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“Nel cuore dello stato”: Aldo Moro, il sequestro, la prigionia e l’uccisione. 16 marzo – 9 maggio 1978

Abstract

Lo studio di caso mette a fuoco un passaggio tra i più difficili della storia della Repubblica italiana. La strage di via Fani, il sequestro di Aldo Moro e la sua uccisione ancor oggi rappresentano uno spartiacque nella storia repubblicana e nello stesso tempo luogo paradossale della memoria italiana. La vicenda va inserita nella temperie generazionale degli anni Settanta, che inizia con il biennio rosso studentesco e operaio nel 1968-1969 e si conclude nei primi anni Ottanta con la sconfitta della lotta armata come fenomeno di massa.

Durata

4 ore.

aldo moro

By непознат[1] Dutch National Archives, The Hague, Fotocollectie Algemeen Nederlands Persbureau (ANEFO), 1945-1989 bekijk toegang 2.24.01.04 Bestanddeelnummer 929-6267, CC BY-SA 3.0 nl, Link

Testo per docenti

Il rapimento di Aldo Moro

Introduzione

Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro, già più volte ministro della Repubblica italiana e all’epoca dei fatti Presidente della Democrazia Cristiana, rappresentano il passaggio più drammatico della storia repubblicana italiana. È l’acme di un lungo periodo funesto e doloroso che ebbe non solo un effetto concreto sulla vita politica italiana, ma anche un forte impatto emotivo sulla vita dei cittadini. Ancor oggi, nell’immaginario collettivo, rimangono impresse le scene di morti, feriti, attentati, stragi e – nonostante il fatto che quella stagione buia e difficile sia stata oggetto di apprezzati interventi mediatici e di studi accurati –  la memoria pubblica sembra ancora rifiutare la rielaborazione consapevole di quelle vicende, preferendo, invece, una rimozione rassicurante.

Questa vicenda va compresa nell’ambito della ‘lotta armata’ promossa dalle organizzazioni della sinistra radicale, il ‘terrorismo rosso’, che fu l’espressione di un ampio progetto di eversione formatosi tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. Numerose organizzazioni nate all’interno della mobilitazione giovanile e sociale sviluppatasi in Italia in quegli anni, aspiravano a costituire, soprattutto nella fase iniziale, un vasto movimento rivoluzionario attraverso una strategia di lotta prolungata. Fra queste vi erano le Brigate Rosse, autrici del rapimento e dell’assassionio di Aldo Moro, personalità politica di primo piano dello stato, rappresentante del partito di maggioranza, la Democrazia Cristiana, ma favorevole al coinvolgimento nel governo della nazione anche del maggior partito di opposizione, il Partito Comunista Italiano.

Fino al 1974, le azioni dei gruppi di ‘lotta armata’ si erano concentrate nelle regioni settentrionali. Erano prevalentemente dimostrative (“sequestri lampo”), di autofinanziamento (sequestri) e, più in generale, erano finalizzate a sostenere le lotte operaie nelle fabbriche e a contrastare l’ondata stragista e reazionaria d’inizio, che aveva avuto il suo tragico battesimo con l’attentato alla Banca nazionale dell’agricoltura a Milano, che il 12 dicembre 1969 aveva provocato sedici morti e decine di feriti.

Nel periodo successivo (1975-1979), il conflitto innescato dalle formazioni di estrema sinistra si radicalizzò. Entrarono in scena nuovi gruppi. In particolare, mentre si chiudeva la fase stragista e “golpista” del “terrorismo nero”, si apriva la fase dell’offensiva armata di sinistra: un progetto di “lunga durata”, teso ad annientare lo stato e i poteri contigui a esso come le strutture di produzione (le fabbriche). Durante questa fase le organizzazioni armate “rosse” ferivano e uccidevano, e le loro azioni si estendevano sul territorio nazionale. Il baricentro della violenza si spostava nella città di Roma, luogo simbolo del potere politico e centro della campagna antiterrorismo[1].

La violenza politica degli anni Settanta: la specificità del caso italiano

Gli studi specifici su quel periodo riportano dati impressionianti: per il periodo 1969-1982 le vittime della violenza politica furono 1.119, di cui 351 morti, a loro volta distinti in 138 vittime di attentati stragisti, 154 vittime di attacchi mirati, 39 terroristi morti in conflitti a fuoco, e 20 vittime accidentali[2].

La specificità del caso italiano in un contesto internazionale caratterizzato  all’inizio degli anni Settanta da crisi economica e scontro sociale (e in alcuni casi, come la Germania, anche dalla violenza), sta nel perdurare nel tempo del ciclo conflittuale e nella complessità del quadro generale:

C’erano le forze oscure delle trame “nere” e delle stragi di stato, c’era l’Italia colta e civile che non ripudiava la legge sul divorzio, c’era quella che vagheggiava ritorni al sanfedismo degli anni cinquanta e c’era anche quella esasperata che vedeva nell’uso della “violenza rossa” la sola strada per uscire dalla società capitalista e dai suoi perenni pericoli di ritorni reazionari[3].

L’intensità e la durata della violenza politica in Italia rappresentarono, dunque, un’anomalia. Lo snodo del Sessantotto era stato un’esperienza comune all’Europa e agli Stati Uniti. Anche l’inversione del ciclo economico, con la chiusura della lunga fase espansiva, aveva interessato tutti i paesi del continente. La specificità della risposta italiana alla crisi, è dunque, da comprendere nel quadro delle trasformazioni, indotte dallo straordinario sviluppo che aveva caratterizzato la storia del paese negli anni Sessanta e sulle difficoltà di tenuta del giovane sistema della democrazia rappresentativa, nato dopo il crollo della dittatura fascista.

Sostiene Neri Serneri:

Promotori e strumenti dell’avvento della democrazia nel nostro paese, sul finire degli anni Sessanta i partiti di massa soffrivano da un lato il loro insediamento tardivo al centro del sistema politico, condizionato dalla vittoria  del fascismo nel primo dopoguerra e dal preminente  carattere rurale del paese, e dall’altro il rapido compiersi della transizione a una modernità urbana-industriale che, coniugando alcuni tratti tipici del fordismo con l’affermazione crescente di una socialità acquisitiva e consumistica, erodeva i presupposti stessi del loro radicamento sociale  e le logiche organizzative della loro rappresentatività politica.

