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1992. Mafia e antimafia tra storia e media

1992. Mafia e antimafia tra storia e media

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino il 27 marzo 1992 al palazzo Trinacria di Palermo. Autore Giuseppe Gerbasi
Pubblico dominio, Collegamento

Abstract

L’articolo che segue ricalca la struttura dell’attività didattica 1992. Mafia e antimafia tra storia e media presente nell’Offerta Formativa dell’Istituto Storico Parri Bologna Metropolitana per l’anno scolastico 2021-2022.  L’obiettivo è partire da una riflessione che si innesta volutamente con il trentesimo anniversario delle stragi del 1992, in particolare l’attentato di Capaci, attraverso un’analisi dei fenomeni mafiosi compiuta da due diverse angolazioni: gli eventi storici e i processi di creazione dell’immaginario collettivo che ne sono a corollario. L’attività didattica della durata di tre ore è rivolta alle classi terze della scuola secondaria di primo grado e tutte le classi della secondaria di secondo grado. L’attività si divide in due parti della durata di un’ora e mezza ciascuna. La prima parte aiuterà studenti e studentesse a comprendere il contesto storico nel periodo compreso tra l’ascesa del clan dei Corleonesi al vertice di Cosa Nostra e la strage del 23 maggio 1992. Questo percorso sarà integrato con la ricostruzione della biografia di Giovanni Falcone realizzata mediante strumenti digitali che permettono di aprire approfondimenti con fonti di differente tipologia.  Nella seconda parte, attraverso l’analisi di fonti multimediali, sarà possibile spostare lo sguardo su come – in quei mesi del 1992 che segnano uno spartiacque nella storia italiana – i media contribuiscono a creare un immaginario collettivo potentissimo legato alla narrazione di mafia antimafia e dei suoi protagonisti.

Introduzione

Portare in classe temi legati al fenomeno mafioso sappiamo non essere pratica didattica innovativa. Siamo consapevoli che ciascuno studente italiano, spesso già alla scuola primaria, è stato coinvolto in iniziative per progetti a tema legalità, di solito inseriti in percorsi di educazione civica. Da quando abbiamo deciso, come area didattica dell’istituto bolognese, di proporre nel nostro Piano dell’Offerta Formativa (a partire dall’A.S. 2018-19), un’attività sulla mafia, la quasi totalità degli studenti raggiunti conosceva con un certo grado di approfondimento, ad esempio, le figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino già prima del nostro ingresso in classe. Aveva letto libri, in particolare Per questo mi chiamo Giovanni di Luigi Garlando (2004), visto film come La mafia uccide solo d’estate di PIF (2013), e più volte partecipato a iniziative legate alla Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. Era a conoscenza delle dinamiche degli attentati ma, assai raramente, era in possesso delle competenze per storicizzare il fenomeno e inserirlo all’interno del contesto nazionale. Se, quindi, non risulta originale il tema, differente è la metodologia che intendiamo proporre. Il fenomeno mafioso siciliano viene analizzato da due angolazioni: gli eventi storici e i processi di creazione dell’immaginario collettivo che ne sono corollario. L’attività, della durata di tre ore, si articola in due momenti che corrispondono alle linee di lettura proposte.

Parte prima. Storia di mafia e antimafia in Sicilia (1978-1992)

Elenco materiali utilizzati parte prima

La prima parte dell’attività ha l’obiettivo di ricostruire Cosa Nostra da un punto di vista storico. Senza la pretesa di restituire le vicende secolari della mafia siciliana dalle origini ai giorni nostri si è scelto di individuarne una fase specifica. Il periodo preso in esame è compreso tra il 1978 e il 1992, dallo scoppio della “seconda guerra di mafia”, che ha come esito l’affermazione al vertice dell’organizzazione del clan dei Corleonesi di Totò Riina, ai 57 giorni che separano gli attentati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Se l’obiettivo è la ricostruzione storica di Cosa Nostra, la modalità operativa non potrà prescindere da una sua analisi di contesto. Non si tratta, quindi, di proporre la trattazione di un fenomeno in un qualche modo a-storicizzato e de-contestualizzato ma di affrontarlo come parte della storia del nostro paese, con particolare attenzione all’anno spartiacque 1992.[1]

Sul piano metodologico l’attività si struttura come lezione dialogata, con l’utilizzo di fonti di differente tipologia e il supporto di strumenti digitali, e si articola in tre momenti distinti. Il primo muove dalla fase storica precedente alla testimonianza di Tommaso Buscetta e ha l’obiettivo di analizzare la struttura di Cosa Nostra.[2] Il secondo momento mira a evidenziare la specificità della fase storica 1978-1992, periodo in cui Cosa Nostra modifica la sua natura di “animale nascosto”, aprendo una fase di guerra aperta alle istituzioni, culminata con le stragi del 1992. [3] Il terzo si propone di spostare lo sguardo sull’antimafia attraverso le biografie di Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino,[4] ricostruite con il tool StoryMap JS.[5]

