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Alla conquista economica dell’Impero. La guerra coloniale in Etiopia

Testo per i professori

L’esperienza coloniale in Etiopia e la costruzione del nuovo ordine fascista

La politica coloniale, proseguita con le armi,
ha dato a nazioni ben altrimenti ricche ed allenate,
alla stessa Inghilterra, alla Francia, alla Germania,
i più crudeli disinganni. (…)
Ma, se le nazioni più forti, che ho rammentate,
poterono tuttavia superare le difficoltà ed i disastri della violenza coloniale,
senza sprofondare nel baratro il loro interiore progresso democratico;
ben altro è il caso dell’Italia, nata ieri a nazione,
tuttora nel delicato periodo dell’adolescenza economica e civile.
Resoconto stenografico dell’intervento di Filippo Turati
Camera dei Deputati, Roma 23 febbraio 1912

"Badoglio in Africa orientale" di anonimo - fotografia. Con licenza fotografia scattata in Italia (o in territorio italiano) ed è ora nel pubblico dominio poiché il copyright è scaduto" href="//it.wikipedia.org/wiki/File:Badoglio_in_Africa_orientale.jpg">Pubblico dominio tramite Wikipedia.

Badoglio in Africa orientale” di anonimo – fotografia. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikipedia.

PREMESSA

A fronte di un’abbondante produzione storiografica relativa allo studio del fascismo nel contesto italiano, l’analisi della sua dimensione esterna – la politica estera e l’impero coloniale – rimane un ambito assai poco trattato fino alla metà degli anni Ottanta, quando gli studi di Angelo Del Boca ci consegnano una ricostruzione complessiva della vicenda degli italiani in Africa.

Fino a quella data è stata a lungo lasciata in ombra quella che fu, nei sogni e nella realtà, una delle dimensioni essenziali del fascismo, l’espansione territoriale.

Nei sogni, perché sono molteplici i progetti, dal contenuto vago, sulla “missione storica” della costruzione di un impero che riallacciasse a Roma i territori dell’Africa del nord e orientale, nonché quelli mediterranei della stessa Europa. Nella realtà, perché il regime fascista non riesce a realizzare i suoi obiettivi e la discrepanza fra progetti e realizzazioni di piani espansionistici mostra con evidenza le difficoltà contratte nei rapporti con la Germania nazista nel tentativo, senza successo, di difendere i propri interessi e cogliere obiettivi imperiali.

IMPERIALISMO ED ESPANSIONE OLTREMARE

In Europa, nel corso dell’Ottocento i commerci derivanti dall’espansione imperiale portano nei paesi occidentali merci esotiche e profitti eccezionali, mentre l’economia monetaria e la “civiltà” occidentale sono introdotte con forza nelle società extraeuropee. Negli ultimi tre decenni dell’’800 l’Asia e in particolare l’Africa sono esplorate, conosciute e spartite fra le maggiori potenze europee che istituiscono perfino eserciti specificatamente coloniali per il controllo e il governo dei propri domini d’oltremare. Anche l’Italia, a pochi anni dall’unificazione, partecipa a questa “zuffa” per l’Africa – scramble for Africa scrive il quotidiano “The Times” nel 1884 – rappresentando un’eccezione a confronto con gli altri paesi dal passato coloniale, per essere giunta all’inizio dell’età dell’imperialismo senza alcun possedimento oltremare.

A confronto con la durata plurisecolare e l’estensione su più continenti degli imperi coloniali delle potenze europee – Spagna, Portogallo, Inghilterra, Francia – l’Italia unificata è interessata alla pagina dell’espansione coloniale solo per circa sessant’anni, durante i quali il sogno di un “oltremare” e la conquista di un “impero” africano si realizzano in possedimenti mantenuti per un periodo assai breve: dal 1882 in Eritrea, dal 1889 in Somalia, dal 1911 in Libia e dal 1935 in Etiopia, ma ovunque mai oltre il 1943. Solo la Germania mantiene possedimenti coloniali per un periodo più breve, dal 1884 al 1918.

