Select Page

Stato e mercato: modelli di sviluppo in atto e cambiamenti necessari

Stato e mercato: modelli di sviluppo in atto e cambiamenti necessari
Abstract

Affrontare il rapporto fra Stato e Mercato, riflettere con le /gli studenti sui modelli di sviluppo in atto e sui cambiamenti necessari è un esercizio utile soprattutto in questo momento in cui la crisi pandemica ci spinge a interrogarci con ancora più urgenza su quale economia e quale crescita siano sostenibili.
E questo è possibile proprio ripercorrendo alcuni momenti importanti nella storia del lavoro e delle lavoratrici e dei lavoratori dal 48 ad oggi, riflettendo sul lavoro e sul suo legame con l’affermazione della persona e con la tutela dei diritti, sempre più messi in discussione da un lavoro che cambia nella qualità e nelle modalità, e che rischia di perdere la sua caratteristica portante di strumento di partecipazione e di orientamento umano e politico.

_________________________

Dealing with the relationship between the State and the Market, reflecting with the students on the development models in place and the necessary changes is a useful exercise, especially at this time when the pandemic crisis is forcing us to ask ourselves even more urgently about which economy and growth are sustainable.
And this is possible precisely by retracing some important moments in the history of work and workers from 48 to the present, reflecting on work and its link with the affirmation of the person and with the protection of rights, which are increasingly called into question by a work that is changing in quality and modalities, and which risks losing its fundamental characteristic as an instrument of participation and human and political orientation.

INTRODUZIONE

Le parole che guidano questo percorso sono Stato e Mercato, coppia di termini di incalzante attualità, ancor più in questa primavera del 2021, mentre siamo entrati nel vivo delle politiche che decideranno l’impiego dei fondi europei e le strategie economiche di più ampio respiro necessarie per arginare le conseguenze della pandemia. L’occasione per questo lavoro nasce dal laboratorio che l’ISRT di Firenze ha tenuto nell’ambito della Summer School del 2020, e che chiedeva una riflessione a partire proprio da queste parole. Quali settori di investimento e di sostegno, quale ruolo affidare allo Stato, come pensare e ripensare il mercato tenendo conto anche della gravità della crisi climatica in atto: sono questioni apertissime e urgenti, che devono fare il loro ingresso anche a scuola. Parlare di Stato e Mercato significa infatti anzitutto mettere a fuoco il sistema in cui siamo immerse e immersi, valutare il suo impatto nel presente e riflettere sulle azioni possibili per pensare e realizzare uno sviluppo sostenibile.

Se da un lato questa tematica può essere affrontata a partire dalla Costituzione e dal ruolo che la nostra Carta assegna al rapporto tra Stato, mercato, lavoro e diritti; dall’altro è utile inquadrarla alla luce dei concetti di sostenibilità, di sviluppo sostenibile e degli obiettivi fissati nell’Agenda 2030. Costituzione, sostenibilità e Agenda 2030 costituiscono peraltro due degli assi che le nuove linee-guida del MIUR hanno individuato per l’Educazione civica in classe.

«L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro»: la riflessione sul lavoro è sicuramente uno dei cardini intorno a cui costruire a scuola le attività relative al 1° asse, a partire dal valore che ad esso attribuisce la nostra Costituzione, cercando poi di ricostruire, in una prospettiva storica, come questo è stato declinato e vissuto negli anni dal ’48 ad oggi.

Il secondo asse delle linee guida per l’Educazione Civica richiama, come è noto, l’Agenda 2030, la quale pone a tema la necessità di una revisione profonda del modello di sviluppo in essere, senza la quale non è possibile guardare alla costruzione di un futuro per l’umanità e per il pianeta. In questo senso, è urgente svolgere a scuola una riflessione sulle trasformazioni sociali ed economiche necessarie per attuare uno sviluppo sostenibile, urgenza che la pandemia rende ancora più manifesta. In questo senso, il secondo asse si integra felicemente nella prospettiva in cui abbiamo scelto di inquadrare il primo: quella del lavoro, della sua evoluzione storica in Italia, della situazione globale, della sua centralità nella costruzione di un modello sostenibile, e quella dei rapporti fra lo Stato, gli Stati e un mercato sempre più svincolato dalle regole e dall’economia reale.

