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1973: le prime domeniche dell’austerity

Abstract

Per affrontare le conseguenze della crisi petrolifera del 1973 il governo italiano, come altri governi europei, adottò misure di austerità volte alla riduzione forzata dei consumi energetici che modificarono nel breve periodo le abitudini dei cittadini e resero l’opinione pubblica consa­pevole della fine di un lungo ciclo di espansione economica. L’attività richiede, come prerequisito, che si abbiano conoscenze elementari di storia economica e politica del Novecento.

Durata

2/4 ore.

austerity 1973 a bruxelles

Bruxelles 1973, una domenica senza auto (La journée sans voiture à Bruxelles en 1973 – © BELGA ARCHIVES – BELGA – fonte: https://www.rtbf.be/info/societe/detail_journee-sans-voiture-son-origine-est-liee-a-la-crise-petroliere?id=9083471)

Premessa

A distanza di oltre quarant’anni, dopo avere attraversato altri momenti e modelli di crisi, le domeniche dell’austerity che incominciarono il 2 dicembre 1973 possono apparire un curioso fenomeno di costume circoscritto nel tempo che non determinò modifiche di lunga durata nelle abitudini quotidiane degli italiani. Tuttavia, rileggendo la stampa dell’epoca, vediamo emergere preoccupazioni sul modello di sviluppo sostenibile, appelli al risparmio energetico in funzione economica ma anche, forse per la prima volta, ecologica, nuove sensibilità verso la ricerca di energie alternative, senza contare che provvedimenti come il blocco della circolazione veicolare o il sistema della circolazione a targhe alterne continuano a fare parte dell’attualità dei nostri centri storici urbani, sia pure per motivazioni differenti. Emerge, inoltre, un’altra suggestione interes­sante dalla considerazione del carattere globale della crisi dei primi anni settanta: in essa si poteva constatare come eventi che si svolgevano a migliaia di chilometri di distanza influenzassero in maniera diretta e immediata la vita quotidiana, avviando la percezione del mondo come un enorme spazio sociale ed economico.

Testo per i docenti

Una crisi complessa e globale

Il 2 dicembre 1973 è la data della prima domenica italiana di “austerity”. Si applicarono quel giorno i più rilevanti provvedimenti scaturiti dalla riunione del Consiglio dei ministri del 22 novembre precedente per fare fronte all’emergenza energetica dovuta alla riduzione della produzione di petrolio e all’embargo deciso dai governi arabi nei confronti degli stati filo-israeliani (in particolare Usa e Paesi Bassi) come ritorsione agli esiti della guerra del Kippur. Agli italiani, come a molti altri cittadini dei paesi occidentali, furono imposte misure atte a contenere i consumi energetici che incisero sulla vita quotidiana, sia pure per un periodo limitato [doc. 1]. Una buona parte dell’opinione pubblica occidentale dovette convertire le proprie convinzioni sull’irrever­sibilità dei processi di sviluppo che poggiavano sulla crescita durata ininterrottamente dalla fine della seconda guerra mondiale: fu la fine della “golden age” o dei “trente glorieuses” e per la prima volta dai tempi della crisi del 1929 si prospettava la recessione.

Nel 1972 gli idrocarburi (petrolio e gas naturale) erano giunti a coprire il 64,4 per cento dei bisogni energetici; soltanto vent’anni prima la percentuale era del 37,6 per cento: l’improvviso calo della disponibilità di risorse colpì in maniera più diretta il settore dei trasporti, con forti conseguenze sulla produzione e sul mercato dell’auto, uno dei simboli universali della crescita economica [doc. 2]. Le ripercussioni furono molteplici e toccarono, oltre alla dimensione politica e sociale, anche quella psicologica. La crisi si configurava anche come novità imprevista dagli esperti economisti, dal momento che per la prima volta nella storia si assisteva alla concomitanza di fenomeni come l’inflazione e la stagnazione, mentre le crisi precedenti si erano associate soltanto alla caduta dei prezzi.

La crescita dell’inflazione, provocando un generale aumento del costo della vita, avrebbe deter­minato la necessità di interventi di adeguamento dei salari e l’innalzamento del costo del lavoro, in una rincorsa che spingeva sempre più in alto i prezzi, innestandosi in un quadro socioeconomico ad alto tasso di conflittualità, causata soprattutto dall’aumento della disoccupazione seguito alla crisi. I governi di molti paesi europei, fra cui l’Italia, dovettero intervenire per ammortizzare i disagi e aumentarono così la spesa pubblica, per coprire la quale risultava inevitabile aumentare la pressione fiscale, fattore che determinò l’avvio della crisi del modello del Welfare State e favorì i successi dei movimenti politici liberisti già alla fine del decennio, quando si verificò una nuova crisi petrolifera.

La crisi del 1973 può essere studiata, in questa prospettiva a medio termine, come la premessa alle trasformazioni che si determinarono verso la fine del Novecento e che stravolsero l’assetto internazionale conseguente alla seconda guerra mondiale.

