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Lo sport internazionale al tempo della guerra fredda

Arvydas Sabonis, pivot dell’Unione sovietica, lotta sotto canestro con i giocatori degli Stati Uniti David Robinson e Danny Manning, durante le semifinali del torneo di basket delle Olimpiadi di Seul 1988.
Foto di Ken Hackman, U.S. Air Force – http://www.defenseimagery.mil; VIRIN: DF-ST-90-05040, Public Domain, Link

Abstract

La Guerra fredda fu “combattuta” anche sulle piste di atletica, nelle piscine, nei palazzetti e negli stadi, ma lo sport non fu solamente un luogo di scontro. In un mondo che tendeva a dividersi in sfere di influenza sotto l’egemonia delle due superpotenze, lo sport rappresentò uno dei pochi fenomeni culturali capace di offrire un momento di incontro fra Est e Ovest. Questo scritto vuole fornire una rapida panoramica volta ad evidenziare quanto le arene sportive del secondo dopoguerra funsero tanto da agenti di riavvicinamento quanto di divisione.

Nell’immaginario promosso nel nostro paese dalla pubblicistica lo sport al tempo della Guerra fredda è stato soprattutto un luogo di scontro, rivalità e frode. Se inseriamo in un qualsiasi motore di ricerca i termini “sport” e “Guerra fredda”, fra i risultati principali troviamo quasi esclusivamente articoli che riguardano i boicottaggi di Mosca 1980 e di Los Angeles 1984, la questione del doping e alcune epiche sfide fra Stati Uniti e Unione Sovietica come quella nella finale olimpica del torneo di pallacanestro del 1972 o il cosiddetto “miracle on ice” con cui la nazionale a stelle e strisce di hockey su ghiaccio ebbe la meglio nella semifinale dei Giochi di Lake Placid 1980. Lo stesso approccio tendente a privilegiare gli aspetti conflittuali e i momenti di maggior tensione lo ritroviamo anche nei documentari sul tema che sono stati trasmessi dalla televisione generalista[1].

In un contesto come quello in cui Stati Uniti e Unione Sovietica si sfidavano sul piano politico, ideologico, militare, economico, ma anche culturale, non c’è dubbio che lo sport abbia rappresentato una continuazione della “Guerra fredda con altri mezzi”. In effetti, nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale le arene sportive si trasformarono in un luogo in cui le due superpotenze cercavano di dimostrare il valore e la vitalità non solo dei propri atleti ma anche del proprio sistema socio-economico. La sfida agonistica e il confronto tra il modello sportivo liberale degli Stati Uniti e quello stato-centrico dell’Unione Sovietica divennero uno strumento di propaganda e mobilitazione sociale. Per esempio pare che Stalin avesse affermato: «Gareggiamo e non senza successo con le nazioni borghesi sul piano economico e politico. Lo facciamo ovunque ciò sia possibile. Perché non farlo anche nello sport?»[2]. Mentre Kennedy, dopo la deludente prestazione della squadra olimpica americana alle Olimpiadi di Roma 1960, dichiarò: «È nell’interesse nazionale recuperare la superiorità olimpionica, per dare una volta ancora al mondo la prova tangibile della nostra intima forza e vitalità»[3].

Ciononostante, sebbene le rivalità della Guerra fredda si fossero riflesse anche in campo sportivo, concentrarsi esclusivamente su questo tipo di narrazione può rischiare di risultare fuorviante. Così facendo si tende infatti a negare il fatto che lo sport fu a lungo uno dei pochi terreni in cui i rappresentanti dei paesi a est e ad ovest della “cortina di ferro” potevano incontrarsi regolarmente. La pretesa apoliticità delle istituzioni sportive offriva infatti un prezioso terreno neutrale in cui le due superpotenze, oltre a rivaleggiare pacificamente, potevano anche incontrarsi, conoscersi, dialogare, cooperare e lanciarsi dei segnali.

L’obiettivo di questo scritto è quello di offrire alcuni spunti per provare a restituire la complessità del contesto dello sport internazionale ai tempi della Guerra fredda, evidenziando la sua natura ambivalente e provando a decostruire quell’immagine di terreno unicamente di scontro, promossa da una certa pubblicistica e che la storiografia più recente ha ormai ampiamente superato[4].

 

Sport e politica internazionale alcune riflessioni teoriche

Già nei decenni che avevano preceduto la Guerra fredda, e in modo particolare dall’indomani della Prima guerra mondiale, la politica internazionale aveva fatto il proprio ingresso nelle arene sportive. Data la sua popolarità, la sua natura emozionale e il suo linguaggio universale, lo sport internazionale, pur essendo un fenomeno politicamente periferico che non coinvolge alcun settore vitale per uno stato, aveva suscitato in maniera crescente l’attenzione da parte dei governi.

Una ragione fondamentale, oltre al fatto che rispetto ad altre forme di scambi culturali lo sport è un gioco a somma zero che prevede vincitori e vinti, era rappresentata dalla sua valenza identitaria. Del resto come ha scritto Hobsbawm: «Le comunità immaginate di milioni sembrano più reali in una squadra di undici persone. L’individuo, anche quello che fa solamente il tifo, diventa un simbolo della nazione stessa»[5]. Inoltre la sostanziale coincidenza fra la geografia politica e quella sportiva e il costante uso di simboli nazionali (stemmi, inno, bandiera) nelle competizioni faceva sì che i risultati sportivi venissero interpretati come un termometro della salute delle nazioni. Per quanto già allora la struttura del sistema sportivo internazionale contribuisse a rinforzare l’idea di un mondo diviso in stati-nazione in competizione fra loro[6], lo sport non va considerato semplicemente come un mero riflesso della politica internazionale, ma ne è a tutti gli effetti un suo componente. Del resto fin dalla Belle Époque, con la nascita del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) nel 1896 e delle federazioni sportive internazionali, il mondo dello sport si è dotato di un ordinamento sportivo internazionale capace di ritagliarsi una certa, seppur limitata, autonomia. Se da un lato infatti le istituzioni sportive internazionali sono uno spazio fortemente influenzato dalla politica poiché i Comitati olimpici nazionali (CNO) e le federazioni sportive nazionali (FSN) fanno tendenzialmente l’interesse dei propri governi, dall’altro vanno anche considerate come degli attori relativamente autonomi. Grazie alla possibilità di riconoscere, sospendere o escludere un particolare CNO o una FSN, il CIO e le FSI sono quindi parte attiva della politica internazionale tanto più che spetta a loro assegnare le sedi dei propri eventi sportivi (Olimpiadi, Mondiali, ecc.). Per difendere questi pur ristretti spazi di autonomia, le istituzioni sportive possono fare riferimento alla rigida applicazione dei propri statuti ma anche alla retorica apolitica. L’idea che la politica debba restare al di fuori dello sport è infatti un’arma ideologica tutt’altro che spuntata nelle mani delle istituzioni sportive proprio per tutelarsi dalle interferenze esterne[7].

