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Il colpo di Stato in Cile tra storia e memoria

Il colpo di Stato in Cile tra storia e memoria

Il Palacio de La Moneda sotto i bombardamenti.
Crediti: Biblioteca del Congreso Nacional, CC BY 3.0 cl, Collegamento

Abstract

Nell’anno del 50° anniversario di quei fatti, l’autrice ripercorre cronologicamente le vicende che hanno portato al colpo di Stato in Cile. Il confronto tra la storia, arricchita di recente dalla desecretazione di alcuni documenti dell’Intelligence statunitense, e le parole di un testimone di quei giorni offre lo spunto per mettere a confronto racconto storico e racconto memoriale, oggettività e soggettività, per rilevare e capire dove la seconda può arricchire la prima e dove la prima deve necessariamente operare dei correttivi sulla seconda.

Premessa

Il Cile, «lungo petalo di mare e neve” come lo ha definito il suo cittadino Pablo Neruda, ha un territorio che si allunga per 4200 km circa in latitudine lungo la cordigliera delle Ande e non supera i 400 km in longitudine.

Nel secondo dopoguerra, fra rivolgimenti politici e qualche tentativo di riforma, il Paese si trova      ancora in una situazione di grandi divari sociali ed economici: il potere politico-economico in mano a latifondisti e le risorse minerarie, di rame in primis, in mano a multinazionali statunitensi.

 

La vittoria di Allende

Nel settembre-ottobre 1970, dopo diversi tentativi, Salvador Allende, fondatore e leader del Partito socialista, vince le elezioni alla guida di Unidad Popular, una coalizione formata da partiti della sinistra cattolica, socialisti, radicali, socialdemocratici e comunisti, ma solo con una maggioranza relativa (circa il 37%). Affinché la sua nomina sia ratificata dall’Assemblea, le classi dominanti e le istituzioni pongono delle condizioni, che comprendono due aspetti fondamentali: nessuna interferenza con l’esercito e il rispetto della proprietà privata.

 

La via cilena al socialismo

Allende prospetta la costruzione di una società socialista attraverso la democrazia, la cosiddetta «via cilena al socialismo”, accelerando la “cilenizzazione”, cioè la nazionalizzazione, delle industrie, in parte già avviata dal governo precedente, e soprattutto delle risorse del sottosuolo. La nazionalizzazione delle miniere di rame, principale risorsa del Paese, e l’agognata riforma agraria sono le più importanti misure adottate da Unidad Popular. Ciò comporta l’allontanamento dall’influenza statunitense, esercitata tramite cospicui investimenti economici e abbondanti prestiti.

La politica socialista di Allende alimenta le speranze del popolo e innesca un rafforzamento dei movimenti sociali, che culmina in una grande vittoria elettorale nelle elezioni municipali del gennaio 1971.

 

