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La crisi dello Stato liberale nell’Europa mediterranea

Abstract

All’interno di un’ottica storica comparata, Giulia Albanese si interroga sulle cause e sulle modalità con cui il liberalismo nei paesi dell’Europa mediterranea – Italia, Spagna e Portogallo – entrò in crisi negli anni venti del Novecento. In un contesto di profonde trasformazioni sociali ed economiche e di violenza politica, le classi dirigenti conservatrici di questi paesi reagirono alla progressiva democratizzazione della società, sfiduciando le istituzioni liberali, incapaci di garantire gli equilibri tradizionali. Il successo della presa del potere del fascismo italiano rappresentò per le destre europee un convincente modello di trasformazione politica e istituzionale dello Stato, alternativo tanto alla democrazia quanto alla rivoluzione bolscevica.

Una lettura comparata della crisi del liberalismo degli anni Venti nell’Europa mediterranea

L’obiettivo di questo intervento è interrogarsi non solo sulle cause e sulle modalità di crisi del liberalismo negli anni Venti, ma anche sulla rilevanza dell’esperienza italiana per il resto d’Europa e sul peso delle esperienze dittatoriali nell’Europa mediterranea negli anni Venti – e quindi prima della ascesa al potere di Hitler e del nazionalsocialismo in Germania – con particolare riferimento oltre che all’Italia, alla Spagna (che dal 1923 al 1930 fece l’esperienza della dittatura di Miguel Primo de Rivera) e al Portogallo, in cui nel 1926 un colpo di stato avrebbe instaurato una dittatura, durata poi, grazie all’avvento al potere di Salazar, diversi decenni. In un quadro politico e istituzionale, oltre che culturale, che spinge sempre più verso l’unione delle storie e dei progetti dei paesi europei, interrogarsi sui limiti e sulle potenzialità della comparazione delle storie nazionali arricchisce incredibilmente non solo la nostra possibilità di leggere la storia d’Europa ma anche le singole storie nazionali. In particolare, per quanto riguarda gli anni Venti, la questione degli effetti della prima guerra mondiale è stata posta più volte in relazione a ciascuna delle singole esperienze nazionali, ma anche al quadro continentale e internazionale, spesso però tralasciando o considerando solo marginalmente l’Europa meridionale, e nella fattispecie i paesi di cui mi sono occupata.

Spagna, Portogallo e Italia di fronte al primo conflitto mondiale

Storici e scienziati sociali hanno avanzato diversi modelli di spiegazione degli effetti di questa guerra sul continente, richiamando la crisi degli stati liberali. Non posso approfondire questi aspetti ma per lo più si è fatto riferimento alla crisi dei modelli liberali in riferimento agli stati di formazione recente o a quelli sconfitti nel corso del primo conflitto mondiale, con particolare riferimento all’esperienza tedesca e in parte anche austriaca. In questo quadro l’Italia è stata per lo più assimilata ai paesi perdenti facendo riferimento allo sviluppo del discorso sulla ‘vittoria mutilata’ e alla cattiva gestione della pace da parte dei governi liberali. Non posso qui che essere schematica, ma la questione diventa evidentemente più complessa se si pensa che tra i paesi che videro le proprie istituzioni liberali infrangersi nel primo dopoguerra vi furono anche la Spagna e il Portogallo, ponendo quindi l’Italia non più in uno ‘stato di eccezione’ rispetto al resto d’Europa. Tutti e tre questi paesi avevano istituzioni piuttosto recenti, ma risalenti comunque al periodo precedente alla guerra, diversamente dai paesi dell’Europa centrale ed orientale, e su di essi la Prima guerra mondiale aveva avuto un impatto molto differente: la Spagna era rimasta neutrale nel corso della guerra, il Portogallo vi aveva partecipato non solo nel suo territorio coloniale, ma a partire dal 1916 anche sul continente europeo, sul fronte occidentale, mentre l’Italia, come sappiamo, entrò nel conflitto nella primavera del 1915. E anche nei due paesi che parteciparono alla guerra, Italia e Portogallo, l’esperienza bellica, la quantità di uomini coinvolti e di vittime, il peso geopolitico dell’intervento fu sostanzialmente diverso. La questione andrebbe approfondita, ma se la guerra fu alla causa della crisi dello Stato liberale in questi tre contesti, lo fu senz’altro in modo molto eterogeneo, inducendo quindi a delle domande più specifiche di quelle poste nei quadri generali rispetto agli effetti della guerra sulla crisi del liberalismo e sulla nascita di una stagione politica conflittuale. Con questo non si vuole senz’altro negare l’importanza dell’impatto della guerra, ma solo relativizzare maggiormente il suo ruolo: sinteticamente si può dire che la guerra modificò i rapporti tra governanti e governati; trasformò gli equilibri economici all’interno degli stati; mise in crisi modelli di vita consolidati, tutto questo in un contesto di profonda trasformazione sociale e politica, testimoniata da fenomeni come lo scoppio della rivoluzione russa, con gli effetti profondi che essa ebbe sulla politica e la coscienza degli abitanti dell’Europa.

