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Mitologie padane. Dall’ampolla del Po a Capitan Padania

Abstract

L’autorappresentazione politica della Lega Nord dagli anni Novanta ai primi anni del secondo millennio, si basa sull’uso strumentale del passato. La Padania è un esempio di “invenzione delle tradizione”; al contempo testimonia il diffuso riferimento al localismo e all’idea di “piccole patrie” che accompagna la crisi economica e culturale dell’Europa e più in generale una diffusione reazione di rigetto alle politiche di globalizzazione e di integrazione sociale, politica ed economica internazionale che hanno caratterizzato gli ultimi trent’anni. Il dossier, composto di documenti misti, scritti e iconografici, è previsto per un lavoro in classe di 2/4 ore.

Durata

2/4 ore.

padania alberto da giussano

By Fabio ViscontiOwn work, CC BY-SA 3.0, Link

Indice

Testo per docenti

Mitologie padane. Dall’ampolla del Po a Capitan Padania.

L’inquietudine localista

«Connettendosi a un immaginario che fonda storia, mitologia e folclore in modo assolutamente arbitrario e originale, la Lega ha prodotto una nuova forma di nazionalismo, basato su un’identità di tipo etnico, frutto di un’invenzione, come però è frutto di invenzione gran parte delle identiche etniche e nazionali». L’antropologo Marco Aime (2012) sintetizza in questo modo un fenomeno che, oltre a rivestire interesse nella storia politica dell’Italia degli ultimi trent’anni, chiama in causa l’analisi della dimensione mitico-simbolica della politica, all’interno dei cambiamenti legati ai processi di globalizzazione. Visto attraverso la lente degli studi storici, politici e di scienze umane, l’autorappresentazione leghista appare un fenomeno culturale, che pur essendo privo di fondamento scientifico e assume toni di volta in volta surreali, grotteschi e kitsch, nondimeno ha dimostrato, anche grazie a un sistematico uso dei media, una forte capacità di creazione di consenso in ampi segmenti della società italiana.

Simboli e miti politici assolvono funzioni teoriche e pratiche di orientamento nel tempo e nello spazio inserendo un soggetto, in questo caso collettivo, all’interno di una grande storia dotata di senso: nel fare questo svolgono funzioni coesive e di integrazioni per un gruppo che intende trasformarsi in “comunità”. Il mito è una forma culturale che crea identità sociale, aiuta a determinare e stabilizzare «l’immagine che un gruppo costruisce di sé e in cui i suoi membri si identificano»: in questo senso, lungi da essere un dato fisico o naturale, l’identità deve essere considerata come un fenomeno cognitivo, «un’appartenenza sociale divenuta riflessiva» (Assmann 1997). Inoltre, con le esperienze politiche nel Novecento, si è assistito alla dilatazione del concetto di mitologia  e a una sua sovrapposizione con quella di ideologia, fino a indicare una visione generale della realtà, mondo mentale e immaginario che si manifesta come sistema di comunicazione efficace, capace di promuovere mobilitazione e azione collettiva diffusa (Guzzi 2015; Esposito 2015).

Servendosi di una retorica dell’identità, dell’autenticità e dell’autonomia la Lega Nord è dunque un caso esemplare di partito politico che attorno all’idea-forza di autoctonia ha proposto l’«immagine di un popolo nuovo e fasullo» e di una costruzione geografica, con tanto di confini, costumi e tradizioni, che si presenta come patria “etnica”: la Padania.

Tale rivendicazione può essere legittimamente considerata “tribale”, nella misura in cui negli studi antropologici, la tribù è definita «un’unità sociale i cui membri affermano di essere un’unità sociale» (Aime 2012).

Piccole patrie

Nell’età della globalizzazione e della tarda modernità, i processi legati all’integrazione transnazionale politica, economica, culturale spesso vengono percepiti da alcuni gruppi sociali come movimenti di spossessamento dell’identità. Essi sembrano provocare, per reazione, una chiusura di segno contrario che spinge a una torsione sulle pratiche identitarie, intese come miti unificanti e riti di legame per servire dinamiche politiche bisognose di legittimazione. In tal modo diversi partiti xenofobi – in Olanda, Finlandia, Austria, Danimarca, Ungheria – hanno accumulato il proprio capitale politico sull’etnicità, criticando la nozione di Stato-nazione democratico e pluralista e il sistema di relazioni che i diversi stati intrattengono all’interno dell’Europa (in termini geografici) e dell’Unione Europea (in termini politici).

In questo contesto, la Lega Nord offre un esempio di una più ampia costellazione di fenomeni in cui l’identità culturale, con annesse mitologie, viene usata come grimaldello o, più spesso, brandita come una clava per servire interessi politici del presente: il potente ritorno alla legittimazione localistica e alle comunità inventate rientra dunque all’interno delle logiche di una vera e propria «invenzione della tradizione» (Hobsbawm e Ranger, 1983) funzionale agli interessi economici di alcune fasce di popolazione delle regioni settentrionali; una costruzione sociale che in questo caso si trova coinvolta in una “battaglia culturale” in concorrenza con l’incompiuta costruzione dell’identità nazionale italiana all’interno dei processi di Nation Building successivi al 1861. Fin dagli esordi del movimento regionalista, poi diventato partito, la leadership di Umberto Bossi e del gruppo dirigente ha cavalcato il tema dell’oppressione fiscale delle regioni settentrionali ridefinendole all’interno delle proprie retoriche come una «oppressione storica di matrice etnica» (Aime 2012) e così ha saputo trasfigurare le necessità del momento in efficaci immagini mitiche e appello a eroiche battaglie dei “popoli padani”.

