Select Page

“Salva una storia” per salvare la Storia. Con la Didattica e la Public history

“Salva una storia” per salvare la Storia. Con la Didattica e la Public history

Immagine tratta da https://www.iismartinetti.edu.it/progetto-salva-una-storia-nuova-installazione/
Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

Abstract

Il progetto “Salva una storia”, realizzato a Caluso, rappresenta un esempio perfetto e virtuoso di come Didattica e Public History possano collaborare e integrarsi nel produrre effetti sensibili non solo a scuola ma nell’intera comunità. Dopo una prima parte dedicata alle affintà e alle differenze tra le due discipline (firmata da Igor Pizzirusso e Aldo Gianluigi Salassa), l’articolo descrive l’attività didattica realizzata da Ileana Orsini nel corso degli ultimi anni scolastici, che ha portato alla costruzione di un monumento in una delle piazze di Caluso.

Didattica e Public History sono in una relazione complicata

Nel corso degli ultimi anni, in Italia come all’estero, si sono moltiplicate le riflessioni che cercano di indagare il rapporto tra didattica della storia e public history. Nella maggior parte dei casi, il tentativo è capire se e cosa può dare la seconda alla prima; raramente avviene invece l’inverso,[1] soprattutto in Italia.

In questa breve introduzione non si intende dar conto della complessità del dibattito in merito,[2] ma solo rilevare alcune criticità e provare a sgombrare il campo da misinterpretazioni che contribuiscono per lo più a rendere ancora più intricata una relazione già di per sé complicata. Non di rado, infatti, studi e ricerche italiane tendono da un lato a fraintendere cosa sia esattamente la Public History (l’equivoco più frequente la interpreta come semplice divulgazione/comunicazione storica) e dall’altro a ignorare quale sia lo stato dell’arte della didattica della storia, una disciplina solida e di lunga tradizione, nonostante alle nostre latitudini sia stata (e sia tuttora) spesso bistrattata o ritenuta ancillare rispetto alla storiografia. A dispetto delle migliori intenzioni, anche di questa rivista, il “cosa” insegnare pare nel nostro Paese ancora enormemente più importante del “come” insegnarlo.

Ed è proprio sul “come”, sulle pratiche e sulle strategie, che Public History e Didattica della storia trovano un terreno comune, un presupposto condiviso. Scrivono David Dean e Joanna Wojdon:

Entrambi pongono l’accento sulla pratica della storia e allo stesso tempo fondano questa pratica sulla riflessione teorica e sulla ricerca empirica, al fine di sviluppare le strategie più efficaci per raggiungere un pubblico eterogeneo e migliorare la conoscenza e la comprensione storica.[3]

 Per dirla altrimenti, con Cajani,[4] entrambe hanno a che fare con la comunicazione essoterica – cioè al di fuori degli ambienti specialistici ed esperti – del sapere storico.

La differenza fondamentale è che la Didattica della storia opera in un ambiente protetto, la scuola, con un pubblico ben definito e tutto sommato omogeneo, al netto delle differenze di provenienza geografica e sociale degli studenti; la Public History invece esercita la sua azione all’esterno, in un ambiente eterogeneo e a volte caotico, con pubblici molto diversi fra loro e interlocutori che possono in qualche modo intervenire fino a influenzare il messaggio della narrazione storica (su questo torneremo più avanti).

Cosa (non) è Public History

Qui si origina spesso uno dei primi fraintendimenti riguardo alla Public History e cioè che nel suo novero rientra sostanzialmente quella vasta gamma di prodotti per il pubblico generalista che in qualche modo utilizzano la storia. Non solo, dunque, la cinematografia o l’arte, ma anche quanto viene realizzato dal potere politico o religioso o persino da un’azienda che, ad esempio, crea una pubblicità con protagonista Giulio Cesare o l’ambientazione della Roma antica.

In questi casi si tratta tuttavia, e con tutta evidenza, di usi (e abusi, quando sono strumentali o mistificatori) pubblici della storia, che non sono un sinonimo di Public History.

Il dibattito sul tema in Italia è stato vivace e ha coinvolto anche Novecento.org, quando nel 2017 la redazione guidata da Antonio Brusa decise di modificare il titolo della rubrica “Uso pubblico della storia” in “Storia pubblica” (italianizzando, forse erroneamente, il lemma anglofono Public History).[5] Ci si era resi conto che era necessario non solo andare incontro all’introduzione di una nuova disciplina in Italia (il primo convegno dell’Associazione italiana di Public History si sarebbe svolto a giugno di quell’anno) ma anche di assecondare la necessità di dare ai docenti una visione che andasse al di là di una semplice analisi di come la storia è presente nell’agone pubblico, sui media e nelle piazze, e fornire loro al contempo mezzi e strumenti che veicolino il sapere storico con diverse professionalità e linguaggi.