Il divampare della violenza politica negli anni Settanta non fu l’effetto, ma certamente il sintomo estremo di una crisi del sistema politico imperniato sui partiti di massa e, al tempo stesso, il banco di prova della loro capacità di rinnovamento. A conti fatti, si rivelò piuttosto alibi per un’occasione drammaticamente mancata, come avrebbe dimostrato l’evoluzione, o involuzione, politica e istituzionale dei decenni successivi[4].

L’evoluzione della lotta armata

  Nel periodo 1969-1979, sono state censite e attribuite alle organizzazione di “lotta armata” 202 azioni incluse nelle categorie indicate, nel corso delle quali 72 persone sono rimaste uccise (esclusi i militanti) e 154 ferite. Un’autentica strategia complessa, che ha visto i gruppi armati effettuare azioni in diverse direzioni

  1. a) azioni dimostrative minori (atti intimidatori e altre azioni come gli espropri proletari);
  2. b) attentati a cose (es. sabotaggi e attentati a fabbriche, sedi di partito, giornali ecc);
  3. c) atti violenti contro le persone tra cui esecuzioni, ferimenti intenzionali (gambizzazione), scontri a fuoco;
  4. d) sequestri (per denaro o scopo politico);
  5. e) sequestri a scopo dimostrativo.

Le organizzazioni terroristiche aspiravano a costituire, soprattutto nella fase iniziale, un vasto movimento rivoluzionari. Sono stati censiti 36 gruppi, fra i quali 16 che compirono attentati contro persone e 20 che praticarono atti di violenza come azioni intimidatorie e “attentati a cose”. Nel periodo 1969-1974 la finalità prevalente dei gruppi di lotta armata, in particolare di quelli localizzati nel Nord-Ovest, furono di innalzare il livello dello scontro nel contesto delle lotte di fabbrica e di attuare azioni di propaganda per reclutare il maggior numero di militanti e “simpatizzanti” in una strategia di lungo periodo (“propaganda armata”).

Nel periodo successivo (1975-1979), il conflitto si radicalizzò ed entrarono in scena nuovi gruppi. In particolare si chiuse la fase stragista e “golpista” del “terrorismo nero”, si conclusero le esperienze di Potere operaio (1973) e di Lotta continua (1976) – due gruppi della sinistra extraparlamentare – e si costituirono nuove organizzazioni, nelle quali confluirono anche militanti della sinistra radicale. Si avviò così la fase dell’ “offensiva armata”. Un progetto, definito di “lunga durata”, teso ad annientare lo stato e i poteri contigui a esso, incluse le strutture di produzione (fabbriche), accusate di avviare un processo di ristrutturazione ai danni del mondo operaio. Ù

E’ durante questa fase che le organizzazioni armate feriscono e uccidono, si amplia il raggio di azione delle Brigate rosse e diventa più eterogenea la distribuzione territoriale delle organizzazioni: il baricentro della violenza si sposta nella città di Roma sede del potere politico e della campagna antiterrorismo.

Nel triennio 1977-1979 insieme all’offensiva armata si sviluppò una spirale di violenza acuita dallo scontro tra le forze dell’ordine e il movimento del ’77, dal consolidamento dei principali gruppi armati e dall’ingresso di una nuova generazione di militanti. E’ il periodo dell’ ”autoaffermazione militarista” e dell’espansione dello spontaneismo armato della seconda generazione di militanti. Si tratta di una violenza non più giustificata dalla presa del potere. Così la lotta armata assume una fisionomia complessa: da un lato le azioni delle Brigate Rosse con obiettivi strategici, dall’altro un uso diffuso della violenza caratterizzato da percorsi e non sempre convergenti.

La violenza come strumento della lotta politica

Poiché la “lotta armata” fu un fenomeno complesso, eterogeneo, non lineare, è necessario sul piano dell’analisi storica indagarne la genesi, le dinamiche e le diverse manifestazioni. Da qui l’opportunità di considerare le culture, i contesti sociali, le strategie politiche e le pratiche militari dei soggetti coinvolti. Come sostiene Neri Serneri, “la questione della violenza politica e della ‘lotta armata’ non fu marginale, né indotta dall’esterno, né reazione a iniziative altrui, bensì chiamò in causa la cultura e l’azione politica dell’intera sinistra italiana”[5].

I gruppi armati consideravano la violenza come connaturata al conflitto politico anche nel contesto democratico. Percepivano la democrazia politica come luogo del conflitto di classe, sebbene regolamentato. Di fronte a un centro-sinistra ancora poco incisivo e incerto sul piano delle riforme, alla fine degli anni Sessanta, la Sinistra manifestava la sua delusione per l’incapacità delle istituzioni repubblicane d’innescare un cambiamento profondo. La Resistenza veniva trasformata nel paradigma ideale e normativo di un processo di trasformazione radicale fondata sull’iniziativa popolare. Questa cultura politica, sollecitata a sua volta dalla ripresa delle mobilitazione operaie e sindacali, si radicalizzò: ne nacquero elaborazioni culturali e politiche che aprivano alla legittimazione della violenza.

L’accettazione consapevole del ricorso alla violenza come strumento di azione politica fu una svolta che si consumò anche nel contesto della fabbrica: la cultura e la pratica della violenza giocarono un ruolo di rilievo nei comportamenti dei lavoratori. Anche in altri ambiti di conflittualità sociale la violenza entrò a far parte dei comportamenti finalizzati al perseguimento di obiettivi politici. La violenza diventava dunque un elemento determinante del confronto pubblico.

La mobilitazione sociale del 1968-69 rafforzò e stabilizzò il ricorso alla forza che divenne una risorsa politica. Fu una risorsa, infatti, dotata di valenza politica propria, che variava secondo i contesti e le finalità perseguite. Anche queste furono scelte compiute da diversi soggetti che animavano il Movimento del ‘68[6].

La genesi  della violenza politica

Sono quattro contesti in cui maturò la rivendicazione dell’azione violenta.[7]

Il primo contesto fu quello del Movimento studentesco e operaio.

Coerente con la sua matrice sessantottina, esso si concepì e operò come soggetto politico chiamato ad esprimere una pratica di radicale cambiamento sociale. Interna e funzionale a quella concezione, si sviluppò anche una prospettiva rivoluzionaria e dunque una elaborazione sulla legittimità, le forme e le finalità dell’esercizio della violenza, che ebbe rilievo, definizioni e traduzioni pratiche variabili nel tempo e in relazione alle diverse componenti del Movimento. I termini concettuali di quella elaborazione furono la relazione tra rivoluzione e insurrezione e le modalità di costruzione di una direzione politica.