Lo sviluppo delle dittature come risposta alle tensioni sociali e politiche interne

Questi elementi, studiati come parte di una cultura di guerra e della smobilitazione, sono uno degli elementi di coltura della straordinaria stagione di violenze dell’immediato dopo guerra. Una stagione che in Italia è stata per lo più scissa in un ‘biennio rosso’ (1919-1920), cui sarebbe seguito un ‘biennio nero’ (1921-22), ma che in tutta Europa, come in Italia, fu in realtà un mischiarsi di tensioni sociali e politiche, talvolta anche geopolitiche (con i conflitti controrivoluzionari nell’Est Europa) diverse, amplificate e rese più forti dall’esperienza della guerra. Questa stagione di mobilitazioni, più o meno violente, che attraversò tutta Europa, da ovest ad est, ma con effetti, rilevanza, motivazioni e durata, oltre che attori in parte diversi a seconda dei diversi contesti, toccò anche con forza l’Italia, la Spagna e il Portogallo. Le dittature che si svilupparono in questi paesi furono – è questa sinteticamente la mia interpretazione – la risposta di classi dirigenti conservatrici e di gruppi della borghesia urbana ai disordini di questi anni, ma anche ad una progressiva democratizzazione della società, ad un progressivo processo di regolamentazione dei rapporti di lavoro, che offriva anche diritti e garanzie ai lavoratori oltre che imporre loro dei doveri, e allo sviluppo di una società di massa organizzata in partiti e sindacati. Un processo rispetto al quale le istituzioni liberali, inizialmente sostenute da parte di una parte di questi stessi gruppi sociali ed economici che concepirono poi progetti eversivi, non potevano più garantire la stabilità degli equilibri di potere, sociali, economici e anche politici tradizionali. Era, o appariva, un mondo al contrario quello in cui – per non citare che qualche esempio – i lavoratori potevano reclamare contratti di otto ore di lavoro giornaliere e il parlamento promulgare leggi che rendessero diritto questa richiesta; era, o appariva, un mondo al contrario quello in cui i partiti liberali e conservatori tradizionali non riuscivano a mantenere la maggioranza, dovendo cedere il passo a nuove forze politiche a favore di una trasformazione degli equilibri di potere. Queste tensioni scaturivano più forti laddove i nuovi equilibri socio-economici non si erano ancora consolidati, ed esse non erano quindi frutto esclusivamente di una volontà di conservazione, ma anche dello sviluppo e della trasformazione. Non è un caso che i contesti in cui pensieri e pratiche autoritari e dittatoriali si svilupparono maggiormente furono non solo quelli in cui il conflitto sociale era più vivo, ma anche quelli che lo sviluppo economico aveva portato ad una più rapida trasformazione e modernizzazione: la pianura padana in Italia; la Catalogna in Spagna; l’area di Lisbona in Portogallo.

Il successo politico del fascismo italiano come spartiacque nell’Europa degli anni Venti

L’andata al potere di Mussolini nell’ottobre 1922 rappresentò un vero e proprio spartiacque nell’Europa degli anni Venti. A partire da quel momento divenne evidente – e questa immagine sarebbe apparsa progressivamente più chiara con la stabilizzazione del regime – che la rivoluzione bolscevica, oppure l’ampliamento dei poteri delle istituzioni rappresentative, non erano le uniche prospettive per quei paesi europei i cui regimi politici erano in crisi o insoddisfacenti anche agli occhi delle classi dirigenti e dei gruppi al potere. L’esperienza italiana diventava un luogo di riflessione e maturazione politica per le destre rivoluzionarie e conservatrici di tutta Europa, e apriva l’Europa ad un esperienza che per certi versi può essere definita ‘contagiosa’. In Spagna e in Portogallo la marcia su Roma e la conquista del potere da parte del fascismo costituirono eventi determinanti nell’indicare una prospettiva autoritaria e golpista vincente, e quindi replicabile: lo si può leggere nella stampa, così come nei rapporti degli ambasciatori.