Il quadro economico

La golden age vide un incremento esponenziale del Pil nell’economia europea e ovunque un ritmo di crescita molto alto, più concentrato nei paesi che erano usciti vinti dalla seconda guerra mondiale (Germania, Giappone e Italia). Il boom economico produsse la creazione di nuovi posti di lavoro, la diminuzione della disoccupazione e il deciso miglioramento del reddito, fenomeni concomitanti che, insieme agli incrementi demografico e del tenore di vita che accompagnarono la felice congiuntura, determinarono l’esplosione dei consumi. Dopo la terribile tragedia della seconda guerra mondiale, nonostante la Guerra fredda e la persistenza di elevati gradi di conflittualità in alcune aree del mondo, la società occidentale viveva una nuova fase di progresso nella convinzione di poter dominare la natura per le proprie finalità, grazie soprattutto allo sfruttamento di risorse energetiche derivanti dai combustibili fossili, disponibili in grandi quantitativi e a bassi prezzi, sempre più necessari per alimentare l’industria e i trasporti. Il mercato petrolifero durante questa stagione rimase sotto il controllo delle majors, definite da Enrico Mattei le “sette sorelle”, che monopolizzarono sin dagli anni venti il ciclo del petrolio godendo di egemonia politica ed economica nei paesi del Terzo mondo e del pieno sostegno dei governi occidentali, degli Usa in particolare, condizioni che consentirono loro di realizzare alti profitti mantenendo bassi i prezzi per i consumatori.

Nel decennio che precedette la crisi si stava tuttavia preparando il terreno per importanti cambiamenti. L’espansione continua della domanda di petrolio si accompagnò al raggiungimento del picco produttivo da parte degli Usa, facendo dichiarare nell’aprile 1973 al presidente Nixon che la domanda di energia era cresciuta così rapidamente da superare le risorse disponibili; da quell’epoca gli Usa diventarono importatori di petrolio, mentre l’area mediorientale, in cui si concentravano le più grandi riserve, incrementava la propria centralità produttiva e si poneva, come i governi di altri paesi produttori, l’obiettivo dell’autonomia nella gestione delle risorse, rivendicando maggiori proventi dal sistema delle concessioni a scapito delle majors, che vedevano così messo in discussione il sistema creato, con la prospettiva di perdere inoltre il controllo del­l’attività estrattiva. Secondo alcune interpretazioni, l’aumento del prezzo del petrolio degli anni settanta convenne tanto ai paesi produttori quanto alle “sette sorelle” per mantenere alti i profitti in un contesto che andava mutando rapidamente, a scapito dei paesi maggiormente dipendenti dalle importazioni come quelli dell’Europa occidentale, mentre gli Usa vedevano parallelamente diventare redditizio lo sfruttamento di giacimenti di gas e petrolio come quelli dell’Alaska e del Golfo del Messico.

A rendere il quadro ulteriormente complesso c’è da aggiungere un altro fattore: l’abbandono da parte degli Usa degli accordi di Bretton Woods, che avevano regolato la politica monetaria interna­zionale dal 1944, in base ai quali il valore del dollaro era corrispondente alla sua convertibilità in oro; dal punto di vista dei paesi produttori la svalutazione della moneta in cui si fissava il valore al barile e la fluttuazione dei cambi resero incerti i valori delle rendite petrolifere, contribuendo a determinare l’aumento dei prezzi.

Il quadro politico e militare

Alle cause economico-finanziarie della crisi si aggiungevano anche motivazioni politiche più profonde, da ricercarsi nelle dinamiche del passaggio verso la decolonizzazione intrapreso dai paesi detentori delle risorse petrolifere alla ricerca dell’indipendenza, del pieno controllo delle proprie risorse, dell’accrescimento della ricchezza interna. Il 14 settembre 1960 era stata fondata l’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori, composta inizialmente da cinque stati (Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Venezuela), allo scopo di costituire un cartello per regolare quantità e prezzo della produzione del petrolio. Dopo un decennio di preparazione, durante il quale l’or­ganizzazione ebbe un ruolo piuttosto debole di fronte alla potenza delle majors petrolifere, nella conferenza di Caracas del 1970 fu concordata dai paesi aderenti, nel frattempo divenuti più nu­merosi, una politica di aumento del valore all’esportazione del petrolio greggio (posted price) e delle tasse per le concessioni petrolifere. L’Opec aumentava il suo potere contrattuale cercando di trarre vantaggio dalla congiuntura della fase di passaggio dall’era della sovrabbondanza di petrolio a quella della relativa scarsità determinata dall’espansione incontrollata della domanda, in cui il Medio Oriente, per disponibilità e abbondanza di risorse, divenne l’area centrale del sistema petrolifero.

In un primo momento l’Opec sostenne la battaglia sui prezzi, incontrando nei governi occidentali la prevalenza della linea aperta alle concessioni per non guastare un quadro politico-diplomatico di cui si temeva la rottura. Le stesse majors, come detto, condividevano con i paesi produttori l’interesse all’aumento dei prezzi al fine di mantenere invariati i saggi di profitto o limitare al massimo il loro impoverimento. Ma dopo l’offensiva sui prezzi i paesi dell’Opec avviarono la battaglia per la partecipazione alle società concessionarie e per il controllo pieno delle risorse, provocando un profondo cambiamento nell’industria petrolifera e la fine del vecchio mondo delle concessioni, uno degli ultimi residui del colonialismo d’antan.