Nonostante questo breve lasso di tempo, il sessantennio coloniale italiano riesce a convogliare entusiasmi patriottici di molti italiani e italiane, sogni di fortune e passioni che si scontreranno con una realtà assai meno trascinante: l’oltremare italiano, uno dei più circoscritti geograficamente e dei più poveri economicamente, frutterà vantaggi poco generalizzati e meno duraturi di quanto la propaganda andava asserendo. Molti italiani subiscono il fascino dell’ignoto e dei viaggi di esplorazione, riferito all’Oriente misterioso e all’Africa sconosciuta, altri puntano al dominio, al prestigio internazionale, ai profitti e agli affari; questi diversi atteggiamenti convergono in un acceso nazionalismo che spinge alla conquista delle basi commerciali sulla costa, da armare e difendere per avanzare nei territori interni, nella speranza di trovare ricchezze naturali e commerciali.

La propaganda colonialista, e in buona parte anche la “storiografia coloniale”, hanno sempre sottaciuto il radicale divario esistente fra l’imperialismo italiano e quello delle altre potenze – evidente a chiunque mettesse mano ad una carta geografica e ai dati statistici internazionali – come se rilevarlo significasse commettere reato di lesa maestà. È per questo motivo che l’origine della tesi storiografica dell’imperialismo italiano debole e “straccione”, ma non per questo meno aggressivo degli altri, è ravvisabile nelle posizioni radicalmente critiche dell’antifascismo clandestino degli anni Trenta, sebbene già espresse da parte socialista e democratica alla fine dell’800.

FONDARE UN IMPERO: LA NUOVA CIVILTÀ E LA MISSIONE CIVILIZZATRICE

La conquista dell’impero, come spazio vitale, essenziale a un progetto totalitario di trasformazione della società, rappresenta un elemento peculiare del fascismo, espresso fin dal 1922 nella tensione a fondare una “nuova civiltà”, quella fascista, e nell’accelerazione impressa da Mussolini a questo processo con la conquista dell’Etiopia fra il 1935 e il 1936. Proprio la guerra coloniale in Africa è rappresentata dal fascismo come il livello più alto del mito di rigenerazione nazionale, il motore primo per il rinnovamento degli italiani, il nuovo contesto per l’elaborazione degli schemi d’ingegneria sociale, nei quali un nuovo tipo di umanità, idoneo alla conquista e al dominio, avrebbe condotto l’Italia a una posizione di supremazia nel contesto europeo. Mussolini, convinto di vivere in una delle cicliche svolte epocali in cui agli italiani era offerta l’occasione di provare la propria virtù dopo secoli di decadenza e di creare una nuova civiltà, decide di affrontare la sfida per portare a compimento la nascita dell’uomo nuovo, dominatore e conquistatore, plasmando il carattere degli italiani con la fede nella religione fascista e la sottomissione alla guida del duce.

E il razzismo nelle colonie (come l’antisemitismo in madrepatria) rappresenta l’iniziativa più radicale del progetto fascista di rigenerazione nazionale e trasformazione degli italiani, nello sforzo di creare una coscienza razziale che eviti “incroci e imbastardimenti” nel processo di espansione dell’impero nel mondo. Secondo l’ideologia fascista Roma avrebbe così organizzato un “grande spazio”, un complesso di nazioni vinte sulle quali esercitare preminenza assoluta allo scopo di incivilirne i popoli e imporre loro i criteri morali e razziali, nonché i valori classicheggianti e di libresca retorica romanistica di cui il fascismo si avvolge fin dalla nascita. Il nuovo ordine fascista, dunque, non si limita al possesso e allo sfruttamento dei territori e dei popoli vinti, ma impone a tutte le province il “genere di vita romano” con i suoi valori politici e culturali e, per quel poco che si traduce in atto, si manifesta come sottomissione violenta di popoli che mai avrebbero potuto mescolarsi e identificarsi con la razza dei conquistatori.