 

TEMATICA

LAVORO e CITTADINANZA

Lavoro e sovranità popolare sono delineati in apertura della nostra Carta costituzionale come i fondamenti della legittimità democratica. Un incipit rivoluzionario.

Nel precedente costituzionalismo liberale italiano ed europeo, infatti, il lavoro era svalutato oltre che sfruttato tanto che cittadino titolare del diritto di voto doveva considerarsi solo chi era padrone di sé, dunque che chi avesse una qualche proprietà che gli procurasse da vivere senza dover vendere ad altri le proprie forze. La nostra Costituzione ribalta questa concezione, a fa del lavoro fattore essenziale della dignità della persona: il lavoratore non è più mero prestatore d’opera dietro compenso, ma cittadino che nello svolgimento dell’attività lavorativa consegue dignità sociale, realizza la propria personalità, contribuisce al benessere collettivo (articoli 1, 4, 35-40).

STATO e MERCATO

Al Titolo III della Carta troviamo gli articoli che regolano i rapporti economici, e dunque i diritti dei lavoratori, dei proprietari, degli imprenditori e dei risparmiatori. In questo complesso di norme si delinea un vero e proprio programma di garanzia di libertà, dignità e partecipazione attraverso il lavoro. Principi basilari che a partire dall’immediato dopoguerra hanno trovato una forte resistenza alla loro applicazione da parte dei poteri datoriali e per anni la Costituzione è rimasta ‘fuori dai cancelli delle fabbriche’.

STATUTO DEI LAVORATORI (L 300/1970)

Nel 1952, a quattro anni dall’entrata in vigore della Costituzione, Giuseppe Di Vittorio propone uno “Statuto dei diritti dei lavoratori”: era chiaro quanto fosse necessario tenere insieme la crescita economica con le garanzie per chi la doveva attuare. Passarono però diciotto anni prima che tale proposta diventasse realtà e venisse votato lo Statuto dal Parlamento. In questo arco di tempo l’economia italiana era cresciuta con grande rapidità, ma gli anni del boom erano stati accompagnati da crescenti conflitti sociali proprio perché le imprese non riconoscevano salari e diritti all’altezza degli sforzi dei lavoratori, e anzi si tendeva scaricare su di loro (e sul loro salario) ogni difficoltà aziendale o del ciclo economico.

La legge 300/70 giunse così al termine di un percorso difficile che negli anni del miracolo economico aveva visto parallelamente la progressiva crescita organizzativa e rivendicativa del movimento dei lavoratori. Con lo Statuto si riscrissero le regole del mercato del lavoro per tutelare i lavoratori, dando in realtà la prima e vera attuazione dei principi e delle norme costituzionali sul lavoro. Esso infatti afferma la libertà di opinione, garantisce la libertà e ladignità dei lavoratori contro ogni tipo di controllo, fornisce garanzie per controlli sanitari e per il procedimento disciplinare, vieta le indagini sulle opinioni, e dà un valore concreto al lavoro considerandolo imprescindibile della personalità umana. Potrebbe sembrare una ripetizione del dettato costituzionale; ma quella nuova norma non era in quel momento ripetitiva né pleonastica: era necessario ribadire i principi costituzionali sia perché la prassi ne era lontana, sia perché era necessario limitare e razionalizzare l’ampio potere gerarchico che il Diritto del lavoro riconosce al datore di lavoro sull’altra parte.

Proprio come la Costituzione economica (il Titolo III), anche lo Statuto dei Lavoratori ha ricevuto molti attacchi, e da subito. Certamente proprio gli stessi anni Settanta che si aprono con la sua approvazione sono anni non facili che vedranno presto la conclusione della parabola dei Trenta gloriosi e pesanti crisi all’orizzonte che non hanno agevolato la sua vita.