Una storia mitica

Negli anni Novanta la Lega Nord è diventata il più grande partito secessionista d’Europa. All’interno del panorama politico della cosiddetta “seconda Repubblica”, la sua particolarità consiste nell’introduzione nella propria propaganda politica di una «palese manipolazione del passato storico» (Arbarello 2011), in cui trovano posto il riferimento al celtismo, a una mitologia fluviale e a un passato mitico e mitizzato (come la lotta dei comuni e di Alberto da Giussano contro l’Impero o battaglia di Lepanto) per delineare artificialmente una etnicità padana in quanto forza simbolica in grado di provocare coinvolgimento emotivo e consenso.

Tale uso politico della storia è alquanto approssimativo e impreciso. Ricalca indefiniti riferimenti a una presunta tradizione, di volta in volta e al tempo stesso celtica e pre-romana, medievale e cristianizzante: il continuo appello alle radici religiose dell’Occidente, peraltro in contraddizione con il tratto neo-pagano, non indica un «sistema di valori da seguire» ma  mette in scena dei simboli comuni «come vessilli anti-islamico e contro gli stranieri in genere» (Aime 2012).

È molto significativo che il concetto di cultura espresso dall’ideologia leghista sia incardinato su  termini come tradizione, terra, radici, territorio, persino razza e sangue. Queste parole-feticcio al di fuori di un preciso quadro epistemico e teorico, hanno la funzione di evocare un presunto mondo contadino o montanaro del passato, posto in un “tempo di prima”, quando tutto era migliore “perché c’era la nostra gente” e non gli “stranieri”.

Tale rete discorsiva è coestensiva al mito, concepito come antitetico alla storia nella sua dimensione meta-storica. Il ricorso al mito è tipico dello stile di pensiero legato alla destra tradizionalista: alcuni filoni della destra (radicale tradizionalista cattolica, neo-fascista, neo-nazista o suprematista bianca) sono stati assorbiti dalla Lega Nord anche a livello di personale politico e di alleanze strategiche, tanto sul territorio quanto nella sfera nella rete di siti internet di area. Rispetto alla destra tradizionalista, che mostra tratti elitisti e aristocratici, la Lega Nord si caratterizza però per una vocazione di massa che prevede una rivendicazione positiva dell’ignoranza e una virulenta polemica anti-intellettuale. In questo modo si spiega la «retorica dominante […] fatta di simboli abborracciati e di linguaggi volutamente, marcatamente e a volte forzosamente popolari, nel senso più basso, quasi triviali» (Aime 2012). Proprio grazie a una comunicazione che fa della volgarità e del linguaggio diretto e “politicamente scorretto” il rovescio dei codici politici della “vecchia” politica, il partito si è dimostrato capace di conquistare ampia visibilità, investendo in diversi settori della società con formule comunicative dirette, semplificate nel lessico e nei contenuti: forme “popolari e popolane” che usano il dialetto per mostrarsi vicini alle comunità locali e lontani tanto dalle classi colte urbane quanto dai diversi “popoli” meridionali ma anche dal centralismo italiano, dipinto come colonizzatore, dissoluto e corrotto.

Estranei all’Italia

Dopo aver organizzato il malcontento del precedente fenomeno delle leghe regionali, che hanno intercettato il clima di risentimento e rabbia sociale nei confronti della corruzione della classe politica della cosiddetta Prima repubblica travolta dagli scandali, la Lega Nord al suo apice ha elaborato l’identità etnica come inedito vincolo tra politica ed elettorato: il richiamo all’etnicità costituisce infatti una risorsa politico-elettorale di grande efficacia, poiché consente di giovarsi di un patrimonio e di una storia mitica funzionale ai bisogni indotti dalla circostanze socio-economiche e quindi tale da diventare motore dell’azione collettiva e della codificazione dell’identità di un gruppo.

L’inesistenza di una entità culturale storica o geografica identificabile con la Padania è completamente irrilevante per i fini della narrazione leghista. Dall’inizio degli anni Novanta lo sviluppo della geografia leghista nella definizione dello spazio territoriale è stata «l’immagine di una Padania che risaliva le valli dell’Appennino e provava a scendere verso sud» (Belpoliti 2011) includendo progressivamente Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia, Romagna fino all’Adriatico. Ma se la geografia consente quantomeno l’utilizzo dell’aggettivo “padano” per indicare, come è ovvio, l’omonima pianura, con la storia va peggio. Così come la storia di una nazione è la proiezione operata sul passato per legittimare il presente (Hobsbawm e Ranger 1983), parlare di Padania significa mettere in luce il fatto che la «costruzione di una storia e di una mitologia nazionale abbiano una certa possibilità di mobilitare forze politiche e di aderire a bisogni profondi di protezione […] di identità, inserendosi in una lunga tradizione di manipolazione dei dati storici» (Albarello 2011).

La comunità immaginata

L’identità etnica risulta infatti un generatore di appartenenza particolarmente adatto a contesti di trasformazione politica, istituzionale, sociale: crea un legame trasversale rispetto alla classe ed è  efficace perché intuitivo: percepito come “naturale”, risulta più pervasivo rispetto ad altre dimensioni dell’identità. In tal senso è possibile parlare di etnonazionalismo come «sentimento di dedizione e fedeltà verso i miti e i riti condivisi che forniscono a un gruppo il carattere di una comunità di destino» (Connor 1995).

Usando la fortunata definizione di Benedict Anderson (2009), la Padania può quindi essere considerata una comunità immaginata: il prodotto di processi culturali strategicamente e intenzionalmente “tecnicizzati” che ne fanno un costrutto concettuale determinato in un immaginario collettivo e in un canone di memorie condivise.