Public History, Didattica e usi pubblici della storia

Naturalmente, pur non essendone un sinonimo, la Public History si occupa pienamente di questi usi e abusi pubblici, ne tenta una disamina e cerca di fornirne una corretta interpretazione o – qualora necessario – demistificazione. Ambito della PH è dunque l’esame delle narrazioni storiche pubbliche, tanto nei contenuti quanto nelle strutture simboliche, culturali, teoriche e concettuali,[6] per fare emergere quali istanze e visioni del passato si concilino in esse (individuali, collettive, istituzionali; o locali, nazionali e globali).[7]

Il tema è dirimente, soprattutto in un’epoca caratterizzata da history wars[8], narrazioni identitarie del passato, istanze e memorie locali sempre più emergenti con le quali mediare.

Su questo tema, Didattica della storia e Public History trovano altro terreno comune, perché entrambe non si limitano a uno studio asettico degli usi e abusi pubblici della storia, ma propongono buone pratiche, strategie di intervento e pedagogizzazione; entrambe promuovono

un rapporto pubblico ragionevole e ben ragionato con il passato e con le identità collettive, rafforzando le competenze disciplinari fondamentali (ad esempio nella critica delle fonti) e ampliandole in modo che possano includere quelle abilità che sono cruciali per uno studioso (e cittadino) nell’età della globital memory.[9]

Didattica e Public History condividono quindi una funzione civile,[10] che però si orienta – ancora una volta – su pubblici diversi e, possiamo aggiungere, con prospettive diverse. Potremmo in effetti dire che l’azione svolta nel presente della didattica sia indirizzata al futuro, con lo scopo di formare i cittadini di domani. L’azione nel presente della Public History invece interviene sul presente, sui cittadini di oggi; e anche sulle istituzioni.

Competenze e metodo storico

In questa sua azione rivolta al futuro, tesa come si è detto – citando Villani – «a migliorare la conoscenza e la comprensione storica», il docente di storia non si limita (o per lo meno non dovrebbe farlo) alla trasmissione di un sapere meramente nozionistico. Nella consapevolezza di non riuscire a (e non dovere) ottemperare al completamento del programma e nell’esigenza di introdurre il tema delle competenze,[11] un più funzionale e utile obiettivo è indubbiamente quello di insegnare il metodo storico e a pensare storicamente. Per farlo, il docente si avvale di diverse metodologie – come il laboratorio con le fonti, lo studio di caso, la flipped classroom – che mirano a un un coinvolgimento “attivo” degli studenti, a far loro costruire (o co-costruire) un contenuto storico.

Allo stesso modo, nella concezione più alta ed efficace della sua disciplina,[12] il public historian divide la sua autorità e autorialità (shared authority) con il pubblico (come in una flipped classroom), crea insieme a esso la narrazione storica, arrivando persino a condividere la sua “cassetta degli attrezzi”, che altro non è se non – ancora una volta – il metodo storico, ovvero il suo bagaglio di nozioni e competenze appreso nel suo percorso di formazione. Certo può capitare – in un ambiente che si è già definito caotico, meno protetto e controllato di quello scolastico – che sia il pubblico stesso a portare forti istanze che rischiano di inficiare il risultato finale, di far scivolare la narrazione storica verso risultati scientificamente discutibili, non corretti o parziali. Il public historian deve perciò mantenere sempre un ruolo preminente, facendo valere – pur nel dialogo – il suo ruolo.

Occorre qui una parentesi importante: dopo la nascita dei primi due master (con le Università di Modena e di Milano), sono ormai molti gli atenei ad avere introdotto corsi di insegnamento sulla Public History. Nel 2022 si è poi costituito il CISPH, consorzio universitario che raduna i principali dipartimenti in cui si insegna la PH.[13] Vi sono poi altri soggetti autorevoli (enti, associazioni culturali e istituzioni) che operano negli ambiti della Public History in virtù di percorsi formativi ed esperienze sul campo. Sicuramente siamo di fronte a un cursus honorum meno controllato e certificato di quello dei docenti e tuttavia anche la figura del public historian è oggi sempre più normata e codificata. Manca un riconoscimento a livello ministeriale; ma quello, a ben vedere, non lo ha neppure lo storico classico, che tuttora non compare in alcuna classe di concorso pubblico.[14]

Il contributo della Public History alla Didattica

Si è quindi detto che Didattica della storia e Public History condividono la comunicazione essoterica della storia e l’intento di trasmettere metodi e saperi attraverso pratiche partecipate e partecipative.