Ma anche oltre gli anni Settanta, l’ostilità verso lo Statuto non è mai venuta meno nel tempo: si è sostenuto che lì vi si trovasse codificato un eccesso di tutele oramai rese obsolete dall’evoluzione tecnologica, divenute perfino cause ostative allo sviluppo dell’economia, e pure responsabili di costringere lo stesso sistema economico a collocare fuori da quel sistema di garanzie un mercato sempre crescente di giovani.

Negli ultimi trent’anni poi il vento ha soffiato in direzione ostinata e contraria alle conquiste dello Statuto, tornando a definire lavoro e salario come variabili dipendenti del sistema, e quindi grandezze su cui deve scaricarsi l’onere dell’aggiustamento degli squilibri macroeconomici del mercato.

L’idea di fondo è stata quella che per far crescere l’occupazione si debbano rimuovere quelle cause ostative, e che dunque i diritti dei lavoratori si possano trascurare in nome di una crescente area di nuovi lavori e di nuova mobilità tra i paesi: la cancellazione delle tutele presentata come innovazione contro la rigidità del passato.

E ora possiamo dire che austerità, liberalizzazione e flessibilità – che hanno riportato il lavoro ad essere variabile dipendente – non hanno risolto i problemi del Paese, hanno piuttosto portato a una accentuazione della redistribuzione dei redditi a vantaggio dei profitti e delle rendite e a svantaggio della quota dei ricavi da lavoro, determinando un generale e sempre crescente aumento delle disuguaglianze.

Il problema della crisi del lavoro si inserisce oggi in una ben più ampia crisi che tocca moltissimi aspetti della vita, economici e sociali, ambientali ed etici, relativi alla salute e alla giustizia.

Si rende necessario un coraggioso e profondo ripensamento del paradigma di sviluppo e di welfare, divenuto insostenibile dal punto di vista sociale ed ambientale. È oramai sempre più stringente la necessità di individuare ed attuare un modello di sviluppo che sia in grado di coniugare il benessere e la dignità umana con il rispetto e la tutela dell’ambiente, i diritti per tutte e tutti con i doveri verso le generazioni future.

In questa transizione ecologica riveste ancora un ruolo centrale il lavoro che deve essere liberato da qualsiasi forma di schiavitù riproposta sempre con nuove spoglie. Occorre ‘semplicemente’ attuare e attualizzare la Costituzione nei suoi principi e valori fondamentali, che padri e madri costituenti ci hanno indicato con grande lungimiranza. E forse bisogna imparare anche a distinguere bene e non confondere i valori con i modelli sociali.

Sviluppo sostenibile

Si tratta insomma di pensare e realizzare quello che comunemente si definisce ‘sviluppo sostenibile’. Ma questa iunctura, pur così utilizzata, nel nostro paese viene raramente impiegata nel suo pieno significato. Con sostenibilità si tendono infatti a identificare – quantomeno nell’opinione comune anche delle ragazze e dei ragazzi – questioni, soluzioni, azioni di tipo strettamente ambientale, come ad esempio la riduzione delle emissioni o della plastica all’interno però di un sistema socioeconomico che potrebbe rimanere sostanzialmente immutato. È un’idea di sostenibilità tanto diffusa quanto angusta e, in buona sostanza, errata. E i limiti di questa visione saltano subito agli occhi se solo si osservano i 17 obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile contenuti nell’Agenda 2030 sottoscritta nel 2015 da tutti i paesi membri dell’ONU.

Dopo aver quindi visto come il rapporto fra stato e mercato, e fra sviluppo, lavoro e diritti, è inquadrato nella nostra carta costituzionale e come si è evoluto nella storia del nostro paese dal secondo dopoguerra a oggi, è proprio sul concetto di sostenibilità e sull’Agenda 2030 che si sceglie di focalizzare l’attenzione, allargando lo sguardo verso una dimensione globale e provando a riflettere sulle prospettive per il futuro.