In questo senso il nuovo ordine fascista appare ideologicamente assai vicino a quello nazista, dipendente certamente dal punto di vista militare ed economico, e tributario, anche se in parte, della formulazione intellettuale del progetto di dominazione razziale.

IL NUOVO ORDINE ECONOMICO

Negli intendimenti dei teorici del fascismo anche il nuovo ordine economico dell’Europa, formato da aggregazioni di comunità guidate dalle “grandi” nazioni – Italia e Germania per prime – avrebbe adottato i principi autarchici del regime, riservando alla nazione guida il ruolo di coordinamento direttivo dell’economia. L’organizzazione dello spazio vitale avrebbe così distinto il ruolo economico dei territori europei – da inserire nello spazio vitale dell’integrazione economica – da quelli coloniali dell’Africa, che avrebbero mantenuto le caratteristiche di spazio vitale demografico, poiché politicamente inferiori rispetto a tutti gli altri, a causa dell’”inferiorità razziale”, linguistica e religiosa.

Il fascismo fallisce proprio nei confronti dell’obiettivo scelto per legittimare l’aggressione – la trasformazione delle terre coloniali, in particolare l’Etiopia, in zone di popolamento italiano – non riuscendo ad assicurare un “posto al sole” ai cittadini della madrepatria, né a fornire terre africane al lavoro italiano. L’endemica ribellione e le sacche di resistenza rendono, infatti, impossibile qualsiasi piano di sfruttamento e valorizzazione del territorio conquistato. Eppure, lo sforzo di aggressione all’Etiopia rappresenta il culmine della politica coloniale del fascismo, che conduce la guerra assegnandole un deciso carattere moderno e sull’onda del motto “vendicare Adua”, per coprire la sua politica espansionistica e proclamare la propria superiorità sulla vecchia Italia liberale che appunto quell’Adua aveva subito. Per avere ragione il più rapidamente possibile della resistenza etiope, inferiore tecnicamente ma numericamente consistente e a proprio agio nel territorio, il fascismo non esita a usare i gas; le sanzioni della Società delle Nazioni – giunte tardivamente e con l’esclusione del petrolio, fondamentale in un conflitto moderno – non impediscono al fascismo la continuazione della guerra, sostenuta da una “totalitaria” campagna di stampa e da una mobilitazione di ampie fasce della popolazione italiana.

Nonostante questo, lo sfruttamento economico dei paesi conquistati mostra la pochezza delle realizzazioni del regime: i settori agricolo e manifatturiero rappresentano una quota ristretta del commercio italiano con l’Africa e gran parte dell’attivo è dovuto alle monocolture avviate con rilevanti sostegni pubblici (caffè, cotone, banane, tabacco) e con effetti distorcenti sulle economie locali. Lo scarsissimo sviluppo delle economie coloniali è riscontrabile proprio nelle importazioni di merci dalla madrepatria, per lo più prodotti agricoli, pellame, spezie, che non legittimano un colonialismo dai costi così elevati e che riconferma l’Italia nel ruolo di piccola potenza a economia principalmente di trasformazione, con un mercato ristretto e incapace di competere, per prodotti e tecnologie, sui più ampi e ricchi mercati delle altre potenze coloniali.

MEMORIA DELLE COLONIE

Dalla seconda guerra mondiale l’Italia esce come unica potenza coloniale europea sconfitta.

