorrendo a un altro modello di nazionalizzazione. Per questo, è utile ricorrere a quanto è stato formalizzato da Hroch[26], proprio nell’intento di comprendere i processi politici di aree nazionalmente miste come quelle dell’Europa centro orientale. Senza la presenza di un potere in grado di monopolizzare la costruzione dell’appartenenza nazionale, nell’area si instaura un processo di nazionalizzazione parallela competitiva: in una fase quasi simultanea i movimenti nazionali competono l’uno con l’altro non solo, come è evidente, per una lotta per il potere e per il dominio politico, ma anche per convincere prima degli altri le persone a “decidersi” per un’appartenenza nazionale piuttosto che un’altra. Per noi, abituati al monolitismo nazionale, un’attività di questo genere può apparire quantomeno bizzarra, ma se ci sforziamo di uscire dal sortilegio della nazione, vediamo che l’identità nazionale, lungi dall’essere un elemento iscritto nella natura degli uomini, va costruita e insegnata[27], sebbene poi tenda a saturare tutto lo spazio virtuale delle identificazioni. Insomma, l’appartenenza nazionale deve diventare la prima forma di identificazione di singoli e gruppi, implicando perciò una forte dose di violenza[28].

Molti individui della regione, per cui il linguaggio della nazione ha rappresentato una novità, non potevano sapere a priori a quale “patria” appartenessero. Ad esempio, solo con questi processi di semplificazione identitaria la lingua, da strumento di comunicazione, diviene simbolo di appartenenza intorno a cui si consumano gli scontri politici più aspri. Ciò ha delle conseguenze riduttive sulle lingue parlate dagli abitanti della regione, soprattutto nelle zone istriane e dalmate, dove diffuso era il bilinguismo e, si diceva di Fiume, «il più stupido omo nasceva con quattro lingue»[29]. Insomma, semplificazione identitaria e impoverimento linguistico sono due vistose conseguenze del processo di nation-building nell’area alto adriatica, che si accompagnano a un processo di costruzione delle rispettive nazioni incardinate sull’ossessione dell’autoctonia[30] e sull’esclusivo possesso del territorio. Le nazioni immaginate da italiani, sloveni e croati, si caratterizzano da un’interpretazione del passato che mette in evidenza la continuità della presenza della propria stirpe sul territorio, in vista di un futuro glorioso, e contemporaneamente si cimentano in una delegittimazione delle altre nazionalità, attestandone l’estraneità storica e l’illegittima infiltrazione territoriale.

Da quanto detto emerge che il concetto di nazione è un’unità fondamentale di analisi storica e di intelligibilità dell’area, in perfetta sintonia con la master narrative eurocentrica. Tuttavia tale approccio, se assunto in modo acritico, rischia di abbacinare l’osservatore, inducendolo, attraverso una ipostatizzazione delle categorie nazionali, a una lettura del passato metastorica[31]. Pericolo che il docente che affronta questi problemi in sede didattica deve fronteggiare con una consapevolezza critica, stando attento a non assumere irriflessivamente categorie che potrebbero produrre un effetto distorsivo nella comprensione delle reali dinamiche di identificazione. Infatti, l’enfasi dedicata da una parte almeno delle tradizioni storiografiche italiana, slovena, croata e, prima, jugoslava, al tema dello scontro nazionale, oltre a dimostrare la dipendenza stessa delle storiografie dal problema nazionale che esse studiano, ha favorito una lettura basata sul modello binario della polarizzazione nazionale, “slavi” contro italiani, delle vicende alto adriatiche, che ha sostanziato una memoria pubblica basata sul conflitto, sulla vittimizzazione e sulla negazione dell’altro[32].