Il quadro storico che porta alla crisi del 1973 comprende anche un evento militare fondamentale per l’incremento esponenziale del prezzo del petrolio e le conseguenti difficoltà economiche. Il 6 ottobre, infatti, giorno della festività ebraica dello Yom Kippur, l’esercito egiziano attraverso la penisola del Sinai e l’esercito siriano dalle alture del Golan attaccarono Israele con lo scopo di sottrarre al suo controllo i territori conquistati durante la guerra dei sei giorni del 1967. Gli Usa intervennero a sostegno di Israele, provocando la reazione araba di fronte all’intervento amer­i­cano: fra il 17 e il 20 ottobre i membri arabi dell’Opec decisero la riduzione del 5 per cento della produzione mensile di petrolio fino a quando non fossero stati liberati i territori occupati nella guer­ra dei sei giorni, l’aumento delle royalties e delle tasse da pagare ai paesi produttori, l’em­bargo nei confronti di tutti i paesi sostenitori di Israele, in particolare gli Usa e i Paesi Bassi. Tale decisione non fu applicata ai paesi ritenuti neutrali, cioè quasi tutti gli stati del mondo occidentale, salvo Francia e Spagna (all’epoca ancora franchista e dunque fuori dal contesto delle democrazie europee), paesi considerati amici in quanto avevano accettato di dichiarare il dovere della restituzione dei territori da parte di Israele. Si scatenò così la corsa al petrolio prodotto dai paesi non arabi, modificando il quadro dei flussi di importazione e diffondendo la crisi a tutti gli stati energeticamente dipendenti: le risorse insufficienti obbligarono i governi ad adottare misure di riduzione del consumo.

Le ripercussioni della crisi in Italia

Quali furono gli effetti della crisi petrolifera del 1973 sull’Italia? Il 22 novembre 1973, ultimo fra i paesi occidentali, il governo italiano presieduto da Mariano Rumor, in carica dal 7 luglio 1973 al 14 marzo 1974, e appoggiato da Democrazia cristiana, Partito socialista, Partito socialista demo­cra­tico e Partito repubblicano, deliberò una serie di misure di contenimento forzato dei consumi per rispondere alla crisi internazionale di disponibilità di risorse energetiche, benché l’Italia non rientrasse tra i paesi colpiti dall’embargo dei paesi arabi. Nel dettaglio, il governo prese i seguenti provvedimenti:

  • Il divieto di circolazione ai mezzi motorizzati su tutte le strade pubbliche, urbane ed extra­urbane, dalle ore 0 e sino alle ore 24 di tutti i giorni festivi (domeniche o infrasettimanali); multe da centomila lire a un milione per i contravventori e sequestro immediato del mezzo. La misura fu estesa anche ai rappresentanti delle istituzioni, compreso il Presidente della Repubblica; le deroghe ammesse riguardarono gli automezzi di vigili del fuoco, corpi armati di polizia, medici, furgoni postali, mezzi per la distribuzione dei quotidiani, ministri del culto all’interno dei comuni di residenza, auto del corpo diplomatico. Per gli spostamenti gli italiani potevano utilizzare treni, aerei, navi, taxi, nonché gli automezzi delle linee pubbliche o con licenza di servizio da noleggio. Il provvedimento riguardava anche imbar­cazioni e aerei privati. Le misure entrarono in vigore dal 1 dicembre e durarono fino al 10 marzo del 1974, quando fu introdotta la circolazione a targhe alterne. Le restrizioni si con­clu­sero a partire da domenica 2 giugno 1974 con deroghe in occasione di Pasqua e Pa­squetta (14 e 15 aprile);
  • il costo della benzina normale salì a 190 lire, quello della super a 200; il gasolio per autotrazione, usato dagli autobus pubblici e dai camion, fu fissato a 113 lire al litro, mentre quello per riscaldamento, uso agricolo e marittimo aumentò di 18 lire al chilo, rag­giun­gendo la quota di vendita base di 50 lire al chilo. L’olio combustibile usato da industrie e centrali elettriche raggiunse 20 lire il chilo. I distributori dovevano restare chiusi dalle ore 12 del giorno precedente la festività sino alle 24 del giorno festivo;
  • i limiti di velocità furono stabiliti a 50 km/h nei centri abitati, a 100 km/h sulle strade extraurbane normali e 120 km/h sulle autostrade;
  • i negozi e gli uffici pubblici dovevano anticipare la chiusura: per i primi il limite massimo autorizzato era alle ore 19, per i secondi alle ore 17.30. Anche bar, ristoranti e locali pubblici erano obbligati a chiudere alle 24, mentre cinema, teatri e locali per lo spettacolo potevano rimanere aperti fino alle 22.45, con tolleranza sino alle 23. Anche i programmi televisivi dovevano chiudersi entro le 22.45/23.00;
  • l’illuminazione pubblica dei comuni doveva essere ridotta del 40 per cento, mentre le scritte o insegne luminose commerciali poste nelle vetrine e all’interno di negozi e altri locali pubblici dovevano essere spente. L’Enel fu autorizzata a ridurre del 6-7 per cento la tensione erogata tra le ore 21 e le 7.

Le misure di austerità furono poco più che un segnale di rigore, funzionali solo nell’immediato, ma suscitarono fra i cittadini dei paesi occidentali la consapevolezza della fragilità del sistema eco­nomico e produttivo occidentale in quanto dipendente da rifornimenti di energia che derivavano da una delle aree più instabili del contesto internazionale. Una vulnerabilità che si è riproposta negli anni successivi e che ancora oggi non possiamo dire superata.