Le forme dello Stato in Italia, Spagna e Portogallo

Ma vediamo rapidamente le caratteristiche di questi tre paesi e gli elementi fondamentali della crisi delle istituzioni liberali. Dal punto di vista territoriale l’Italia era il più giovane dei tre Stati, le istituzioni tuttavia erano tuttavia qui meno recenti che in Spagna e in Portogallo, dove i confini nazionali erano invece maggiormente consolidati. La Spagna era tornata a essere una monarchia costituzionale, dopo un breve episodio repubblicano, nel 1876, mentre in Portogallo vi era stata una rivoluzione repubblicana nel 1910. Dal punto di vista istituzionale, le monarchie spagnola e italiana e la repubblica portoghese erano, tuttavia, già prima della guerra, regimi costituzionali con un parlamento bicamerale. Il ruolo del sovrano in Italia e in Spagna non era esclusivamente rappresentativo, nonostante i poteri di questa figura fossero in entrambi i casi in progressiva ridefinizione. Laddove però in Italia il Senato era di esclusiva nomina regia, in Spagna quest’organo era costituito con un sistema misto, di nomina e a elezione. La Repubblica portoghese costituiva invece una vera eccezione nel panorama europeo di quegli anni, cosa che rendeva in un certo senso necessaria una continua dimostrazione della legittimità di questo regime, tanto agli occhi dell’opinione pubblica nazionale che internazionale. Il Presidente della Repubblica portoghese, eletto dal Parlamento, non aveva alcun potere legislativo e concorreva esclusivamente alla designazione dell’esecutivo. Si trattava quindi di una Repubblica parlamentare, con un Senato e una Camera interamente elettivi.

La progressiva democratizzazione delle società negli stati dell’Europa mediterranea

Negli anni tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si assisteva inoltre in questi paesi a un allargamento degli spazi e della partecipazione politica. In Spagna nacque nel 1888, prima che in Italia e in Portogallo, il primo sindacato nazionale (1906 per la nascita dell’italiana CGdL – Confederazione generale del Lavoro – e il 1914 per la nascita dell’União Operária Nacional portoghese). In quegli stessi anni si avvia un progressivo riconoscimento del diritto di sciopero. Nel corso dei primi anni del Novecento, inoltre, tutti e tre questi paesi si avviavano a garantire – almeno formalmente – alcuni diritti politici, sindacali e civili della popolazione. Questo sviluppo era maggiormente visibile in Italia e in Spagna. In Portogallo nonostante la Repubblica fosse creata con il sostegno fondamentale del movimento operaio, le concessioni a quest’area politica furono piuttosto ridotte, e il governo repubblicano si caratterizzò per la limitazione della libertà di sciopero, dei diritti politici alle forze antirepubblicane e alla libertà di stampa. Anche l’accesso alla rappresentanza elettorale di Italia, Spagna e Portogallo era molto diseguale, la Spagna aveva concesso il suffragio universale maschile già nel 1890, anche se solo nel 1907 il voto era divenuto segreto; in Italia, invece, si sarebbe dovuto aspettare fino al 1913 per il suffragio universale maschile. Molto di più si sarebbe atteso in Portogallo, dove la Repubblica, non concesse il suffragio universale maschile. Le limitazioni alla partecipazione al voto in Italia e in Portogallo erano legate anche al ruolo della Chiesa con il ‘non expedit’ in Italia e la rottura che avvenne tra Stato e Chiesa in Portogallo, rottura che era stata nell’aria fin dalla cacciata della monarchia cattolica nel 1910. In Italia il conflitto tra le due istituzioni si era attenuato tuttavia solo dopo più di quarant’anni, con il patto Gentiloni del 1912, risolvendosi in pieno fascismo con il Concordato del 1929. In Portogallo invece la rottura tra le due istituzioni si era ricomposta più rapidamente, come vedremo, con la riapertura di un rapporto diplomatico Stato-Chiesa nel 1919. Malgrado queste differenze tra Italia, Spagna e Portogallo, il cattolicesimo, oltre ad essere la religione della stragrande maggioranza della popolazione, era anche una forza decisiva a livello politico, economico e sociale.