In questo quadro, negli anni della Guerra fredda, lo sport fu usato come uno strumento di politica estera. Innanzitutto, come già accennato, per propagandare e promuovere la propria immagine e dimostrare, attraverso le vittorie e l’organizzazione di eventi, la superiorità del proprio sistema politico-sociale. Lo sport ebbe inoltre una funzione diplomatica, ad esempio per rinforzare le relazioni all’interno del proprio sistema di alleanze, per cercare di essere più attrattivi nei confronti dei paesi del cosiddetto “Terzo mondo” e persino per evidenziare un avvenuto miglioramento delle relazioni con il blocco rivale nei momenti di distensione. Nel caso della celebre “diplomazia del ping pong” fra Cina e Stati Uniti uno sport, il tennistavolo, prima in occasione dei Mondiali di Nagoya 1971 poi della successiva tournée in Cina della squadra americana, funse da rompighiaccio per stimolare un’apertura delle relazioni diplomatiche fra due paesi che non si riconoscevano[8]. Nei momenti di maggior tensione, invece, lo sport venne talvolta usato anche come strumento di sanzione, per mezzo del boicottaggio. Si tratta di un mezzo nelle mani dei governi dal costo politico minimo, visto che ricade esclusivamente sugli atleti. Proprio per il fatto che lo sport rappresenta un fenomeno che non coinvolge nessun elemento vitale di uno Stato, il boicottaggio di un evento sportivo risulta però efficace solo per dare un segnale. Se gli obiettivi di chi boicotta vanno al di là di un mero gesto simbolico, allora il boicottaggio si rivela un’arma spuntata. Negli anni della Guerra fredda diverse competizioni sportive furono segnate da dei boicottaggi. I più celebri restano i tre boicottaggi di massa che segnarono le Olimpiadi di Montreal 1976, Mosca 1980 e Los Angeles 1984, ma anche in occasione dei Giochi estivi del 1956 e del 1988 vi fu più di un paese che con motivazioni politiche rinunciò a partecipare[9].

 

Le origini della Guerra fredda e l’impatto sullo sport

Almeno fino al 1949 il ciclo di azioni e reazioni che portò all’emergere della Guerra fredda non colpì significativamente lo sport internazionale. Una delle principali ragioni è dovuta al fatto che all’indomani della rivoluzione d’ottobre l’URSS era uscita dal Movimento olimpico e aveva rifiutato, salvo rare eccezioni, di far parte di quello che definiva “sport borghese”. Di conseguenza, aveva investito sul cosiddetto “sport dei lavoratori”, creando e sovvenzionando competizioni ed istituzioni sportive ad hoc come le Spartakiadi e l’Internazionale sportiva rossa[10].

Al di là di qualche esperimento esplorativo alla fine degli anni Trenta, questa situazione cambiò all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale, quando i vertici sovietici espressero a più riprese la volontà di confrontarsi nel consesso sportivo internazionale. L’esordio internazionale, che avvenne ai Campionati europei di atletica di Oslo del 1946 e che poi proseguì gradualmente e prudentemente fino al definitivo ingresso nel CIO nel 1951, fu anticipato nel 1945 dalla tournée in nord Europa della squadra maschile di calcio della Dynamo Mosca. Gli incontri della compagine moscovita avevano il chiaro intento diplomatico di rinsaldare i deboli legami che tenevano ancora unita la precaria alleanza di guerra. Inoltre l’uscire imbattuta dalle sfide contro Chelsea, Cardiff City, Arsenal e Ranger Glasgow diede alla Dinamo e al calcio russo un alone di invincibilità che spinse i sovietici a richiedere nel 1946 l’affiliazione – rapidamente accettata – alla FIFA[11].

L’URSS però non prese parte nel 1948 né alle Olimpiadi invernali di St. Moritz né a quelle estive di Londra. I vertici sovietici non si sentivano ancora pronti e preferirono attendere nella convinzione che una prestazione sportiva mediocre avrebbe danneggiato l’immagine di grande potenza conquistata durante la guerra.

A Londra, comunque, scesero in pista gli atleti di paesi dell’Europa orientale come la Cecoslovacchia, la Polonia, la Romania e l’Ungheria, che gradualmente erano stati “stalinizzati” anche per quel che riguardava il sistema sportivo. In ogni caso né l’annuncio del Piano Marshall, né la creazione del Cominform, così come il colpo di stato in Cecoslovacchia o il blocco di Berlino, fermarono gli scambi sportivi tra i Paesi europei al di qua e al di là della “cortina di ferro” né i principali eventi internazionali.

Furono invece la creazione della Nato e la guerra di Corea a far sì che fra l’estate del 1949 e l’inizio del 1951 la “cortina di ferro” diventasse una barriera concreta anche se non impenetrabile per gli scambi sportivi. Ottenere visti divenne sempre più difficile e numerose competizioni internazionali videro boicottaggi o scismi, che tuttavia non vennero sempre annunciati come tali. Per esempio, in occasione dei Mondiali di ginnastica di Basilea del luglio 1950 i cecoslovacchi inviarono un telegramma di rinuncia senza specificare le ragioni, mentre gli ungheresi non inviarono una squadra, ma presenziarono comunque con cinque commissari politici che chiesero l’esclusione della Jugoslavia. A queste defezioni si aggiunse anche la rinuncia della Bulgaria e l’assenza dell’URSS – non ancora affiliata – mentre fu presente la Polonia[12]. Nei Campionati mondiali ed europei di pattinaggio su ghiaccio del 1950, invece, in assenza delle rappresentative ufficiali orientali, diversi pattinatori ungheresi e cecoslovacchi vi parteciparono come esuli politici[13]. Il caso più eclatante fu quello del Campionato europeo di nuoto del 1950. Inizialmente assegnato a Budapest, venne spostato a Vienna perché la capitale ungherese non dava sufficienti garanzie in fatto di visti. In risposta gli ungheresi guidarono il boicottaggio orientale e organizzarono parallelamente a Budapest i Campionati di nuoto degli stati europei orientali[14].