Due proposte strategiche ben distinte portarono alla costituzione di organizzazioni di lotta armata. Nella seconda metà del 1970 il Collettivo politico metropolitano (Cpm) milanese giudicò che occorresse esasperare i comportamenti violenti della conflittualità operaia: rifiutando l’insurrezione come prospettiva, lo scontro militare non solo fu assunto come unico orizzonte strategico, ma soprattutto fu ritenuto di immediata attualità e affidato, di conseguenza e consapevolmente a un’organizzazione, il partito-guerriglia presto denominato Brigare Rosse, che avrebbe dovuto affiancare, pur mantenendosene distinto, il movimento conflittuale. Questa impostazione fu alla radice del successivo passaggio, avvenuto nel 1974 con il sequestro Sossi, dalla cosiddetta “propaganda armata” all’“attacco al cuore dello stato”, motivato con la necessità di andare oltre i limiti offensivi della conflittualità operaia, ormai palesemente ripiegatasi.

Il secondo ambito fu quello del confronto con la gestione della protesta da parte dell’autorità del governo.

Dal vertice governativo fino ai livelli più bassi della catena gerarchica, si trascurò di considerare le motivazioni e le richieste delle proteste e ci si preoccupò di sedare quanto più rapidamente ogni forma di ribellione ritenuta pericolosa. Per reazione,il ricorso alla violenza pareva legittimato da questa immagine autoritaria delle istituzioni repubblicane. Il ruolo e le caratteristiche assunti dal conflitto tra militanti e autorità ebbero conseguenze di rilievo.

Questo scontro esaltò l’impiego della forza e dunque il ricorso alla violenza come strumento prioritario dell’azione politica e propose il confronto militare con le forze dell’ordine come ambito primario del conflitto tra movimento e istituzioni. In termini simbolici, le vittime degli interventi repressivi erano assimilate ai caduti della Resistenza contribuendo in questo modo a compattare il movimento stesso. Inoltre, il conflitto con le forze dell’ordine fece sperimentare pratiche d’azione violenta e di organizzazione paramilitare che si rivelarono propedeutiche a ulteriori, più gravi e stabili forme di militarizzazione.

Il terzo ambito fu quello dell’antagonismo con le destre neofasciste. Il radicalismo di destra, interno ed esterno al Movimento sociale italiano (il partito della destra italiana, erede del movimento fascista), operò dalla fine degli anni Sessanta secondo due modalità:

  1. a) l’azione militante aggressiva per contrastare la presenza pubblica dei partiti di sinistra e della mobilitazione giovanile e studentesca;
  2. b) atti terroristici consistenti in attentati a edifici o persone frequentanti luoghi pubblici.

Se la prima modalità godeva di una qualche tolleranza da parte della polizia e magistratura, la seconda fu condotta in contatto, e sotto la protezione, di settori dei servizi segreti che ne condividevano le finalità strategiche quali la creazione di un’opinione pubblica favorevole a una svolta autoritaria, necessaria per impedire la mobilitazione legale del movimento comunista. L’offensiva del neofascismo e i nessi evidenti tra stragismo e radicalismo di destra alimentarono la diffusa convinzione dell’incombente pericolo di una stretta autoritaria e comunque di un disegno governativo volto a esasperare lo scontro politico al fine di soffocare il Movimento.

Erano ulteriori inviti a legittimare l’impiego della forza e il ricorso alla violenza. Le pratiche violente dell’antifascismo contribuirono soprattutto a rafforzare la solidarietà di gruppo e incentivarono la confidenza con l’esercizio individuale della violenza e il suo impiego su persone determinate, individuate come avversari meritevoli di essere aggrediti. Furono una sorta di prefigurazione delle successive azioni offensive.

Il quarto rilevante ambito fu forse meno immediatamente visibile ai grandi mezzi di comunicazione di massa, ma fu altrettanto significativo dei precedenti, nel promuovere le dinamiche della militarizzazione del conflitto politico. Esso s’identifica con gli ambiti di più intensa conflittualità o di più drammatico disagio sociale, dalle fabbriche alle carceri, ai quartieri periferici più degradati, ove le condizioni di vita e di lavoro erano, o apparivano, particolarmente insostenibili, sia a chi le sperimentava in proprio sia a chi veniva in contatto con esse per motivi di solidarietà o d’intervento politico. L’affermazione di un principio di giustizia era perseguita non solo con la mobilitazione antiautoritaria, ma anche con l’esercizio di pratiche violente, ritenute una legittima forma di resistenza alla violenza insita in molti fenomeni della vita sociale e produttiva (turni di lavoro estremamente faticosi, malattie professionali, licenziamenti  incontrollati, discriminazione sociale nelle carriere scolastiche, elevato disagio abitativo, gravità delle condizioni carcerarie, attitudine violentemente repressiva delle autorità giudiziarie e di polizia, ecc.).

La militarizzazione e la clandestinità delle formazioni della sinistra radicale

Dentro questi quattro ambiti  di azione si collocarono  e dispiegarono le parole e le pratiche della violenza e anche le scelte politiche e organizzative e i percorsi individuali all’origine della “lotta armata”. I fenomeni di militarizzazione e di clandestinità si svilupparono e si riprodussero con tempi e percorsi diversificati, fin dai primi anni Settanta  a oltre il sequestro Moro[8].

Si distinguono quattro percorsi di  militarizzazione:

  • La militarizzazione e clandestinità precoce peculiare dei Gap (Gruppi d’Azione Partigiana) di Feltrinelli e delle Brigate Rosse, con un’autonomia accentuata dell’azione politico – militare che si dispiegò dal 1972-73 e si rinnovò negli anni successivi.
  • Il percorso intrapreso dai Nap (Nuclei armati proletari) con clandestinità precoce, funzionale a radicalizzare il movimento di protesta nelle carceri e destinato ad esaurirsi con esso tra il 1974 e il 1976.
  • Il percorso intrapreso da Senza tregua, in parte dai Collettivi politici veneti per il potere operaio e poi da Prima linea, dalle Unità comuniste combattenti, dalle Brigate comuniste e da altre formazioni minori, avviato nella seconda metà del 1974, intenzionato a restare più interno e aderente alle dinamiche della conflittualità operaia e dunque più restio a una piena clandestinità.
  • Il percorso orientato alla militarizzazione e all’armamento delle mobilitazioni di massa prospettato a più riprese e fin dal 1973 da alcune componenti dell’area dell’Autonomia operaia organizzata e poi perseguito con più decisione dalla fine del 1976. Nell’arco di alcune mesi il declino di questo percorso avrebbe alimentato i percorsi di militarizzazione precedentemente descritti.