Pensare esclusivamente con categorie nazionali impedisce all’osservatore di comprendere quella che è la natura ibrida, fluida, della realtà sociale e culturale delle zone di confine[33]. Al suo interno sono possibili e sovrapponibili diverse forme di identità e di lealtà risultanti da continue negoziazioni con i poteri esistenti e con le situazioni contingenti. Gli abitanti delle zone di confine, ben lontani dall’essere sotto l’incantesimo delle nazioni, sono molto più spesso indifferenti, opportunisti o ambivalenti nei loro confronti. In Istria, come in altre aree dell’Europa centro orientale, ampie fasce di popolazione nell’immediato dopoguerra rifiutano apertamente l’identificazione nazionale, richiamandosi piuttosto a identità regionali, politiche e religiose. In questa convulsa fase di rivendicazioni e di incertezze – ricordiamo che alla fine della Seconda guerra mondiale non era scontato l’esito dei confini istriani – le nuove autorità jugoslave eseguono un censimento[34]con l’intento di mostrare il carattere slavo dell’Istria. A tale scopo, viene richiesta non la lingua d’uso, poiché dopo vent’anni di appartenenza al Regno d’Italia quasi tutti parlavano italiano, ma l’appartenenza nazionale. I risultati sono estremamente interessanti[35]: aumenta, naturalmente, la componente croata e slovena, ma il dato sorprendente è quello relativo ai non pochi che rifiutano di identificarsi sul piano nazionale, finendo nella categoria degli indeterminati.

Considerare questi aspetti relativi ai processi di identificazione nello studio dell’area alto adriatica, offre la possibilità di approfondire quella dimensione complessa e tutt’altro che ovvia che è l’identità, ricordando che

Molti dei conflitti e delle atrocità del mondo sono tenuti in piedi dall’illusione di un’identità univoca e senza possibilità di scelta. L’arte di costruire l’odio assume la forma dell’invocazione del potere magico di una determinata identità, spacciata per dominante, che soffoca le altre affiliazioni e può arrivare anche, in una forma adeguatamente bellicosa, a sopraffare qualsiasi simpatia umana o naturale benevolenza di cui possiamo essere dotati.[36].

Esodo

Esodo è termine evocativo che ha acquisito, nella storiografia degli ultimi decenni, un significato tecnico, indicando uno specifico spostamento forzato di popolazione. Secondo la tipologia proposta da Ferrara e Pianciola[37], con esodo bisogna intendere una particolare migrazione forzata in cui, a differenza delle deportazioni e delle espulsioni, un gruppo di abitanti di una regione è indotto a fuoriuscire dalla stessa senza che il governo che vi detiene il potere abbia emanato norme specifiche e senza che abbia per forza degli obiettivi chiari e predefiniti in merito alla sorte del gruppo preso a bersaglio, il quale è indotto alla fuga, quindi, soprattutto a causa di “pressioni ambientali” sfavorevoli.

Questa definizione, che si attaglia perfettamente all’esodo giuliano-dalmata, richiede una riflessione d’insieme che dovrebbe essere esplicitata in sede didattica. Innanzitutto, trattandosi di una definizione generale, il caso giuliano-dalmata non ne esaurisce l’estensione. Ciò può essere una preziosa occasione per ampliare lo sguardo analitico, inserendo le vicende in quei processi epocali che riguardano drammaticamente milioni di persone nell’immediato dopoguerra.

Da una parte, infatti, l’adozione di una prospettiva geografica più ampia, permette di ricomprendere a pieno titolo l’esodo giuliano dalmata, che si stima essere stato di circa 280-300.000 persone, nella storia delle migrazioni forzate verificatesi nell’Europa postbellica[38]. Esso, d’altronde, è solo uno, sebbene tra i più radicali, dei movimenti di popolazione della regione alto adriatica, così come appare da un semplice ampliamento del riferimento temporale, permettendo di considerare anche l’emigrazione forzata di decine di migliaia di sloveni e croati durante il ventennio fascista[39].

In aggiunta, ma sempre nell’intento di definire un quadro generale esplicativo, l’esodo rappresenta un caso particolare da inserire nel processo di costruzione dello Stato comunista jugoslavo. Le pratiche repressive messe in atto dal fronte di liberazione a guida comunista, infatti, colpiscono tutto il territorio di quella che sarebbe diventata la Repubblica popolare federale di Jugoslavia, colpendo soprattutto gli ex collaborazionisti dei nazifascisti sloveni e croati[40]. La Venezia Giulia, essendo parte delle rivendicazioni territoriali del movimento di liberazione jugoslavo, si trova inserita all’interno delle stesse logiche della violenza che colpiscono le altre zone della Jugoslavia, ma con la particolarità di avere una consistente popolazione identificabile sul piano nazionale e generalmente dominante sul piano economico, politico, sociale. Questa viene costretta all’emigrazione, non diversamente da quanto accade ai tedeschi in Boemia, in conseguenza dell’instaurazione di un nuovo potere politico che unisce istanze di rivoluzione sociale a rivendicazioni nazionali.

