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Libertà, diritto alla salute e diritto all’istruzione in tempi di pandemia

Libertà, diritto alla salute e diritto all’istruzione in tempi di pandemia

In dialogo con Gustavo Zagrebelsky, a cura di Claudio Dellavalle

Abstract

L’edizione 2020 della Summer School organizzata dall’Istituto Nazionale Ferruccio Parri è stata necessariamente diversa dalle altre che l’hanno preceduta. Non si trattava solo di lavorare a distanza nell’emergenza pandemica, ma anche di intercettare l’attenzione di insegnanti e formatori attorno a una riflessione generale, più che mai indispensabile nel tempo sospeso di un’estate piena di incognite e interrogativi. La decisione di organizzare una pre-Summer è nata proprio da questa esigenza: in una due giorni alla fine del mese di luglio gli interventi di alcuni esperti hanno invitato a riflettere sull’emergenza, sugli effetti più immediati e sulle implicazioni che il virus ha prodotto su scala globale. Pensata come uno spazio aperto – vero e proprio kick-off per la scuola estiva che sarebbe iniziata a distanza di un mese – era in precisa coerenza con lo spazio senza confini occupato dal virus.
I dialoghi con Gustavo Zagrebelsky, Luciano Floridi e Pier Cesare Rivoltella hanno aperto la Summer e abbiamo pensato che potessero significativamente chiudere il dossier.

Pandemia e fragilità dei sistemi

Gustavo Zagrebelsky ha esordito suggerendo che, se si vuole ragionare sull’impatto avuto a livello mondiale dalla pandemia, la a prima considerazione riguarda la fragilità dei sistemi economico-politici e delle strutture sociali del nostro tempo.

Questa fragilità, secondo il costituzionalista, rinvia alla lezione che si può trarre dalla storia riguardo alle crisi e alla fine dei grandi imperi che sono collassati dall’interno perché troppo grandi per poter essere controllati in ogni loro parte. Quindi un fattore imprevisto può determinarne il crollo.

Nel nostro mondo che definiamo globalizzato, perché caratterizzato da un’elevata interdipendenza economica delle parti a livello mondiale, il virus ha agito e agisce come una tessera fuori controllo che mette in crisi un sistema diventato troppo grande e quindi fragile. Qualche anno fa si è arrivati a sostenere che il mondo globalizzato coincidesse con la fine della storia; ci troviamo invece a fare i conti con un fattore che attiva cambiamenti profondi e che rimette in moto la storia. Come affrontare questa situazione? Alcuni ritengono che ogni singolo paese possa resistere alla crisi chiudendosi nei propri confini. È la scelta sostenuta dai vari sovranismi, ma è una scelta “impossibile” perché il fattore di crisi non rispetta i confini. Si può cercare di rispondere correggendo le fragilità del sistema. Ad esempio, se sul piano economico industriale si riconosce che un elemento di fragilità è l’eccessiva interdipendenza delle parti, si può restituire un margine di autonomia ai sottosistemi.

 

L’Italia di fronte alla pandemia

Il costituzionalista è stato poi sollecitato a rivolgere il suo sguardo all’Italia e alle capacità di reazione di fronte alla minaccia del virus. Il Paese, secondo la sua opinione, ha mostrato diversi aspetti positivi. Colpito per primo e pesantemente tra i paesi europei, ha reagito con un certo coraggio, decidendo il blocco di tutte le attività per ridurre i contatti. Non è il caso di parlare di modello, ma certamente c’è stata – nel paese, nei cittadini – un’assunzione di responsabilità positiva e quindi il rispetto sostanziale delle decisioni assunte dal governo. Il problema è che le nostre società non possono fermarsi oltre un certo tempo, perché altrimenti viene compromesso l’equilibrio economico sociale. Non a caso il problema del contrasto al virus con un blocco esteso è proprio la durata di tale provvedimento che, protratto oltre un certo limite di tempo, produce lacerazioni nel tessuto sociale.

Per questo va cercato un bilanciamento tra il primato della salute e la necessità di non compromettere l’economia e la società. Bilanciamento difficile, perché l’economia è dominata da un modello che ha guidato la globalizzazione e che comporta lo sfruttamento immediato di tutte le risorse disponibili. È un modello che, non contemplando la possibilità di una crisi, confligge con l’esperienza delle vicende umane le quali – essendo imprevedibili – richiedono accantonamenti di risorse non immediatamente sfruttabili. Agli anni delle vacche grasse, la storia (e non solo la Bibbia) ci dice che possono seguire gli anni delle vacche magre, per cui sarebbe opportuno nei tempi favorevoli accantonare delle risorse per contenere le scarsità dei tempi difficili. Un’idea di sviluppo che non contempla questa possibilità comporta modelli di crescita cieca, come si è sperimentato nel corso della pandemia quando i servizi della sanità hanno rivelato insufficienze gravi perché strutturati sulla base di un ritorno immediato in termini economici e non sulla base delle esigenze dei cittadini. Correggere questa impostazione diventa fondamentale, ma non sarà facile perché richiede un cambio di impostazione, un mutamento nella mentalità difficile da realizzare.