Il declino della lotta armata

Fra il 1974 e il 1975 si consumò un passaggio cruciale. Si dispiegarono tanto gli effetti della crisi economica e dei processi di ristrutturazione aziendale, quanto la crisi  manifesta degli assetti  di governo e del sistema dei partiti. Dentro questa duplice crisi, le opzioni militari tornarono a riscuotere credibilità nella prospettiva di un possibile acuirsi in senso  insurrezionale degli antagonismi in atto. Nel 1977, con il riesplodere della mobilitazione giovanile, le organizzazioni di lotta armata trovarono una nuova agibilità e campo d’iniziativa. Allora si realizzò – sia pure in parte – la congiunzione tra un terrorismo “maggiore”, spietato ma di dimensioni ridotte, e un terrorismo diffuso, di dimensioni più ampie e dai contorni più incerti. Il dibattito che si svolse al Convegno bolognese del 1977 (22 -24 settembre) sul valore politico della violenza segnò un punto di svolta, tra chi aveva optato e a lungo sarebbe rimasto interno ai progetti di militarizzazione estrema, e chi invece metteva in discussione il ruolo politico, tattico e strategico della violenza.

Nei mesi successivi al declinare della mobilitazione giovanile nelle sue dimensioni di massa corrispose un deciso incremento delle pratiche militari ad opera di un numero crescente di organizzazioni di ben diversa solidità e con un marcato incremento dei ferimenti e degli omicidi. Ma proprio quando riuscirono ad esprimere la loro massima potenzialità offensiva, le organizzazioni armate non seppero accompagnarla con una corrispondente qualificazione degli obiettivi politico militari, e subirono la crescente capacità repressiva dell’autorità di pubblica sicurezza e della magistratura.

Da Filetti F., Per una geografia della lotta armata, in Neri Serneri S. (a cura di), Verso la lotta armata. La politica della violenza nella sinistra radicale degli anni Settanta, Bologna, Il Mulino, 2012, pp. 341- 366.

Il dossier

I documenti scelti raccontano il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro. Privilegiano la descrizione dei protagonisti, lo scontro ideologico tra la formazione eversiva delle Brigate rosse e le istituzioni repubblicane, la conclusione tragica della vicenda.

Documento 1: Le foto dei protagonisti degli avvenimenti. La prima ritrae il gruppo dei 46 brigatisti imputati al processo contro la formazione eversiva indetto a Torino presso la Corte d’Assise il 17 maggio 1976. I rappresentanti del nucleo storico delle Brigate rosse alla prima udienza revocarono il mandato ai difensori di fiducia e rifiutarono quelli nominati d’ufficio, minacciandoli di morte. La rivoluzione, affermavano, non si processa. Il processo fu chiuso il 23 giugno 1978, con condanne di colpevolezza per gli imputati e pene tra i dieci e i quindici anni per i fondatori delle Brigate rosse.

La seconda foto rappresenta Aldo Moro prigioniero. La foto fu acclusa al comunicato n.1 delle Brigate rosse del 16 marzo 1978 inviato dopo il sequestro.

Documento 1Il Comunicato n. 1 delle Br, con data Roma 16 marzo 1978, ritrovato il 18 marzo e pubblicato dai giornali il giorno dopo il sequestro. Il messaggio rivendica il rapimento, traccia un profilo di Aldo Moro e offre una sintesi delle motivazioni, ideologia e linguaggio dei brigatisti.

Documento 3. Nel corso dei 55 giorni del suo rapimento Moro scrisse almeno 97 messaggi tra lettere, testamenti e biglietti, di cui soltanto otto furono pubblicati dalla stampa durante il sequestro. Non tutti i messaggi furono recapitati. La lettera indirizzata a Francesco Cossiga, allora ministro dell’interno, è tra le prime tre lettere uscite dalla prigione il 29 marzo, le più significative dell’intero epistolario perché costituiscono il momento genetico della complessa vicenda. Nella lettera viene ipotizzato uno scambio di prigionieri.

Documento 4. Il documento comprende alcuni passaggi tratti dal testo “Il prigioniero” scritto dalla brigatista Anna Laura Braghetti in collaborazione con la giornalista Paola Tavella. La Braghetti comperò e arredò la casa di via Montalcini, dove per 55 giorni Moro fu rinchiuso. Il testo documenta dall’interno e nei dettagli la storia della prigionia di Aldo Moro e il suo rapporto con i sequestratori.

Documento 5. Due messaggi di Aldo Moro indirizzati alla moglie Eleonora e recapitati il 5 maggio 1978. Siamo alla vigilia dell’uccisione di Aldo Moro.

Bibliografia
  • Belci C., Bodrato G.,  1978. Moro, la DC, il terrorismo, Brescia, Morcelliana, 2006.
  • Berlinguer E., La crisi italiana. Scritti su Rinascita, Roma, Editrice “L’Unità”, 1985.
  • Braghetti A.L., Tavella P., Il prigioniero, Milano, Mondadori, 1998.
  • Crainz G., Il Paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi, Roma, Donzelli, 2012.
  • Crainz, G., Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione a oggi, Roma, Donzelli, 2016.
  • De Bernardi A., Ganapini L., Storia d’Italia. 1860-1995, Milano, Bruno Mondadori, 1996.
  • Della Porta, D., Il terrorismo di sinistra, Bologna, Il Mulino, 1990.
  • Della Porta D., Rossi M., Cifre crudeli. Bilancio dei terrorismi italiani, Bologna, Il Mulino, 1984.
  • De Lutiis G., Il Golpe di Via Fani. Protezioni occulte e connivenze internazionali dietro il delitto Moro, Milano, Sperling & Kupfer, 2007.
  • Donato G., La lotta è armata. Estrema sinistra e violenza: gli anni dell’apprendistato 1969-1972, Trieste, Irsml, 2012.
  • Faré I., Spirito F., Mara e le altre. Le donne e la lotta armata: storie interviste e riflessioni, Milano, Feltrinelli, 1979.
  • Flamigni S., La tela del regno. Il delitto Moro, Milano, Kaos edizioni, 1993.
  • Flamigni S., “Il mio sangue ricadrà su di loro”. Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle Br, Kaos edizioni, 1997.
  • Giovagnoli A., Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, Bologna, Il Mulino, 2005.
  • Guerzoni C., Aldo Moro, Palermo, Sellerio, 2008.
  • Imposimato F., Provvisionato S., Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il Giudice dell’Inchiesta racconta, Milano, chiarelettere, 2008.
  • Lussana F., Marramao G., Culture, nuovi soggetti, identità inL’Italia Repubblicana nella crisi degli Anni Settanta” vol. II, Soveria Mannelli (Catanzaro) Rubbettino Editore, 2003.
  • Malgeri F., Paggi L., Partiti e organizzazioni di massa, inL’Italia Repubblicana nella crisi degli Anni Settanta” vol. III, Soveria Mannelli (Catanzaro),  Rubbettino Editore, 2003.
  • Moro A. Lettere dalla prigionia, a cura di Miguel Gotor, Torino, Einaudi, 2008.
  • Neri Serneri S. (a cura di), Verso la lotta armata. La politica della violenza nella sinistra radicale degli anni Settanta, Bologna, Il Mulino, 2012.
  • Pasolini P., Lettere luterane, Torino, Giulio Einaudi editore, 1976.
  • Scirè G., Il caso Moro. Frammenti di una verità indicibile, in “Italia contemporanea” n.255, 2009, pp. 273 – 305.
  • Sofri A., L’ombra di Moro, Palermo, Sellerio editore, 1991.
  • Vidotto V., Atlante del Ventesimo secolo: i documenti essenziali 1969-2000, Roma- Bari, Laterza, 2011.
  • Zavoli S., La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992.