 

Gli obiettivi che i paesi membri delle Nazioni Unite si sono prefissati di raggiungere entro i prossimi 9 anni riguardano naturalmente la gravissima crisi climatica in atto, la tutela degli ecosistemi terrestri e acquatici, la salvaguardia delle risorse idriche del pianeta, ma parlano anche di dignità del lavoro, di riduzione delle disuguaglianze, di istruzione di qualità, di uguaglianza di genere, di consumo e produzione responsabili…

È quindi anzitutto opportuno chiedersi quale sia un modo corretto di intendere i concetti di ‘sostenibilità’ e di ‘sviluppo sostenibile’. Una buona definizione, ancora valida, nonché la definizione che sottende agli obiettivi dell’Agenda 2030, è quella che viene fornita dal Rapporto Bruntland del 1987, resoconto dei lavori della Commissione Mondiale Ambiente e Sviluppo istituita nel 1983 da una risoluzione delle Nazioni Unite. Nel rapporto, che porta il titolo di Our Common Future e il nome della presidente della commissione, la prima ministra norvegese Gro Harlem Bruntland, troviamo la seguente definizione:

Sustainable development is development that meets the needs of the present without compromising the ability of future generations to meet their own needs[1]

Lo sviluppo è quindi sostenibile se, anzitutto, risponde ai bisogni di tutte e tutti e non solo della parte più ricca del pianeta. Ma questo non basta: il modello di sviluppo adottato deve essere in grado anche di non esaurire le risorse per le generazioni future. L’accesso alle risorse, la soddisfazione dei bisogni deve quindi avvenire nello spazio globale, ma anche nel tempo, garantendo il futuro del pianeta e dei suoi abitanti. Ancora nelle conclusioni, il documento illumina più chiaramente il concetto:

The satisfaction of human needs and aspirations is the major objective of development. The essential needs of vast numbers of people in developing countries for food, clothing, shelter, jobs – are not being met, and beyond their basic needs these people have legitimate aspirations for an improved quality of life. A world in which poverty and inequity are endemic will always be prone to ecological and other crises. Sustainable development requires meeting the basic needs of all and extending to all the opportunity to satisfy their aspirations for a better life.[2]

È una riflessione che ci appare oggi quasi profetica, eppure è una mera constatazione. La constatazione che la ‘normalità’ che abbiamo praticato ci ha esposto e ci espone a crisi: crisi pandemica, climatica, migratoria.

Il documento viene sottoscritto nel 1987: è bene ricordare che le conferenze delle Nazioni Unite si occupano di sviluppo e sostenibilità fino dal 1972 (conferenza Ambiente umano, Stoccolma). Nel 1992, ovvero dalla conferenza che segue immediatamente il rapporto Brundtland, si parla di Ambiente e sviluppo (conferenza di Rio de Janeiro) ed è la prima conferenza in cui lo sviluppo sostenibile è declinato nei suoi tre ambiti di pari importanza: ambiente, società, economia. Sempre nel 1992 i paesi membri sottoscrivono l’Agenda 21 che è un documento di particolare rilevanza anche per la scuola: al capitolo 36, il più ampio dell’intero trattato, si istituisce l’ESD, l’Educazione allo Sviluppo Sostenibile, definito come

the contribution of the world’s education systems, public awareness systems, training systems to enable us to learn our way towards a more sustainable future.[3]

Dal 2002 (Conferenza di Johannesburg) l’UNESCO è l’organismo incaricato di coordinare gli sforzi per l’ESD. Nel 2009 l’UNESCO sceglie di dedicare la Conferenza mondiale di Bonn interamente all’educazione allo sviluppo sostenibile[4].

Nel 2015 viene finalmente sottoscritta l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, e l’ESD, divenuto GAP (Global Action Program), viene integrato nel target 4.7:

by 2030 all learners acquire knowledge and skills needed to promote sustainable development, including among others through education for sustainable development and sustainable lifestyles, human rights, gender equality, promotion of a culture of peace and non-violence, global citizenship, and appreciation of cultural diversity and of culture’s contribution to sustainable development.[5]

Dal 2020 il MIUR ha inserito nell’asse n. 2 delle nuove linee guida per l’Educazione Civica l’esplicito richiamo all’Agenda 2030 e alla sostenibilità.