Non è sufficiente limitarsi a constatare l’inesistenza o l‘inconsistenza della Padania: piuttosto, risultano di particolare interesse la genealogia sociale del fenomeno e il punto di vista emico di chi vi crede.

I regionalismi sono sorti per la tutela degli interessi delle realtà locali delle regioni settentrionali e si sono diffusi infatti negli anni Ottanta, parallelamente all’indebolimento dei partiti e in particolare della Democrazia Cristiana, che ha costituito l’asse moderato attorno a cui a lungo si è retto il sistema repubblicano. Il vuoto di rappresentanza, lasciato dalla crisi della DC, ha permesso lo sviluppo della Lega Nord, nata nel 1991 come federazione comune di precedenti leghe (Liga veneta e lombarda in particolare). E’ in quel momento che si assiste al passaggio dalla protesta contro lo “statalismo” italiano e dall’antimeridionalismo verso una sempre più ampia ideazione mitico-simbolica, volta a cementare la “comunità di destino” dei “popoli” stanziati tra le Alpi e la Valle del Po. «La Lega si inserisce in questo vuoto e lo occupa, proponendo una narrazione etnico nazionalista che come tutte le narrazioni, non deve necessariamente essere vera, ma deve servire a risolvere i problemi del presente e soprattutto appagarne il malcontento» (Aime 2012).

La trasversalità rispetto ai consueti bacini elettorali partitici e il radicamento territoriale hanno fatto della Lega Nord una forza eclettica: l’“etnicità” condensa e concentra in poche e semplificate i temi della “patria negata”, dell’ ostilità verso i partiti tradizionali e il meridionalismo come habitus, e conduce progressivamente alla xenofobia e al razzismo contro gli immigrati. Il “noi” padano ha individuato come proprio nemico «l’extracomunitario, la cui presenza è espressione di un governo nazionale che intende disperdere il patrimonio culturale dell’Italia intera» (Albarello 2011).

Una cultura di destra

Oltre a favorire l’aggregazione di diverse destre, lo stile politico leghista ha inoltre contribuito in maniera determinante alla diffusione nello spazio pubblico del populismo, di un uso strumentale della religiosità e all’abbassamento dei livelli di discussione, alimentando razzismo, sessismo, omofobia (Peruzzi e Paciucci 2011): con l’abbandono dell’antimeridionalismo, dovuto anche a un allargamento dei consensi su scala nazionale, la Lega Nord si è infatti caratterizzata come forza politica che non solo rifiuta l’immigrazione ma si fa anche promotrice di atteggiamenti di esclusione apertamente razzisti (che contraddicono il bisogno strutturale di manodopera che le regioni settentrionali hanno per esigenze di produzione e di sviluppo economico).

Si pensi al ruolo che il partito ha avuto nella determinazione legislativa della clandestinità come reato e al protagonismo mediatico di suoi diversi esponenti (come i deputati Caldaroli e Borghezio) sempre in prima linea nell’alimentare l’avversione verso “immigrati e rom” e nel cavalcare il panico suscitato dal terrorismo internazionale in chiave anti-islamica; senza dimenticare gli ambiti correlati all’area politica come l’omofobia, la difesa della “famiglia tradizionale”, il diritto all’autodifesa con l’uso di armi.

Tale tratto reazionario si è ulteriormente radicalizzato quando la leadership storica di Umberto Bossi è stata di fatto travolta da scandali di corruzione e di uso privato e familistico delle risorse del partito (2012). Recentemente il più giovane leader, Matteo Salvini, esponente di una “ala sociale” della Lega e abile comunicatore, interpreta la vocazione populista del suo partito in chiave anti-europea e anti-immigrazione, attorno alle parole chiave di una sedicente “Europa dei popoli” contro l’UE dei burocrati e propugnando “tolleranza zero” e  una “politica della ruspa” (con chiaro riferimento allo sgombero dei campi nomadi), senza nascondere simpatie anticapitaliste e antiglobalizzazione di ascendenza rivoluzionario-conservatrice, secondo l’agenda della destra radicale europea.

Nell’arco dello sviluppo dell’ideologia leghista c’è un tratto persistente che riguarda «l’ossessione identitaria» (Remotti 2014): il debole sentimento di appartenenza nazionale dei cittadini italiani e una crescente paura nei confronti degli stranieri, indotta o acuita da campagne strumentali, sono tra gli elementi del successo della politica leghista, il cui messaggio iper-semplificato e consolatorio è incentrato su termini come la nostra terra e padroni in casa nostra e appare diretto, chiaro, risolutivo, palingenetico, concreto. Tale ideologia viene incontro a un bisogno di identità e di sicurezza che fa leva su un idilliaco passato, pacificato e di benessere, ed esprime attraverso la metafora “tribale” anche la concezione aziendale di una cultura di impresa e amministrativa locale insofferente verso vincoli e tutele, cara a una buona parte dell’elettorato. Il che è tanto più contraddittorio nella misura in cui l’insistenza retorica su una terra originaria e ancestrale si accompagna nei fatti a politiche di gestione del territorio e del patrimonio naturalistico che,  in nome dello sviluppo economico, si rivelano poco rispettose dell’ambiente.

Genealogia socio-economica

La scomposizione del voto della Lega Nord degli esordi, momento in cui appare come novità sul panorama politico, rivela una provenienza elettorale per il 40% dalla Dc, per il 12% da i socialisti, per il 12% dai comunisti e per il resto dai cosiddetti partiti laici (Diamanti, 1996). Negli anni successivi si osserva come in Veneto e Friuli ci sia stato un passaggio quasi meccanico e “in blocco” dalla DC alla Lega (Rumiz 2001). Molti analisti ne hanno in ogni caso sottolineato il carattere di fenomeno nato dal basso e da un comune sentire di generico malcontento regionale, trasversale sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista dell’appartenenza politica di partenza.