Sitografia

Filmografia

  • Buongiorno notte, un film scritto e diretto da Marco Bellocchio, 2006, 105 min.
  • Il caso Moro, film di Giuseppe Ferrara, Milano, 2007.

Testo  per gli allievi

Il 16 marzo del 1978, intorno alle 9 di mattina, Aldo Moro, fu rapito da un commando di brigatisti rossi che uccisero i cinque uomini della sua scorta.

Nato nel 1916, Moro era fra i più influenti uomini politici italiani e la personalità di maggior spicco della Democrazia cristiana. Era stato uno degli artefici della svolta di centro-sinistra nei primi anni Sessanta e, a metà degli anni Settanta, uno dei fautori dell’avvicinamento dei due maggiori partiti dell’epoca, la Dc e il Pci, per la costruzione di governi di solidarietà nazionale. Al momento del rapimento, Aldo Moro era presidente del Consiglio nazionale della Democrazia cristiana[9].

Durante i cinquantacinque giorni della sua prigionia, si svolse uno scontro politico tra Moro, che chiedeva, tramite l’invio di numerose lettere agli amici di partito, di avviare una trattativa per la sua liberazione in cambio della liberazione di scambio di prigionieri, e la linea rigida seguita dal governo, dalla Dc, dal Pci e dagli altri partiti ostili a ogni compromesso e risoluti a non cedere al ricatto dei brigatisti, in nome della difesa dello Stato. Solo i socialisti cercarono, nella fase finale della vicenda, di trovare una soluzione umanitaria che consentisse la liberazione di Moro. All’alba del 9 maggio, Moro fu ucciso. Il suo corpo fu fatto trovare in pieno centro a Roma, nei pressi delle direzioni nazionali del Pci e della Dc.

La sua uccisione non interruppe le azioni delle Brigate rosse che agirono almeno fino agli inizi degli anni Ottanta, ma il progetto politico di avviare una mobilitazione rivoluzionaria non trovò alcun consenso nel Paese. L’emanazione di una legge a favore dei “pentiti” nel 1982 contribuì alla disgregazione delle formazioni terroristiche. Sul piano degli equilibri di governo l’esperienza di solidarietà nazionale volse al termine con l’uscita del partito comunista dalla maggioranza di governo.

Documenti

Documento n. 1 

Le Brigate rosse e il prigioniero

Fig.1 Foto degli imputati al processo contro il nucleo storico delle Brigate rosse, indetto a Torino, presso la Corte d’Assise il 17 maggio 1976. Si riconoscono Renato Curcio (il primo a sinistra) e Prospero Gallinari (il primo a destra).

Fig.1 Foto degli imputati al processo contro il nucleo storico delle Brigate rosse, indetto a Torino, presso la Corte d’Assise il 17 maggio 1976. Si riconoscono Renato Curcio (il primo a sinistra) e Prospero Gallinari (il primo a destra).

 

Fig.2  Foto di Aldo Moro prigioniero acclusa al comunicato n.1 delle Br del 16 marzo 1978.

Documento n. 2

Brigate rosse, “Campagna Moro – Comunicato n.1, Roma 16-3-78.

 “Giovedì 16 marzo un nucleo armato delle Brigate Rosse ha catturato e rinchiuso in un carcere del popolo Aldo Moro, Presidente della Democrazia Cristiana.

La sua scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati Corpi Speciali, è stata completamente annientata.

Chi è Aldo Moro  è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il ‘teorico’ e lo ‘stratega’ indiscusso di quel regime democristiano che da trent’anni opprime il popolo italiano. Ogni tappa che ha scandito la controrivoluzione imperialista di cui la DC è stata artefice nel nostro paese, dalle politiche sanguinarie degli anni ’50, alla svolta del ‘centro-sinistra’ fino ai giorni nostri con ‘l’accordo a sei’ ha avuto in Aldo Moro il padrino politico e l’esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste. È inutile elencare qui il numero infinito di volte che Moro è stato presidente del Consiglio o membro del Governo in ministeri chiave, e le innumerevoli cariche che ha ricoperto nella direzione della Dc, (tutto è ampiamente documentato e sapremo valutarlo opportunamente), ci basta sottolineare come questo dimostri il ruolo di massima e diretta responsabilità da lui svolto, scopertamente o ‘tramando nell’ombra’, nelle scelte politiche di fondo e nell’attuazione dei programmi controrivoluzionari voluti dalla borghesia imperialista.

Compagni, la crisi irreversibile che l’imperialismo sta attraversando mentre accelera la disgregazione del suo potere e del suo dominio, innesca nello stesso tempo i meccanismi di una profonda ristrutturazione che dovrebbe ricondurre il nostro paese sotto il controllo totale delle centrali del capitale multinazionale e soggiogare definitivamente il proletariato.