Su questi temi, la Didattica della storia riflette e lavora da alcuni decenni. Per questo, come ha poco senso limitarsi a vedere la Public History come mero uso pubblico della storia, ha altrettanto poco senso pensare che la Public History possa fornire alla Didattica metodologie di coinvolgimento attivo degli studenti che quest’ultima padroneggia da tempo e sulle quali si è studiato e riflettuto lungamente.

La domanda sorge quindi inevitabile: quale contributo può dare la Public History alla Didattica?

Innanzitutto, per quanto scritto finora, ci pare di poter affermare che sia quanto mai necessario che tra i due ambiti si instaurino collaborazioni sempre più strette. Dalle reciproche esperienze, istanze e difficoltà, possono arrivare risposte che permetterebbero a entrambe le discipline di trarne giovamento, in una proficua interconnessione di saperi e competenze,

In secondo luogo, se da un lato la Public History difficilmente può incidere su quanto la Didattica esperisce già in classe, dall’altro essa può costituire un valido spunto e supporto per tutto ciò che si svolge all’esterno. Non si fa cenno naturalmente alle visite ai musei o alle mostre: attività pur utilissime, ma che per la loro frontalità hanno poco a che fare con l’idea di partecipazione attiva del pubblico. Esistono tuttavia compiti di realtà che possono intercettare istanze del territorio in cui la scuola è situata; legami con le memorie e con il passato che, attraverso le pratiche di Public History, possono dare stimoli inattesi agli studenti, attivare processi e progetti con esiti insperati tanto nella classe quanto nella comunità. A questo novero appartengono, ad esempio, i giochi urbani storici,[15] le attività con gli archivi scolastici[16] e molte altre, fra cui quelle presentate alla scorsa conferenza AIPH, a Firenze.[17] In questo solco si inserisce anche l’attività descritta nella seconda parte di questo articolo.

Il contributo della Didattica alla Public History

L’altra domanda che ci si deve porre a questo punto è: quale contributo può dare la Didattica della storia alla Public History? (È appena il caso di ribadire che affrontare la questione da questo lato, anziché da quello opposto, è prassi ancora poco frequente). E una ulteriore domanda sorge di conseguenza: esistono già buone pratiche di Public History nella didattica?

Procediamo con ordine.

Si è osservato più sopra come Public History e Didattica della storia – entrambe branche non secondarie della storiografia! – abbiano più di un motivo per intrecciare tra loro saperi e metodologie, pratiche e strategie. Riassumendo: hanno tutt’e due a che fare con la comunicazione essoterica (senz’altro uno degli aspetti più sfidanti); condividono una funzione civile, perché vigilano sulle narrazioni pubbliche della storia e sui processi di costruzione della memoria collettiva; propongono pratiche partecipate, in cui il “pubblico” non viene solo informato, ma “formato”, cioè introdotto ai rudimenti del lavoro dello storico, e coinvolto nella ricerca.

Detto questo, però: quand’è che la didattica, per quanto attenta all’uso della storia nell’agone pubblico e nei media, si sposa davvero con la Public History? Quand’è che, per dirlo in termini più diretti, un’attività svolta “in” e “con” una classe diviene patrimonio di una collettività più ampia, contribuendo ad accrescerne la consapevolezza del passato e delle relazioni tra passato e presente? Una possibile risposta è: quando gli studenti escono dalle mura amiche della scuola e si misurano con il “bisogno di memoria e di storia” di un determinato territorio, interpellando così la cittadinanza e le Istituzioni locali.

Buone pratiche a Caluso

È quanto è accaduto con la “buona pratica” che ha coinvolto per due anni scolastici (2021-22 e 2022-23) diverse classi di un IIS della provincia torinese, il Martinetti di Caluso.

Si tratta di un progetto, denominato “Salva una storia”, iniziato (si può dire?) quasi in sordina come una ricerca d’archivio – su 22 ebrei in maggioranza croati (in realtà due di costoro erano serbi e uno austriaco) internati a Caluso fra il 1941 e il 1943 – che aveva come scopo quello di avviare gli studenti al mestiere dello storico.