Bibliografia essenziale

Strumenti on line

Dossier

Documento 1. Tutte le misure (dall’articolo di Giulio Mazzocchi, “La Stampa”, 24.11.1973)

L’articolo propone l’elenco delle misure contenute nel decreto del Consiglio dei ministri del 23 novembre 1973: i contenuti, originalmente ordinati per importanza dell’argomento, sono stati riordinati alfabeticamente per rendere il documento pronto per un esercizio di ricomposizione del testo attraverso il raggruppamento tematico.

Documento 2. La crisi dell’industria automobilistica (Valerio Castronovo, Fiat 1899-1999. Un secolo di storia italiana, Milano, Rizzoli, 1999, pp. 1.288-1.289)

Il brano di Valerio Castronovo propone alcune riflessioni relative al settore automobilistico, e in particolare alla Fiat, principale industria del paese, colpita da misure antinflazionistiche di contenimento dei costi già a luglio del 1973 e ulteriormente penalizzata dalle ripercussioni delle norme dell’austerity, in particolare quelle relative a limiti di velocità e divieti di circolazione, che ebbero effetti negativi sul mercato delle auto. Accanto alle misure reali, Castronovo evidenzia an­che i disagi derivati dal pesante clima della crisi, in cui sembravano inevitabili provvedimenti di razio­­namento della benzina e di applicazione di nuove imposte, specialmente su modelli auto­mobilistici  di media cilindrata.

Documento 3. Le prime pagine de “La Stampa” e “l’Unità” del 3 dicembre 1973 dopo la prima domenica senza auto

“La Stampa”, quotidiano torinese del gruppo Fiat, era diretto da Arrigo Levi, succeduto ad Alberto Ronchey dal maggio dello stesso anno; la linea editoriale del nuovo direttore aveva fatto diventare il quotidiano un punto di riferimento dell’area moderata, a sostegno del governo. Il giornale di lunedì usciva come “Stampa Sera”, mantenendo la testata originale per gli altri giorni della setti­mana.

“L’Unità” invece era l’organo di stampa del Partito comunista italiano, che nel 1973 era il prin­cipale oppositore del governo. All’epoca il giornale era diretto da Aldo Tortorella, con Luca Pavolini condirettore.

Confrontando le due prime pagine si evidenzia come il quotidiano filogovernativo adotti un lessico che abbraccia due espressioni estreme, da “rassegnata disciplina” ad “allegria” e cita il commento del premier Rumor (“esemplare compostezza”), mentre il lessico del giornale comunista utilizza parole come “difficoltà” e “responsabilità”, sottolineando la parte negativa della domenica a piedi (i danni alle attività turistiche) e invocando la necessità di una diversa politica dell’energia.

Documento 4. Le domeniche senza auto in Europa

Si propongono due immagini delle domeniche senza auto nelle città e sulle autostrade d’Europa. La prima immagine ritrae un’autostrada olandese attraversata da un calesse trainato da quattro cavalli e fiancheggiato da una bicicletta, due mezzi cui la circolazione autostradale è normalmente vietata: al divieto di circolazione delle auto la società sembra rispondere con il ritorno a una dimensione più naturale, che evidenzia il contrasto fra tradizione e modernità che produce la sensazione dell’anacronismo della prospettiva di ritorno al passato.

La seconda immagine propone uno scorcio di una Bruxelles deserta di auto, salvo le due par­cheggiate davanti a un hotel, con un ciclista che attraversa le rotaie del tram che si vede sullo sfondo: mezzi pubblici e privati che tagliano in lungo e in largo, letteralmente, lo spazio urbano mentre le auto sono ferme.

Le due immagini servono a suggerire la dimensione internazionale dell’austerity e, almeno nel caso dell’immagine olandese, la diversa tempistica dei provvedimenti, già in vigore nei Paesi Bassi agli inizi di novembre.

Documento 5. Quando l’austerity spense la luce all’Italia di Rumor (Edmondo Berselli, da “la Repubblica” del 18 settembre 2005)

Edmondo Berselli (1951-2010), giornalista e scrittore, a distanza di una trentina d’anni dall’epoca, propone una lettura dell’impatto dell’austerity sulla società italiana, evidenziando il contesto della crisi e insistendo in particolare sulla dimensione di costume del fenomeno, di cui dà una lettura addirittura moralistica quando interpreta le misure come una sorta di punizione per sprechi e irresponsabilità del recente passato nelle intenzioni governative. Gli italiani, tuttavia, secondo l’au­tore, trasformarono i provvedimenti in esorcismi delle paure suscitate dalla crisi, grazie alla loro creatività capace di adattarsi alle situazioni tragiche e farne occasioni di socializzazione.

Testo per gli allievi

Tutti a piedi: c’è la crisi

Fino al 1970 il petrolio costava un dollaro al barile (150 litri), cifra che si era mantenuta stabile e pressoché invariata da molto tempo. A partire dal 1971 si verificarono i primi sensibili rincari, ma nell’ottobre del 1973 si verificò l’impennata che portò il prezzo a 9,2 dollari al barile. L’aumento dei costi energetici trascinò l’economia internazionale verso l’inflazione generalizzata, che coinvolse tutti i prodotti.