La contrapposizione politica

Di contro, il clima nel Paese è intanto infuocato dagli scontri fra sinistra e destra, acuiti da una situazione economica sempre più difficile. Da un lato la vittoria elettorale porta a una radicalizzazione a sinistra, dall’altro si ha gradualmente una mobilitazione della destra, anche con azioni di piazza. La data di riferimento è lo sciopero dell’ottobre 1972, quando i camionisti contestano la nazionalizzazione delle società di trasporti. La contestazione è sostenuta da quelli che vengono chiamati cacerolazos (persone che sbattono pentole vuote), cioè movimenti di protesta, in particolare da parte dei consumatori della classe media di Santiago. Lo sciopero però non è organizzato dai lavoratori, ma solo dai datori di lavoro, forti della loro posizione data dalla conformazione geografica del Cile che rende strategico il trasporto su strada. A quel punto ha inizio un dibattito sulla via da seguire, che apre due possibilità in risposta alla destabilizzazione della destra: o una radicalizzazione del processo di nazionalizzazione, con maggiori incursioni nel settore della proprietà privata, con misure radicali di ridistribuzione, aumenti salariali e altri provvedimenti simili; o, per rassicurare la borghesia e le classi dirigenti, la delimitazione dell’area della proprietà pubblica o della proprietà sociale, con annesse ulteriori garanzie ai militari. Le opposizioni accusano Allende d’aver sovvertito l’ordine costituzionale e nel giugno del 1973 si assiste a un primo tentativo, una prova generale di colpo di Stato, il cosiddetto Tanquetazo. in cui l’esercito, in realtà un reggimento di carri armati, scende in piazza. Il tentativo di golpe tuttavia fallisce, lasciando sull’asfalto i corpi di 22 cileni e  di un cameraman argentino. Intanto però nuove trame cospirative prendono avvio a inizio agosto, su iniziativa dell’Aeronautica e della Marina. A differenza di giugno, l’argine del democratico e lealista capo dell’esercito, dimessosi per le contestazioni interne, non c’è più. Il governo intanto reagisce: da giugno fino all’effettivo colpo di Stato dell’11 settembre 1973 iniziano la repressione contro il movimento dei soldati nelle caserme e le ricerche per disarmare i militanti che avevano accumulato armi in previsione della resistenza a un colpo di Stato; si fanno poi ulteriori promesse all’esercito con la nomina di generali a incarichi ministeriali. Il sostegno ad Allende contro il colpo di stato è ampio anche da parte della popolazione: fino all’agosto 1973 sono circa 700.000 cittadini a partecipare a manifestazioni in suo favore a Santiago. È il momento in cui è ancora possibile una controffensiva da parte del movimento popolare e, nelle campagne, si assiste alla resistenza dei contadini della minoranza mapuche, soprattutto nel sud del Paese. Ma a fine agosto, il generale Carlos Prats, fedele ad Allende e perciò mal visto da un settore importante dei militari, logorato psicologicamente, rassegna le dimissioni. Il suo posto viene preso da Augusto Pinochet. Allende annuncia al popolo la volontà di indire un plebiscito che decida della prosecuzione o meno del suo governo.

 

Il colpo di stato

Ma il plebiscito non si terrà mai: l’11 settembre alle sette di mattina alcune navi della Marina militare cilena occupano il porto di Valparaíso. L’ammiraglio Raúl Montero Cornejo, comandante della Marina e fedele al presidente Allende, viene imprigionato e sostituito da José Toribio Merino Castro, uno degli ideatori del colpo di stato insieme ad Augusto Pinochet.

Il prefetto della provincia di Valparaíso, intorno alle otto, informa Allende, che dà ordine alla scorta di lasciare la sua residenza per raggiungere La Moneda, il palazzo presidenziale. Nel frattempo, a Santiago, le forze aeree e i carri armati dell’esercito chiudono le sedi e le antenne di tutte le stazioni radio e tv. E iniziano i bombardamenti. L’unica che riesce a non interrompere le trasmissioni è radio Magallanes, del Partito comunista cileno, da cui, poco dopo, Allende parla alla nazione per l’ultima volta:

 Pagherò con la vita la lealtà al popolo. Hanno la forza, ma i processi sociali non si fermano con il crimine. La storia è nostra e la fanno i popoli. […] Si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una lezione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento.

Alle 8:30, le forze armate dichiarano di aver preso il controllo del Paese. Esercito e carri armati invadono le strade della città.

Nonostante la mancanza di qualsiasi sostegno militare, Allende si rifiuta di dare le proprie dimissioni. Verso mezzogiorno i golpisti circondano il palazzo presidenziale e gli aerei militari iniziano a bombardarlo.

Alle due del pomeriggio Allende è morto, e con lui la democrazia.

 

La dittatura e la repressione

La giunta militare, preso il potere, nomina Pinochet capo permanente, scioglie l’Assemblea Nazionale e mette fuori legge tutti i partiti che avevano fatto parte della coalizione di Unidad Popular.  Vengono subito messe in atto una serie di restrizioni della libertà individuale ed emanate leggi speciali.