Nonostante la vocazione internazionalista, la questione nazionale è seriamente presa in considerazione dalla dirigenza del Partito comunista jugoslavo. Lo stesso Tito, d’altronde, si rendeva perfettamente conto che per cercare consenso presso ampi strati di popolazione croata e slovena della Venezia Giulia, fosse fondamentale l’integrazione del linguaggio nazionale all’interno di quello socialista; un’idea non nuova all’epoca, visto che l’ideologia “socialista nazionale” era moneta corrente nell’Europa centro-orientale postbellica, e venne ampiamente usata per giustificare espulsioni ed espropriazioni.

Dall’altro lato, l’esodo giuliano-dalmata ha delle peculiarità in grado di differenziarlo da altre emigrazioni forzate coeve. Innanzitutto, a differenza di quanto accade nella stessa Jugoslavia coi tedeschi, non sono emerse misure ufficiali volte all’espulsione degli italiani. Anzi, dopo aver intenzionalmente epurato la regione da collaborazionisti, fascisti e personalità compromesse con il precedente regime fascista, la linea politica ufficiale del movimento di liberazione è la cosiddetta “fratellanza italo-slava”. Come sappiamo, nella pratica la quasi totalità delle persone di sentimenti italiani preferiscono andarsene piuttosto che essere integrati nel nuovo sistema socialista.

Questo fatto ci conduce immediatamente a un’altra peculiarità dell’esodo: l’abbandono delle terre d’origine si protrae per un periodo lungo, i cui contorni sono rappresentati dal Trattato di pace del 1947 e dal Memorandum di Londra del 1954. È necessario articolare al suo interno la fuga della componente italiana in diversi momenti, perché, se vogliamo comprendere le ragioni dell’esodo, dobbiamo considerare non solo gli aspetti politici, ma anche quelli economici, internazionali, culturali o legati a elementi psico-sociologici, nient’affatto trascurabili[41].

La corretta collocazione degli eventi riguardanti la quasi totale scomparsa degli italiani come componente autoctona dall’Istria, da Fiume e della Dalmazia può condurre a una significativa riflessione con gli studenti circa l’uso che la pubblicistica fa dell’esodo: generalmente viene seguita e riproposta una linearità logica intrisa di meccanicismo tra foibe ed esodo che non corrisponde a una immagina adeguata della storia. Ovviamente, le logiche della diffusione mediatica e della controversia politica ricorrono spesso alla drammatizzazione, e sicuramente le uccisioni e le violenze del settembre 1943 e del maggio 1945 assolvono a questa funzione; tuttavia, il rapporto tra questi eventi e la fuga degli italiani, sebbene esiste, non è diretta né meccanica. Essi, sicuramente, rimangono sullo sfondo, protraendosi nella politica di pressione e oppressione dello stato jugoslavo nei confronti della popolazione italiana; tuttavia, non sono la causa dell’esodo, essendo che la maggioranza degli italiani sceglie la via dell’emigrazione in funzione della progressiva consapevolezza della definitività dei confini, che li avrebbe posti sotto la dominazione di un nuovo stato socialista.

Conclusione

Nomi, spazi, luoghi di passione, di incontro, di tensione: nell’area alto adriatica tanto le parole quanto le cose cambiano rapidamente in relazione al tempo e ai punti di vista. È fondamentale cominciare da qui: far sperimentare ai discenti questa fluidità del nome e dello spazio, fornendo loro categorie interpretative capaci di esibire la complessità del divenire storico e la tensione polemica che accompagna ogni definire e ordinare. Il che è un’occasione per portare a tema il senso del confine, soprattutto in un’epoca, la nostra, in cui molti urlano a gran voce il presidio dei confini.

In questa storia dello spazio alto adriatico emergono concezioni esclusive e semplificatrici dell’identità, che non sopportano l’oscurità dell’origine, la genealogia mista, la porosità stessa dei confini sociali e culturali. Questi elementi emergono, invece, allargando lo sguardo e allentando le maglie concettuali, come una storia di convivenze, di rispecchiamenti, di identificazioni plurime. Un sostrato che, se adeguatamente storicizzato, permetterebbe in sede didattica di articolare una vicenda umana spesso ridotta dal discorso pubblico a schemi semplificatori, consentendo così di volgere la riflessione, con alta rilevanza civica, alle carenze, ai pericoli e alle assurdità di un discorso monolitico sull’identità.