Era successo che in quel periodo, in seguito alla guerra del Kippur, i paesi arabi produttori di petrolio che facevano parte dell’Opec decisero la riduzione mensile del 5 per cento della produ­zione di greggio e l’embargo nei confronti degli stati occidentali che appog­giavano Israele. La de­cisio­ne provocò uno shock a livello economico internazionale, perché si ridu­cevano le disponibilità petrolifere nel pieno di una crescita economica che durava dalla fine della seconda guerra mondiale. Il mondo occidentale vedeva interrompersi improvvisamente uno svi­luppo che si considerava irreversibile e a costi energetici contenuti.

Per fare fronte alla crisi il governo italiano adottò una serie di misure di austerità, o “austerity” come si disse al tempo, atte a contenere i consumi di prodotti petroliferi, in particolare il blocco domenicale della circolazione delle automobili private, la riduzione degli orari delle trasmissioni televisive, la chiusura anticipata di negozi, uffici, locali pubblici e dello spettacolo, limitazioni all’uso dell’energia per l’illuminazione pubblicitaria. Analoghi provvedimenti, soprattutto relati­vamente al blocco del traffico, furono adottati da altri stati europei che, come l’Italia, erano comple­tamente dipendenti dalla produzione estera.

L’emergenza petrolifera non durò a lungo: alla vigilia dell’estate del 1974 i provvedimenti cessa­rono i loro effetti e tutto sembrò tornare alla normalità. Lo shock però aveva lasciato la consa­pevolezza che sarebbe stato necessario ridurre la dipendenza dal petrolio attraverso la ricerca di fonti energetiche alternative per evitare nuove situazioni difficili e per cercare modelli sostenibili di sviluppo economico.

Documenti

Documento 1. Tutte le misure (dall’articolo di Giulio Mazzocchi, La Stampa, 23 novembre 1973)

Tutte le misure per ridurre i consumi di petrolio e di elettricità, decise la scorsa notte dal Consiglio dei ministri, hanno carattere amministrativo: cioè non debbono essere approvate dal Parlamento, tranne quella, presa con decreto legge, che stabilisce la multa per chi viola il divieto di circolare nei giorni festivi.

BAR-RISTORANTI – Chiuderanno alla mezzanotte, e così pure tutti gli altri pubblici locali: anche la notte di fine d’anno si dovrà trascorrere in casa.

BARCHE E AEREI – Nei giorni festivi è anche proibita la circolazione di tutte le imbarcazioni e degli aerei privati.

CIRCOLAZIONE – Su tutte le strade pubbliche, urbane ed extraurbane, è vietato circolare ai mezzi motorizzati a partire dalle ore 0 e sino alle ore 24 di tutti i giorni festivi (domeniche o infra­settimanali). Il divieto vale quindi anche per le biciclette con motore.

DEROGHE – Al divieto di circolare nei giorni festivi fanno eccezione soltanto le auto dei medici e dei veterinari in servizio, nonché gli automezzi – sempre per ragioni di servizio, quindi a sirene spiegate – dei pompieri e dei corpi armati e di polizia. Per le stesse ragioni possono circolare i furgoni postali e gli automezzi di proprietà delle case editrici di pubblicazioni quotidiane. I sacerdoti possono circolare purché si tratti di sacerdoti del culto chiamati nell’interno del comune di residenza.

DURATA – Per nessuna misura è stato stabilito il termine di decadenza: esso dipenderà dagli sviluppi della situazione. Le misure entrano in vigore sabato 1 dicembre, meno quelle che aumentano i prezzi di vendita al pubblico dei prodotti petroliferi, attuate dalle ore 0 di oggi venerdì.

DISTRIBUTORI – Il 98 per cento delle pompe di benzina e di gasolio dovranno restare chiuse a partire dalle ore 12 del giorno precedente la festività (domenicale o infrasettimanale) sino alle 24 del giorno festivo.

ELETTRICITÀ – L’Enel e le imprese distributrici di corrente elettrica sono autorizzate a ridurre del 6-7 per cento la tensione erogata tra le ore 21 e le 7, cosicché molti elettrodomestici, se conti­nuassero a venire utilizzati in tale orario, non potrebbero funzionare o si guasterebbero (nessun danno, invece, per le lampadine o per radio e tv) […]

GOVERNO – È stata diramata una circolare a tutti i corpi di vigilanza delle strade perché, ove accadesse, lo stesso trattamento di sequestro dell’auto e di appiedamento dei passeggeri sia fatto ai ministri. Con tale disposizione gli spostamenti, per ragioni di urgente servizio, dei membri del governo e persino del Presidente della Repubblica, sono possibili nei giorni festivi solo con mezzi pubblici o con automobili con targa militare. Come la regina d’Olanda, anche il presidente Leone o resta in casa o usa il taxi se esce con la famiglia.

ILLUMINAZIONE – I comuni ridurranno del 40 per cento l’illuminazione pubblica.

LAVORO – Negli uffici pubblici il lavoro deve terminare alle 17,30 (8-14 «normale» e 15,30-17,30 «straordinario»).

NEGOZI – Dovranno chiudere con un’ora d’anticipo, comunque non oltre le 19.