Successivamente, però, il progetto si è man mano trasformato in qualcos’altro, in un’attività didattica di Public History, appunto: grazie al coinvolgimento di partner esterni al mondo-scuola (in primis l’amministrazione comunale di Caluso e la Comunità ebraica di Torino), alla volontà di divulgare a un pubblico più largo le acquisizioni della ricerca (soprattutto attraverso un pluripremiato documentario realizzato dai ragazzi); e, cosa di grande rilievo, alla restituzione “permanente” alla comunità cittadina di un pezzo di memoria dimenticata attraverso la costruzione di veri e propri “luoghi di memoria”: una formella commemorativa e un memoriale, posti nel cuore della città di Caluso.

Il progetto “Salva una storia”

Il progetto biennale “Salva una storia” ha avuto come scopo principale quello di avviare gli studenti alla formazione di una coscienza critica contro ogni forma di pregiudizio, indifferenza e discriminazione e l’educazione ai valori universali ed ai diritti umani fondamentali, attraverso lo studio del momento più buio della storia dell’umanità: la Shoah. Per il raggiungimento di tale scopo si è scelta la via dello scavo approfondito e documentale della storia, della rielaborazione critica ed originale dei dati emersi e della divulgazione pubblica delle evidenze della ricerca.

Il percorso didattico multidisciplinare ha coinvolto gli insegnamenti di Storia, Discipline Plastiche, Geometriche ed Artistiche, Filosofia, Lingua Inglese, Irc e naturalmente Educazione civica.

Prima fase: le ricerche in archivio

Il progetto è stato inizialmente finalizzato ad introdurre gli studenti al mestiere dello storico, mettendone in luce metodi di indagine e di catalogazione grazie ad una serie di incontri on line affidati all’Istituto veronese per la storia della resistenza e dell’età contemporanea. Successivamente i ragazzi sono stati coinvolti in un’attività di ricerca in forma esperienziale e laboratoriale avente come scopo il recupero e la digitalizzazione di documenti dell’Archivio storico del Comune di Caluso relativi alla presenza di 22 ebrei in internamento libero in paese, fra il 1941 ed 1943. Il confronto con altri documenti, relativi allo stesso periodo ed argomento, ordinati negli Archivi tematici on line, ha consentito il recupero della memoria storica locale, ormai dimenticata dagli stessi abitanti di Caluso. Grazie al supporto di tutor esterni,[18] gli studenti hanno incrociato ed arricchito i dati emersi con una ricerca sui seguenti archivi on-line:

Questa prima fase di studio è avvenuta durante il periodo estivo sotto forma di PCTO.

Nel corso del successivo anno scolastico, il progetto si è poi articolato secondo diverse linee di approfondimento sfruttando le diverse anime e competenze dell’istituto scolastico: storico-culturale, artistico, linguistico.

Gli alunni hanno avuto modo inizialmente di lavorare in gruppo, integrando le diverse professionalità a seconda dell’indirizzo di studi frequentato allo scopo di realizzare prodotti comuni.

Grande impulso ha dato al lavoro la visita al campo di Fossoli, luogo di detenzione di alcuni internati, e al Museo Monumento al deportato di Carpi.

I partner del progetto

Emersa la storia, compito dei docenti è stato quello di cercare alcuni partner che potessero essere interessati a sostenere il progetto: il primo sponsor dell’iniziativa è stata l’Amministrazione comunale di Caluso, che – nella persona del Sindaco e dell’assessore alla Cultura – hanno fornito prima di tutto un contributo sia per l’iniziale formazione degli studenti (come il viaggio a Fossoli), sia per l’acquisto dei materiali di consumo e successivamente mettendo a disposizione spazi per l’installazione delle opere d’arte che per la disseminazione rivolta alla cittadinanza.

In seconda istanza hanno aderito al progetto la Comunità Ebraica di Torino e la Fondazione contro gli Antisemitismi De Levy, rappresentati da rav Ariel Di Porto e dall’arch. Baruch Lampronti che, oltre all’importante sostegno economico, hanno fornito una fattiva consulenza ed un proficuo scambio di opinioni, durante tutte le fasi del lavoro.[19] Un contributo all’iniziativa è stato dato anche da TOLI, The Olga Lengyel Institute for Holocaust Studies and Human Right.

Gli output del primo anno scolastico: 2021/2022:

1. Il documentario

L’output principale del progetto è stato un documentario di 17 minuti intitolato “Salva una storia”, dal nome della campagna di sensibilizzazione della Fondazione Fossoli per il recupero e la conservazione delle memorie familiari legate alla guerra.

La Fondazione ha sostenuto il progetto sia fornendo supporto documentale e formativo sia garantendo l’acquisizione e la conservazione dell’archivio digitalizzato creato in fase di PCTO dagli studenti.