Amministrativamente prese in carico dalla Gran Bretagna, la possibilità di restituzione delle colonie alla madrepatria prebellica si scontra con l’irritazione anglo-americana di fronte alle pretese di un’Italia corresponsabile del sovvertimento dello scacchiere internazionale. Perse dunque le colonie e ottenuta l’amministrazione fiduciaria per un decennio della sola Somalia, il più povero dei vecchi possedimenti, non si apre in Italia un vero e proprio dibattito sul colonialismo, liberale e fascista, come invece accade, anche con forti divisioni interne, sia in Francia, sia nel Regno Unito. In Italia manca sostanzialmente una “decolonizzazione” della memoria: in diversi ambienti prevale il confronto con gli altri solidi imperi coloniali che si risolve con l’irresponsabile minimizzazione del passato imperiale fascista e con l’autoassoluzione fondata sulla retorica della “brava gente italiana” che in Africa si era impegnata in infrastrutture e investimenti. Con gli inizi degli anni ’90 gli archivi coloniali, a lungo appaltati dagli stessi eredi dei circoli espansionisti, sono aperti a tutti gli studiosi e la messa a punto storiografica operata dagli storici fin dagli anni ’60 diventa patrimonio del paese.

Riferimenti bibliografici

A. Del Boca, Gli italiani in Africa orientale. La conquista dell’Impero, vol. 2, Laterza, Roma-Bari, 1979.

E. Gentile, Il culto del littorio La sacralizzazione della politica nell’Italia fascista, Laterza, Bari, 2009.

N. Labanca, Oltremare Storia dell’espansione coloniale italiana, Il Mulino, Bologna, 2002.

N. Labanca, Storia dell’Italia coloniale, Fenice 2000, Milano, 1994.

D. Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940-1943), Bollati Boringhieri, Torino, 2003.

Risorse on line

http://www.memoriecoloniali.org/kcms/Temp/Elenchi/03b252b7243d4ad4a413b65bebc5ce17/Kid_video/moxa/index.htm

http://www.comune.modena.it/museofigurina

http://www.raistoria.rai.it/articoli/fascismo-la-conquista-delletiopia/7726/default.aspx

http://www.giochidelloca.it/scheda.php?id=1053

Testo per gli allievi

La conquista coloniale dell’Etiopia 

A differenza delle altre potenze europee, che fra le due guerre mondiali mirano a valorizzare i propri possedimenti d’oltremare sfruttandoli economicamente, l’Italia fascista adotta una politica di conquista coloniale. Secondo la parola d’ordine del Duce, “era giunta l’ora di mettere il paese sul “piano dell’impero”. L’obiettivo più immediato fu, dunque, quello di concretizzare i proclami sulla superiorità della civiltà fascista e sull’avvenire imperiale di Roma. Per il fascismo, l’Italia doveva essere una grande potenza, finalmente vincitrice. Doveva ribaltare l’umiliante sconfitta di Adua del 1896, opera dello stato liberale.

Così, subito dopo il decennale della Marcia su Roma – che proietta sull’opinione pubblica internazionale un’immagine romano-imperiale del fascismo – Mussolini avvia nel 1934 un piano per la colonizzazione dell’Etiopia che, oltre a rafforzare il prestigio militare del regime, serva a ricercare nuove fonti di materie prime e nuovi mercati per i prodotti italiani.

Il 2 ottobre 1935 Mussolini annuncia l’inizio della guerra di conquista dell’Etiopia e il 5 maggio 1936 dal balcone di palazzo Venezia ne proclama la fine, celebrandola come la “guerra dei sette mesi” per indicarne la brevità. In realtà, la guerra che costituisce la colonia dell’Africa orientale italiana (AOI) – unione di Etiopia, Somalia ed Eritrea – costa all’Italia un enorme sforzo militare, logistico e finanziario e si caratterizza per l’uso di mezzi bellici vietati dalla Società delle Nazioni e per le atrocità commesse dall’esercito italiano, giustificate in nome di una presunta civilizzazione della popolazione etiope.