La scuola è quindi investita di un ruolo attivo e di primo piano per l’attuazione dell’Agenda 2030: è forse questa la prima consapevolezza che è necessario sviluppare nelle nostre classi. In secondo luogo è opportuno riflettere sui tre aspetti della sostenibilità e sulla loro interrelazione e interdipendenza: ambiente, società, economia.

È una buona pratica chiedere alle/agli studenti di leggere gli obiettivi uno per uno e di assegnarli a ciascun ambito: ambientale, sociale, economico.

Seppure alcuni goals possano essere ascritti a più di un ambito, tuttavia c’è sempre un aspetto prevalente. È interessante notare la loro distribuzione quantitativa, come mostrata in questo grafico:

 

Quattro obiettivi ambientali stanno alla base della piramide, perché senza la tutela del pianeta nessuna azione è possibile. Quattro obiettivi economici succedono, conseguono – in questa rappresentazione- agli obiettivi ambientali e sociali.

È la società che chiede il maggior numero di trasformazioni e azioni. Sono ben otto gli obiettivi di ordine sociale: fine della fame e della povertà, uguaglianza di genere, istruzione di qualità, pace, salute e benessere. È quindi impossibile parlare di sostenibilità e sviluppo sostenibile senza affrontare questioni cruciali come le migrazioni, le guerre, le eredità pesanti dei colonialismi, il rapporto tra paesi ricchi e paesi poveri e tra ricchi e poveri, in un mondo che vede le disuguaglianze in preoccupante crescita.

Nello specifico della tematica che viene affrontata in questo laboratorio, ci si è concentrati in particolare sui modelli di sviluppo e sui seguenti obiettivi: n. 8, Lavoro dignitoso e crescita economica; n. 9, Industria, innovazione e infrastrutture; n. 10, Ridurre le disuguaglianze; n. 12, Consumo e produzione responsabili.

 

POSSIBILE PROPOSTA DI LAVORO

DOCUMENTI

I documenti e la scheda di lettura che proponiamo come spunti di riflessione e approfondimento sono stati pensati per un laboratorio all’interno di una formazione rivolta a docenti. Abbiamo voluto scegliere fonti che fossero utilizzabili nelle classi, ma che permettessero riflessioni aperte, in modo che ogni docente possa scegliere il taglio, la prospettiva, la declinazione migliore per il proprio lavoro, i propri obiettivi, le proprie classi. Le fonti sono state suddivise in quattro gruppi intorno a due temi:

  1. lavoro e diritti (Gruppo 1A e 1B)
  2. modelli di sviluppo (Gruppo 2A e 2B).

I testi selezionati permettono prima di tutto di sviluppare una lettura storica e critica della situazione in cui viviamo, e poi in un secondo momento di costruire sulle riflessioni nate delle proposte di vita e sviluppo alternative e sostenibili.

 

LAVORO E DIRITTI

Gruppo 1 A – A cinquant’anni dallo Statuto dei Lavoratori

Il primo dossier di fonti vuole mostrare la situazione dei diritti sul lavoro in una prospettiva storica. Così proponiamo un estratto da un intervento di Di Vittorio del 1952; un brano da Non è lavoro, è sfruttamento, di Marta Fana e alcuni stralci da Amianto di Alberto Prunetti.

(cartellina 1A)

Gruppo 1 B Il lavoro al centro

Nel secondo dossier l’attenzione va alle prospettive possibili per tornare a mettere al centro la questione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, con una riflessione a partire dalla Carta universale dei diritti del lavoro proposta dalla CGIL, dall’obiettivo 8 dell’Agenda 2030 (Lavoro dignitoso e crescita economica), dalla proposta di un salario minimo avanzata da Marta e Simone Fana in Basta salari da fame.

(cartellina 1B)

 

MODELLI DI SVILUPPO

Gruppo 2A I limiti dello sviluppo

Il dossier parte dalla riflessione che Pier Paolo Pasolini svolge intorno alla differenza dei termini e dei concetti di progresso e di sviluppo in uno scritto del 1975. Nel 1972 era uscito I limiti dello sviluppo, uno studio del club di Roma che per la prima volta mette in discussione il paradigma della crescita economica infinita. I primi anni ‘70, teatro anche della crisi petrolifera, rappresentano sicuramente un momento cruciale per la storia dello sviluppo sostenibile, incarnata anche dalla conferenza ONU Ambiente e Sviluppo del 1972, da cui nascerà, attraverso una lunga genesi che si snoda fino al 1987, lo stesso Rapporto Brundtland.