 


Note:

[1] https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2004/04/13/004G0110/sg, consultata il 25/11/2022.

[2] Sulla sovraesposizione politica della ricorrenza e le sue conseguenze problematiche, cfr. T. Catalan, Il giorno del ricordo fra celebrazioni, sguardi esterni e stereotipi, in “Italia contemporanea”, 296, 2021; M. Orlić, Le difficili traiettorie delle memorie pubbliche nell’alto Adriatico, in “Contemporanea”, 2, 2021; R. Pupo, Ricorrenza unificante o pretesto divisivo? in “Contemporanea”, 2, 2021; Id. Due vie per riconciliare il passato delle nazioni? Dalle Commissioni storico culturali italo-slovena e italo-croata alle giornate memoriali, in “Italia contemporanea”, 282, 2016.

[3] P. Garde, Le discours balkaniques. Des mots et des hommes, Fayard, 2004. Vedi, in particolare, l’introduzione.

[4] M. Foucault, Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane. BUR, Milano, 1967, pag. 10 (ed. or. 1966)

[5] M. Foucault, Microfisica del potere, a cura di A. Fontana e P. Pasquino, Einaudi, Torino, 1977, p. 9

[6] Cfr. M. Verginella, Asimmetrie, malintesi e sguardi speculari: da una storia etnocentrica ad una storia plurale e congiunta della regione alto-adriatica, in “Acta histriae”, 3, 2012.

[7] Cfr. M. Verginella, Il confine degli altri, Donzelli, Roma 2008.

[8] Per un approfondimento del fascismo al confine orientale, oltre al testo di A. Vinci, Sentinelle della patria. Il fascismo al confine orientale 1918-1941, Laterza, Roma-Bari, 2011, cfr., della stessa autrice, il più sintetico ma altrettanto efficace, Il fascismo al confine orientale, in Dall’impero austro-ungarico alle foibe, Bollati Boringhieri, Torino, 2009.

[9] R. Wörsdorfer, Il confine orientale. Italia e Jugoslavia dal 1915 al 1955, il Mulino, Bologna 2008, pag. 110 (ed. or. 2004).

[10] Cfr. R. Wörsdorfer, 2008, in particolare il terzo capitolo; E. Apih, Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia 1918/1943, Roma-Bari, Laterza, 1966, in particolare il capitolo intitolato Nazionalismo economico e nazionalismo politico.

[11] G. Sluga, Identità nazionale italiana e fascismo: alieni, allogeni e assimilazione sul confine nord-orientale italiano, in M. Cattaruzza (a cura di), Nazionalismi di frontiera. Identità contrapposte sull’Adriatico nord-orientale 1850-1950, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003, p. 181.

[12] E. Collotti, Sul razzismo antislavo, in A. Burgio (a cura di), Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d’Itlia. 1870-1945, il Mulino, Bologna 1999, pag. 57.

[13] R. Wörsdorfer, 2008, pag. 130.

[14] Cfr. R. Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio, BUR, Milano, 2005, in particolare il cap. 4; Id., Il confine scomparso. Saggi sulla storia dell’Adriatico orientale nel Novecento, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, Trieste, 2007, in particolare il seguente capitolo: Foibe ed esodo: un’eredità del fascismo?

[15] E. Ivetic, Storia dell’Adriatico. Un mare e la sua civiltà, il Mulino, Bologna 2019, in particolare il capitolo sesto.

[16] E. Collotti, Litorale Adriatico e Risiera di San Sabba, in AA.VV. Dall’impero austro-ungarico alle foibe. Conflitti nell’area alto-adriatica, 2009.

[17] «sì com’a Pola, presso del Carnaro/ch’Italia chiude e suoi termini bagna» (Dante, Divina Commedia. Inferno Canto IX).

[18] G. Mazzini, Scritti politici editi ed inediti, vol. 86, pag. 18, consultati sul sito https://archive.org/details/scrittieditiedin86mazz/page/18/mode/2up?view=theater in data 25/11/2022. Cfr. su questi aspetti, M. Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, il Mulino, Bologna, 2007, in particolare il primo capitolo.