Già prima dell’avvio dell’avventura coloniale la figura dell’”altro” e l’immagine dell’Africa misteriosa sono presenti in Italia negli stereotipi e nelle percezioni delle masse popolari e del comune sentire, come anche della cultura più erudita. Il fascino dell’esotico si nutre in generale del senso di meraviglioso e avventuroso legato al mito della frontiera di espansione della civiltà bianca e, in particolare, attinge all’evocazione di deserti e di palmizi, di animali esotici e di oasi, di foreste equatoriali impenetrabili e di savane infinite, cui è associato il senso del rischio connesso a ogni contatto tra l’europeo e il “selvaggio” nero o l’”infido” arabo. Su tutto primeggia l’aspettativa di ricchezze sconfinate che la penetrazione nei territori esotici sembra promettere – prodotti agricoli, pellame, spezie – mentre, collegato all’esplorazione e alla conquista, il miraggio sessuale di donne disponibili lascia presumere un atteggiamento sottomesso e remissivo di tutta la popolazione indigena.

A fronte di questo immaginario, che connette direttamente la conquista al prelievo di ricchezze da convogliare in madrepatria, la colonia dell’AOI si caratterizza soprattutto per la diversità degli ambienti e per un unico elemento in comune rappresentato dalla povertà di grandi risorse naturali, che difficilmente avrebbero potuto originare grandi arricchimenti. Unica eccezione, l’Etiopia, ricca di risorse economiche che il regime cerca di sfruttare, investendo in infrastrutture e in colture agricole (caffè, cotone, banane, tabacco), sebbene con scarsa redditività, a causa del tempo di dominio troppo breve e delle scelte economiche incerte e deboli adottate dal regime. Nonostante questo, le conseguenze sui colonizzati sono quelle tipiche di ogni processo di colonizzazione: la distruzione dell’economia tradizionale e dei secolari legami sociali e geografici, nonché la perdita delle terre migliori e delle risorse più preziose.

Documenti

Alla conquista economica dell’Impero, gioco dell’oca – percorso di 95 caselle numerate che celebra i fasti dell’Impero, pubblicitario della Ditta Liebig, materiale: carta, dimensioni: 400×550, depositato al Ministero Stampa e Propaganda, stampatore Officine Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo, 1937. Documento conservato al Museo della Figurina di Modena.

Attività didattica

Contestualizzazione

Rintraccia e apponi segnalibri nelle pagine del manuale che trattano il tema di questo studio di caso e comincia ad abbozzare una mappa concettuale indicando i settori nel quale è inserito: narrazione degli argomenti, sezioni concettuali (ad esempio, imperialismo, totalitarismi), approfondimenti, proposte laboratoriali, box informativi su termini, personaggi e luoghi.

Ricerca anche gli apparati cartografici e, se presente un dossier di documenti, mappa i titoli che si riferiscono al tema.

Nel testo La conquista coloniale dell’Etiopia i riferimenti cronologici agli eventi sono essenziali; ricava dal manuale un cronogramma più dettagliato di questi e dei principali fatti europei del periodo.

Il testo accenna alla “sconfitta di Adua del 1896”. Cerca sul manuale il contesto di espansione imperiale delle potenze europee in cui l’evento si inserisce e rileva le conseguenze della sconfitta sulla politica coloniale italiana.

Suggerimento di lettura narrativa di genere giallo ambientata negli anni della battaglia di Adua: L’ottava vibrazione di Carlo Lucarelli, Einaudi, Torino, 2008.

Il fascismo conia il motto “vendicare Adua”, apparentemente per riscattare l’umiliazione dell’Italia dal più grave insuccesso subito da uno stato europeo nel corso della spartizione dell’Africa; in realtà, per coprire la sua politica espansionistica e fondare un nuovo ordine fascista nel Mediterraneo e nelle colonie. Sviluppa brevemente questa argomentazione aiutandoti con il manuale.

Nel testo è riportato il fascino esotico dell’Africa vissuto nell’immaginario dell’epoca: mettilo in relazione con le immagini dell’apparato iconografico e con i documenti del dossier che nel manuale vi si riferiscono.

Rapporto fra testo e documento

Apponi i numeri delle caselle del gioco in corrispondenza delle parti del documento che si riferiscono a risorse agricole, combustibili, minerarie, preziose.