 

Il contrasto fra diritto alla salute e diritti di libertà

Nei mesi della pandemia si è aperto un vivace dibattito intorno alla questione del diritto alla salute che, a fronte della necessità di contrastare la pandemia, entra in tensione con altri diritti.

Il diritto alla salute è un diritto della persona che la nostra Costituzione tutela come un diritto “fondamentale”: aggettivo, ha tenuto a precisare Zagrebelsky, che non è utilizzato per definire altri diritti. Si tratta di un diritto universale salvaguardato dall’intervento dello Stato poiché riguarda la sopravvivenza, la vita delle persone. Viene prima dei diritti che tutelano la libertà degli individui che invece può essere limitata proprio per tutelare la salute pubblica; naturalmente purché le limitazioni siano proporzionate alla situazione di emergenza, rispettose della dignità delle persone, e siano transitorie, cioè con una durata definita nel tempo. Il rischio è che la durata delle restrizioni sia tale da porre la questione se tali limiti siano compatibili con le libertà dei singoli, con “una vita degna di esser vissuta”. Con il passare del tempo il bilanciamento tra esigenze diverse potrebbe modificarsi poiché questo equilibrio può essere mantenuto solo grazie al senso di responsabilità dei cittadini.

 

Scuola e pandemia: il ricorso alla DaD

Come qualunque settore della vita sociale, anche la scuola è stata pesantemente colpita dalla pandemia. Essa ha provato a reagire al blocco delle lezioni cercando soluzioni alternative alla normale attività scolastica, come in particolare l’insegnamento a distanza. A questo proposito Zagrebelsky ha però voluto domandarsi se la risposta che è stata scelta (e le metodologie messe in campo) abbiano davvero permesso di contenere i danni causati dalla chiusura parziale o totale delle aule.

Su un piano più generale è evidente che il ricorso alla formazione a distanza non può essere la soluzione perché può produrre effetti molto negativi. Intanto esiste il rischio di confermare e aggravare le disuguaglianze sociali esistenti, poiché le famiglie meno abbienti e più numerose non possono dotarsi di strumenti digitali per i figli, né seguirne l’attività. Inoltre si compromette la possibilità di formare i ragazzi all’esercizio dei diritti e doveri nelle relazioni con i compagni e con gli insegnanti, esercizio che solo in presenza si può attivare. Il processo di socializzazione viene così compromesso negli anni in cui si sta formando.

In conclusione, scuola e salute sono i caposaldi dello stato sociale e quindi sono le condizioni base per una convivenza civile. Di qui la necessità di uno sforzo finanziario e organizzativo dedicato alla scuola come impegno di responsabilità dei singoli e della comunità. Sforzo di contesto ma che va inteso come programmatico: quando si parla di ripartenza su un piano generale si intende implicitamente a valutare un ritorno a fare quello che si faceva prima della “parentesi” della pandemia. Ma non sarà così: non si potranno attivare gli stessi meccanismi economici, sociali, culturali. È un cambiamento che toccherà anche la scuola e richiederà, per essere affrontato, grande impegno ed attenzione.

Autore:

Claudio Dellavalle

Claudio Dellavalle è stato professore ordinario di Storia contemporanea presso l'Università degli Studi di Torino. Si è occupato di temi riguardanti la Resistenza italiana (con particolare attenzione al rapporto tra società e guerra di liberazione), le componenti sociali dell’industria, la storia del sindacato e del movimento operaio torinese e biellese. E’ stato vice Presidente dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (l’attuale Istituto nazionale “Ferruccio Parri”) dal 2002 al 2012. Attualmente è Presidente dell'Istituto piemontese per la storia della resistenza e della società contemporanea (Istoreto).

Dati articolo

Autore:
Titolo: Libertà, diritto alla salute e diritto all’istruzione in tempi di pandemia
DOI: 10.12977/nov365
Parole chiave: , ,
Numero della rivista: n.15, febbraio 2021
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo:
, Libertà, diritto alla salute e diritto all’istruzione in tempi di pandemia, Novecento.org, n. 15, febbraio 2021. DOI: 10.12977/nov365

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