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Il caso Bartali e la responsabilità degli storici

Il caso Bartali e la responsabilità degli storici

Copertina del volume

David Bidussa, Stefano Pivato, Nicola Sbetti, John Foot, Carla Marcellini, Gianluca Fulvetti
Il caso Bartali e la responsabilità degli storici
Castelvecchi, 2021.

Cosa sarebbe la storiografia contemporanea – e in particolare la storia delle donne, delle classi operaie e bracciantili, delle componenti marginali ed emarginate della società, dei movimenti clandestini, delle migrazioni, della Resistenza e della Shoah – senza i diari, le lettere, le cartoline e gli scritti, senza le testimonianze orali, dirette e indirette? Senza una memoria che faccia emergere a più dimensioni i protagonisti, le situazioni e le condizioni dell’esistere e dell’agire? Avremmo oggi difficoltà a immaginare una storia che ignori l’insostituibile portato delle fonti memoriali, entrate a far parte degli strumenti dello storico che ne coglie il valore e ne verifica l’attendibilità, ne misura la diffusione o ne valuta l’originalità. Che filtra, analizza, compara, riporta a sintesi e divulga i risultati.

Vari segnali, tuttavia, indicano che questa osmosi fra storia e memoria comincia a incrinarsi. Che il terreno di un incontro virtuoso e prolifico sta divenendo scivoloso. Che talvolta la memoria – più rapida e più empatica della storia – con il suo linguaggio spontaneo, semplice e immediato, utilizzata in modo diretto e senza l’intermediazione disciplinare, sta lentamente prendendo il posto della storia. Che la semplificazione si sta sostituendo alla consapevolezza della complessità. E che gli storici più avveduti hanno da tempo cominciato a interrogarsi.

Nel pamphlet Il caso Bartali e la responsabilità degli storici (Castelvecchi, 2021, pp. 94, disponibile anche in ebook), David Bidussa, John Foot, Gianluca Fulvetti, Carla Marcellini, Stefano Pivato e Nicola Sbetti focalizzano l’attenzione sulle domande fondamentali relative al senso e al ruolo della storia oggi, ma anche al modo in cui si produce e si propone il racconto storico. Ci si chiede se lo scrupolo filologico, da sempre premessa fondamentale del lavoro storiografico, conservi un ruolo centrale nello studio e nella divulgazione storica, non solo rivolta al contesto accademico, dotato degli strumenti critici per smascherarne i tranelli, ma soprattutto indirizzata a quel pubblico variegato e generico che pare chiedere e “consumare” avidamente, in forma occasionale e frammentata, soprattutto attraverso i media, l’informazione storica. E spesso non possiede le chiavi interpretative per scoprirne l’uso strumentale, per capire come «l’accumulo e la somma di singole componenti non verificate o solo parzialmente riscontrate e in cui si dà ragione della realtà»[1] produca sostanzialmente dei falsi.

L’occasione per affrontare questa costruttiva riflessione è stata offerta lo scorso gennaio dalla pubblicazione del libro L’ossessione della memoria. Bartali e il salvataggio degli ebrei: una storia inventata di Marco Pivato e Stefano Pivato (Castelvecchi 2021, pp. 104). Accompagnato da ampia eco mediatica, il volume ha fatto emergere vistosamente il disallineamento fra storia e uso disinvolto della memoria e del suo «accumulo» incontrollato.  Marco Pivato ha dedicato un capitolo ai processi di formazione, permanenza, trasformazione e declino della memoria individuale in base alle ultime scoperte degli studi neuroscientifici. Stefano Pivato ha affrontato invece il «divorzio» ormai consumato fra storia e memoria. Egli afferma che «la ricostruzione del passato non è più compito esclusivo degli storici, ma si affida a memorie ripescate a distanza di decenni, a voci di seconda o di terza mano, al sentito dire: le informazioni false, grazie alla rete, si rincorrono fuori dal ritmo prudente e meditativo della storia. E così può succedere che la favola del campione coraggioso che usa la sua bicicletta per salvare vite diventi nell’immaginario degli italiani una realtà». Il riferimento è a Gino Bartali, chiamato in causa nel sottotitolo. Stefano Pivato assume la vicenda del campione come caso emblematico della costruzione a posteriori di un mito cresciuto e alimentato nei contesti delle tifoserie sportive, tradizionalmente avide di iperboli, e diffuso ad amplissimo raggio fino a perdere traccia delle sue origini. Perché tutti, in fondo, hanno bisogno di miti e di eroi e l’atleta fiorentino ne possedeva tutte le doti. Particolarmente arduo è dunque il compito di decostruirne l’impalcatura: come dice John Foot, «la sensazione generale è che nulla cambierà. Il libro di Pivato verrà ignorato. Il mito Bartali durerà. Potrebbe ancora essere fatto santo»[2]. Il ruolo dei miti e delle leggende nello sport è approfondito da Nicola Sbetti che si chiede perché in questo campo i miti proliferino così facilmente e come mai l’approccio memorialistico sovrasti quasi completamente quello storico, concludendo che «lo sport si nutre dei propri miti e delle proprie leggende. Non solo la chiacchiera sportiva tende a esaltare l’elemento soggettivo o il ricordo nostalgico, ma talvolta sono le stesse istituzioni sportive a creare quel ‘brodo di cultura’ favorevole alla perpetuazione di narrazioni astoriche»[3].