È comunque significativo osservare come queste tensioni si ebbero quasi esclusivamente in quelle discipline in cui l’URSS non aveva ancora fatto il suo rientro. Per esempio ai Campionati europei di atletica, che si svolsero a Bruxelles dal 23 al 27 agosto 1950 un mese dopo lo scoppio della guerra di Corea, furono presenti tanto gli atleti sovietici quanto quelli dei paesi ad est della “cortina di ferro”. L’ingresso dell’URSS nel CIO nel 1951 si rivelò decisivo per evitare una possibile rottura fra Est e Ovest[15]. Non è un caso che nel giugno del 1951 proprio il Presidente del CIO, lo svedese Sigfrid Edström[16], scrivesse: «È davvero interessante vedere come i CNO degli Stati satelliti si comportino in maniera più cordiale ora che l’URSS è stata riconosciuta come membro»[17]. Nella nuova strategia sovietica il sistema sportivo internazionale cessava così di essere tacciato come una costruzione “borghese” per diventare un luogo di scontro pacifico nel quale l’URSS e i suoi satelliti potevano dimostrare la superiorità del proprio sistema socio-economico.

L’ideologia apolitica professata dalle sue istituzioni, nonostante inevitabili momenti di tensione, contribuì in maniera determinante ad evitare una rottura del sistema sportivo internazionale. Ciò non fu invece possibile per altri ordinamenti che si erano sviluppati al di fuori di quello controllato dal CIO e dalle FSI, come quello militare o universitario.

Nel corso dell’estate del 1947 dall’Allied Force Sport Council, usato dagli alleati per organizzare lo sport militare durante la guerra, uscirono sia gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che l’Unione Sovietica, la Cecoslovacchia e la Polonia. Sulle sue ceneri sorsero due nuove organizzazioni concorrenti che svilupparono la propria attività ciascuna rigorosamente all’interno del proprio “blocco”, anticipando peraltro la nascita del Patto di Varsavia e della NATO. Una situazione analoga si verificò nel sistema sportivo universitario. Fin dalla prima edizione del dopoguerra dei Giochi mondiali universitari, disputatisi nell’estate del 1947 a Parigi, si manifestarono le prime avvisaglie di una potenziale frattura che si realizzò l’anno successivo. Di fronte al crescente controllo politico da parte dei paesi orientali, quelli occidentali si staccarono dal Physical Education and Sport Department dell’Union International des Étudiants e su iniziativa olandese fondarono la Fédération Internationale du Sport Universitaire.

In una fase storica, in cui tutte le altre attività culturali tendevano ormai a strutturarsi solo all’interno della propria sfera d’influenza, lo sport internazionale rivendicando con forza, anche se non senza una certa ipocrisia, la propria apoliticità, rappresentò quindi un raro e prezioso terreno d’incontro competitivo fra Est e Ovest.

 

La nuova geografia sportiva della Guerra fredda

Anche le trasformazioni geopolitiche imposte dalla Guerra fredda ebbero una complessa ricaduta sullo sport internazionale. La principale ragione derivava dal fatto che nei propri regolamenti il CIO pretendeva che ci fosse un solo CNO per paese e la stessa problematica emergeva anche nelle FSI. Di conseguenza la creazione della Repubblica Federale Tedesca (RFT) e della Repubblica Democratica Tedesca (RDT), di una Repubblica di Cina e di una Repubblica Popolare Cinese, di una Repubblica Democratica di Corea e di una Repubblica Democratica Popolare di Corea, provocò non pochi grattacapi alle istituzioni sportive internazionali. Non tutte scelsero la strada del pragmatismo, adattando i propri regolamenti alla nuova situazione. Fu soprattutto il CIO a difendere questo principio, finendo però per allinearsi, seppur in nome dell’apoliticità e della difesa dei regolamenti, con le posizioni filo-occidentali.

Singolare fu il caso della Germania che non partecipò alle Olimpiadi del 1948 perché gli Alleati che occupavano il paese non le permisero di ricostituire un CNO e quando riacquisì la sovranità era divisa in due repubbliche. Il CNO della RFT fu ricostruito nel 1949, ma quando anche quello della RDT chiese di essere ammesso, il CIO pretese che i due nuovi paesi formassero una squadra unificata. La Germania Est inizialmente rifiutò e così ai Giochi di Helsinki 1952 parteciparono solo atleti tedeschi occidentali. Quattro anni più tardi però la RDT si convinse ad accettare il compromesso della squadra unificata. Definita dal Presidente del CIO come «una grande vittoria dello sport sulla politica»[18], finì per rivelarsi più funzionale alle esigenze della RFT che a quelli della RDT. Solo con l’avvicinarsi dell’Ostpolitk, la politica estera di riapertura voluta dal cancelliere socialdemocratico Willy Brandt, a partire dalle Olimpiadi del 1972, che significativamente si terranno proprio a Monaco, saranno accettate due squadre tedesche: una dell’Est e una dell’Ovest, come già avveniva in altre FSI. Peraltro già in occasione dei Giochi di Città del Messico 1968 la squadra della RFT e quella della RDT erano di fatto separate, pur marciando ancora sotto la stessa bandiera. In ogni caso l’ingresso della Germania Est alle Olimpiadi fu dirompente. In sole 5 edizioni fu in grado di conquistare 409 medaglie di cui 153 d’oro ai Giochi estivi e 110 medaglie di cui 39 d’oro in 6 edizioni di quelli invernali. Per la RDT l’investimento nello sport divenne sempre più importante perché rappresentava uno dei pochi campi, se non l’unico, in cui riusciva ad ottenere risultati superiori alla RFT[19].

Una situazione analoga si ebbe anche con le due Coree. Quella del Sud partecipò regolarmente alle Olimpiadi fin dall’edizione del 1948, mentre il CNO di quella del Nord venne riconosciuto solo nel 1957. Il riconoscimento, oltretutto, non si tramutò in un’immediata partecipazione da parte della squadra della Repubblica Popolare Democratica di Corea, che si concretizzò solamente nell’edizione invernale del 1964 e in quella estiva del 1972. Le tensioni lungo il 38° parallelo si riflessero spesso nello sport, basti pensare che la Corea del Nord nel 1988 decise di boicottare le Olimpiadi di Seoul. Allo stesso tempo però, più recentemente, lo sport è stato usato anche per simboleggiare i momenti di riavvicinamento[20].