Com’è noto l’affermazione su scala nazionale della Lega Nord avviene con il 1994, quando si presenta  nelle elezioni politiche con il Polo delle Libertà e Polo del Buon Governo, la coalizione guidata da Silvio Berlusconi e composta da Forza Italia, Alleanza Nazionale, Centro Cristiano Democratico e Polo Liberal Democratico.

Dalla metà degli anni Novanta si assiste al consolidamento dell’ideologia padana: nel 1995 la Lega ottiene oltre il 18% dei consensi alle elezioni regionali in Lombardia (che però sono vinte da Roberto Formigoni per  il “Polo della Libertà” a cui la Lega da un appoggio esterno); su base nazionale il partito si attesta su un consenso elettorale del 6.5% ( il 16.5% in Veneto, 9% in Piemonte).

Nel 1996 alle elezioni legislative, vinte dal centrosinistra (l’Ulivo guidato da Prodi) la Lega Nord si presenta da sola ottenendo un 10, 07% (87 parlamentari, 59 alla Camera e 27 al Senato): il 23% in Lombardia. All’apice del suo successo elettorale, nei “suoi” territori i sondaggi assegnano alla Lega un gradimento del 16-20%, percentuale all’interno della quale meno di un terzo che si dichiara favorevole alla secessione: con un’adesione forte in provincia, lungo l’arco alpino da Pordenone a Cuneo, la solidarietà nordista contro l’inefficienza, la pressione fiscale e la mentalità “romana e terrona” si trasformano rapidamente in radicalismo “etnico”  e “razziale”.

La padanizzazione

È in questo momento che si situa il passaggio dal federalismo iniziale all’aperta politica secessionista, e che prende avvio la teorizzazione della Padania, volta a “statualizzare” il territorio attraversato dal Po e dai suoi affluenti. Lo mostrano le manifestazioni politiche, da sempre spia importante per i cogliere i fenomeni di militanza e partecipazione: al Raduno di Pontida, che si tiene  dal 1990 nel bergamasco (luogo simbolo della lotta dei comuni medievali contro l’impero), si affianca nel 1996 la Festa dei popoli padani, una manifestazione di indipendentismo che avviene in una cornice rituale. Il fiume viene di fatto divinizzato come “dio Po” e viene celebrata l’etnogenesi fluviale attraverso il legame a un mito “celtico”: il comizio del leader Umberto Bossi avviene sul Monviso, alla sorgente del Pian del Re, a 2000 metri di altezza, dove viene raccolta un’ampolla di acqua, poi versata (“liberata”) presso la Riva degli Schiavoni a Venezia.

La prima bandiera, del 1991, era rossa in campo bianco con l’effige di Alberto da Giussano per richiamare la Lega dei comuni. Quella nuova vede il “sole delle Alpi”, (“il vessillo più antico al mondo” secondo il teorico della padanità Gilberto Oneto), di colore verde campeggiare su fondo bianco. La Padania ha individuato un patrono e protettore: il San Giorgio, eroe che sconfigge il drago a significare che il corso d’acqua, per poter essere portatore di benessere, deve essere domato. Se già il celtismo è frutto di un’invenzione della tradizione da tempo nota agli storici (Aime 2012), il celtismo padano mostra ulteriori tratti di manipolazione volta a mettere insieme ossessione dell’autoctonia, fascino dell’origine e nobilitazione araldica con componenti sincretistiche vagamente esoterico-misteriche.

L’apparato simbolico leghista prende in considerazione vari ambiti della dimensione civile: l’inno è il Va’ pensiero del Nabucco di Verdi, che è paradossalmente simbolo di unità risorgimentale (come peraltro il mito comunale e anti-tedesco di Alberto da Giussano). Come si è detto, anche l’epopea dei comuni all’interno dell’ideologia leghista va intesa come riferimento temporale vago e senza nesso cronologico.

Non manca una dimensione giuridico-istituzionale, per quanto priva di valore effettivo ed efficacia pratica: il 2 giugno 1996 viene coniata la moneta del Marco padano (con l’effige del sindaco di Milano Marco Formentini); nel 1997 nel Mantovano sorge il “Parlamento del Nord”, in seguito a elezioni nordiste svolte nei gazebo auto-organizzati in cui compaiono diversi schieramenti interni (Cattolici padani, Comunisti padani, liberali etc).

Sorgono inoltre il quotidiano “La Padania”, l’emittente radiofonica Radio Padania Libera e successivamente Telepadania (1998), la televisione di riferimento. L’arco di manifestazioni identitarie è impressionante: si va dall’istituzione della Selezionale nazionale padana di calcio a manifestazioni di bellezza come Miss Padania, fino al progetto di una linea di voli charter (la Polent-one). Alla costruzione di immaginario, naturalmente, concorrerà anche il cinema: è del 2009 il film Barbarossa, diretto da Renzo Martinelli e fortemente sostenuto dalla dirigenza della Lega Nord.

Potere simbolico

Un documento, tra quelli proposti, che attesta tale vitalità (e viralità) è il fumetto di Capitan Padania, comparso nel 2006 ai raduni di partito e prodotto con ogni probabilità negli ambienti della militanza di base. Il fumetto in realtà sembra aver avuto maggior diffusione in Internet grazie ai suoi detrattori, che spesso lo hanno condiviso sui social network per irriderne il tratto ingenuo e kitsch, sottolineato anche da alcuni articoli di giornale. Al di là delle questioni relative alla sua elaborazione, il fumetto è un interessante esempio di produzione ideologica, in particolare per la sua destinazione ai giovani lettori. Come Capitan America, a cui si ispira, Capitan Padania è un supereroe che combatte contro il male, armato di spada e scudo, vestito di verde e corredato di simboli leghisti. Sullo sfondo di una battaglia manichea ed epocale i leader della Lega appaiono accanto al loro popolo, parlano in “padano” e combattono contro i malvagi stranieri intenti a portare orrore, disordine e violenza per cancellare le radici cristiane della tollerante Europa buonista.