Tutte le attività necessarie per la realizzazione del documentario sono state seguite e realizzate dagli studenti e dalle studentesse del liceo linguistico e del liceo scientifico, dalla ricerca storica alla realizzazione delle musiche e dei sottotitoli per finire con la creazione delle illustrazioni, per le quali si è cercato il più possibile di usare immagini di Caluso.

Il video intende sottolineare le singole personalità dei 22 ebrei internati, presentandoli singolarmente, con tutti i dati reperiti in fase di ricerca, passando in rassegna la loro vita pregressa, l’arrivo a Caluso, la permanenza e le relazioni tracciabili con gli abitanti, la fuga o l’arresto dopo l’8 settembre, la cattura e la deportazione o la salvezza.[20]

2. Il Wikibook

Altro output del progetto è stato un Wikibook realizzato dagli studenti delle classi 5G e 5E, sotto la guida delle prof.sse Francesca Lapolla e Daniela Neirotti.

In questo caso è stata fondamentale la collaborazione con Elena Mastretta[21] e Catrin Vimercati[22], grazie alle quali gli studenti hanno innanzitutto acquisito le competenze per realizzare e pubblicare un ebook sul portale Wikibooks. Il volume digitale riassume le vicende, precedentemente reperite, degli ebrei internati a Caluso e le integra con una ricostruzione del contesto storico e una riflessione sull’importanza della memoria e sulla necessità di trasmettere il ricordo successivamente alla scomparsa dei testimoni.

L’elaborato è consultabile qui.

3. La formella commemorativa

La formella memoriale inaugurata il 27 gennaio è stata posta in Via Bettoja, cuore del paese, nel sito dove sorgeva l’albergo Bonne Famme, uno dei luoghi di internamento di quattro ebrei croati: le due coppie di fratelli Jacob e Abram Karjo e Emilio e Oscar Kis.

La formella riunisce due idee. Da un lato si intende mettere in risalto i nomi – intrecciati in un crucipuzzle – dei 22 ebrei per sottolineare che non si tratta di numeri, ma di vite. Dall’altro si vogliono contrapporre diversi piani compositivi. Lo sfondo è infatti costituito da uno skyline del centro di Caluso, luogo in cui si sono svolti gli eventi, realizzato tramite incisione. In primo piano e in altorilievo si staglia invece una mano, che rappresenta l’aiuto offerto dai calusiesi agli ebrei internati, come storicamente riportato in un articolo del gennaio 1942 apparso su La Provincia di Aosta,[23] organo di stampa ufficiale del Partito Fascista. Era il giorno di Santo Stefano del 1941 e alcuni giovani calusiesi avevano chiamato gli ebrei, arrivati nel paese da pochi giorni, per festeggiare insieme. Si tratta di una mano che invita a bere e forse a danzare insieme.

La mano richiama anche l’aiuto che ufficiali dell’esercito italiano avrebbero dato in Croazia, secondo Momigliano Levi, agli ebrei serbi e croati internandoli in questo territorio allo scopo di salvarli dagli Ustascia, nazisti locali.

Le due idee sono poi state unite cosicché l’incisione della skyline, la mano in alto rilievo e il cruciverba di nomi sullo sfondo, fossero tutti incisi nell’argilla.

La formella presenta inoltre una frattura, che indica come l’aiuto offerto agli ebrei da parte sia degli ufficiali italiani in Croazia, sia dei calusiesi, sia stato contrastato dalle autorità fasciste e giudicato in maniera severa, come riferisce l’articolo de La Provincia di Aosta già citato. Dalla frattura è per altro possibile intravedere del filo spinato, simbolo della tragica fine di alcuni di loro nei campi di sterminio.

Questo lavoro ha dovuto integrarsi anche con le richieste del Comune di Caluso, che ha espresso precise istruzioni su dimensioni, collocazione e colore della formella, contribuendo a stimolare il lavoro di ricerca artistica in gruppo degli allievi in relazione al sistema della committenza e all’iter esecutivo.

4. Il pieghevole

Su richiesta degli Enti promotori, per dare massima diffusione della storia, un gruppo di ragazzi del Liceo Artistico ha ordinato informazioni e fotografie in un pieghevole che è stato stampato in 1000 copie e diffuso in diversi contesti.

La comunicazione alla cittadinanza

Il progetto ha avuto una notevole ricaduta sul territorio, innanzitutto attraverso eventi pubblici che hanno reso noti i risultati della ricerca degli studenti e fatto conoscere i prodotti artistici e multimediali realizzati da costoro.

Da un punto di vista didattico, la restituzione pubblica del frutto delle loro ricerche ha consentito agli studenti di acquisire una nuova consapevolezza del legame profondo tra il proprio passato e l’essere cittadini oggi, maturando senso civico e capacità critica attraverso la riflessione sugli insegnamenti della Storia.