Non troppo dissimile fu la situazione che si ebbe per quel che riguarda la Cina. Con la fine della guerra civile, tanto la Repubblica Popolare Cinese (RPC), quanto la Cina nazionalista, ormai esiliata a Taiwan, avrebbero voluto partecipare ai Giochi, ma a condizione di essere gli unici rappresentanti dell’“unica Cina”. La Finlandia, paese organizzatore dei Giochi del 1952, riconosceva solo il governo della RPC, mentre gli USA premevano per una soluzione favorevole alla Repubblica di Cina. Nel pieno del ‘rompicapo’ cinese Edström arrivò addirittura a proporre che nessuno dei due comitati potesse partecipare ai Giochi, anche se alla fine si adottò un compromesso che, pur non riconoscendo nessuno dei due comitati, accordava la partecipazione agli atleti di entrambe le squadre. A fronte dell’accettazione degli atleti della RPC i nazionalisti cinesi di Taiwan decisero di boicottare i Giochi, ma quando la RPC stabilì di inviare i propri 41 atleti era ormai troppo tardi e solo un nuotatore riuscì a prendervi parte. Quattro anni più tardi la situazione si ripropose e dopo un’autentica partita a scacchi furono i comunisti a boicottare i Giochi di Melbourne e i nazionalisti a partecipare. Dopo le Olimpiadi australiane la Cina popolare, proiettata verso il “grande balzo in avanti”, radicalizzò le proprie posizioni anche in ambito sportivo e nell’agosto del 1958 annunciò la propria uscita dal Movimento olimpico. Ciò favorì il riconoscimento del CNO della Cina nazionalista che arrivò nel 1959 con il nome di Chinese National Olympic Committee a patto di marciare nella cerimonia d’inaugurazione con il nome di Taiwan. La decisione di riconoscere un CNO non sulla base di uno Stato ma sulla base di un territorio fu rivoluzionaria e permetterà successivamente di riconoscere anche la Germania Est e la Corea del Nord. Non soddisfatti di questo compromesso, anche se non al punto di boicottare l’evento olimpico, in occasione della cerimonia d’apertura dei Giochi di Roma 1980 il capodelegazione di Taiwan impugnò un foglio bianco su cui compariva la scritta «under protest»; lo tenne sollevato per 150 metri e poi lo ripiegò. Proprio a Roma, peraltro, grazie al decatleta Yang Chuan-kwang la Cina nazionalista ottenne la prima medaglia alle Olimpiadi. Dal 1971, con la partecipazione al Mondiale di tennistavolo di Nagoya si assistette a un graduale ritorno della RPC nel consesso sportivo internazionale, favorito anche dalla riapertura diplomatica con gli Stati Uniti ma rallentato dal sostegno al boicottaggio dei Giochi di Mosca del 1980. In ogni caso nel 1984 la Cina fece il proprio rientro alle Olimpiadi affermandosi in poche edizioni come un’autentica potenza sportiva[21].

 

I Giochi della Guerra fredda

Le Olimpiadi della guerra fredda per eccellenza furono quelle di Helsinki 1952. Svoltesi in una fase di stallo della guerra di Corea, rappresentarono il primo importante momento di incontro e scontro sportivo fra le due superpotenze. Gli atleti sovietici alloggiarono in un villaggio olimpico isolato e separato dalle altre delegazioni. La loro presenza influenzò anche gli statunitensi. Come ricordò il decatleta Mathias: «Ci furono molte pressioni sugli atleti americani a causa dei russi […] noi dovevamo batterli… noi volevamo batterli… […] e questo desiderio era forte in tutta la squadra»[22]. Le tensioni della Guerra fredda, esacerbate dalla carta stampata, spesso in gara finivano per stemperarsi e fra gli atleti dei due paesi non mancarono dimostrazioni d’amicizia.

In occasione di quei Giochi il CIO dovette fare i conti con un tipo di propaganda filocomunista, la quale attraverso la promozione di quel “movimento della pace” – che fra il 1948 e il 1953 fu uno dei principali strumenti della politica estera di Stalin – quasi riecheggiava il linguaggio del CIO, criticandone invece le sue scelte filoccidentali. Il 19 luglio, in occasione della cerimonia di inaugurazione, una spettatrice, la tedesca Barbara Rotrant Pleyer, scese in pista cercando di impossessarsi del microfono per fare un appello alla pace. L’episodio che urtò maggiormente i vertici di Losanna fu però la manifestazione che si svolse nelle settimane successive, poiché vi parteciparono diversi atleti tra cui addirittura un campione del calibro di Emil Zatopek[23]. In quel contesto venne affermata l’importanza dello sport per promuovere la pace fra le nazioni e lo stesso Zatopek fece un riferimento al concetto di tregua sacra delle Olimpiadi dell’antica Grecia affermando: «È un peccato che i generali interventisti americani in Corea non abbiano smesso di combattere durante i Giochi olimpici»[24]. Ciononostante il CIO – segnalando il suo pregiudizio filo-occidentale ma cogliendo effettivamente il senso politico celato dietro alla retorica “sportivo-pacifista” – prese rigidamente posizione contro quello che definì un «incontro politico» organizzato da «un gruppo di contestatori dei Giochi olimpici» i quali avevano apertamente violato «la legge non scritta secondo la quale la politica non dovrebbe essere connessa con i Giochi olimpici»[25].

In realtà, mentre dai giornali sportivi occidentali tendeva ad emergere una lettura esclusivamente conflittuale della sfida sportiva fra le due superpotenze, un attento osservatore come il rappresentante della Legazione italiana ad Helsinki, Vitafinzi, si soffermava piuttosto sul ruolo diplomatico e di riavvicinamento che avevano svolto i Giochi:

Si ha l’impressione che l’URSS abbia voluto approfittare di questa eccezionale occasione per dimostrare al mondo ch’essa desidera una politica di riavvicinamento fra i due blocchi. […] Sia gli atleti e dirigenti sovietici che quelli dei Paesi satelliti hanno cercato di mostrare cordialità e cameratismo verso il gruppo occidentale, congratulandosi con spirito sportivo per i successi dei concorrenti e astenendosi comunque da ogni atto che avrebbe potuto venire interpretato come ostile. […] I russi hanno dato ricevimenti a varie rappresentanze (uno particolarmente lauto per gli americani, un altro per gli italiani, francesi ecc.) in cui con buona volontà ma anche senza troppa disinvoltura hanno cercato di mostrarsi cortesi e cordiali. […] Manifestazioni specialmente politiche come ad esempio un discorso del campione di corsa Zatopek ai “Partigiani della Pace” non sono mancate, ma sono state poco numerose e tenute distinte dai normali rapporti fra le rappresentanze sportive […]. L’Unione Sovietica però mirava anche a ristabilire i contatti ed a creare cordialità nell’ambiente sportivo, sia fra attori che fra spettatori con scopi ovviamente politici. Se ciò rientri poi in un’azione di effettiva distensione oppure di assopimento dell’Occidente è questione che non può certo essere esaminata né risolta in questo limitato rapporto[26].