Le strade di Santiago e il fiume Mapocho si riempiono di cadaveri. Migliaia di cileni sono rinchiusi nello stadio nazionale di Santiago trasformato in un enorme campo di concentramento dove essi sono torturati, uccisi, fatti sparire; le donne vengono stuprate. «A volte la democrazia dev’essere lavata con il sangue», afferma Pinochet.[1] Nel giro di pochi mesi il numero dei desaparecidos raggiunge le molte migliaia. Approssimativamente 130.000 persone sono arrestate nei tre anni seguenti, molte di queste uccise secondo il Rapporto Retting (http://www.ddhh.gov.cl/ddhh_rettig.html), stilato nel 1990, 33.500 è la cifra delle vittime della repressione politica, tra morti e scomparsi, incarcerati e torturati in 17 anni di dittatura.

Il dittatore, appoggiato dall’oligarchia finanziaria, dalle classi medie e dalle multinazionali statunitensi, attua una politica economica fortemente liberista, privatizza molte aziende, riforma il mercato del lavoro e vara una nuova Costituzione.

Il dittatore Pinochet il 17 dicembre assume il titolo di “Capo Supremo della Nazione” e di presidente del Cile, ruolo che ricopre per 15 anni, nonostante la crisi economica, le crescenti proteste e uno sciopero generale.

 

La fine della dittatura

Nell’ottobre del 1988, convinto di vincere, Pinochet indice un plebiscito per votare un suo nuovo mandato presidenziale di 8 anni. Ma, fortunatamente per la democrazia e inaspettatamente per lui, vince il “no” con il 55,99%. In accordo con la Costituzione sono dunque convocate delle elezioni libere per l’anno dopo e inizia il percorso verso il ritorno alla democrazia, anche se Pinochet rimane a capo delle forze armate fino al 1998 e poi senatore a vita, godendo così dell’immunità parlamentare.

Nel 1998 il giudice spagnolo Baltasar Garzón emette contro Pinochet un mandato di cattura internazionale per la sparizione di cittadini spagnoli durante la dittatura. Pinochet è accusato di genocidio, terrorismo e tortura. Arrestato a Londra, dove si trovava per farsi curare, non viene mai condannato: pur tornando in Cile,  riesce ripetutamente a evitare qualsiasi processo a suo carico. Muore serenamente nel suo letto per un infarto il 10 dicembre del 2006, all’età di 91 anni.

 

Il coinvolgimento degli Stati Uniti

È cosa cognita che gli Stati Uniti di America abbiano plaudito al colpo di stato in Cile del 1973, e che, due anni dopo, abbiano lanciato, proprio su richiesta di Pinochet, l’Operation Condor, operazione di intelligence multinazionale sostenuta dalla CIA, che prevedeva l’alleanza tra i maggiori Stati sudamericani per eliminare fisicamente tutti gli oppositori politici (cileni e non solo), anche in esilio all’estero,  per consolidare la stabilità delle dittature dell’America meridionale, per prolungarne la durata e per sostenerne con finanziamenti  le guerre sporche. Utile, per introdurre in classe l’argomento, il documentario La memoria del condor, reperibile su Raiplay: https://www.raiplay.it/video/2019/10/la-grande-storia-doc—la-memoria-del-condor-69c20436-efeb-4a98-92f5-570afcdf09e6.html.

Da due mesi a questa parte abbiamo le prove del coinvolgimento della CIA nel golpe cileno, poiché come “regalo” per il cinquantesimo anniversario del colpo di stato, il Presidente statunitense Joe Biden ha iniziato a far desecretare alcuni documenti degli archivi segreti della CIA in (per ora) tre mandate: fine agosto, inizio settembre, metà novembre. Questi documenti contengono le prove che gli Stati Uniti fossero informati del colpo di stato e che fornirono supporto materiale al regime di Pinochet, che in cambio diede molti uomini come informatori della CIA.