PREZZI – La benzina normale sale a 190 lire, la super a 200. Il gasolio per autotrazione a 113 (è usato dagli autobus pubblici e dai camion), il gasolio per riscaldamento, per uso agricolo e marittimo è aumentato di 18 lire il chilo (il prezzo base al pubblico raggiunge 50 lire), l’olio combustibile usato dalle industrie e dalle centrali elettriche aumenta di lire 6,2, raggiungendo 20 lire il chilo.

SANZIONI – Chi è sorpreso a circolare nei giorni festivi subirà una multa da centomila lire a un milione; l’automezzo verrà sequestrato sul posto; i passeggeri devono proseguire a piedi.

SPETTACOLI – La tv deve chiudere alle 22,45 con tolleranza sino alle 23: a questa stessa ora dovranno chiudere tutti i locali che offrono spettacoli (cine, teatro, musica).

TRASPORTI – Oltre che a treni, navi e aerei è concesso di circolare, nei giorni festivi, alle sole auto del corpo diplomatico (esse godono di extraterritorialità e la garanzia è reciproca) e agli automezzi delle linee pubbliche o con licenzia di servizio da noleggio. Ciò rende possibili, per esempio, le gite collettive sulla neve. Possono circolare anche i taxi: questa disposizione è l’unica che possa con­sentire la circolazione privata a quanti possiedano mezzi per pagare un taxi con autista.

VELOCITÀ – Fermo il limite dei 50 all’ora nei centri abitati, s’impone quello di 100 sulle strade extra­urbane normali e 120 sulle autostrade.

VETRINE – Tutte le scritte o insegne luminose commerciali, poste nelle vetrine e anche all’interno di negozi e altri locali pubblici, dovranno essere spente.

Documento 2. La crisi dell’industria automobilistica (Valerio Castronovo, Fiat 1899-1999. Un secolo di storia italiana, Milano, Rizzoli, 1999, p.1288-89)

Sull’economia italiana la brusca impennata dei prezzi petroliferi, e di conseguenza di tutti gli altri prodotti e non solo del carburante, si abbatté con la violenza di un ciclone. Non solo perché investì un paese in cui da un pezzo, dalla seconda metà degli anni Sessanta, s’era chiuso il ciclo espansivo prolungatosi, sia pur con alcune interruzioni, dal periodo della ricostruzione postbellica. Ma anche perché colse la Penisola in una fase estremamente difficile, nel mezzo di un’aspra conflittualità sociale e di una delicata congiuntura politica. Tant’è che il leader del Pci Enrico Berlinguer, preoc­cupato che in Italia potesse avvenire qualcosa di simile a quanto era successo in Cile con il colpo di stato del generale Pinochet, aveva proposto il 12 ottobre un “nuovo e grande compromesso storico”, dopo quello dei tempi della Costituente, tra le “forze popolari” d’ispirazione comunista e socialista e quelle di matrice cattolica.

Sta di fatto che, se tutti i settori vennero colpiti dall’embargo e dal rialzo repentino dei prezzi dell’“oro nero”, quello automobilistico si trovò a subire i maggiori danni. Malgrado si fosse già manifestato qualche allarme sull’esaurimento delle riserve del greggio, non era assolutamente immaginabile una caduta così brusca e verticale della domanda quale si manifestò subito dopo la guerra del Kippur.

Rispetto alle principali case automobilistiche europee, la sorte peggiore toccò alla Fiat. Essa si trovava già a mal partito, dopo che, dalla fine di luglio, era stato inibito alle imprese del settore il ricarico degli aumenti dei costi del danaro e del lavoro sui listini di vendita dei suoi prodotti, in seguito alla disciplina dei prezzi imposta da un decreto legge varato dal governo per arrestare l’inflazione. Come se non bastasse, alle pesanti ripercussioni sul mercato automobilistico dovute al notevole rincaro della benzina, vennero ad aggiungersi gli effetti negativi sulla domanda deter­minati dalle “misure di austerità” assunte il 23 novembre 1973 dal governo per contenere i consumi petroliferi. Esse imponevano severi limiti di velocità su strade e autostrade, e vietavano la circolazione delle automobili (come delle moto e degli scooter) nei giorni festivi durante i quali era proibita pure la vendita di carburante.

Fin dal varo del calmiere sui prezzi, si erano levate da corso Marconi fiere proteste per la diversità di trattamento usata nei confronti dell’industria automobilistica, i cui listini erano stati bloccati per diciotto mesi, rispetto a quella chimica, del tutto esentata invece da analoghe misure. Questa discri­minazione, considerata a Torino il frutto di una precisa scelta politica, spinse Agnelli ad asse­rire che in tal modo si voleva strangolare la Fiat.

A maggior ragione, gli ultimi provvedimenti assunti dal governo furono considerati un’autentica mazzata. Vennero a cadere le speranze di risalire la china, dopo che la produzione aveva comin­ciato a recuperare terreno negli ultimi mesi grazie alla svalutazione della lire che agevolava le esportazioni. E si diffuse non solo il timore che il “Natale a piedi”, a cui gli italiani dovettero rassegnarsi per corrispondere alle direttive del governo, si ripetesse tal quale per altri periodi festivi. Non si escludeva infatti che si sarebbe giunti a imporre il razionamento della benzina, e correva la voce di un aumento dell’Iva anche sulle medie cilindrate. In questo caso, per la Fiat sarebbe stato un altro duro colpo, in quanto proprio sui modelli da 1400 e 1500 cavalli aveva modo di guadagnare di più.