Come intuito da Vitafinzi, lo sport durante la Guerra fredda rivestì un duplice ruolo, da un lato fu un’arena in cui, seppure su un terreno pacifico, le due superpotenze potevano competere tra loro con un significato che andava ben oltre lo sport, dall’altro svolse un’azione normalizzante aiutando a trovare un terreno e un linguaggio comune, che emergerà ulteriormente nella fase di distensione successiva al 1953.

Dai Giochi di Helsinki in poi, stimolata dai media che di questo antagonismo si nutrivano per aumentare le vendite e alzare gli ascolti, l’arena olimpica fu uno spazio di profonda rivalità sportiva fra le due superpotenze e anche a livello sportivo emerse così un certo bipolarismo. Se infatti confrontiamo i risultati dalle Olimpiadi di Helsinki 1952 a quelle di Monaco 1972 i primi due posti del medagliere non ufficiale dei Giochi furono sempre appannaggio di sovietici e statunitensi. Nelle quattro edizioni successive l’emergere della Germania Est e i reciproci boicottaggi nelle edizioni del 1980 e del 1984 complicarono il quadro ma non compromisero il loro dominio. Semplificando un po’ il discorso, gli americani tendevano a puntare sui successi qualitativi nelle discipline più visibili come l’atletica e il nuoto, mentre i sovietici, furono più attenti ad un discorso quantitativo. Oltretutto i sovietici investirono con convinzione sullo sport femminile dove ottennero importanti risultati, fra cui, quello indiretto, di contribuire ad un incremento della pratica sportiva femminile anche nei Paesi occidentali[27].

Dopo la morte di Stalin e l’affermarsi dell’idea di una coesistenza pacifica, le occasioni di incontro sportivo aumentarono ulteriormente e non solo in occasione dei Giochi olimpici o dei Campionati mondiali. Rispondendo a logiche diplomatiche, commerciali e agonistiche, vennero infatti promossi anche incontri sportivi bilaterali fra gli atleti delle due superpotenze. Per esempio la prima visita di Chruščëv negli Stati Uniti del 1959 fu simbolicamente anticipata dalla visita della squadra di atletica americana a Mosca nel 1958, ricambiata l’anno successivo dai sovietici a Philadelphia. Queste serie bilaterali di atletica leggera sovietico-statunitensi proseguirono con regolarità per tutti gli anni Sessanta e Settanta promuovendo contemporaneamente rivalità e un terreno di reciproca comprensione.

L’apice della distensione nello sport, che anticipò di pochi mesi la Conferenza di Helsinki, fu senza dubbio l’assegnazione dei Giochi olimpici del 1980 a Mosca e del 1984 a Los Angeles. L’eccezionalità della procedura elettorale, a scrutinio segreto, e le significative coppie delle sedi selezionate per ospitare i Giochi estivi e invernali nelle prime due edizioni degli anni Ottanta, Mosca-Lake Placid (1980) e Los Angeles-Sarajevo (1984), sembrano certificare, come del resto ha lasciato trasparire l’allora Presidente del CIO Lord Killanin nelle sue memorie, un possibile accordo segreto tra Nixon e Brèžnev per simboleggiare questo nuovo clima internazionale attraverso l’appuntamento olimpico[28].

 

La Guerra fredda nel calcio

Non tutti gli sport riflettevano la Guerra fredda allo stesso modo. Il calcio, pur essendo lo sport più popolare in Europa e in Sudamerica, non era una disciplina centrale né nella cultura statunitense né in quella sovietica. Ciò non vuol dire che la Guerra fredda non influenzò il pallone.

Per esempio le tensioni successive alla creazione della Nato portarono alla rinuncia dell’Unione Sovietica e dei Paesi del blocco orientale di prendere parte alle qualificazioni al Mondiale del 1950. In quella competizione l’assenza più significativa fu senza dubbio quella dei vicecampioni in carica dell’Ungheria, la squadra più forte della prima metà degli anni Cinquanta. Vinse infatti il torneo olimpico del 1952, la Coppa internazionale del 1950-1953 e fu la prima squadra a sconfiggere gli inglesi a Wembley con uno storico 6 a 3 nel novembre 1953, diventando così il simbolo dell’organizzazione dello sport socialista in ambito calcistico. Grande favorita dei Mondiali del 1954, sconfisse il Brasile nei quarti di finale e l’Uruguay in semifinale prima di perdere a sorpresa con la Germania ovest per 3 a 2. Quella sconfitta provocò in patria una serie di spontanei moti di indignazione popolare, dovuti all’incredulità del risultato e a voci fatte circolare ad arte secondo cui i calciatori o i dirigenti si fossero venduti la partita. Tali malumori si tramutarono in manifestazioni di dissenso verso il regime e per molti versi anticiparono le proteste più organizzate contro il regime comunista che si sarebbero verificate due anni più tardi[29].

Non mancarono però occasioni in cui la Guerra fredda influenzò direttamente l’andamento delle competizioni calcistiche. Nel 1960, in occasione della prima edizione dei Campionati europei, la Spagna franchista si rifiutò di giocare contro l’Unione Sovietica. Il boicottaggio però finì per favorire i sovietici che poterono superare senza giocare i quarti accedendo così alla fase finale del torneo che li vide poi sollevare il trofeo. Anche per questo quattro anni più tardi, nell’Europeo casalingo, gli spagnoli scesero regolarmente in campo contro i sovietici vincendo la finale per 2 a 1.

In occasione delle qualificazioni ai Mondiali maschili del 1974 fu invece l’Unione Sovietica a boicottare la partita valida per le qualificazioni alla fase finale. A poche settimane dal colpo di Stato militare guidato da Augusto Pinochet, con cui venne deposto e ucciso il Presidente cileno Salvador Allende, i calciatori sovietici avrebbero dovuto giocarsi a Santiago l’ultimo posto disponibile per il Campionato del mondo. Se agli occhi di Mosca, in nome dell’autonomia sportiva, era ancora possibile giocare a Mosca o in campo neutro contro una squadra che rappresentava un governo golpista, era però inaccettabile farlo allo Stadio Nacional, che era stato usato per rinchiudere e torturare gli oppositori del regime. Incalzata dalle proteste sovietiche, la FIFA inviò in Cile una commissione che però non vide, o finse di non vedere, l’improprio uso fatto dal regime dell’impianto sportivo. Davanti al rifiuto della FIFA di far disputare l’incontro in campo neutro, per non dover giocare in quello che nel frattempo era stato ribattezzato “lo stadio della morte”, la federazione sovietica scelse la via del forfait. I vertici cileni però, non contenti del successo a tavolino, vollero comunque organizzare una pantomima. Così i giocatori della Roja, pur senza avversari, furono costretti a presentarsi il 21 novembre all’Estadio Nacional di Santiago – dal quale nel frattempo erano stati trasferiti i detenuti – e a passarsi la palla fino a che il capitano Francisco Valdés, con un misto di fastidio e rabbia, non mise il pallone in rete. Molti dei componenti di quella squadra, fra cui lo stesso Valdés e la stella Carlos Caszely, avevano dichiarate simpatie socialiste. Tuttavia sui giocatori pesavano minacce di ritorsioni alle famiglie. Di fronte al conflitto interiore di quei calciatori che, accettando di indossare la maglia della nazionale, erano consapevoli di rappresentare sia le speranze di un popolo oppresso sia un governo che aveva versato sangue sui civili, seppero, forse, dare una risposta quegli striscioni innalzati sugli spalti durante il Mondiale del 1974 in cui campeggiava la scritta «Chile sí, Junta no»[30].