Come prevedibile, il libro ha infatti suscitato reazioni indignate che hanno occupato le prime pagine dei giornali e catturato l’attenzione dei media, non solo italiani. Il centro dell’attenzione, tuttavia, non è stato il dibattito sul tema storiografico del rapporto fra storia e memoria, cui il caso Bartali offre spunti emblematici di riflessione, bensì come possa uno storico, accampando dubbi sulle fonti, mettere in discussione un mito universalmente riconosciuto. I commenti, a tratti fortemente polemici, si sono concentrati quasi esclusivamente sulla vicenda di Bartali, perdendo completamente di vista il vero tema del volume. Il caso particolare ed eclatante, mediaticamente attraente e spendibile, ha distratto l’attenzione dalla complessità del dibattito. Grazie a questa semplificazione e indipendentemente dalle proprie competenze storiografiche, ciascuno ha potuto prendere parte a una polemica succulenta e senza esclusione di colpi.

Con Il caso Bartali e la responsabilità degli storici, gli autori accolgono invece l’invito di Pivato a ricondurre il confronto nell’ambito scientifico, comunicativo e didattico del fare e dell’insegnare storia. Gianluca Fulvetti, si interroga sulla legittimità dei dubbi manifestati da Stefano Pivato e, condividendoli, ricorda come non si tratti di creare o alimentare un conflitto fra storia e memoria, ma di essere consapevoli che la memoria di fatti lontani nel tempo è soggetta a rilettura da parte degli stessi testimoni, «perché questi vivono nel presente, riannodano i loro ricordi sulla base delle sollecitazioni quotidiane, in particolare di quelle pubbliche che ambiscono a selezionare pezzi di passato per farne magari il volano di costruzione di nuove identità; sono insomma esposti a ‘metamorfosi involontarie’»[4]. Nel caso di Bartali, non è la storia ricostruita, verificata e divulgata a dare origine al mito, ma «il mito ha preceduto la storia. L’ha ampliata, deformata, ingigantita. E quando il mito diventa così potente, incide sugli immaginari. Impatta le memorie. Le sollecita. Forse anche quelle che servono a fare la storia»[5].

Così David Bidussa invita a

ripensare la crisi della funzione pubblica degli storici oggi a fronte della dimensione memoriale come terreno e come procedura narrativa della storia, ovvero dei fatti ‘come andarono, per davvero’. E tuttavia – afferma – quella condizione incerta e precaria della storia, non dipende solo da un gigantismo della memoria. Dipende anche da una metamorfosi della pratica di noi storici in questi ultimi vent’anni. Non dipende dalle fonti che si usano. Anzi, la moltiplicazione e la molteplicità delle fonti sono presupposti per rendere il racconto di storia maggiormente inquieto, non definitivo, ‘aperto’. Condizione che presume una procedura di indagine che chiede attenzione rispetto tanto alle fonti usate, quanto alla creazione di nuovi significati. [6]

È la «fatica della storia, come disciplina, a recuperare uno spazio sociale, quasi a essere compresa»[7]. Perché gli storici, come dice Fulvetti, «amano la complessità, non raccontano assoluti, fanno e disfanno, non giudicano ma provano a comprendere, ragionano dei contesti, e provano a spiegare a partire dalle fonti, mettendole a confronto, serrandole in una meticolosa critica filologica». Agli storici «interessano anche gli errori, le false notizie, e le impressioni sbagliate, le studiano, e ne parlano, perché rivelano processi sociali e culturali, sono fatti storici essi stessi. Come lavorano sulle manipolazioni delle memorie pubbliche sul passato e persino delle fonti, anche quelle realizzate ‘a fin di bene’»[8].