Inoltre, dopo la prima presentazione al pubblico avvenuta il 27 gennaio 2022, sono state offerte agli studenti diverse occasioni di condivisione esterna dell’esperienza[24], che hanno rafforzato le loro competenze relazionali, la capacità di riflessione sulle proprie azioni e di gestione dello stress.

Il memoriale

Oltre agli eventi pubblici, l’esito forse più rilevante del progetto didattico è stata l’apposizione nel centro cittadino di nuovo memoriale dedicato ai 22 ebrei internati, inaugurato il 27 gennaio 2023

Il progetto è stato realizzato in forma di UDA (unità didattica di apprendimento), laboratoriale e interdisciplinare, che ha visto concentrarsi gli alunni sia sugli aspetti narrativi della storia sia sul fenomeno artistico della Land Art e dell’archiscultura, in particolare in relazione ai concetti chiave di “casa, identità, territorio, libertà e natura”. Un’altra unità didattica ha riguardato poi l’educazione civica e il tema dei diritti umani.

In seguito, tramite brainstorming e focus group, è stato chiesto a tutti gli studenti di estrapolare idee simboliche sui concetti e sugli argomenti affrontati. Tra le varie proposte emerse in questa fase è stato individuato un progetto significativo per le sue peculiarità grafiche e semantiche, compatibile alle caratteristiche delle location prese in esame.

L’opera consta essenzialmente di due parti: un basamento narrativo, costituito da una pavimentazione a mosaico ortogonale, di formelle in argilla antigeliva illustrate ad ingobbio e di una struttura metallica in elevazione, che riproduce l’idea di una “casa-prigione” in ferro.

La parte esecutiva del basamento è stata realizzata in modo interdisciplinare, con una metodologia didattica di stampo socio-costruttivista: aperta, attiva, cooperativa e per interclasse. Le terrecotte, progettate originariamente dagli studenti delle classi 3C e 3L nell’anno scolastico precedente, sono state, in fase realizzativa, implementate durante i laboratori pomeridiani di Discipline Plastiche/Discipline Pittoriche e il corso curricolare di Discipline Plastiche e Scultoree dell’a.s.2022/23 da uno straordinario lavoro di cooperazione a classi aperte, che ha coinvolto gli studenti dell’intero indirizzo artistico, sotto la guida della Prof.ssa Sonia Simone. Il basamento dell’opera è stato pensato come una pavimentazione narrante, carica di simboli, ricordi, emozioni di un vissuto personale dei protagonisti, rielaborati attraverso “frames di memoria” di oltre 100 formelle in argilla. Ciascuna formella reca con un soggetto diverso: 22 presentano testualmente i nomi degli ebrei transitati da Caluso, mentre tutte le altre illustrano dettagli, emozioni e simboli della storia riportata alla memoria.

La scelta dell’argilla per la pavimentazione è dettata dalle caratteristiche del materiale stesso. L’argilla è stata infatti uno dei primi elementi espressivi utilizzati dall’uomo per raccontare le storie delle vicende umane. Essa ha permesso ad ogni singolo studente di esprimere individualmente il proprio progetto illustrativo, raccontando la storia in modo personale, simbolico e concettuale, attraverso la manipolazione, codificando e decodificando i vari livelli simbolici. La manipolazione irregolare delle formelle ne è un’ulteriore testimonianza. Nelle formelle ricorre spesso l’elemento narrativo della mano, elemento che richiama il segno e la traccia del proprio passaggio nella storia, un segno che intende risarcire l’oblio che finora ha caratterizzato il passaggio dei 22 ebrei a Caluso.

La struttura metallica, con ingombro di base di 3x3 m. e con sviluppo aereo anche qui di 3 m, è stata realizzata nell’a. s. 2022/23 dai ragazzi delle classi 3C e 3L durante un PCTO presso la fucina del fabbro Leo Ladda di Caluso, dietro la supervisione del Prof. Angelo Raffaele Villani. La struttura presenta 22 aste in ferro (il numero richiama direttamente i 22 ebrei internati a Caluso negli anni dal 1941 al 1943), ciascuna delle quali, attraverso un ideale processo di metamorfosi, vede trasformare la propria natura semantica da rigida barra (idea di prigionia) a terminale naturale e sinuoso a forma di albero o vite, con una o più foglie di vite (idea di rinascita, di speranza e di vita). Alcune delle barre (8 unità), che restano rigide e verticali, terminano con un tratto di filo spinato.