Stereotipizzazione e demonizzazione dell’altro e creazione del nemico sono evidenti e hanno tratti grotteschi e involontariamente comici, risultando meno efficaci ma non diversi dal punto di vista ideologico da prodotti di larga diffusione più raffinati e super-prodotti come 300 di Frank Miller, film di grande successo che rilegge il mito di Sparta e delle Termopili in chiave apertamente reazionaria e filo-occidentale  (Wu Ming 1).

Nei tanti ambiti dell’elaborazione simbolica (in questo caso padana), in modo ricorsivo e attraverso il bricolage tipico di ogni esperienza mitologica, viene alimentata la circolazione della fede volontaristica, antica e post-moderna al tempo stesso, che esista un territorio e una tradizione segnati dal sacro sigillo dell’ethnos contrapposto alla meccanicità degradata e corrotta del demos.

Bibliografia e sitografia
  • “Nuova rivista letteraria”, n. 2, novembre 2015 (Nazionalismi, populismi di destra e razzismi) 2011
  • AA.VV., Sorci verdi. Storie di ordinario leghismo, Edizioni Alegre, Roma 2011.
  • Aime M., Verdi tribù del Nord. La Lega vista da un antropologo, Laterza, Roma-Bari 2012.
  • Albarello A., Non nelle mie contrade. Un’etnografia padana per un’antropologia delle società complesse, in P. Sacchi e Viazzo P. P. , Più di un sud. Studi antropologici sull’immigrazione a Torino, Franco Angeli, Milano 2011.
  • Anderson B., Comunità immaginate, manifestolibri, Roma 2009.
  • Allievi S., Le parole della Lega, Garzanti, Milano 1992.
  • Belpoliti, M. http://www.doppiozero.com/materiali/editoriale/dove-comincia-e-dove-finisce-la-padania.
  • Connor W., Etnonazionalismo, Dedalo Bari 1995.
  • Dematteo L., L’ idiota in politica. Antropologia della Lega Nord, Feltrinelli, Milano 2011.
  • Diamanti I., La Lega: Geografia, storia e sociologia di un soggetto politico, Donzelli, Roma 1993
  • Diamanti I., Il male del Nord, Donzelli, Roma 1996.
  • Esposito F.,  Mito e fascismi, in Leghissa G., Manera E. (a cura di), Filosofie del mito nel Novecento, Carocci 2015.
  • Guzzi D., Mito politico e Novecento: da vettore di speranza a nemico della ragione,  in Leghissa G., Manera E. (a cura di), Filosofie del mito nel Novecento, Carocci 2015.
  • Hobsbawm E. e Ranger T. (a cura di), L’invenzione della tradizione, Einaudi, Torino 2002
  • Mannheimer R. (a cura di), La Lega Lombarda, Feltrinelli, Milano 1991.
  • Peruzzi W. e Paciucci G., Svastica verde. Il lato oscuro del va’ pensiero leghista, Editori Riuniti, 2011
  • Remotti F.,  L’ossessione identitaria, Laterza, Roma Bari 2014.
  • Rumiz P., La secessione leggera. Dove nasce la rabbia del profondo Nord, Feltrinelli Milano 2001.
  • Scarduelli P., La costruzione dell’etnicità, L’Harmattan Italia, Torino 2000.
  • Smith A. D., Le origini etniche della nazioni, Il Mulino, Bologna, 1992.
  • Spineto N., La festa, Laterza, Roma-Bari, 2015
  • Wu Ming 1, http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/allegoria_e_guerra_in_300.htm

Altro materiale on line

Il dossier

Insieme al testo breve per studenti il dossier contiene alcuni documenti, testuali e visivi che mostrano diversi ambiti della retorica e della pratiche con cui viene data sostanza alla costruzione di un sentimento di appartenenza a una comunità “etnica” come quella “padana” che si presenta come alternativa a quella nazionale italiana, ma con analoghe caratteristiche dal punto di vista formale e di teoria della cultura.

Il documento 1 consiste in una raccolta di dichiarazioni politiche, tratte da discorsi da importanti leader di partito in luoghi e date simboliche o da manifesti sintetici di larga diffusione, che sottolineano la rivendicazione di una identità specifica e diversa e si riferiscono a luoghi e tempi storici, che si vogliono come elementi di legittimazione mitica del presente.

Il documento 2 raccoglie alcuni esempi di ricostruzione storiografica in chiave padanizzante: anche in questo caso si tratta di testi destinati alla circolazione intellettuale e alla formazione di dirigenti e militanti che, privi di autorità scientifica o validazione della comunità storiografica, cercano di fondare l’identità padana su presunte radici storiche: è da sottolineare il fatto che il terzo documento (una recensione) proviene da un sito non strettamente interno agli ambienti di partito, ma vicino agli ambienti della destra identitaria.

Il documento 3 è un esempio di divulgazione della cultura padana, tratto dai “Quaderni padani”, rivista culturale del partito, e si mostra come esempio di studio della “cultura popolare” che si vuole etnica. Per tono e riferimenti, si coglie un chiaro intento pedagogico volto a inserire elementi di cultura familiare e locale in un più ampia storia universale in chiave identitaria.