Si forniscono di seguito i link ai National Security Archives dove si possono visionari i documenti desecretati, che sono in open access:

L’incontro con un rifugiato politico cileno in Italia

In occasione del cinquantesimo anniversario del colpo di stato, chi scrive ha organizzato due      incontri pubblici a Pisa[2] con David Munoz Gutierrez, esule cileno, arrivato in Italia come rifugiato politico circa un anno dopo il colpo di stato. David è stato un militante e dirigente del Partito socialista cileno nella provincia di Cautin, regione rurale con capitale Temuco, 700 chilometri a sud di Santiago, dove si è occupato della sindacalizzazione dei contadini come funzionario della Unidad Popular.

L’11 settembre 1973, durante il colpo di Stato, Gutierrez si trova a Santiago. Ricercato vivo o morto dai golpisti nella sua regione, rimane nascosto per quasi un mese, poi trova asilo all’ambasciata italiana dove rimane 10 mesi prima di poter lasciare il Paese e raggiungere l’Italia.

Sulla sua esperienza ha scritto un libro autobiografico: Cile una storia come tante. Tra l’altro ha collaborato con Nanni Moretti per il documentario Santiago, Italia del 2018.

 

L’intervista

Quando hai iniziato ad occuparti di politica e perché?

In tutti i paesi c’è un nord e un sud, quartieri alti per i ricchi e quartieri bassi per i poveri.  Dalle mie parti c’erano paesini abitati da miseri contadini circondati da tante terre tutte appartenenti a grandi proprietari terrieri. Vedendo questo, uno si domanda: «Perché c’è questa divisione? Si può cambiare?”. Poi incontro dei compagni appartenenti alla Gioventù socialista, sento parlare di questo politico, Allende, che si occupava dei poveri nonostante fosse benestante, agiato e mi unisco al gruppo.

Entro al liceo e vengo eletto alle elezioni scolastiche. Al congresso del ‘69 i compagni mi eleggono vicesegretario della Gioventù socialista. Nel ’70 il mio sogno diventa realtà: Allende diventa Presidente. È il coronamento di una battaglia durata 14 anni, la grande alleanza anticapitalista e antimperialista per riscattare le risorse del paese, prima fra tutte il rame. Quello stesso anno, i compagni mi mandano a Temuco per studiare la riforma agraria di Allende.

II giorno del golpe eri a Santiago. Ci racconti quello che hai visto? E tu come lo hai vissuto?

Il 29 giugno ‘73 c’era stato un tentativo di colpo di stato perpetrato da una caserma con carri armati. II generale dell’esercito si era messo da solo con la sua mitraglietta davanti al primo carro armato e aveva obbligato il soldato a scendere dal mezzo e ordinato a tutti di deporre le armi. Tuttavia i golpisti avevano già sparato molti colpi uccidendo anche un giornalista svizzero, la cui telecamera, però, aveva continuato a riprendere tutta la scena. Quella sera a Santiago c’è stata una grande manifestazione a sostegno di Allende. Erano mesi di grande tensione, arrivavano notizie drammatiche, la destra faceva sempre più attentati.

Il partito allora ha chiamato tutti i segretari provinciali per vedere come andavano le cose nelle varie parti del paese. La riunione era fissata per il 7-8-9 settembre. La domenica sera si è tenuta una grande manifestazione a sostegno di Allende nello stadio, quello stesso stadio che tre giorni dopo è diventato il più grande centro di detenzione e di massacro da parte dei golpisti. Lunedì 10 io e i miei compagni del sud andiamo in qualche ministero. C’era nervosismo. Martedì 11 settembre ci svegliamo con i carri armati nelle strade e a tutte le radio marcette militari.