Entrambi i terminali hanno un forte significato simbolico: la foglia di vite, che per Caluso ha un significato speciale per via del suo legame al vitigno autoctono dell’Erbaluce, simboleggia la vita e la rinascita, sia in ambito religioso ebraico che cristiano, e richiama gli ebrei che si sono salvati; il filo spinato, invece, ha la funzione di memoria, nel ricordo degli ebrei sterminati. Il color ruggine della struttura è una precisa scelta stilistica: dona un effetto materico all’opera. Il colore ed il suo potere di assorbenza della luce mettono in rilievo i particolari e soprattutto le incisure del metallo, connotate da un forte effetto espressivo.

L’elaborazione delle parti fitomorfe in ferro, così come delle formelle svolte dalle classi terze durante i laboratori pomeridiani, sono state affrontate nella stessa modalità PCTO, coordinata dalla Prof.ssa Simone, con il prezioso contributo didattico delle Prof.ssa di Discipline Grafiche e Pittoriche Alessandra Ienco e Anna Monachella.

Il luogo concordato con l’Amministrazione Comunale di Caluso per l’installazione dell’opera è Piazza Ninfa Albaluce. Qui, un’aiuola inizialmente anonima, si è caricata di nuovo significato, simbolico, di incontro tra Natura e Artificio, con la convivenza sinergica tra il manufatto scultoreo e una preesistente magnolia di grandi dimensioni, che è essa stessa parte viva dell’opera scultorea, confondendo i propri rami con i tralci di vite in ferro.

Un plauso speciale va a Leo e Walter Ladda per aver guidato gli studenti in un interessante PCTO presso la sua fucina.

Conclusioni

L’esperienza a Caluso è, dunque, uno degli esempi migliori dei benefici reciproci di cui possono godere discipline affini quali didattica e Public History quando sono messe in relazione e non in sovrapposizione. Se intendiamo per altro la Public History come una serie di pratiche afferenti alla funzione civile della storia,[25] essa costituisce inevitabilmente un utile sostegno nell’insegnamento dell’educazione civica, spesso demandato ai docenti di storia.

Tra i vari ed eccellenti esiti finali del progetto, merita senza dubbio una menzione speciale il monumento. Non si tratta infatti soltanto di un compito di realtà, qualcosa che supera ed esce dall’ambito scolastico e che per questo è in grado potenzialmente di stimolare e coinvolgere maggiormente gli studenti, che vedono in modo tangibile (e permanente) il risultato del loro lavoro. Il monumento rappresenta un valore aggiunto per la cittadinanza nel suo complesso, per una comunità territoriale che in questo modo può riconnettersi con le proprie memorie collettive e riappropriarsi del proprio passato. Non è un caso, quindi, che “Salva una storia” abbia ricevuto il Premio categoria Licei al Concorso Storie di Alternanza – V edizione a.s.2021/2022.


Note:

[1] Tra gli studi più interessanti a riguardo, si veda M. Demantosky (a cura di), Public History and School. International perspectives, Walter de Gruyter GimbH, Berlino/Boston 2018.

[2] Come rileva Claudia Villani, “La relazione tra scuola e altre forme di comunicazione e/o educazione storica “informale” è stato il principale problema di ricerca degli ultimi cinquant’anni nella [didattica della storia] tedesca”, in C. Villani, Public History e didattica della storia nell’età delle history wars, in S. Adorno, L. Ambrosini, M. Angelini, Pensare storicamente. Didattica, laboratori, manuali, Franco Angeli, Milano 2020.

[3] D. Dean, J. Wojdon, Public History and History Didactics – A Conversation, in “Public History Weekly, 5, 9, 2017.

[4] L. Cajani, Schools facing Public History. La scuola di fronte agli usi pubblici della storia, in “Public History Weekly, 6, 16, 2018. DOI: dx.doi.org/10.1515/phw-2018-11922.

[5] Marcello Flores and Stefano Pivato, A proposito di Public History, in “Novecento.org”, n. 8, agosto 2017. DOI: 10.12977/nov208

[6] Villani, 2020, p. 191

[7] Per una tassonomia si veda ancora Villani, pp.189-196 o Demantosky, What is Public History?, in Demantosky 2018, pp. 19-26.

[8] Villani, 2020.

[9] Villani, 2020, p. 189. L’autrice lo pone in forma dubitativa, ma ci pare qui di poter togliere il punto di domanda finale alla citazione.