[…] La Dc è così la forza centrale e strategica della gestione imperialista dello Stato. Nel quadro dell’unità strategica degli Stati Imperialisti, le maggiori potenze che stanno alla testa della catena gerarchica, richiedono alla Dc di funzionare da polo politicoazionale della controrivoluzione. È sulla macchina del potere democristiano, trasformata e ‘rinnovata’, è sul nuovo regime da essa imposto che dovrà marciare la riconversione dello Stato-nazione in anello efficiente della catena imperialista e potranno essere imposte le feroci politiche economiche e le profonde trasformazioni istituzionali in funzione apertamente repressiva richieste dai partner forti della catena: Usa, Rft.

Questo regime, questo partito sono oggi la filiale nazionale, lugubremente efficiente, della più grande multinazionale del crimine che l’umanità abbia mai conosciuto. Da tempo le avanguardie comuniste hanno individuato nella DC il nemico più feroce del proletariato, la congrega più bieca di ogni manovra reazionaria. Questo oggi non basta.

Bisogna stanare dai covi democristiani, variamente mascherati, gli agenti controrivoluzionari che nella ‘nuova’ Dc rappresentano il fulcro della ristrutturazione dello Sim, braccarli ovunque, non concedere loro tregua. Bisogna estendere e approfondire il processo al regime che in ogni parte le avanguardie combattenti hanno già saputo indicare con la loro pratica di combattimento. E questa una delle direttrici su cui è possibile far marciare il Movimento di Resistenza Proletario Offensivo, su cui sferrare l’attacco e disarticolare il progetto imperialista. Sia chiaro quindi che con la cattura di Aldo Moro, ed il processo al quale verrà sottoposto da un Tribunale del Popolo, non intendiamo ‘chiudere la partita’ né tantomeno sbandierare un ‘simbolo’, ma sviluppare una parola d’ordine su cui tutto il Movimento di Resistenza Offensivo si sta già misurando, renderlo più forte, più maturo, più incisivo e organizzato. Intendiamo mobilitare la più vasta e unitaria iniziativa armata per l’ulteriore crescita della guerra di classe per il comunismo.

Portare l’attacco allo Stato imperialista delle multinazionali.

Disarticolare le strutture, i progetti della borghesia imperialista attaccando il personale politico – economico – militare che né è l’espressione.

Unificare il movimento rivoluzionario costruendo il partito comunista combattente. Per il Comunismo”.

[Progetto memoria, vol. III: le parole scritte, Sensibili alle foglie, Dogliani 1996, pp. 111-112]

Documento n. 3

Lettera dalla prigionia. Al ministro dell’Interno Francesco Cossiga[10].

Caro Francesco,

[…] Benché non sappia nulla né del modo né di quanto accaduto dopo il mio prelevamento, è fuori discussione – mi è stato detto con tutta chiarezza – che sono considerato un prigioniero politico, sottoposto, come Presidente della D.C., a un processo diretto ad accertare le mie trentennali responsabilità (processo contenuto in /termini politici, ma che diventa sempre più stringente). In tali circostanze ti scrivo in modo molto riservato, perché tu e gli amici con alla testa il Presidente del Consiglio (informato ovviamente il Presidente della Repubblica) possiate riflettere  opportunamente sul da farsi, per evitare guai peggiori. Pensare dunque sino in fondo, prima che si crei una situazione emotiva e irrazionale. Devo pensare che il grave addebito che mi viene fatto, si rivolge a me in quanto esponente qualificato della D.C. nel suo insieme nella gestione della sua linea politica. In verità siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa ed è il nostro operato collettivo che è sotto accusa e di cui /devo rispondere. Nelle circostanze sopra descritte entra in gioco, al di là di ogni considerazione umanitaria che pure non si può ignorare, la ragione di Stato. Soprattutto questa ragione di Stato nel caso mio significa, riprendendo lo spunto accennato innanzi sulla mia attuale condizione, che io mi trovo sotto un dominio  pieno ed incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato, che sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni. Inoltre la dottrina per la quale il rapimento non deve recare vantaggi, discutibile già nei casi comuni, /dove il danno del rapito è estremamente probabile, non regge in circostanze politiche, dove si provocano danni sicuri e incalcolabili non solo alla persona, ma allo Stato. Il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità, mentre un indiscutibile stato di necessità dovrebbe indurli a salvarli, è inammissibile. Tutti gli Stati del mondo si sono regolati in modo positivo, salvo Israele e la Germania, ma non per il caso Lorenz[11]. E non si dica che lo Stato perde la faccia, perché non ha saputo o potuto impedire il rapimento di un’alta personalità che significa qualcosa nella vita dello Stato. Ritornando un momento indietro sul comportamento degli Stati, ricorderò gli scambi tra Breznev e Pinochet[12], i molteplici scambi di spie, l’espulsione dei dissenzienti dal territorio sovietico. / Capisco come un fatto di questo genere, quando si delinea, pesi, ma si deve anche guardare lucidamente al peggio che può venire. Queste sono le alterne vicende di una guerriglia, che bisogna valutare con freddezza, bloccando l’emotività  e riflettendo sui fatti politici. Penso che un preventivo passo della S. Sede (o anche di altri? Di chi?) potrebbe essere utile. Converrà che tenga d’intesa con il Presidente del Consiglio riservatissimi contatti con pochi qualificati capi politici, convincendo gli eventuali riluttanti. Un atteggiamento di ostilità sarebbe un’astrattezza ed un errore. Che Iddio vi illumini per il meglio, evitando che siate impantanati in un doloroso episodio, dal quale potrebbero dipendere molte cose.

I più affettuosi saluti

Aldo Moro

Da Aldo Moro Lettere dalla prigionia, a cura di Miguel Gotor, Torino, Einaudi, 2008, pp. 7- 9

Documento n. 4

La prigionia e l’uccisione di Aldo Moro.

I notiziari televisivi e radiofonici si susseguivano. Non si parlava che del rapimento dell’uomo che avrei custodito in casa mia per tutto il tempo necessario e che, in quel momento, sedeva su una brandina, in una cella larga novanta centimetri e lunga due metri, e aveva alle spalle uno stendardo delle Br di cotone rosso opaco con lettere gialle che occupava quasi tutta la parete di fronte alla porta, mentre all’altra era addossato un gabinetto chimico da campeggio. Quattro uomini di scorta uccisi, annunciò il telegiornale, un quinto fra la vita e la morte. Sperai che sopravvivesse, ma l’importante era che adesso noi, le Brigate Rosse, avevamo in pugno l’uomo più rappresentativo del partito regime, la DC.