Cerchiamo di recarci alla sede del comitato centrale del partito ma non ci riusciamo. Si sentivano spari ovunque. Torniamo indietro e ci uniamo ad altri che ascoltavano cosa stava succedendo all’ultima radio che ancora trasmetteva, radio Magallanes. Ascolto Allende che dice di rimanere nelle fabbriche e nelle case, di non lasciare il lavoro, poi, alle 9:55, il suo ultimo discorso, prima del suicidio eroico mentre bombardano la Moneda. Dopo si sente il bando dei militari che ordinano di non uscire di casa, pena l’uccisione.

Cosa successe nei giorni seguenti a quell’ «amaro mese di settembre” per dirlo con le parole di Neruda? Avevi un mandato di cattura vivo o morto: come ti sei salvato? Come hai vissuto?

Ritorniamo in albergo. La notte tra il 12 e il 13 entrano 40 militari con il finto pretesto che dalle finestre si era sparato contro i soldati, ci spingono tutti in corridoio, facce al muro e mani alzate, poi perquisiscono tutte le stanze. Noi avevamo già distrutto tutti i documenti compromettenti ma un mio compagno aveva ancora un foglio del sindacato democratico dei tassisti. I militari ci chiamano e ci interrogano, io vengo picchiato due volte con il calcio del fucile, tanto che mi è rimasto il mal di schiena per un anno. Al mio compagno non venivano le parole quindi parlo io e mi invento una storia per giustificare quel foglio. Ci salviamo solo perché in corridoio avevano fermato 7-8 uomini. II capo aveva chiamato i due soldati che ci avevano presi dicendo «finalmente abbiamo trovato un po’ di comunisti!”. Poi ci spingono in camera e ci chiudono dentro. Quei compagni sono stati portati via e non se ne è saputo più niente. Dopo, l’albergatore ci riunisce tutti nella hall: ci studiavamo a vicenda per cercare di capire se fra di noi c’era qualche infiltrato, qualche spia. Nei giorni successivi, pur permanendo il coprifuoco, viene consentito a chi era rimasto bloccato a Santiago di tornare a casa.

Come mai tu hai scelto di non tornare?

I miei compagni mi hanno detto che mi avrebbero avvisato se era sicuro per me tornare. Qualche giorno dopo, un cugino mi avverte di non andare al sud perché ero ricercato vivo o morto e il mio volto, con una taglia, era appeso ovunque: sui pali della luce, alle fermate del bus… Allora vado da uno zio paterno che abitava a Santiago. Mi ha accolto e nascosto, sebbene fosse pericoloso, perché in tv minacciavano che chi supportava i comunisti sarebbe stato ucciso. Sua moglie gestiva una scuola d’infanzia e lui un istituto statale. Cercavo di andare in giro a raccogliere qualche informazione quando arrivavano i genitori a prendere i bambini a scuola, così mi mimetizzavo nella folla. Tre amici mi hanno dato dei soldi per sopravvivere. Ho cercato di camuffarmi e cambiare fisionomia: ho tagliato i capelli, ho iniziato a indossare maglioni dolcevita e mi sono fatto crescere i baffi. È da allora che li porto! Vivo così quasi un mese. Poi, tramite contatti con cristiani socialisti, una suora “in borghese” bussa alla porta di casa di mio zio. Mi viene a prendere, mi nasconde fra le ceste di un furgone fino a un convento e mi dice il suo nome. Il giorno dopo, con un’altra suora, mi aiuta a scavalcare il muro dell’ambasciata italiana, dicendo «sono Valeria, saluta di là tutti quelli che ho aiutato a scavalcare prima di te”.

Hai più avuto notizie di questa suora?

Una volta, alla festa dell’Unità a Bologna, ho trovato un libro scritto dal diplomatico italiano Roberto Toscano nel quale si parlava di suor Valeria Valentin che lamentava che venisse fatto poco per i profughi cileni. A settembre di questo anni è stato realizzato un documentario da Paolo Tessadri, intitolato “la salvatrice” sulla vita di Valeria e di altre suore che aiutavano i rifugiati e così ho scoperto che fine ha fatto: è stata arrestata due volte per la sua attività clandestina; quando è tornata in Italia, si è stabilita al nord (era originaria di Badia), si è smonacata e si è sposata con un prete, Carlo Pizzinini, che a sua volta si è spretato, conosciuto proprio in Cile, con il quale ha avuto due figli. Anche Carlo faceva parte della rete di una dozzina di persone che aiutavano gli oppositori a scappare. Lei è morta nel 2002, a 65 anni.