[10] M. Guerri, La public history. Ovvero della funzione civile della storia, in “Novecento.org”, n. 11, febbraio 2019. DOI: 10.12977/nov277

[11] Sulla dicotomia conoscenze-competenze, un utile spunto alla riflessione è dato da C. Villani, La storia come Powerful Knowledge. Per uscire dal dibattito fra competenze e conoscenze, in “Historia Ludens”, 25 maggio 2021. Url https://www.historialudens.it/didattica-della-storia/436-la-storia-come-powerful-knowledge-per-uscire-dal-dibattito-fra-competenze-e-conoscenze.html, consultata il 30 settembre 2023.

[12] Per lo stato dell’arte della Public History in Italia, si veda M. Carrattieri, Per una public history italiana, in “Italia contemporanea”, n. 289, 2019.

[13] Si veda https://aiph.hypotheses.org/cisph, url consultata il 30 settembre 2023.

[14] Si veda https://aiph.hypotheses.org/11855, url consultata il 30 settembre 2023.

[15] Si vedano ad esempio Milano45 (Istituto nazionale Parri, PopHistory, 2019) e Echi resistenti (Istituto storico di Modena, PopHistory, 2018).

[16] Si veda C. Carpigiani, G. Gabrielli, Tra ricerca storica, Citizen e Public History: il Centenario della scuola elementare Fortuzzi di Bologna, in G. Bandini, S. Oliviero, Public History of Education: riflessioni, testimonianze, esperienze, Firenze University Press, Firenze 2020, https://books.fupress.com/chapter/tra-ricerca-storica-icitizeni-e-ipublic-historyi-il-centenario-della-scuola-elementare-fortuzzi-di-b/4267, url consultata il 1° dicembre 2023.

[17] L’elenco con adescrizione deii progetti è qui https://aiph.hypotheses.org/12976.

[18] I docenti in distacco Nadia Olivieri dell’Istituto Veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea e Antonio Spinelli dell’ISTREVI, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea “Ettore Gallo” di Vicenza

[19] Vanno considerati sponsor del progetto anche Leo Ladda che, con il fratello Walter, hanno accolto gli studenti del Liceo Artistico nella loro fucina per un PCTO e collaborato fattivamente alla realizzazione degli elementi in ferro dei due memoriali realizzati.

[20] Il video in particolare, come cuore di tutta l’attività laboratoriale impostata come PCTO, ha ricevuto numerosi riconoscimenti: Premio speciale IVRES del Concorso Nazionale “Vittorio Ugolini e Anna Pozzani”, nell’ambito del Memoria Film Festival di Verona. Ivres è un’associazione di promozione sociale che si occupa di ricerca e conservazione della memoria in ambito di storia del mondo del lavoro. Promuove ricerche, organizza giornate di studio e realizza pubblicazioni e documentari sulla condizione di lavoro e lo stato dei diritti nel presente e nel passato. Collabora con l’Associazione Documenta nella preparazione del Memoria film festival, all’interno del quale seleziona, fra i video prodotti dalle scuole, un video inerente le tematiche di proprio interesse cui assegnare un proprio premio speciale; premio Paolo Gobetti – Film Commission Torino Piemonte” al Concorso Filmare la storia 19ma edizione; premio regionale Piemonte per la sezione “Salvo D’Acquisto – I ricordi della memoria” nell’ambito della 50° Edizione del Concorso Nazionale Scuola Strumento di Pace, dedicato ai principi universali dell’educazione civica. Ad erogare il premio è l’Associazione Non Governativa Scuola Strumento di Pace per l’Italia – Sezione dell’E.I.P. mondiale attiva in 40 paesi del mondo dal 1958 – creata a Roma nel 1972 ed oggi diffusa su tutto il territorio nazionale. L’E.I.P. Italia è riconosciuta dall’UNESCO, accreditata tra le quattro associazioni esperte nella pedagogia dei diritti umani, e gode di statuto consultivo presso l’ONU dal 1967; premio categoria Licei al Concorso Storie di Alternanza – V edizione a.s.2021/2022.

[21] Responsabile della sezione didattica e formazione dell’Istituto Storico della resistenza e della società contemporanea nel novarese e nel VCO “Piero Fornara” e della dott.ssa

[22] Co-fondatrice ed Executive Director di Wikimedia Italia

[23] “La Provincia di Aosta” n. 12 del 19 gennaio 1942, pag.1

[24] Si menzionano la trasmissione tv “Quante storie nella Storia” gestita dalla Fondazione Fossoli, le cerimonie per la vincita dei premi “Documenta”, “Gobetti” e “Storie di Alternanza”

[25] M. Guerri, La public history. Ovvero della funzione civile della storia, in “Novecento.org”, n. 11, febbraio 2019. DOI: 10.12977/nov277