[19] R. Pupo, 2007, in particolare il capitolo intitolato Fra storia e geografia.

[20] Per un’analisi critica relativa all’uso del paradigma città/campagna nella storiografia, cfr. M. Verginella, Il paradigma città/campagna e la rappresentazione dualistica di uno spazio multietnico, in “Contemporanea”, 4, 2008.

[21] M. Todorova, Immaginando i Balcani, Argo, Lecce, 2014, pag. 17 (ed. or. 1997). Elementi che, peraltro, emergeranno potentemente nella lettura della lotta partigiana jugoslava da parte italiana, soprattutto dopo l’invasione della Jugoslavia nell’aprile 1941, per legittimare una dura repressione nei confronti dei partigiani e della popolazione civile ritenuta corresponsabile delle attività di resistenza.

[22] E. Collotti, L’Europa nazista. Il progetto di un nuovo ordine europeo (1939-1945), Giunti, Firenze 2002, pag. 265.

[23] D’altronde, come sostiene Wörsdorfer, «le distruzioni di monumenti accompagnano quasi sempre i rivolgimenti politici e sociali e spesso anche lo spostamento di un confine: ogni volta che una regione di frontiera passa da una sovranità all’altra si distruggono monumenti. Quanto più è aggrovigliata la composizione etnica di un’area, tanto più i conflitti tendono a caratterizzarsi come guerre di monumenti» (Wörsdorfer, 2008, pag. 55).

[24] «L’appartenenza croata e slovena si fondava invece sul senso del Narod, il popolo inteso come comunità etnica. Nelle campagne, la tradizionale distinzione sociale rispetto al borgo si era colorata di valenze nazionali […]», E. Ivetic, Dalle comunità alle nazioni nell’Adriatico nord-orientale (1850-1940), in P. Pallante (a cura di), Il giorno del ricordo. La tragedia delle foibe, Editori Riuniti, Roma, 2010, pag. 26.

[25] A. Ara – C. Magris, Trieste. Un’identità di frontiera, Einaudi, Torino, 1982, pag. 5.

[26] Secondo lo storico ceco, i processi di nazionalizzazione, non potendo essere gestiti dai poteri pubblici, sono assunti da élites intellettuali che, dopo aver scoperto la lingua e la cultura della nazionalità oppressa, cercano, in un secondo momento, di diffondere la coscienza nazionale tra la gente fino a farla diventare una questione riguardante ampie masse, dandosi perciò una solida struttura organizzativa. Vedi M. Hroch, Social preconditions of national revival in Europe, Cambridge University Press, Cambridge, 1985. Cfr, in particolare, Part I Introduction.

[27] Mi riferisco ai principali studi che hanno segnato, tra gli anni ’80 e i primi anni ’90, una svolta nell’approccio al nazionalismo: B. Anderson, Comunità immaginate. Origine e fortuna dei nazionalismi, Editori Riuniti, Roma 1996 (ed. or. 1983); E. Gellner, Nazioni e nazionalismo, Editori Riuniti, Roma 1992 (ed. or. 1983); E. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismo dal 1780. Programma, mito e realtà, Einaudi, Torino 1992 (ed. or. 1990).

[28] Sul nesso tra identità etnica e culturale e la violenza, cfr. A. Sen, Identità e violenza, Laterza, Roma-Bari, 2006 (ed. or. 2006).

[29] A. Ara – C. Magris, 1982, p. 43.

[30] Sul tema dell’autoctonia, cfr. M. Verginella, 2008, soprattutto per quanto riguarda il nazionalismo sloveno. Mentre, per l’ossessione dell’autoctonia nelle memorie e nelle narrazioni degli esuli istriani, cfr. l’interessantissimo lavoro di P. Ballinger, La memoria dell’esilio. Esodo e identità al confine dei Balcani, Il Veltro Editrice, Roma, 2010 (ed. or. 2003).

[31] Cfr. M. Verginella, 2012.

[32] «Spesso si parla di odi e rancori atavici. A passare al setaccio la vita politica istriana fra il 1870 e il 1914 non troveremo nulla del genere. Scontri di tipo etnico non sono stati riscontrati nemmeno prima del 1870. Tanto per fare una precisazione: l’ultima guerra combattuta in Istria prima del 1943 è stata quella tra Venezia e gli Asburgo nel 1615-1617 (la guerra di Gradisca o degli uscocchi).», E. Ivetic, 2010, pag. 27.