Il testo ci parla del senso di rischio associato al contatto con l’”altro” e la storiografia ci riporta l’impossibilità per il fascismo di pianificare lo sfruttamento dell’Etiopia a causa della ribellione e della resistenza opposta dagli etiopi: trovi corrispondenza su questi argomenti nelle caselle del gioco? Quali difficoltà, rischi e pericoli per i conquistatori vi sono rappresentati?

Lavoro sul documento

Il percorso di gioco fa partire i colonizzatori da Napoli per sbarcarli a Massaua, attraverso il canale di Suez: rintraccia nel manuale le notizie sulla sua realizzazione.

Che cosa fa pensare il fatto che la Ditta Liebig, del settore alimentare, propagandi la conquista coloniale per il tramite di un gioco molto diffuso tra l’infanzia?

Nel classico gioco dell’oca la casella numero 58 rappresenta la morte, anche questo non fa eccezione, quale logica è possibile cogliere?

La lettura del testo e delle parti selezionate del manuale permette di raccogliere nuovi dati: potresti utilizzare quelli maggiormente significativi per integrare le caselle vuote del gioco.

Prova a ripensare tutto il gioco dal punto di vista dei colonizzati, sostituendo la figura del conquistatore – che pensa solo di accaparrare ricchezze per sé e per la patria – con quella degli etiopi: dal testo e dal manuale puoi trarre gli elementi per la riscrittura delle caselle.

Integrazione del testo

Dall’analisi del documento e dalla lettura delle parti selezionate del manuale puoi rilevare la discrepanza fra le aspettative di arricchimento che il fascismo propaganda nella campagna coloniale e gli obiettivi effettivamente raggiunti: integra il testo specificando i motivi (geografici, politici, economici, temporali) che condizionano i risultati dello sfruttamento economico delle colonie italiane.

I ragazzini che negli anni ’30 giocavano a questo gioco potevano evidentemente immedesimarsi nei legionari conquistatori e assimilare le ragioni della colonizzazione italiana. All’epoca, la storia coloniale era scritta da storici che giustificavano e sostenevano la costruzione di un impero per l’Italia, spesso proprio per costruire consenso intorno al progetto fascista, ma se uno storico “fuori dal coro” avesse potuto far circolare il testo La conquista coloniale dell’Etiopia, quali passaggi lascerebbero sorpresi i ragazzi e quali potrebbero essere contestati? Sottolineali e rifletti sul fatto che fino agli anni’70 non abbiamo potuto disporre di una ricostruzione storiografica complessiva della vicenda degli italiani in Africa.

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Dati articolo

Autore:
Titolo: Alla conquista economica dell’Impero. La guerra coloniale in Etiopia
DOI: 10.12977/nov76
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Numero della rivista: n. 4, giugno 2015
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo: , Alla conquista economica dell’Impero. La guerra coloniale in Etiopia, Novecento.org, n. 4, giugno 2015. DOI: 10.12977/nov76

INDICI

n. 8, agosto 2017
EDITORIALI
DOSSIER DEL N. 8 DELLA RIVISTA
ITALIA DIDATTICA
PENSARE LA DIDATTICA
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n. 7, febbraio 2017
Italia repubblicana, 70 anni di storia da insegnare Dossier del n. 7 della rivista
La violenza di stato nel Novecento: lager e gulag Dossier del n. 7 della rivista
Pensare la didattica
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Didattica in classe
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Il genocidio armeno Dossier del n. 6 della rivista
La linea gotica fra ricerca e didattica Dossier del n. 6 della rivista
Pensare la didattica
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Editoriale
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Le relazioni
I laboratori
I gruppi
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
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n. 4, luglio 2015
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Sguardi sul Mediterraneo Gli studi di caso
Uso pubblico della storia
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Didattica in classe
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A cura di Carla Marcellini e Giovanni Palmieri

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