La partita che più di ogni altra simboleggiò la Guerra fredda fu probabilmente quella che si disputò fra le due Germanie il 22 giugno ad Amburgo in occasione del Mondiale di calcio maschile del 1974. La RDT, autentica potenza sportiva che attraverso i successi olimpici mirava a rinforzare la propria identità e rivendicare la propria esistenza sul piano internazionale, non aveva mai veramente investito nel “troppo imprevedibile” calcio, al contrario della RFT che aveva vinto un Mondiale nel 1954. Anche se sul piano sportivo entrambe le squadre erano già qualificate, il significato politico di una sfida in diretta televisiva fra due Paesi “fratelli” divisi ideologicamente e socio-politicamente dalla Guerra fredda fu evidente; non a caso furono presenti sia alcuni esponenti del governo di Bonn sia l’ambasciatore della Repubblica Democratica Tedesca accompagnato da 1.800 “turisti” selezionati con cura. La vittoria per 1 a 0 della Germania sfavorita, quella dell’Est, sui favoriti dell’Ovest, grazie ad una rete di Jürgen Sparwasser, ha contribuito ulteriormente a far entrare questo incontro nella leggenda. L’importanza dell’evento per la RDT non va però sovrastimata. I leader e i media orientali, infatti, erano ben consapevoli dell’inferiorità della loro squadra e non enfatizzarono saggiamente il successo caricandolo di significati politici. Peraltro, a seguito di quella vittoria, la squadra di Georg Buschner si ritrovò in un gruppo di ferro composto da Brasile, Argentina e Olanda. Inoltre la Germania Ovest conquistò il successo finale e il titolo mondiale venne privatamente festeggiato anche a Est. Va ricordato infine che negli anni successivi, la gran parte dei giocatori di quell’impresa, incluso Sparwasser, si resero protagonisti di defezioni, contribuendo a delegittimare il sistema socio-economico di Berlino Est. Quella vittoria calcistica fu un’anomalia per un sistema costruito per vincere medaglie olimpiche, possibile solo grazie all’imprevedibilità del pallone. Il vero successo della RDT fu piuttosto quello di aver evitato durante il Mondiale un danno d’immagine potenzialmente incommensurabile: ovvero la defezione di uno dei suoi giocatori. Il principale significato politico di quell’incontro fu quindi la celebrazione simbolica della normalizzazione in atto fra Bonn e Berlino Est, nonché l’accettazione della coesistenza dei due Stati separati[31].

 

Lo sport come riflesso delle tensioni interne

Lo sport rappresentò poi uno spazio da cui talvolta emersero le tensioni interne alle sfere d’influenza delle due superpotenze. Nel caso sovietico già in occasione dei Giochi di Helsinki 1952 la sconfitta nel torneo calcistico ad opera della Jugoslavia, che nel 1948 era uscita dal Cominform, non fu ben digerita dai vertici sovietici. Tuttavia fu soprattutto in occasioni dei Giochi di Melbourne 1956, disputatisi nel pieno della repressione della Rivoluzione ungherese, che le tensioni politiche si riflessero anche nel campo sportivo. La delegazione ungherese marciò dietro all’antico vessillo ungherese con l’emblema del patriota Lajos Kossuth e non alla bandiera ufficiale del regime comunista, inoltre la gran parte dei componenti della squadra che lo seguiva indossavano un nastro nero simbolo di lutto sullo stemma delle giacche. La partecipazione era stata a lungo a rischio e diversi sportivi, sia per volontà propria sia per cause di forza maggiore, rimasero in patria. L’astio nei confronti dei sovietici aumentò gradualmente, anche perché le notizie che arrivavano alla delegazione magiara erano filtrate e poco chiare. La situazione degenerò quando Ungheria e URSS si trovarono di fronte nel torneo di pallanuoto. In una piscina dal clima incandescente si disputò una gara violentissima. Costantemente provocati dagli ungheresi i sovietici subirono un pesante 4 a 0. «Possono batterci con i carri armati ma non a mani nude su un terreno sportivo»[32] dichiarò Ervin Zádor, che terminò la partita con il volto sanguinante. L’incontro infatti finì in una rissa alla quale presero parte anche gli spettatori ed è diventato un pilastro dell’identità ungherese post-comunista. Dopo la vittoria del torneo la squadra ungherese fu invitata negli Stati Uniti dove ben sei atleti chiesero asilo politico. Quello dei pallanuotisti fu comunque solo uno degli episodi della diaspora sportiva ungherese, che coinvolse numerosi atleti[33].

Una situazione simile fu vissuta dai cecoslovacchi ai Giochi di Città del Messico del 1968, che si svolsero nei mesi successivi alla Primavera di Praga. Diversi atleti o ex atleti fra cui Emil Zátopek e Věra Čáslavská avevano sottoscritto il Manifesto delle 2000 parole e chiesto provvedimenti contro l’Unione Sovietica, che insieme alle truppe del patto di Varsavia aveva dato il via alla repressione del progetto di un “socialismo dal volto umano” promosso da Dubček. Nel villaggio olimpico i cecoslovacchi furono tenuti separati dai sovietici, ma le tensioni furono inevitabili. La Čáslavská, dopo aver faticato ad ottenere il lasciapassare olimpico per le sue esternazioni, una volta arrivata in Messico, non mancò di esprimere la propria indignazione contro la repressione sovietica. Conquistò ben quattro ori e due argenti, ma sul podio del concorso a squadre in cui la Cecoslovacchia era arrivata alle spalle dell’URSS, non appena udì le note dell’inno sovietico abbassò la testa e chiuse gli occhi in segno di protesta. Un gesto che successivamente ripeté altre due volte. Čáslavská dedicò le sue vittorie a Dubček e ai riformatori e, tornata in patria, non fece alcuna ritrattazione, pagando questa scelta con l’espulsione dal proprio club nel 1971[34]. Un regolamento di conti sportivo si ebbe qualche mese più tardi nell’hockey su ghiaccio. Al Mondiale svedese del marzo 1969, quando la Cecoslovacchia affrontò l’URSS, cinque giocatori coprirono la stella rossa nelle loro maglie con del nastro adesivo e il capitano Jozef Golonka invitò i suoi compagni a impugnare le mazze da hockey come se fossero fucili. Entrambi gli incontri furono vinti dai cecoslovacchi che consentirono così ai propri tifosi in patria di scendere in piazza a festeggiare provocando le unità militari sovietiche e tappezzando i muri con la scritta «Cecoslovacchia 4 – Forze d’Occupazione 3»[35].