Altri fattori di limitazione dell’accesso al voto riguardavano le difficoltà di integrare al proprio interno nuovi soggetti politici e sociali che si affacciano all’orizzonte della politica. Non vi è dubbio tuttavia che ciò avvenisse soprattutto nel Portogallo repubblicano, dove la recente creazione del nuovo regime e la sua limitata legittimità politica portarono la classe dirigente a bloccare l’accesso alle libertà politiche e alla rappresentanza di intere fasce di popolazione, contrariamente agli ideali che teoricamente animavano i principali assertori del nuovo regime. Il controllo governativo delle elezioni era comunque molto forte in tutti e tre paesi prima della guerra mondiale, seppure in diminuzione nelle zone urbane e settentrionali dell’Italia, e in alcune aree urbane della Spagna, soprattutto dagli anni della guerra. I tre paesi conoscevano alti tassi di corruzione politica per garantire la stabilità dei gruppi di potere al governo, favoriti dal controllo locale delle elezioni da parte di un referente generalmente legato agli interessi della grande proprietà terriera. A ciò si aggiungeva la forte dimensione clientelare dei partiti costituzionali. Tutti e tre gli Stati conobbero inoltre, negli anni dieci del Novecento, anche come conseguenza dell’avvio di un lento sviluppo industriale, un aumento delle tensioni sociali legate ai sempre maggiori divari economici tra i diversi gruppi sociali e alla sempre più ampia delegittimazione del sistema parlamentare – anche tra le élite, e in particolare quelle giovanili.

L’organizzazione socio-economica nei tre paesi

Nonostante le trasformazioni politiche di questi anni, Italia, Spagna e Portogallo apparivano più stabili e conservatrici dal punto di vista dell’organizzazione socio-economica: molto bassi erano i tassi di alfabetizzazione, la percentuale di popolazione impegnata nell’agricoltura prima della guerra era ben superiore al 50%, con una grande proprietà tradizionale spesso latifondista, dominante su altre forme di gestione della terra. Tuttavia bisogna ricordare che in alcune aree, soprattutto in Italia e più limitatamente in Spagna, era in atto – ormai da qualche anno – una prima fase di trasformazione capitalistica nell’agricoltura e l’inizio di uno sviluppo industriale. Siamo quindi di fronte ad un quadro che si muoveva a velocità diverse, ma secondo linee di tendenza non distanti tra loro, e condizionate da uno sviluppo storico dell’agricoltura e da una situazione ambientale analoga.

Le conseguenze politiche della guerra

Gli anni della guerra rappresentavano per i tre paesi un momento di straordinaria trasformazione dal punto di vista politico, sociale ed economico. Tanto in Italia che in Portogallo, inoltre, la guerra costituì uno straordinario esperimento di irreggimentazione e di ampliamento dei poteri dello Stato, non solo nei confronti dei cittadini e del mondo politico ma anche nei confronti delle attività economiche. In entrambi i paesi le istituzioni pubbliche sperimentarono in questi anni le potenzialità di una forte direzione dell’economia: in Portogallo ciò significò soprattutto una tutela pubblica delle risorse alimentari del paese, mentre in Italia comportò un ruolo di direzione dello Stato anche attraverso una concertazione tra industriali e lavoratori. Queste misure ebbero inoltre effetti duraturi sul pensiero politico ed economico successivi: in Portogallo, in particolare, alcune delle riforme pensate in questi anni, soprattutto sotto il governo dittatoriale di Sidónio Pais, costituirono un importante laboratorio per un governo corporativo, elaborato nelle frange più avanzate, ma non per questo necessariamente moderne, del cattolicesimo. In Italia la guerra costituì anche un importante momento di nazionalizzazione delle masse soprattutto in chiave autoritaria, favorita da misure quali la concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo e la quasi totale chiusura del Parlamento, da una forte irreggimentazione della società, favorita dalla censura, ma anche da pratiche di controllo sociale della popolazione civile. Anche in Portogallo le ostilità attorno alla guerra e lo stesso conflitto favorirono processi analoghi, in una forma però radicalizzata, con il frequente ricorso a colpi di stato e a governi emergenziali dittatoriali.