(cartellina 2A)

Gruppo 2B. Quale modello di sviluppo

In conclusione, una riflessione propositiva, ipotizzando nuovi modelli di sviluppo capaci di coniugare benessere individuale e collettivo con il rispetto del pianeta, diritti per tutte e per tutti con i doveri verso l’ambiente, sviluppo, crescita e opportunità nel presente con la vita delle generazioni future. Molte domande rimangono aperte e vengono sottoposte alla discussione delle/degli studenti: è possibile coniugare capitalismo e sostenibilità? Quanto radicale è il cambiamento necessario a costruire un futuro sostenibile? Quanto siamo disposti ad accettarlo? Qual è la normalità cui aspirare, ora che la pandemia ha stravolto la nostra quotidianità?

(cartellina 2B)

CONCLUSIONI

Le fonti che abbiamo proposto possono inserirsi all’interno di varie tipologie di percorsi di educazione civica, aiutando le/gli studenti ad affrontare temi complessi e al tempo stesso cogenti, aiutandole/i a collocarli in una dimensione storica e critica. La crisi che stiamo vivendo ha e avrà ancora un impatto devastante sul mondo del lavoro, già messo a dura prova da una serie di rivoluzioni e cambiamenti socio-economici degli ultimi decenni. Eppure il lavoro dignitoso deve rimanere un «faro sicuro per chi crede nella democrazia e nella lotta per il cambiamento» (E. Macaluso).

Di fronte alle incognite e alle incertezze che si profilano all’orizzonte, non bisogna dimenticare anche le opportunità e le strategie che possiamo e dobbiamo saper cogliere, abituandoci insieme alle/ai discenti a ripensare con coraggio il paradigma di sviluppo e di welfare dominanti e a illuminare percorsi e codici inediti, con le bussole orientate verso un futuro possibile e sostenibile e il bagaglio prezioso che la Costituzione ci ha lasciato.

 

Bibliografia
  • L. Baldissara e M. Battini (a cura di), Lavoro e cittadinanza. Dalla Costituente alla flessibilità: ascesa e declino di un binomio, Feltrinelli, Milano 2017
  • Altero Frigeri e Roberta Lisi (a cura di), Lavorare, è una parola, Un alfabeto corale a cinquant’anni dallo Statuto dei lavoratori, Donzelli,  Roma 2020
  • A. Prunetti, Amianto, Alegre, Roma 2014
  • M. Fana, Non è lavoro, e sfruttamento, Laterza, Bari-Roma 2017
  • M. Fana, Basta salari da fame, Laterza, Bari-Ro,a 2019
  • E. Stiglitz, Popolo potere e profitto. Un capitalismo progressista in un’epoca di malcontento, Einaudi, Torino 2020
  • Monbiot, Riprendere il controllo. Nuove comunità per una nuova politica, Treccani, Roma 2019

 

Sitografia:

 


Note:

[1] Report of the World Commission on Environment and Development: Our Common Future, p. 41. Il documento è consultabile a questo indirizzo: http://www.un-documents.net/our-common-future.pdf

[2] Report of the World Commission on Environment and Development: Our Common Future, p. 41

[3] https://sustainabledevelopment.un.org/content/documents/Agenda21.pdf, cap 36, p.320 e ss.

[4] https://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/educazione_ambientale/dichiarazione_bonn_ita.pdf. I risultati della conferenza di Bonn vengono recepiti nel 2010 dalle Conclusioni del Consiglio d’Europa del 19 novembre 2010 sull’educazione allo sviluppo sostenibile, che chiede a tutti gli stati membri di integrare l’ESD nei propri sistemi di istruzione e formazione. cfr. https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:C:2010:327:0011:0014:EN:PDF

[5] https://www.globalgoals.org/4-quality-education