Documento 3. Le prime pagine de “La Stampa” e “l’Unità” del 3 dicembre 1973 dopo la prima domenica senza auto

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Documento 4. Le domeniche senza auto in Europa

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Domenica 4 novembre 1973: un’autostrada olandese (fonte: http://www.citeco.fr/10000-ans-histoire-economie/monde-contemporain/premier-choc-petrolier).

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Bruxelles 1973, una domenica senza auto (La journée sans voiture à Bruxelles en 1973 – © BELGA ARCHIVES – BELGA) (fonte: https://www.rtbf.be/info/societe/detail_journee-sans-voiture-son-origine-est-liee-a-la-crise-petroliere?id=9083471)

Documento 5. Quando l’austerity spense la luce all’Italia di Rumor (da un articolo di Edmondo Berselli, “la Repubblica”, 18 settembre 2005)

Il governo Rumor, classica coalizione di un centrosinistra declinante, varò i provvedimenti contro la crisi petrolifera il 22 novembre 1973, un mese e mezzo dopo lo scoppio della guerra arabo-israeliana. Era come se un’immane saracinesca dovesse scendere sul paese del sole: un oscuramento, anzi, un autentico “effetto notte” come nel film di Truffaut uscito quell’anno. Con l’illuminazione pubblica ridotta del 40 per cento, ai colori di un autunno desolato si sarebbe aggiunto il buio precoce determinato dalla chiusura dei cinema e dei teatri alle 23, così come prescritto per bar e ristoranti, mentre l’orario limite per i negozi fu fissato alle 19, con l’obbligo di spegnere le insegne e di oscurare le vetrine. Il tg del primo canale, che era sempre andato in onda alle 20.30, un tipico orario mediterraneo, fu anticipato di mezz’ora. La crisi petrolifera era precipitata su un’Italia vagamente attonita, sospesa, impreparata […].

Lo shock petrolifero sembrò rappresentare un colpo mortale all’Italia dell’industrializzazione precaria, afflitta da un’inflazione “non europea”, superiore al 10 per cento e dalla prospettiva di una situazione politica paralizzata. L’embargo dell’Opec diede la sensazione che la catastrofe ventura fosse l’unica realtà con cui fare i conti. […]

Con il prezzo del barile alle stelle, e con la benzina che avrebbe toccato un prezzo vicino agli attuali due euro al litro, non c’è dubbio che la crisi era autentica, di portata mondiale, ineludibile. Eppure la terapia fu davvero italiana, basata sulla certezza che a una malattia reale si potesse rispondere con una cura figurativa. Certo, anche gli altri paesi occidentali reagirono alla crisi con misure che toccavano lo stile di vita collettivo: ma qui da noi ci si mise un sovrappiù di paternalismo, come se si trattasse di una giusta punizione per gli sprechi del passato, per le irresponsabilità di chi si era fatto travolgere dalla motorizzazione e irretire dal consumismo. Il bianco e nero della televisione di Stato appariva perfetto per restituire il colore dell’epoca, una sfumatura di grigi, un clima psicologico moralistico, quasi punitivo. Si trattava del trionfo inaspettato dell’”austerity” […].

Non una scelta governativa, bensì un obbligo imposto dalla durezza delle circostanze. Tuttavia era anche in sintonia con il clima generale del paese […]. Quell’anno, a dicembre, la produzione automobilistica crolla del 25 per cento, e l’Avvocato Agnelli sfoggia il suo lugubre amor fati: «Prepa­riamoci, durerà a lungo». Con notevoli soddisfazioni invece nell’ultrasinistra, che vede nello shock petrolifero la conferma di tutte le sue ideologie, dalla caduta tendenziale del saggio di profitto all’insostenibilità del sistema capitalistico. E con qualche elegia di vari ecologisti, che intra­vedevano nella crisi un’opportunità politica o corporativa. Ma non solo: il pauperismo di Stato era in sintonia anche con la visione del Pci di Berlinguer […]; si codificava la necessità di ridurre il ritmo della società italiana, di aggrapparsi a solidarietà storiche e istituzionali, nella convinzione che l’opinione pubblica avrebbe accettato questo rallentamento come un compito doveroso e utile […]. Così come si doveva allora accettare che il governo di centrosinistra rallentasse il traffico, varando le mitologiche “domeniche a piedi”, cioè bloccando l’uso delle auto nei giorni festivi. Eppu­re, ciò che poteva apparire come una misura quaresimale ebbe una conseguenza impre­vedibile. Nei giorni di festa le città si trasformarono in un festival della mobilità precaria. Una società che doveva essere intristita dagli scenari neri, a cui avevano spento il sole dell’avvenire, depressa per l’incertezza del futuro, cominciò a sciamare per le strade svuotate dalle macchine, usando qualsiasi attrezzo o mezzo di locomozione “alternativo”. Una folla di biciclette, tandem, risciò, pattini, monopattini, carrozzelle, nonché cavalli e altri animali, invase la scena urbana e occupò gli schermi televisivi, con un formidabile effetto euforizzante. Secondo una valutazione pessimistica, gli italiani avevano trasformato una tragedia in un picnic; per i meno maldisposti verso il carattere italiano, la cupezza dell’inverno del 1973 era stata illuminata dalla fantasia nazionale […]

Attività didattica
  1. Contestualizzazione

L’esame dei documenti 3 e 5, oltre che del testo introduttivo, consente di individuare alcune caratteristiche politiche, economiche e sociali del periodo in cui si inseriscono le misure dell’austerity. Aiutandoti anche con il manuale, ricostruisci in un breve testo (max. 2.000 caratteri spazi inclusi) il quadro storico nazionale e internazionale dei primi anni settanta.