Il documento 4 è l’esempio di un testo apparentemente lontano dalla dimensione politica,  e non collegato alla comunicazione del partito, che sottolinea il bisogno di identità etnica: la dimensione favolistica, presentata come raccolta di testimonianze etnografiche, inserisce, non senza evidenti forzature, l’immaginario padano in un quadro legato al folklore nordico nella sua forma più stereotipata e tende a evocare nel lettore un sentimento di autenticità, arcaicità e mistero. In questo senso il testo testimonia esprime fascino per l’evasione dal quotidiano e rivela il suo apparentamento con un’ideologia antimoderna e irrazionalistica.

Il Documento 5 consta di alcune tavole di un fumetto dedicato al supereroe identitario, Capitan Padania, già citato nel testo: erede di condottieri padani nemici dell’esercito di Federico Barbarossa, affronta e sbaraglia alcuni terroristi islamici che, armati di cinture esplosive e armi simili a coltelli “da kebab”, giunti a seminare morte durante un raduno leghista contro l’ingresso della Turchia in Europa. Particolarmente interessante risulta che i destinatari del fumetto siano i lettori più giovani, come il bambino protagonista e testimone che finalmente incontrerà il suo eroe Capitan Padania. Siamo all’interno di una cultura pop scopertamente ideologica e ipersemplificata, che testimonia la vocazione demagogica della comunicazione leghista.

Testo per allievi

Miti e simboli sono elementi fondamentali per la costruzione di un sentimento di appartenenza: aiutano le persone a sentirsi parte di una comunità e per questo sono sempre stati presenti nel modo in cui stati e nazioni hanno esercitato la loro azione di governo. Il riferimento alla storia, al territorio, a eroi e racconti di fondazione e il ricorso a festività, bandiere e inni sono al centro delle strategie di educazione rivolte alla popolazione per costruire consenso e partecipazione e, in altre parole, un senso di identità collettiva.

Dagli anni Novanta in Italia il partito della Lega Nord ha rappresentato le istanze, gli interessi e il malcontento di parte degli abitanti delle regioni settentrionali, in contrasto con la politica fiscale e amministrativa rappresentata dallo Stato e dalla capitale, Roma. Esponenti del partito hanno ricoperto importanti ruoli di governo nell’ultimo ventennio: la secessione del Nord dal resto del Paese è nel programma politico del partito, che ha ottenuto nei fatti alcune limitate forme di autonomia locale, come il rafforzamento dei poteri delle regioni. La sua propaganda si caratterizza per i toni aggressivi e rivoluzionari e per un originale immaginario che mescola in modo arbitrario storia, mitologia e folclore, al punto che molti studiosi considerano l’elaborazione culturale leghista una forma di “nazionalismo” su base “etnica”, in cui viene letteralmente inventato un “popolo padano”, dal nome dell’area geografica attraversata dal fiume Po.

La Lega Nord si è infatti impegnata per costruire artificialmente una senso di identità “padana” con il riferimento al passato (come la lotta dei comuni contro l’Impero nel XII secolo o la battaglia di Lepanto del 1571) o a luoghi naturali (come il fiume Po e le Alpi), al centro di commemorazioni e riti; ma anche con inni, bandiere, pubblicazioni “colte” e di larga diffusione, trasmissioni radiofoniche e televisive.

Si tratta di simboli che all’interno di un processo di “invenzione della tradizione” evocano un presunto mondo contadino o montanaro del passato, di fatto collocato in un “tempo di prima” idealizzato. Un mondo mitico perché descritto come migliore, autentico e originario. La storia viene così manipolata nei suoi dati con indefiniti riferimenti a una tradizione celtica e pre-romana, medievale, cristiana, che hanno la funzione di evocare un passato nobile e prestigioso in cui i “padani” di oggi possano riconoscersi come in uno specchio e individuare stili e modalità di azione politica nel presente. Come succede in ogni elaborazione politica, la visione del mondo dei militanti della Lega Nord viene espressa in molteplici forme e trova diffusione in molti ambiti della cultura popolare (stampa, cinema, canzoni, fumetti).

In questo modo l’ideologia leghista ricalca il nazionalismo più esasperato, incentrata su termini come “tradizione”, “terra”, “territorio”, “radici”, persino “sangue” e “razza”: il partito, prima fortemente avverso agli italiani delle regioni meridionali, ha fin dagli esordi espresso posizioni fortemente xenofobe e apertamente razziste, recentemente con particolare riferimento al contrasto delle migrazioni e all’accoglienza dei profughi.

Documenti

Documento 1 – Dichiarazioni e manifesti politici

“Siamo stanchi, oggi come otto secoli fa, stanchi di essere una terra di invasioni, colpita prima dal Mezzogiorno e oggi dal Terzo Mondo”

U. Bossi, 11 giugno 1991, comizio al Raduno di Pontida

“Questa è la giornata della nostra identità. Siamo dove nasce il Po. Il Po è la ninfa della Padania”

R. Cota, 15 settembre 2001, allora presidente del Consiglio regionale del Piemonte, comizio al Pian del Re.

“Anche gli ebrei che assaggiarono gli effetti del nazionalismo dovettero inventarsi uno Stato. […] C’è stato un tempo dove si è tentato di far scomparire le identità, durante la guerra mondiale gli ebrei non potevano far sentire la loro voce. Senza fare uno Stato avrebbero perso la loro identità […]. Il monetarismo è finito c’è un ritorno alla politica. Sono in atto molti cambiamenti, ma ripeto, sono convinto che non serva la violenza. Piuttosto credo occorra un sano orgoglio dei popoli che possono competere fra loro proprio grazie al loro orgoglio”.