Se la crisi istituzionale era scoppiata in maniera particolarmente evidente in Portogallo, con successivi colpi di stato e una guerra civile, in tutti e tre i paesi la guerra aveva coinciso fin da principio con una radicalizzazione delle posizioni ideologiche e politiche e con un aumento delle distanze e delle divisioni tra i diversi gruppi politici e sociali. Queste fratture non sarebbero state sanate con il ritorno alla pace. A differenza che in Italia e Spagna, in Portogallo, inoltre, all’indomani del conflitto mondiale si sarebbe infatti verificata una vera e propria guerra civile. La conclusione della rivolta monarchica e della guerra civile alla fine di gennaio 1919 riportò il Portogallo a un regime repubblicano, diretto dalla vecchia classe dirigente democratica precedente al governo di Sidónio Pais.

La lettura comparata di quanto accadde in questi paesi permette di individuare alcune situazioni comuni nelle politiche economiche con cui si scaricano sulle classi popolari i costi della guerra, nella crescita inedita di una coscienza politica tra i lavoratori dell’industria e della terra, che determinava un più ampio ricorso a proteste e manifestazioni, e lo sviluppo di partiti e organizzazioni socialiste (ma anche anarchici, in Spagna e in Portogallo, e quello popolare in Italia). Emerge inoltre la richiesta dell’allargamento dei diritti, di riforma delle terre e dell’organizzazione del lavoro, che provocava una feroce reazione delle classi padronali.

La crisi delle classi dirigenti e la destabilizzazione delle istituzioni liberali

La difficoltà delle classi dirigenti liberali a guidare questo momento di intensa trasformazione dell’economia, della politica e della società, era all’origine della crisi e della trasformazione istituzionale che coinvolse tutti e tre i paesi negli anni Venti. Questa crisi non era l’effetto dell’arretratezza, quanto piuttosto della fase di modernizzazione e trasformazione che questi paesi stavano attraversando, come dimostra il fatto che la conflittualità fosse più forte non nelle zone meno sviluppate di questi paesi, ma in quelle più avanzate. Vi erano però anche notevoli differenze nelle crisi attraversate da questi paesi, dovute alla diversa organizzazione dei poteri e istituzionale, ma anche alla diversa struttura dei movimenti operaio e contadino, ai tempi e ai modi della trasformazione del padronato agrario e industriale, alla diversa forza e ai diversi modi di intervento delle forze dell’ordine sulla scena pubblica e all’importanza e ai ruoli diversi che avevano in questi conflitti la Chiesa e le gerarchie cattoliche. In Italia la crisi sembrava in un primo momento meno intensa che in Spagna e più forte la capacità di riprendersi dalla crisi economica, ma anche di accettare all’interno delle istituzioni forze antisistema o comunque non allineate alle forze liberali e di contenere i conflitti con queste forze. Per tutti e tre i paesi fu però determinante la scelta delle classi dirigenti economiche e sociali, prima ancora che politiche, di prendere le distanze dalle istituzioni statali e non accettare più la loro mediazione, innanzitutto nel controllo dell’ordine pubblico. Anche per questa ragione, in tutti i tre paesi, malgrado questi fenomeni assumessero caratteristiche diverse, si assisteva al proliferare di movimenti paramilitari e ad una militarizzazione della vita pubblica che era l’effetto non solo di un crescente utilizzo dell’esercito nel mantenimento dell’ordine pubblico, ma anche di una politicizzazione di questa forza, oltre che di una sempre più forte militarizzazione della politica. Questi avvenimenti andavano di pari passo con una sempre maggiore contestazione delle istituzioni liberali e con l’ampliarsi di sentimenti antiparlamentari, oltre che con la ricerca di soluzioni politiche autoritarie non solo per la gestione dell’ordine pubblico, ma anche per l’amministrazione dello Stato.

In Italia il processo di militarizzazione della politica fu più tardivo e la caducità dei governi, prima dell’avvento del fascismo, senz’altro inferiore a quelli di Spagna e Portogallo, mentre maggiore fu il livello di democratizzazione. Inoltre la brutalizzazione della politica iniziò dopo e con un’intensità all’inizio minore, per opera sia del movimento operaio che dello Stato, che in Spagna e in parte anche in Portogallo, dove la guerra civile del 1919 e l’uccisione di un primo ministro nel 1921 rivelarono forme e livelli di violenza altrove inedite. Fu però in Italia che nacque il movimento politico che riuscì a distruggere le istituzioni liberali e a definirsi, a prescindere dalla sua volontà nella prima fase, come un modello politico di conquista del potere e di ripensamento delle istituzioni in chiave autoritaria, prima, e totalitaria, poi.