[…] Domenica mattina nella base – prigione. La zia Franca mi aveva telefonato in ufficio venerdì per invitarmi a uno dei suoi rumorosi pranzetti festivi. Ho un altro impegno, avevo risposto allegramente, ma per Pasqua vengo di sicuro.

Seduta sul divanetto dello studio ascoltavo Mario interrogare Moro. Chiedeva informazioni su piazza Fontana. Volevamo scrivere nel secondo comunicato: Moro collabora, e ci ha rivelato le responsabilità della Dc nella strage di Stato, è la conferma di quanto il movimento rivoluzionario ha sempre sostenuto. Ma le cose non andarono così. Dopo aver ascoltato le prime battute della discussione, pensai che Moro evitasse di rispondere, parlasse per non parlare. Dopo tre quarti d’ora mi resi conto che in qualche modo, invece, tentava di spiegare a Mario, e senza saperlo anche a me: “Guardi, la politica dalla quale vengo non funziona come crede lei. Non c’è una risposta alle sue domande. E, soprattutto, le risposte non assomigliano affatto a quelle che cerca”. Usavano un tono reciprocamente gentile, e gli insistenti tentativi di Mario di incalzarlo sembravano vani, e ogni tanto estenuati. Moro gli descriveva una situazione politica, la collocava in un contesto preciso, tracciava un quadro complesso, faceva giocare all’interno di quel quadro una molteplicità di elementi, di attori. Usava un linguaggio antico, una varietà inaudita di espressioni libresche, nominava quel che era e quel che sarebbe dovuto essere. Dava giudizi, e poi li motivava.

Mario ripeteva la domanda. Aldo Moro ricominciava. Avanzava un’ipotesi, la difendeva, e poi prendeva a confutarla. E alzava il sipario su una nuova scena. Ero indignata, e sbalordita. Quell’azione si rivelava un ginepraio. Troppe parole per chi era in cerca di una risposta diretta. Cercavamo accuse da muovere al mondo politico e trovavamo interminabili disquisizioni.

Intorno al tavolo della cucina, una delle prime sere, Mario aveva detto che l’interrogatorio dell’ostaggio non era facile, perché Moro dava risposte lunghissime, non pertinenti, e nessuna informazione. Di sentir ragionare un democristiano, sbottò, chi ne aveva voglia? Non si sentiva altro da trent’anni, in Italia.

[…] La decisione di uccidere Aldo Moro non venne presa soltanto dall’esecutivo, ma da tutta l’organizzazione. Furono consultate le colonne nelle varie città. I responsabili di ogni colonna ne discussero con dirigenti delle brigate territoriali. Tutti votarono per l’esecuzione. Anche Curcio, Franceschini e gli altri compagni detenuti furono informati, e non si opposero. […] A spingere verso questo esito fu una valutazione politica. Era ormai chiarissimo che non avremmo ottenuto il risultato che volevamo, non ci sarebbero stati né la liberazione di un prigioniero comunista né un riconoscimento delle Br come forza in campo nel paese. […] Rilasciare Moro  senza contropartita sarebbe stato come ammettere l’esistenza di un tetto che la nostra azione non poteva oltrepassare. Se ci fossimo fatti battere dalla linea del rigore, se non avessimo osato andare sino in fondo, poi non avremmo potuto che indietreggiare. Avevamo ormai minacciato più volte di uccidere il prigioniero ed era tempo di far seguire i fatti alle parole, se volevamo continuare a essere un pericolo per lo Stato e un punto di riferimento nella nostra area.

Il 5 maggio diffondemmo il comunicato n. 9 “Abbiamo fornito una possibilità, l’unica praticabile, ma nello stesso tempo concreta e reale: per la libertà di Aldo Moro, uno dei massimi responsabili di questi trent’anni di lurido regime democristiano, la libertà per i combattenti comunisti imprigionati nei lager dello Stato imperialista. La libertà, quindi, in cambio della libertà”.

Il testo chiudeva dicendo che non era più il tempo delle parole, che sarebbero state le armi a parlare: “Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è condannato”, Rimase famoso come “il comunicato del gerundio”.

Da Anna Laura Braghetti, con Paola Tavella, Il  prigioniero, Milano, Feltrinelli, 2003, pp. 10; 42 – 43; 177-179.

Documento n. 5

L’uccisione di Aldo Moro

Mia dolcissima Noretta,

dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell’incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della DC con il suo assurdo ed incredibile comportamento. E’ sua va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. È poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall’idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare. E questo è tutto per il passato. Per il futuro/ c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in un’unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te  e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo[13].

Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l’ordine di esecuzione. Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue.

Prega per me, ricordami soavemente Carezza i piccoli dolcissimi, tutti. Che Iddio vi aiuti tutti. Un bacio di amore a tutti

Aldo

Da Alla moglie Eleonora, in Aldo Moro Lettere dalla prigionia, a cura di Miguel Gotor, Torino, Einaudi, 2008, pp. 177-179.

Sequenza didattica

Glossario

  • Compromesso storico: strategia politica elaborata, tra il 1973 e il 1979, dal partito comunista italiano, in seguito alla riflessione compiuta dal segretario Enrico Berlinguer sull’esperienza cilena del governo di Salvatore Allende. La strategia si fondava sulla necessità della collaborazione fra le forze popolari di ispirazione comunista e socialista con quelle d’ispirazione cattolico-democratica, al fine di dare vita a uno schieramento politico capace di realizzare un programma di rinnovamento della società e dello Stato italiani.
  • Governo di solidarietà nazionale: governo sostenuto da partiti diversi e ideologicamente contrapposti, ma concordi nell’assumersi solidalmente, in situazioni di eccezionale gravità, la responsabilità di governo. Fu chiamato “governo di solidarietà nazionale”, il 33° governo della Repubblica italiana, guidato da Giulio Andreotti, che rimase in carica dal 29 luglio 1976 all’11 marzo 1978. E’ ricordato anche come “governo della non sfiducia”, grazie all’astensione del partito comunista di Enrico Berlinguer durante la votazione in parlamento per la fiducia. Oltre al Pci, anche gli altri partiti dell’arco costituzionale, Psi, Psdi, Pri e Pli si limitarono a non opporsi alla sua nascita. Questo esecutivo fu considerato il primo embrione di un possibile compromesso storico tra le due forze popolari che dal dopoguerra si erano fronteggiate ma che ora univano le forze in un momento di grave difficoltà politica e sociale.

Contestualizzazione

  • Utilizzando le mappe della documentazione n.5, descrivi in un breve testo le azioni delle Brigate Rosse in relazione al periodo storico 1969-1979 e alla collocazione geografica nel territorio nazionale.