Sull’Espresso del 3 novembre 2023 è uscito un articolo di Paolo Biondani dedicato a lei, dal titolo Suor Valeria, l’eroina italiana contro Pinochet. Lei è stata soprannominata “la salvadora”, perché ha salvato oltre 600 perseguitati dal regime cileno.

Quanto sei rimasto all’ambasciata?

Sono entrato il 9 ottobre del ’73 e uscito il 20 agosto del ’74, quando, con una macchina diplomatica, mi hanno scortato fino alla scaletta di un aereo diretto in Italia.

Quando sei arrivato in Italia che impressione hai avuto?

In Italia c’era il più grande partito comunista d’Europa. A quei tempi in Occidente c’erano vari movimenti di sinistra nei quali venivano raccontate le vicende del Cile. In Italia sono arrivati circa tremila esuli cileni, è un paese visto con molta simpatia in America Latina. L’Italia è diventata il principale centro estero dell’opposizione cilena e non ha mai riconosciuto il governo di Pinochet. Qui noi esuli abbiamo trovato un modo per vivere liberamente grazie alla cooperazione e alla solidarietà delle forze politiche, istituzionali e sindacali. Io, ad esempio, ho ripreso qui il mio lavoro di sindacalista. All’arrivo di noi rifugiati politici vedevi la gente commossa che ti cercava di aiutare il più possibile. Una volta mi è capitato che una signora mi ha messo dei soldi nella tasca della giacca, dicendo che voleva contribuire ai miei bisogni. Il momento che più mi ha colpito è stato l’11 settembre del ’74: mi hanno invitato a Torino ad un congresso in occasione del primo anniversario del golpe e lì c’erano 200.000 persone!

Era un momento storico importante, quello. C’erano due mondi: uno capitalista e uno socialista. C’erano i paesi africani che lottavano contro il nuovo schiavismo, c’erano in Europa – Spagna, Portogallo, Grecia – e in America latina dittatori feroci, più di 30.000 desaparecidos in Argentina e 38.000 in Cile, oltre ai circa 2.000 morti accertati.

Gli eventi del Cile hanno in qualche modo condizionato anche la politica italiana: Enrico Berlinguer diede del nostro golpe una lettura strumentale al lancio del “compromesso storico”.[3]

Veniamo ai nostri giorni: come è avvenuto il processo che ha portato alle proteste prima e poi alle elezioni dell’assemblea costituente del 2021 e alle elezioni di Boric nel dicembre del ’22?

Anche dall’esilio, non ho mai smesso di seguire la politica del Cile. Pinochet non lo abbiamo sconfitto, ma ha solo seguito il consiglio di lasciare il governo, ed è rimasto a capo delle forze armate fino al 1998 e senatore a vita, godendo dell’immunità parlamentare; non ha mai scontato una pena e, come molti dittatori, è morto nel suo letto. Ciò ha portato alla trasformazione dei partiti, i socialisti si sono venduti al neoliberismo, infatti io non ho più preso la tessera. C’è stata una sorta di patto segreto: facciamo finta di cambiare tutto per poi non cambiare niente, una sorta di “gattopardismo”. In pratica  la Costituzione voluta da Pinochet è rimasta, hanno fatto votare alla gente una riforma costituzionale senza sostanza, e alle prime elezioni “libere” il candidato di Pinochet ha preso il 48% dei voti e ha continuato a privatizzare a compagnie estere tutto: le scuole, la sanità, le strade, l’elettricità etc… Ciò ha fatto sì che la gente si stancasse. Nel ’21 l’aumento del prezzo del biglietto della metro ha dato avvio a una rivolta degli studenti che poi si è estesa ai professori, agli abitanti dei quartieri popolari con lo slogan “non sono 30 pesos (l’aumento del biglietto) ma sono 30 anni (dalla fine della dittatura)”. Si sono sommate alle proteste le rivendicazioni per la scuola pubblica, l’insegnamento libero, la sanità pubblica. Si è creato un grande movimento di un milione di persone. Si arriva a un accordo tra i partiti e il governo, creando “il piano per la pace in Cile” che prevedeva un referendum sulla Costituzione e l’elezione di un’Assemblea costituente con il 50% di donne e i rappresentanti dei popoli autoctoni indios e dei partiti indipendenti. I 150 costituenti erano a maggioranza progressista e hanno lavorato straordinariamente, creando una Costituzione bellissima. Boric era d’accordo con la Costituente.