Anche per gli Stati Uniti però l’arena sportiva internazionale fece emergere alcune debolezze interne. La propaganda filocomunista non mancava di evidenziare i frequenti casi di atleti afroamericani, i quali, tornati in patria dopo aver conquistato medaglie olimpiche o mondiali per il proprio paese, continuavano ad essere discriminati, come dei cittadini di serie B, per il colore della loro pelle. Il momento più eclatante in cui le rivendicazioni in difesa dei diritti civili si incrociò con le Olimpiadi fu in occasione dei Giochi di Città del Messico 1968. Alla vigilia il sociologo Harry Edwards propose un boicottaggio per sensibilizzare l’opinione pubblica sul fatto che i Giochi rappresentassero un’occasione in cui l’establishment americano strumentalizzava gli atleti afroamericani per distogliere l’attenzione dalle disuguaglianze della società americana. Dopo lunghi e appassionati dibattiti gli atleti afroamericani decisero collettivamente di andare in Messico, ma lo fecero con uno spirito più consapevole che in passato e in rappresentanza di un’organizzazione denominata Olympic Project for Human Rights (OPHR). È in questo contesto che si arrivò all’iconico saluto col pugno chiuso e il guanto nero sollevato in aria dai velocisti afroamericani Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri, tutt’oggi una delle immagini simbolo del 1968. Pur non essendo né l’unica né la prima azione di protesta degli atleti afroamericani in Messico, fu indubbiamente la più potente. Più significativa di qualsiasi boicottaggio, quella rivendicazione, grazie alla diretta televisiva, ebbe un’eco mondiale ed entrò direttamente nella storia, malgrado i tentativi del CIO di eliminare le foto dai resoconti ufficiali e la squalifica in cui incorsero i due velocisti[36].

Per quanto le due superpotenze lo avessero usato per promuovere la propria immagine e rafforzare la propria egemonia, durante la Guerra fredda lo sport rappresentò quindi anche un efficace e altamente visibile spazio di contestazione.

 

Conclusione

L’invasione sovietica dell’Afganistan con la conseguente reazione statunitense e la successiva elezione di Reagan alla Presidenza degli Stati Uniti, il quale promosse una nuova corsa agli armamenti, ebbe come conseguenza un innalzamento dello scontro fra le due superpotenze. Questa “seconda Guerra fredda” si riflesse anche sullo sport in particolare con i reciproci boicottaggi delle due edizioni olimpiche del 1980 e del 1984, che erano state assegnate alle due superpotenze in un momento durante distensione. Il boicottaggio del 1980 rappresentò probabilmente il momento di maggior tensione nello sport provocato dalla Guerra fredda. Venne promosso dal Presidente statunitense Carter a seguito dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, ma ebbe il sostegno di numerosi CNO europei soprattutto quando si cominciò a far leva anche sul mancato rispetto dei diritti umani e a seguito dell’arresto del dissidente Sacharov. Quattro anni più tardi, invece, sebbene il risultato fosse analogo, con il boicottaggio sovietico e dei paesi del patto di Varsavia, Romania esclusa, non si arrivò allo stesso livello di intensità politica del 1980. I sovietici motivarono la loro assenza facendo riferimento a mancate garanzie di sicurezza e inoltre la loro assenza fu tutto sommato gradita all’amministrazione Reagan, che non fece nulla per venire incontro alle loro richieste[37].

In questa fase, ancor più di quanto era avvenuto tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, lo sport era stato usato per mandare un segnale politico. Non deve dunque sorprendere che, con l’avvento di Gorbačëv, non appena si registrò un miglioramento nelle relazioni fra le due superpotenze, questo si riflesse pure in ambito sportivo. In particolare l’imprenditore statunitense Ted Turner nel 1986 promosse a Mosca la prima edizione dei Goodwill Games, una competizione multi-sportiva quadriennale che univa a interessi economico-sportivi anche quello politico di celebrare il nuovo clima internazionale all’insegna della “buona volontà” anche attraverso delle competizioni agonistiche.

Esclusi alcuni momenti di grande tensione come nel 1980 e nel 1984 in cui seppur momentaneamente si smise di riconoscere l’avversario rinunciando alla competizione, lo sport ai tempi della Guerra fredda fu certamente uno spazio di grande rivalità agonistica ma offrì un terreno formalmente neutrale capace di garantire molteplici occasioni di incontro. Studiare la Guerra fredda attraverso la lente focale dello sport può offrire quindi spunti preziosi, ancor più se lo si fa guardando oltre ai boicottaggi.

 


Note:

[1] Per esempio Gianni Minoli in una puntata di «A faccia a faccia» andata in onda nel 2017 su La7, rievocando proprio questi episodi, faceva riferimento a un’«eterna guerra combattuta alle Olimpiadi» https://www.la7.it/facciaafaccia/video/leterna-guerra-combattuta-alle-olimpiadi-un-lungo-duello-che-viene-da-lontano-09-01-2017-201471

[2] B. Keys, Globalizing Sport. National Rivalry and International Community in the 1930s, Harvard University Press, Cambridge-London 2006, p. 163.

[3] Cit. in J. Hoberman, Politica e Sport. Il corpo nelle ideologie politiche dell’800 e del ‘900, Bologna, Il Mulino, 1988, p. 45.