U. Bossi, 15 settembre 2001 al Pian del Re
http://archivio.agi.it/articolo/375acccce5d64c535d27aca149c05ab4_20010915_lega-bossi-i-padani-un-tempo-come-gli-ebrei/

“Tutti i popoli della Padania discendono dagli stessi progenitori e dagli stessi popoli originari. Questi possono essere identificati in tre gruppi principali. Il primo e il più antico e formato dai  Garalditani, dai Liguri e dai ProtoCelti Golasecchiani e da tutte le popolazioni a essi assimilabili (Camuni, Salassi, Leponzi, Carni, Reti, Histri eccetera) che costituiscono il più profondo substrato etnico di tutte le comunità padane e che ancora oggi contribuiscono in maniera determinante alla formazione del nostro patrimonio genetico: molta parte dell’aspetto fisico dei Padani deriva da questi antichi progenitori. Il secondo è formato dai Celti e dai Veneti che, pur provenendo da diverse aree geografiche, avevano caratteri somatici, costumi e culture così simili da non poter essere distinti se non per la lingua. A queste due popolazioni i Padani devono buona parte dei loro caratteri culturali, del loro amore per l’arte, per le autonomie, per l’avventura e per la forte vita comunitaria. […] I padani sarebbero culturalmente diversi dagli italiani, perché questi sono gli eredi degli etruschi, dei greci e della popolazioni italiche che si erano stanziate nel Meridione. Questa divisione è oggi puntualmente confermata dalle più moderne e attendibili indagini scientifiche che mostrano una penisola divisa in tre grandi aree dove dominano rispettivamente il residuo genetico dei liguri, degli etruschi e dei greci”.

G. Oneto e G. Pagliarini, Cinquanta buone ragioni per l’indipendenza, supplemento a «La Padania», I quaderni de la Padania, Milano 1998.

Documento 2 – Storiografia padana

“I Padani da millenni vivono secondo le antiche consuetudini, tramandate tacitamente di padre in figlio, conservate gelosamente dalla comunità e dai nuclei umani […] che ci permettono di dire che la Padania è oggi il vero baluardo celtico e libertario nell’Europa dei cittadini europei e non dei vecchi Stati nazionali”.

A. Storti, Note sull’antica società celtica, «Quaderni padani», n. 17 (1998), p. 50

Semplicemente i celti non ritenevano necessaria la presenza di un centro di potere che potesse disporre della vita e della morte dei cittadini […]. In pratica l’antica società celtica era strutturata secondo un modello autenticamente federale.

G. Ciola, L’unità etnico-culturale della Padania, in «Quaderni padani», n. 12 (1997), p. 5

“Nel corso dei secoli le città padane si sono sempre distinte per vivacità intellettuale e per spirito imprenditoriale, e le popolazioni padane sono sempre state capaci di forme di organizzazione comunitaria che caratterizzano la Padania come un fenomeno di nazionalismo sociale. La Padania è una delle comunità più produttive del mondo, ma purtroppo ha beneficiato in misura minima delle sue grandi potenzialità, poiché la classe dirigente italiana ha messo in atto una vera e propria rapina fiscale ai danni di questo territorio e, come se non bastasse, ha fatto il possibile e l’impossibile per sfigurare l’identità etnica della Padania, violentando il territorio per mezzo di flussi migratori sapientemente manovrati: la Padania, colonizzata da prefetti, magistrati e poliziotti di origine meridionale, è praticamente sottoposta a occupazione militare. Poi, con l’invasione extracomunitaria, si è abbattuto un ulteriore diluvio di elementi allogeni sulla Padania e su tutta l’Europa, che ha dato origine a problemi di ordine pubblico ormai ingestibili. Lo stato italiano considera i cittadini come vittime sacrificali da immolare sull’altare massonico della società multirazziale, e utilizza le masse di immigrati clandestini come colpi di maglio per travolgere la società civile padana e piegarla ai capricci dell’ideologia mondialista”.

Michele Fabbri, Recensione di Gilberto Oneto, L’invenzione della Padania. La rinascita della Comunità più antica d’Europa, Foedus Editore, Bergamo, 1997.
http://www.centrostudilaruna.it/invenzionedellapadania.html

Documento 3. Cultura padana

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Simbolo della Padania. IL “SOLE DELLE ALPI”

Il Sole delle Alpi è un antichissimo simbolo molto diffuso nelle aree celtiche e specialmente lungo l’arco alpino. Si tratta di un simbolo solare, essenzialmente grafico, non vincolato a determinati colori, che solo un grosso somaro può assimilare alla foglia di marijuana. È costituito da sei “spicchi”, regolarmente disposti a raggiera e generalmente racchiusi in un cerchio o in una decorazione circolare; a volte, anche in un esagono. Il Sole delle Alpi è come la riunione di altri simboli: sta ad indicare anzitutto il Sole, cioè la vita, il calore, la luce e tutto ciò che è bello e piacevole; sta ad indicare la “ruota della vita”, con l’alternarsi delle stagioni e delle vicende; sta ad indicare Gesù Cristo, “vero Sole”, “Sole invitto” e “Sole di giustizia”, rappresentato con il Chrismon (sovrapposizione di X e P, cioè delle prime due lettere greche di Christos); la suddivisione in 6 rimanda alla “Stella di Davide” e all’importanza di questo numero legato alla creazione: il 6 non è solo il doppio del numero perfetto, ma anche la somma dei primi tre numeri; sta ad indicare il fiore, cioè la bellezza, la pulizia, la vita che rinasce dopo l’inverno, e in particolare la stella alpina che cresce anche nelle condizioni più sfavorevoli; sta ad indicare infine i sei ceppi etnolinguistici della Padania: i Celto-italici, i Veneti, i Tedeschi, i Friulani, i Ladini e gli Occitani-Arpitani.