  1. Rapporto fra testo e documenti
  • Nel testo introduttivo si utilizzano due espressioni distinte: “shock” e “crisi”: dopo avere individuato le ragioni della distinzione, cerca ed evidenzia nei documenti proposti i passi in cui sono utilizzate ed esamina se l’utilizzo è coerente con la distinzione.
  • Individua nella documentazione fornita tutti gli elementi utili a dimostrare il carattere internazionale dell’austerity.
  • Individua nei documenti tutti gli elementi utili a corroborare l’affermazione della necessità di un cambiamento nella politica energetica.
  1. Lavoro sui documenti
  • Il documento 1 ti propone la serie dei provvedimenti suddivisa per argomenti in ordine alfabetico. I contenuti dell’articolo originale erano invece ordinati per rile­vanza. Prova a raggruppare gli argomenti per temi e a scrivere un testo di pre­sen­tazione sintetica delle misure adottate.
  • Elabora, in un breve testo, un confronto tra le due prime pagine dei quotidiani “Stampa Sera” e “l’Unità” evidenziando eventuali analogie e differenze di pre­sentazione.
  1. Scrittura

Violeta Bulc, Commissaria Ue responsabile per i Trasporti, presentando il 16 settembre 2015 a Bruxelles La Settimana Europea della mobilità, culminata con la Giornata europea senza auto, ha dichiarato:«Ciascuno di noi può fare la differenza. Scegliendo di andare di più a piedi o in bicicletta, di privilegiare l’utilizzo dei trasporti pubblici o di combinare queste modalità di trasporto sostenibili diamo all’Europa nel suo complesso la possibilità di conseguire notevoli benefici sociali. Tutte insieme le nostre scelte individuali possono ridurre le emissioni di CO2, la congestione del traffico urbano, l’inquinamento acustico, gli incidenti e l’inquinamento atmosferico e creare una mobilità migliore».

Alla luce di quanto hai potuto ricavare dall’analisi del testo introduttivo e dei documenti, possiamo riconoscere nelle iniziative ecologiche di oggi elementi ereditati dall’austerity del 1973?

Tratta la questione in un breve scritto, che utilizzi sia le informazioni contenute nel testo iniziale, si quelle utili, ricavate dall’analisi dei documenti.

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Dati articolo

Autore:
Titolo: 1973: le prime domeniche dell’austerity
DOI: 10.12977/nov190
Parole chiave: , , , ,
Numero della rivista: n.8, agosto 2017
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo: , 1973: le prime domeniche dell’austerity, Novecento.org, n. 8, agosto 2017. DOI: 10.12977/nov190

Dossier n. 8, agosto 2017

INDICI

n. 10, agosto 2018
"Con le lenti di Gramsci"
Dossier del n. 10 della rivista
Pensare la didattica
Storia pubblica
Didattica in classe
n. 9, febbraio 2018
Editoriale
"Insegnare l’europa contemporanea"
Dossier del n. 9 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
Ipermuseo
n. 8, agosto 2017
DOSSIER "ITALIA DIDATTICA"
PENSARE LA DIDATTICA
USO PUBBLICO DELLA STORIA
DIDATTICA IN CLASSE
IPERMUSEO
n. 7, febbraio 2017
Italia repubblicana, 70 anni di storia da insegnare Dossier del n. 7 della rivista
La violenza di stato nel Novecento: lager e gulag Dossier del n. 7 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
n. 6, luglio 2016
Il genocidio armeno Dossier del n. 6 della rivista
La linea gotica fra ricerca e didattica Dossier del n. 6 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
Ipermuseo
n. 5, gennaio 2016
Editoriale
Didattica della storia e laboratori digitali: la guerra dei Trent’anni (1914-1945) Dossier del n. 5 della rivista
Le relazioni
I laboratori
I gruppi
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
Dossier "Le Pietre d'inciampo in Italia"
Ipermuseo
n. 4, luglio 2015
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier "Mediterraneo contemporaneo"
Sguardi sul Mediterraneo Gli studi di caso
Uso pubblico della storia
n. 3, gennaio 2015
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier "Le risorse didattiche digitali su Resistenza e seconda guerra mondiale"
Uso pubblico della storia
Ipermuseo
n. 2, giugno 2014
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier: "Le grandi crisi del mondo contemporaneo"

A cura di Carla Marcellini e Giovanni Palmieri

Uso pubblico della storia
Ipermuseo
n. 1, dicembre 2013
LA STORIA NELL’ERA DIGITALE
PENSARE LA DIDATTICA
USO PUBBLICO DELLA STORIA
DIDATTICA IN CLASSE
IPERMUSEO

Iniziative didattiche della rete INSMLI