E poi, giusto un anno fa (se non erro era proprio il 4 settembre) lo sfacelo: la nuova Costituzione viene bocciata…

La legge prevedeva che, per approvare questa Costituzione, bisognava andare a votare. Sono andati alle urne 14 milioni di persone, anche quelli di destra che invece avevano disertato le elezioni per la Costituente. Due milioni e mezzo di persone hanno votato scheda bianca o hanno invalidato le schede. La grande maggioranza dei mezzi di comunicazione è in mano alla destra, così il popolo è stato sobillato con bugie e baggianate. In questo modo il 62% dei votanti ha respinto la Costituzione.

Moltissimi hanno dato la colpa al Presidente attuale, Boric, ma lui non c’entra nulla, anzi ha varato una legge per continuare a cercare i desaparecidos. Ormai in America latina non si fanno più i colpi di stato militari, ma amministrativi, gettando fango e calunnie sui Presidenti democratici.

E ora? Che ne sarà della Costituzione?

C’è un comitato per redigere un’altra Costituzione. Ma questo è composto solo da 50 persone di alto livello non dai rappresentanti del popolo come nella prima Costituente, dove c’erano esponenti di tutte le classi sociali. Poi è previsto che un comitato tecnico giudichi ciò che questi 50 hanno redatto. Il 17 dicembre finirà questo processo e questa nuova Costituzione verrà o no validata dal popolo. Ma è molto pericoloso, perché nella commissione dei 50 la destra ha la maggioranza e possono fare una Costituzione simile a quella di Pinochet. La sinistra, come dovunque purtroppo, è divisa e indecisa se votare sì o no a questa nuova carta costituzionale.

Che prospettive vedi?

Posso dire che in Cile c’è ancora una ferita profonda ed è difficile la riconciliazione

 

I testimoni, la storia e la memoria: conclusioni  

La comparazione di questi due testi, uno di cronaca storica e uno a carattere prettamente memoriale, vuole innanzitutto fungere da ricordo del colpo di stato cileno nel suo cinquantesimo anniversario. E tuttavia, dal confronto emergono elementi interessanti sia su come la memoria possa aggiungere tasselli fondamentali, dettagli che alla grande storia sfuggono ma che si presentano essenziali per meglio comprendere il contesto storico, gli effetti sulle persone (il popolo minuto)[4] che subiscono le res gestae pur non essendone protagoniste. E dall’altro però rilevare come la memoria, in quanto racconto soggettivo, sia una parcellizzazione della storia, a volte anche un’alterazione della stessa, conseguenza non solo della visione individuale del testimone ma anche del lavoro di ridefinizione e rinegoziazione della propria esperienza fatto dalla psiche umana nel tempo trascorso tra gli eventi e la narrazione degli stessi.