[4] Sul rapporto fra sport e Guerra fredda si consiglia in particolare: J. Gygax, Olympisme et guerre froide culturelle: le prix de la victoire américaine, Paris: l’Harmattan, 2012; S. Wagg e D. L. Andrews, East Plays West. Sport and the Cold War, Routledge, London 2007; H. L. Dichter e A.L. Johns, Diplomatic Games. Sport, statecraft and international relations since 1945, University Press of Kentucky, 2014; T. Rider, Cold War Games: Propaganda, the Olympics and US Foreign Policy, Urbana, University of Illinois Press, 2016; P. Vonnard e G. Quin, Studying international sports organisations during the Cold War, «Sport in History», vol. 37, 3, 2017, pp. 265-272; P. Vonnard, N. Sbetti e G. Quin (Eds), Beyond Boycotts. Sport during the Cold War in Europe, De Gruyter, Berlin-Boston 2018; R. Edelman and C. Young, The Whole World Was watching. Sport in the Cold War, Stanford University Press, 2020; P. Clastres e P. Dietschy (Eds), Le sport et la guerre froide, «Guerres mondiales et conflits contemporaines», n° 277, 2020.

[5] E. Hobsbawm, Nation and Nationalism since 1780: Program, Myth, Reality, Cambridge University Press, Cambridge, 1990, p. 143.

[6] Cfr. N. Sbetti e U. Tulli, La fine di una reciproca negazione: riflessioni sullo sport nella storia delle relazioni internazionali, «Ricerche di Storia Politica», n°2, 2016, pp. 193-202.

[7] Ibidem.

[8] Per una breve ed efficace sintesi Cfr. Zhaohui Hong e Yi Sun, The Butterfly Effect and the Making of ‘Ping Pong Diplomacy’, «Journal of Contemporary China», 9:25, 2000, 429-448.

[9] Ibidem. Per una storia del boicottaggio nello sport Cfr. S. Giuntini, L’Olimpiade dimezzata. Storia e politica del

boicottaggio nello sport, Sedizioni, Milano 2009.

[10] Sulle esperienze dello “sport dei lavoratori” in Europa Cfr. A. Gounot, Les mouvements sportifs ouvriers en Europe (1893-1939), Strasbourg, Presses Universitaire de Strasbourg, 2016.

[11] Cfr. R. Kowalski e D. Porter, Political football: Moscow Dynamo in Britain, 1945, «The International Journal of the History of Sport», vol. 14, 2, 1997, pp. 100-121.

[12] Cfr. Niente Cecoslovacchia ai Mondiali di Basilea, «La Gazzetta dello Sport», 18 maggio 1950, p. 2.

[13] Cfr. J. Koch e B.T. Wright, ISU office holders through the years and ISU Congresses 1892-1990, ISU, Davos 1992.

[14] Cfr. Lo scisma ungherese è un fatto compiuto?, «La Gazzetta dello Sport», 27 aprile 1950, p. 6.

[15] Cfr. J. Parks, The Olympic Games, the Soviet Sports Bureaucracy and the Cold War. Red Sport, Red Tape, Lanham, Lexington Books, 2017; S. Dufraisse, Les Héros du sport. Une histoire des champions soviétiques (années 1930-années 1980), Champ Vallon, Ceyzérieu 2019.

[16] L’industriale svedese Sigfrid Edström fu Presidente del CIO dal 1942 al 1952 e Presidente della Federazione Internazionale di Atletica dal 1912 al 1946.

[17] Lettera di Edström a Mayer del 21.6.1951 in Archivo del CIO a Losanna, PT, Edstr., Corr. 1951.

[18] Cit. in H.L. Dichter, Building Walls, Dividing Teams: The Berlin Wall and the End of an All German Olympic Team, VI International Symposium for Olympic Research, 2002, p. 58

[19] Cfr. N. Sbetti, Giochi di potere. Olimpiadi e politica ad Atene e Londra. 1896-2012, Firenze, Le Monnier, 2012 e U. Tulli, Breve storia delle Olimpiadi. Lo sport, la politica da de Coubertin a oggi, Carocci, Roma, 2012.

[20] Ibidem.

[21] Ibidem. Sulla storia dello sport cfr. anche: P. Angelini e G. Mamone, Il podio celeste. Storia dell’educazione fisica e dello sport in Cina, Viterbo, Stampa Alternativa, 2008.

[22] Cit. in Allen Guttmann, The Olympics. A history of the modern games, University of Illinois Press, Champaign 1992, p. 97.

[23] La stampa dell’epoca riportò anche il nome del ginnasta sovietico Victor Tjukarin e di diversi giocatori della squadra di pallacanestro cinese. Cfr. Archivio CIO a Losanna, JOs, Helsinki 1952, Cerem.

[24] Ibidem.

[25] Lettera di Brundage ai membri del CIO del novembre 1952, in Archivio CIO a Losanna, LC 1950-1952.

[26] Relazione di Vitafinzi sullo svolgimento della XV Olimpiade del 27.9.1952, in Archivio Centrale dello Stato di Roma, PCM, 1955-1958, fasc. 3-2-5, n. 10024/78.

[27] Cfr. ad esempio S. Dufraisse, Les Héros du sport, cit.

[28] M.M. Killanin, My Olympic years, London, Secker & Warburg, 1983, p. 4.

[29] Cfr. Riccardo Brizzi e Nicola Sbetti, Storia della Coppa del mondo di calcio (1930-2018). Politica, sport, globalizzazione, Le Monnier, Firenze 2018, p. 77.

[30] Ibidem, pp. 117-118.

[31] Ibidem, pp. 121-122. Cfr. anche K. Schiller, The 1974 World Cup in West Germany: a Non-Event?, in S. Rinke e K. Schiller (Eds.), The FIFA World Cup 1930-2010, Wallstein, Göttingen, 2014, pp. 224-230

[32] S. Giuntini, L’Olimpiade dimezzata, cit., p. 107.

[33] N. Sbetti, Giochi di potere, cit., pp. 124-126.

[34] Cfr. S. Giuntini, Pugni chiusi e cerchi olimpici. Il lungo ’68 dello sport italiano, Roma, Odarek, 2008, p. 69.

[35] S. Giuntini, L’Olimpiade dimezzata, cit., pp. 114-115.

[36] N. Sbetti, Giochi di potere, cit., pp. 149-151.

[37] Cfr. ad esempio: U. Tulli, Boicottate le Olimpiadi del Gulag! I diritti umani e la campagna contro le Olimpiadi di Mosca, «Ricerche di Storia Politica», n. 1/2013, pp. 3-24, U. Tulli, ‘They used Americana, all painted and polished, to make the enormous impression they did’. Selling the Reagan Revolution through the 1984 Olympic Games, in S. Rofe (Eds.), Sport and Diplomacy: Games within Games, Manchester, Manchester University Press, 2018.

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Titolo: Lo sport internazionale al tempo della guerra fredda
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Numero della rivista: n.16, agosto 2021
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo: , Lo sport internazionale al tempo della guerra fredda, Novecento.org, n. 16, agosto 2021.

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