Lavoro sui documenti

  • Leggi e analizza i documenti n.1 e n. 2. Evidenzia e trascrivi gli elementi che identificano il progetto politico delle Brigate rosse. Sottolinea e trascrivi i termini utilizzati dalle Brigate Rosse per definire il prigioniero Aldo Moro e il partito a cui appartiene, la Democrazia Cristiana; quindi distingui i caratteri della formazione, gli obiettivi, la strategia, la simbologia e i mezzi utilizzati dalle Brigate Rosse per attuare il loro disegno eversivo.
  • Leggi e analizza il documento n. 3. Scrivi una breve sintesi della proposta fatta da Aldo Moro al ministro dell’Interno Francesco Cossiga.
  • Leggi e analizza il documento n. 4.
  1. Individua ed elenca gli elementi con cui viene descritto il luogo della prigionia di Moro
  2. Riassumi in poche frasi lo stile comunicativo dei protagonisti dei fatti storici  narrati nel testo.

Integrazione del testo

  • Racconta la prigionia di Aldo Moro e il suo rapporto con i brigatisti integrando il testo proposto con le informazioni utili ricavate dai documenti analizzati. Racconta la conclusione della vicenda assumendo i due punti di vista: quello di Aldo Moro che alla vigilia della sua uccisione è consapevole dell’impossibilità di qualsiasi trattativa tra Stato e brigate rosse e quello dei brigatisti irriducibili nelle intenzioni di portare a termine il loro progetto politico.
  • Prova a immaginare una storia alternativa a quella dei fatti reali. Immagina l’avvio della trattativa tra brigatisti e stato italiano così come suggerito dal documento 3.

Note:

[1] V. Filetti, Per una geografia della lotta armata, in S. Neri Serneri (a cura di), Verso la lotta armata. La politica della violenza nella sinistra radicale degli anni Settanta, Bologna, Il Mulino, 2012, pp. 341- 366.

[2] S. Neri Serneri, Contesti e strategie della violenza e della militarizzazione nella sinistra radicale, in S. Neri Serneri, cit., pp. 11- 61.

[3] A. De Bernardi, L. Ganapini, Storia d’Italia. 1860-1995, Bruno Mondadori, Milano 1996, pp.490-491.

[4] Nella sua introduzione al volume Verso la lotta armata. La politica della violenza nella sinistra radicale degli anni Settanta, Bologna, 2012, p.14.

[5] Ibidem, p.28.

[6] Ibidem, pp. 28-33.

[7] Per l’analisi dei contesti in cui si sviluppa l’uso della violenza politica vedi ancora S. Neri Serneri, op. cit. pp. 33- 52.

[8] S. Neri Serneri, op. cit. pp. 52-61 (paragrafo La politica della lotta armata).

[9] Ministro della giustizia nel 1955/1957; ministro della pubblica istruzione nel 1957/1959; ministro degli affari esteri nel 1969/1972- 1973/1974; capo del governo, 1963/1968 – 1974/1976).

[10] Lettera recapitata il 29 marzo 1978. La riproduzione dell’originale è in CM (Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia, Doc. XXII n.5, Roma, Tipografia del Senato, 1984), vol. CXXII, pp. 297-301. Le fotocopie del manoscritto  vennero fatte pervenire dai brigatisti nella tarda serata del 29 marzo, allegate al comunicato n.3, ad alcune testate giornalistiche di Roma , Milano, Genova e Torino che l’indomani pubblicarono la lettera.  Criteri di trascrizione: il segno “/ ” indica il cambio del foglio.

[11] Peter Lorenz, leader dei democristiani di Berlino e candidato a borgomastro nelle elezioni del 2 marzo 1975, fu sequestrato il 27 febbraio 1975 dal gruppo terroristico “Movimento 2 giugno”. I rapitori chiesero per il suo rilascio la liberazione di cinque militanti detenuti. Il primo marzo il governo tedesco accettò di trattare  e l’uomo politico venne liberato nella notte fra il 4 e il 5 marzo dopo la scarcerazione di cinque anarchici e il pagamento di un riscatto in denaro.

[12] Dopo il colpo di Stato in Cile nel 1973, l’Unione sovietica trattò con il generale Augusto Pinochet la liberazione di una serie di dirigenti comunisti arrestati. Il governo italiano prese in considerazione un’ipotesi analoga.

[13] Lettera recapitata insieme alla successiva il 5 maggio da don Mennini. È lettera autonoma dalla seguente.

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Dati articolo

Autore:
Titolo: “Nel cuore dello stato”: Aldo Moro, il sequestro, la prigionia e l’uccisione. 16 marzo – 9 maggio 1978
DOI: 10.12977/nov193
Parole chiave: , , , , ,
Numero della rivista: n.8, agosto 2017
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo: , “Nel cuore dello stato”: Aldo Moro, il sequestro, la prigionia e l’uccisione. 16 marzo – 9 maggio 1978, Novecento.org, n. 8, agosto 2017. DOI: 10.12977/nov193

Dossier n. 8, agosto 2017

INDICI

n. 8, agosto 2017
DOSSIER "ITALIA DIDATTICA"
PENSARE LA DIDATTICA
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n. 7, febbraio 2017
Italia repubblicana, 70 anni di storia da insegnare Dossier del n. 7 della rivista
La violenza di stato nel Novecento: lager e gulag Dossier del n. 7 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
n. 6, luglio 2016
Il genocidio armeno Dossier del n. 6 della rivista
La linea gotica fra ricerca e didattica Dossier del n. 6 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
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Editoriale
Didattica della storia e laboratori digitali: la guerra dei Trent’anni (1914-1945) Dossier del n. 5 della rivista
Le relazioni
I laboratori
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Pensare la didattica
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Didattica in classe
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Ipermuseo
n. 4, luglio 2015
Pensare la didattica
Didattica in classe
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Sguardi sul Mediterraneo Gli studi di caso
Uso pubblico della storia
n. 3, gennaio 2015
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier "Le risorse didattiche digitali su Resistenza e seconda guerra mondiale"
Uso pubblico della storia
Ipermuseo
n. 2, giugno 2014
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Didattica in classe
Dossier: "Le grandi crisi del mondo contemporaneo"

A cura di Carla Marcellini e Giovanni Palmieri

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Ipermuseo
n. 1, dicembre 2013
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USO PUBBLICO DELLA STORIA
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