Non ho qui il tempo né la possibilità di ripercorrere in dettaglio i tempi e i modi della crisi dello stato liberale nei tre paesi, né di ripercorrere l’andamento delle origini delle squadre fasciste in Italia e della loro vittoria sullo stato liberale. Vorrei solo ricordare, oltre a quanto già detto, che la nascita delle squadre di combattimento – sia pur ampiamente sostenuta da istituzioni e uomini delle istituzioni pubbliche – faceva per certi versi uscire dalle istituzioni politiche lo scontro e la spinta autoritaria e dittatoriale, mentre in Spagna e in Portogallo queste tensioni si sviluppano per lo più all’interno delle istituzioni, specie militari, con l’eccezione per la Spagna dei gruppi paramilitari cittadini, sviluppatisi soprattutto a Madrid e a Barcellona, che però non avevano, come nel caso del fascismo, un movimento politico strutturato alle spalle.

La marcia su Roma come nuovo modello di trasformazione politica e istituzionale dello Stato

Se negli anni precedenti alla conquista del potere e all’instaurazione delle dittature in Italia, Spagna e Portogallo numerosi erano stati i tentativi di colpi di stato e destabilizzazione delle istituzioni, con l’autunno del 1922 e la conquista del potere fascista, la situazione politica non solo italiana, ma anche internazionale, cambiò profondamente. La marcia su Roma rese infatti evidente che il segno del dopoguerra europeo non risiedeva solo nel binomio democrazia, rivoluzione bolscevica o socialista, e che altri tipi di trasformazione politica e istituzionale erano possibili. La marcia su Roma era difficilmente interpretabile perché presentava caratteristiche eterogenee, attori parzialmente o totalmente inediti – come “nuovi” e “unici” fino a quel momento erano il movimento fascista e il suo programma politico – e una grande capacità sincretica tra messaggi e forme della politica diverse. È anche per questo che il fascismo e la marcia “facevano scuola” inaugurando una stagione politica di trasformazione del governo parlamentare in senso autoritario. Questa lezione, con i dovuti aggiustamenti, sarebbe stata raccolta altrove in Europa, e innanzitutto nella penisola iberica. Nel corso dei mesi e degli anni successivi, la presenza di un regime autoritario quale quello fascista sarebbe stato un elemento di ispirazione e di imitazione per progetti di colpi di stato, anche di natura diversa rispetto a quello fascista. In Spagna e in Portogallo, dove, rispettivamente nel 1923 e nel 1926, colpi di stato militari portarono alla trasformazione del regime politico liberale, l’esperienza italiana contò tanto nel definire un orizzonte politico attuale dentro il quale collocare un’esperienza di tipo dittatoriale, che nel definire alcune griglie utili per un mutamento di regime. Questo non significa che i tre progetti di colpo di stato, la loro realizzazione e anche il tipo di regime che ne risultò fossero uno il calco dell’altro. Tutt’altro. Nei tre casi la definizione dei temi continuità-rottura, del rapporto tra militari e civili, ma anche la composizione del gruppo dirigente del golpe, l’atteggiamento delle istituzioni e dei governi mutarono non poco.

I nuovi regimi come esito dell’alleanza tra forze eversive e classi dirigenti tradizionali

I cambi di regime che si verificarono in Italia, Spagna e Portogallo risentirono di un clima comune e di un dialogo non istituzionalizzato, ma reale, tra alcune forze politiche che possono essere qualificate come antisistema, ma che si concepivano – e furono viste da una parte delle strutture istituzionali dello Stato – come classi dirigenti tradizionali, o come portatrici di valori nazionali. È proprio nello iato esistente tra l’eversione di cui erano portatrici e l’appoggio di cui godevano da parte di gruppi di potere che si situa uno dei motivi di interesse di questi fenomeni. Non si può però dire che in nessuno di questi tre paesi la caratterizzazione politica dei nuovi regimi fosse chiara al momento del golpe: i proclami con i quali si annunciò l’assalto al potere, anche quelli con cui vennero archiviate più o meno definitivamente le istituzioni liberali, si fermarono infatti per lo più a generici auspici di un governo forte e d’ordine. In tutti e tre i casi i congiurati si soffermarono ampiamente sulla restaurazione dell’onore e della dignità della nazione e sulla sua rigenerazione, al tempo stesso richiamandosi alla volontà di superare una fase di crisi e ritornare ad un’età dell’oro precedente alla presenza di governanti che fossero politici di professione, in cui il mondo militare era rispettato e l’ordine regnava.