Il Sole delle Alpi è un ornamento grafico popolare e popolano: lo si ritrova soprattutto inciso o disegnato sui comuni oggetti (utensili, culle, portapane, grolle…) quotidianamente adoperati dai ceti popolari, rurali, periferici, spesso accanto all’emblema di Gesù (“JHS”); raramente è esposto su portoni, terrazze o travi, come in una casa walser a Binn, in Svizzera; nelle Chiese compare poco, e in posizione secondaria; non lo si vede mai sugli stemmi nobiliari, sui palazzi o sui Castelli: gli artisti più ricercati non si rifacevano di certo a un ornamento popolare di così facile e esecuzione. […]

Il Sole delle Alpi è dunque un simbolo popolare e familiare, adatto ad esprimere il profondo legame che i popoli padani e alpini vogliono instaurare e mantenere con le loro istituzioni politiche: la Repubblica Federale della Padania.

G. Oneto, “Il ‘Sole delle Alpi’, simbolo Padano”, Quaderni Padani, 1, 1995
http://www.prov-varese.leganord.org/doc/solealpi.htm

Documento 4. Immaginario padano

Ci sono sapori, odori e sensazioni dell’infanzia che, nonostante il passare degli anni, restano vivi nella memoria e che, per strane ed imperscrutabili ragioni, si sente il bisogno di ritrovare. Per chi ha avuto la fortuna di avere dei nonni che nelle lunghe serate invernali, seduti davanti al camino sorseggiando del vino caldo, raccontavano, con lo sguardo perso nel vuoto alla ricerca di arcani ricordi, storie strane ed affascinanti di Fate e di Folletti, di Orchi e di Draghi, il desiderio più grande resta quello di riassaporare l’incanto e lo stupore che quei racconti portavano con sé. […]

Per quella gente le montagne non erano semplici accumuli di rocce, terra e alberi, ma spesso giganti addormentati o guardiani misteriosi, così come le grotte erano ingressi a mondi sconosciuti e incantati. Passeggiando rispettosamente per le valli si fermavano, di tanto in tanto, ad indicare quel masso o quella roccia dove i loro occhi […], vedevano la bocca, il naso o la fronte di qualche misteriosa e antichissima entità del posto. Allora si sedevano all’ombra di qualche grande albero e con voce bassa e rispettosa raccontavano la leggenda che quella visione aveva rammentato loro.

Dalbosco A. e Brugi C., Entità Fatate della Padania. Ovvero trattato dei Draghi, Fate, Folletti e di altre strane creature che possono apparire in questa terra, dei loro usi e costumi e di alcune loro gesta ed imprese, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano 1993

Documento 5. Cultura pop padana

Capitan Padania, di Roberto Volpi

Il testo può essere scaricato integralmente ai seguenti link

Indicazioni didattiche
  1. contestualizzazione
  • Che cosa significa “invenzione della tradizione”? Ricava una definizione dal testo e cerca nel manuale, soprattutto nella storia ottocentesca e del primo novecento, degli esempi di “invenzione della tradizione”
  • Con l’aiuto di una carta geografica individua le aree regionali citate nel testo, individua quelli che, secondo i teorici della Lega Nord, sono confini della Padania.
  • Individua i riferimenti storici che la Lega Nord considera fondamentali, e collocali lungo l’asse del tempo, scrivendo una breve stringa di testo di contestualizzazione per ogni voce.
  1. Rapporto fra testo e documenti
  • Sottolinea nel testo le frasi e le parole relative all’ invenzione della tradizione. Cerca nei documenti se vi sono dei riferimenti a queste frasi.
  1. Lavoro sui documenti
  • Doc. 1: Quali obiettivi politici si prefiggono gli autori dei messaggi? Quali riferimenti storici sono citati?
  • Analizza il doc. 2 e il doc. 5 mettendo in luce, nelle diverse tipologie di testo (scientifico e fumettistico) il tratto ideologico e propagandistico, ricostruendo le strategie argomentative di chi l’ha scritto: quali sono i messaggi che emergono?
  • Quali sono i riferimenti presenti nel testo che spiegano l’importanza attribuita al cosiddetto ‘Sole delle Alpi’? (doc. 3). Come spieghi l’insistenza sui simboli e sulla loro diffusione?
  • Quali sono i valori assegnati  alla montagna e al paesaggio nordico nel doc. 4? In che modo questo si collega all’ideologia politica leghista?
  1. Scrittura
  • Individua a partire dalle tue conoscenze processi storici che, in altri tempi e luoghi, possano presentare lo stesso schema logico per cui un immaginario culturale è stato usato per legittimare movimenti di indipendenza o secessioni. Descrivili sinteticamente in una tua relazione.
  • Scegli un super-eroe dei fumetti che conosci e, descrivendo la sua figura e il suo mondo, cerca di individuare quale possa essere il contesto socio-culturale a cui fa riferimento.
  • Inventa un super-eroe che possa incarnare dei valori e degli ideali: dopo aver immaginato il contesto generale in cui si colloca descrivi la sua biografia e i suoi poteri e progetta il suo costume, i suoi simboli e le sue armi.

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Dati articolo

Autore:
Titolo: Mitologie padane. Dall’ampolla del Po a Capitan Padania
DOI: 10.12977/nov189
Parole chiave: , , , , , , ,
Numero della rivista: n.8, agosto 2017
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo:
, Mitologie padane. Dall’ampolla del Po a Capitan Padania, in Novecento.org, n. 8, agosto 2017. DOI: 10.12977/nov189

Dossier n. 8, agosto 2017

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