[33] Sui limiti di una storiografia troppo incentrata sulle categorie di nazione e nazionalismo, in vista della definizione di concetti analitici più adeguati alla comprensione di realtà etnicamente complesse e mistilingui, cfr. T. Zahra, Imagined noncommunities: national indifference as a category of analysis, in “Slavic Review”, 1, 2010 e M. Verginella, Radici dei conflitti nazionali nell’area alto-adriatica: il paradigma dei nazionalismi opposti, in Dall’impero austro-ungarico alle foibe, op. cit.; per un approfondimento del concetto di indifferentismo nazionale e di ibridismo nell’area istriana, cfr. M. Orlić, Né italiani né slavi. State- e Nation-building jugoslavo nel secondo dopoguerra in Istria, in “Contemporanea”, 4, 2019.

[34] Cadastre Nationale de l’Istre d’apres le recensement du 1^ ottobre 1945, consultato su https://issuu.com/visnjan/docs/cadastre_national_de_l_istre_1945_p_c467922ae75922 il 25/11/2022.

[35] Per un’analisi del censimento, cfr. M. Orlic, 2019, pag. 574.

[36] A. Sen, 2006, pag. XIII.

[37] «Abbiamo chiamato esodi quei casi in cui un gruppo di abitanti fu indotto a fuoriuscire dai confini politici del territorio in cui voleva vivere a causa di pressioni esercitate dal governo che lo controllava, sia in termini di violenza diretta sia in termini di privazioni di diritti, soprattutto in presenza di un radicale mutamento politico che investiva le relazioni tra stati (conflitti bellici, crolli e costruzioni di stati). In tali circostanze la migrazione forzata non era il chiaro obiettivo iniziale del governo in questione, né tantomeno quest’ultimo la organizzò; il risultato finale fu comunque l’emigrazione quasi totale del gruppo» (A. Ferrara – N.Pianciola, L’età delle migrazioni forzate. Esodi e deportazioni in Europa 1853-1953, il Mulino, Bologna, 2012, p. 18).

[38] «Approssimativamente, dunque, circa 60 milioni di europei furono coinvolti nelle migrazioni forzate causate direttamente o indirettamente dalla seconda guerra mondiale; per un numero sostanziale di essi lo spostamento fu definitivo ed ebbe conseguenze di lungo termine. La principale di esse fu la scomparsa della maggior parte delle minoranze nazionali residenti in Europa centro-orientale, in particolare di quelle un tempo dominanti sul piano socioeconomico» (A. Ferrara – N. Pianciola, 2012, pag. 326).

[39] Per una storia complessiva dei movimenti migratori nella Venezia Giulia, cfr. P. Purini, Metamorfosi etniche. I cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria, Kappa Vu, Udine, 2010.

[40] «Questa presa del potere fu ovunque accompagnata da una grande ondata di violenza politica, che va considerata in maniera unitaria, perché quella che gli italiani chiamano Venezia Giulia, da parte del movimento di liberazione jugoslavo era considerata non terra di conquista, ma territorio etnico sloveno e croato liberato e già facente parte del nuovo stato comunista […]. Noi vediamo così, che nelle prime settimane di maggio, nell’arco di poche centinaia di chilometri fra l’Isonzo, la Slovenia e la Croazia, la repressione fece circa 9.000 morti fra gli sloveni domobranzi, almeno 60.000 fra i croati ustascia ed alcune migliaia fra gli italiani», R. Pupo, La catastrofe dell’italianità adriatica, in G. Giusti (a cura di), Quattro lezioni sul Confine orientale. Espulsioni e abbandono delle terre istriane e dalmate dopo la seconda guerra mondiale, Istituto mantovano di storia contemporanea, Mantova, 2020, pagg. 17-18.

[41] Per una ricostruzione dettagliata dell’insieme dei motivi che possono condurre le persone a emigrare, cfr. P. Purini, Esodi dalla Venezia Giulia. Cause politiche e motivazioni sociologiche, in “Acta Histriae”, 3, 2012.

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Titolo: Lingua, spazio, nazione. Potenzialità didattiche di alcune parole chiave nella storia della frontiera adriatica
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Numero della rivista: n.18, dicembre 2022
ISSN: ISSN 2283-6837

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