E la scuola?  Può ancora – e in che modo – essere nodo cruciale per la formazione di una cultura storica dotata degli strumenti e delle chiavi interpretative per orientarsi nella massa vischiosa di informazioni spesso prive di paternità? È ancora un luogo privilegiato per la costruzione e l’esercizio della cittadinanza? Carla Marcellini ripercorre le tappe dell’ingresso e dell’affermazione dell’uso della memoria e delle fonti orali nella pratica didattica, soprattutto attraverso il coinvolgimento dei testimoni al fine di «valicare quel faticoso passaggio dall’interesse alla costruzione del sapere storico»[9]. In alcuni casi, tuttavia, il racconto orale a scuola come nel sistema mediatico, diviene

l’unico strumento di conoscenza e comprensione del passato (…). Storia e memoria sono posti sullo stesso piano con il risultato che la storia coincide con i ricordi del testimone ascoltato. Al di là delle singole situazioni, tuttavia – continua Marcellini – la dimensione memoriale del passato ha profondamente cambiato l’idea della storia da insegnare. È prevalsa progressivamente e si è insinuata in maniera subdola l’idea che il passato debba essere giudicato con gli occhi di oggi, che esso non vada compreso ma piuttosto prevalentemente letto a partire dalla dimensione valoriale del presente. Ciò è avvenuto perché la memoria è portatrice di giudizi, di valori e di punti di vista soggettivi che la collocano nel presente di chi racconta. Essa risponde a finalità opposte a quella della comprensione che è compito della storia. Si è verificato un appiattimento sul presente che ha determinato una progressiva emarginazione dalla pratica didattica di quella dimensione complessa le cui dinamiche difficili, contorte e contraddittorie costituiscono l’ossatura dello studio della storia e del suo insegnamento. [10]

Un’analisi lucida che invita gli insegnanti di storia – ma anche le istituzioni scolastiche – a una riflessione sostanziale proprio nel momento in cui si introduce l’educazione civica come materia transdisciplinare dimenticando il rapporto privilegiato che essa ha sempre avuto con la storia. Così il concetto di cittadinanza è appiattito sul livello giuridico-normativo del presente e la dimensione etica prevale su quella storica. Un approccio che «priva lo studente della possibilità di capire la complessità dei contesti del passato e del presente limitandosi a promuovere la dimensione valoriale (…). Tuttavia, la scuola è proprio il luogo della riflessione sulle parole, del confronto di punti di vista, di trasformazione di comportamenti individuali; è il luogo in cui il pensiero consapevole agisce sui comportamenti futuri»[11].

 


Note:

[1] D. Bidussa, «Libertà per la storia». D’accordo. Ma per fare che?, www.glistatigenerali.com, 11 febbraio 2021, in Il caso Bartali e la responsabilità degli storici, Castelvecchi, Roma 2021, p. 17.

[2] J. Foot, San Gino, «London Review of Books», 23 febbraio 2021, in Il caso Bartali e la responsabilità degli storici, Castelvecchi, Roma 2021, p. 23.

[3] N. Sbetti, Miti da smitizzare. La storia dello sport alla prova dell’«ossessione della memoria», in Il caso Bartali e la responsabilità degli storici, Castelvecchi, Roma 2021, pp. 48-49.

[4] G. Fulvetti, La storia è “maligna”? Su Bartali, la memoria, il mito e la resistenza civile, in Il caso Bartali e la responsabilità degli storici, Castelvecchi, Roma 2021, p. 33.

[5] Fulvetti, 2021, p. 33.

[6] Bidussa, 2021, pp. 17-18.

[7] Fulvetti, 2021, p. 39.

[8] Fulvetti, 2021, p. 39.

[9] C. Marcellini, Bartali, le false notizie e l’insegnamento della storia, in Il caso Bartali e la responsabilità degli storici, Castelvecchi, Roma 2021, p. 42.

[10] Marcellini, 2021, pp. 42-43.

[11] Marcellini, 2021, pp. 44-45.