Contrariamente a quanto avvenne in Italia e in Spagna, i golpisti portoghesi del maggio 1926 esplicitarono piuttosto rapidamente un seppur generico programma di governo e di riforma dello Stato, che prevedeva, tra le altre cose, una trasformazione dei servizi pubblici, della giustizia, dell’insegnamento, dell’esercito e della marina, oltre ad uno sviluppo del paese e alla riforma delle spese e della finanza pubblica. Una rapidità che forse può essere spiegata anche dalla strada già percorsa in Italia e Spagna dalle dittature instaurate negli anni precedenti e dall’esempio che i due paesi offrirono per la creazione di un nuovo regime in Portogallo. Tutto questo comunque non mise neppure il Portogallo al riparo da notevoli improvvisazioni, dovute agli scontri di potere interni ai diversi gruppi che concorsero al colpo di stato.

Questi regimi furono quindi rapidamente riconosciuti e integrati come parte del panorama internazionale, senza mettere in questione o interrogare le democrazie parlamentari più solide: al massimo si ospitarono i profughi di un’ondata di repressione politica che sarebbe durata a lungo. La ragione per cui vale la pena approfondire la trasformazione politica che generò questi regimi è che essi – considerati poco degni di una riflessione più complessiva sulle istituzioni liberali, le ideologie conservatrici e il futuro dell’Europa – avrebbero, nel tempo, costituito una base fondamentale per la febbre autoritaria che attraversò negli anni successivi il resto dell’Europa, inclusa quella con le istituzioni liberali più solide, mettendone a rischio l’esistenza democratica.

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Autore:
Titolo: La crisi dello Stato liberale nell’Europa mediterranea
DOI: 10.12977/nov67
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Numero della rivista: n. 4, giugno 2015
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo: , La crisi dello Stato liberale nell’Europa mediterranea, Novecento.org, n. 4, giugno 2015. DOI: 10.12977/nov67

INDICI

n. 8, agosto 2017
EDITORIALI
DOSSIER DEL N. 8 DELLA RIVISTA
ITALIA DIDATTICA
PENSARE LA DIDATTICA
USO PUBBLICO DELLA STORIA
DIDATTICA IN CLASSE
IPERMUSEO
n. 7, febbraio 2017
Italia repubblicana, 70 anni di storia da insegnare Dossier del n. 7 della rivista
La violenza di stato nel Novecento: lager e gulag Dossier del n. 7 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
n. 6, luglio 2016
Il genocidio armeno Dossier del n. 6 della rivista
La linea gotica fra ricerca e didattica Dossier del n. 6 della rivista
Pensare la didattica
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Didattica in classe
Ipermuseo
n. 5, gennaio 2016
Editoriale
Didattica della storia e laboratori digitali: la guerra dei Trent’anni (1914-1945) Dossier del n. 5 della rivista
Le relazioni
I laboratori
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Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
Dossier "Le Pietre d'inciampo in Italia"
Ipermuseo
n. 4, luglio 2015
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Didattica in classe
Dossier "Mediterraneo contemporaneo"
Sguardi sul Mediterraneo Gli studi di caso
Uso pubblico della storia
n. 3, gennaio 2015
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier "Le risorse didattiche digitali su Resistenza e seconda guerra mondiale"
Uso pubblico della storia
Ipermuseo
n. 2, giugno 2014
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier: "Le grandi crisi del mondo contemporaneo"

A cura di Carla Marcellini e Giovanni Palmieri

Uso pubblico della storia
Ipermuseo
n. 1, dicembre 2013
LA STORIA NELL’ERA DIGITALE
PENSARE LA DIDATTICA
USO PUBBLICO DELLA STORIA
DIDATTICA IN CLASSE
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