Dalle parole di Gutierrez emerge nitidamente la tensione, il nervosismo delle ore del golpe e la sua personale chiave di lettura che si fonde con quella storica e che vede contrapporre gli intenti dei militari golpisti alla volontà popolare. L’immagine simbolo – confermata peraltro dai servizi televisivi dell’epoca – è quella dei carri armati nelle strade. Per Gutierrez, Allende è una vittima designata ma anche, implicitamente, coraggioso servitore del popolo fino all’ultimo. Dal racconto dell’esperienza di esule risaltano poi il ruolo fondamentale degli aiutanti, tra cui suor Valeria, a dimostrazione che a opporsi ai golpisti non erano soltanto i comunisti. E anche il tema dell’accoglienza, di cui Gutierrez ha beneficiato in Italia (un aspetto quanto mai centrale e d’attualità per il nostro Paese).

Ma la memoria, si è detto, è anche individuale. E Gutierrez non può quindi nascondere giudizi che risentono delle sue posizioni politiche – molti dei quali, peraltro, condivisibili, come quello relativo all’uscita di scena «indolore» di Pinochet e alla persistenza del suo sistema di potere.

L’incontro con un testimone ha dunque un evidente valore aggiunto per avvicinare i pubblici (compresi quelli scolastici) alla storia, in particolare quando si tratta di far ascoltare la voce di chi è stato vittima di persecuzione: i messaggi morali vengono maggiormente recepiti quando portati da una persona che ha sperimentato l’atrocità della perdita delle libertà. Ovviamente però la testimonianza da sola non basta né può essere la fonte primaria della conoscenza e dell’apprendimento della storia, poiché «la memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace» come sosteneva Primo Levi,[5] evidenziando uno dei maggiori limiti delle testimonianze. Due o più persone che hanno vissuto la stessa esperienza non la ricordano mai allo stesso modo, perché la memoria umana è influenzata da vari elementi: punti di vista e ruoli diversi rispetto al fatto richiamato alla memoria, opinioni, tratti della personalità, esperienze di vita, conoscenza a posteriori, erosione del tempo, tanto è vero che si possono evidenziare anche differenze tra testimonianze rese dalla stessa persona subito a ridosso gli eventi e anni dopo, in cui possiamo notare, ad esempio, imprecisioni su date e dettagli.[6]

L’ascolto del testimone non deve essere passivo, ma bisogna incoraggiare i pubblici a elaborare domande e indurli alla rielaborazione.

 


Note:

[1] Citazione attribuita, senza fonte (https://aforismi.meglio.it/aforisma.htm?id=2c3c).

[2] Il secondo è stato organizzato in collaborazione della Prof. ssa Vinzia Fiorino, ordinaria di Storia contemporanea, nel Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa. L’evento, svoltosi di pomeriggio, è stato aperto anche agli studenti dei licei cittadini che ne hanno fatto richiesta.

[3] Non a caso, il 12 ottobre 1973 scrisse su Rinascita un articolo intitolato Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile. Per i comunisti italiani quella cilena era una lezione che parlava direttamente all’Italia.

[4] Viscardi, Giuseppe Maria, Dalla storia della pietà alla storia sociale e religiosa: l’itinerario culturale di Gabriele De Rosa, Ricerche di storia sociale e religiosa. A. XXXVI, numero 72 – Nuova serie – Luglio-Dicembre, 2007, Roma : Edizioni di storia e letteratura, 2007, pp. 196-197.

[5] P. Levi,  I sommersi e i salvati , Einaudi, Torino 1986.

[6] Carla Marcellini, Testimoni a scuola. Una riflessione sull’uso delle fonti orali per la didattica della storia, in “Novecento.org”, n. 3, 2014. DOI: 10.12977/nov42

Dati articolo

Autore:
Titolo: Il colpo di Stato in Cile tra storia e memoria
DOI: 10.52056/9791254695371/16
Parole chiave: , , ,
Numero della rivista: n.20, dicembre 2023
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo:
, Il colpo di Stato in Cile tra storia e memoria, Novecento.org, n.20, dicembre 2023. DOI: 10.52056/9791254695371/16

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