Il turning point Buscetta

Come azione ingaggiante viene proposta alla classe l’analisi di un’immagine, accompagnata da una data e una citazione. L’immagine è una fotografia nota: Tommaso Buscetta che scende le scale dell’aereo che lo riporta in Italia con una coperta a nascondere i polsi ammanettati. La data è il 15 luglio 1984. La citazione è presa da Giovanni Falcone che definisce il boss dei due mondi «un insegnante di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare a gesti».[6] Non è semplice comprendere, ancor più per le generazioni post-1992, quanto poco o nulla si sapesse della mafia prima della testimonianza rilasciata da Tommaso Buscetta a Giovanni Falcone nel 1984.[7] Attraverso la figura di Buscetta, del ruolo determinante svolto dal più noto pentito di Cosa Nostra, è possibile quindi proporre alla classe un salto all’indietro, in quella fase storica in cui sovente si sentiva negare l’esistenza stessa della mafia, semplice «invenzione dei giornali del Nord».[8] E vengono proposti due stereotipi legati alla mafia siciliana. Da una parte la cinematografia hollywoodiana che ne definisce caratteri assai distanti dalla realtà, riassumibili con riferimenti ai primi due capitoli de Il Padrino di Francis Ford Coppola (1972, 1974); dall’altra la nozione di “cavalleria rusticana” che dalla prima dell’opera di Pietro Mascagni datata 1890 è intervenuta in maniera talmente radicata nell’immaginario collettivo da permettere alla mafia di auto-relegarsi, per molto tempo, a quel senso spavaldo dell’onore centrale nell’opera in maniera stereotipica, appunto, identificativo d’ogni siciliano.[9] Ed è contro questo stereotipo che, già prima del 1984, alcuni giudici e magistrati avevano provato a ricostruire trame e natura di quell’organizzazione criminale della quale per molto tempo nemmeno si conosceva il nome: sarà proprio Buscetta nei colloqui con Falcone a definire il termine mafia sì un’invenzione giornalistica, indicando come reale denominazione Cosa Nostra.[10] Buscetta fornisce a Falcone conferme su struttura e funzioni dell’organizzazione, nonché «una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice».[11] Permette, in altri termini, di sganciarsi dalla dimensione stereotipica e affrontare Cosa Nostra come un qualcosa di concreto. E, di conseguenza, per quanto ci riguarda più da vicino, di storicizzabile.

La cupola: dimensione religiosa e struttura anti-statale

Per proporre una storia di Cosa Nostra è necessario partire dall’oggetto che si vuole ricostruire, definendone caratteristiche e struttura. Cosa Nostra non è un atteggiamento né tantomeno l’insieme di bande criminali anarchiche, ma un’organizzazione definita, rigidamente gerarchizzata, con regole precise. Attraverso una rappresentazione grafica che ne restituisce la configurazione viene proposto alla classe il sistema della Cupola, alla cui base vi è la “famiglia” composta dai soldati che eleggono – a scrutinio segreto – il rappresentante che ne tutelerà gli interessi e assieme agli altri rappresentanti, a loro volta, nomineranno il capo della Provincia che, assieme agli altri capi-provincia, faranno parte delle Commissioni provinciali, a loro volta inserite nella Commissione Regionale, cui spetta il compito di emanare decreti e votare leggi.[12] La definizione della struttura e l’attenzione posta sulle denominazioni utilizzate fa emergere la caratterizzazione di “Stato nello Stato” di Cosa Nostra. L’immagine della Cupola intrinsecamente rimanda ad un altro valore identificativo: la dimensione religiosa. A concludere la definizione delle caratteristiche strutturali dell’organizzazione sono la proposizione della cerimonia d’affiliazione e la lettura dei cosiddetti “comandamenti”.[13] La ritualità dell’iniziazione, nonché l’esistenza di un legame eterno con l’organizzazione, permette di stimolare una riflessione su quanto la religiosità sia per Cosa Nostra una «forma di legittimazione sociale e strumento funzionale al consolidamento dei legami interni, così come condizione vincolante al rispetto di gerarchie e rapporti di forza non dichiarati».[14]

L’ascesa del clan dei corleonesi: fronte interno e fronte esterno

Definite struttura e natura di Cosa Nostra, non resta che farne la storia. O meglio, storicizzare la fase propria dei Corleonesi. Al fine di definire la specificità del periodo 1978-1992 è utile proporre alla classe, pur brevemente, Cosa Nostra prima dei Corleonesi partendo dal primo, e fino all’avvento di Riina ultimo, “cadavere eccellente”: l’ex sindaco di Palermo Emanuele Notarbartolo, ucciso da due sicari il 1° febbraio 1893. Da quel momento Cosa Nostra altro non fa che mutare la sua natura senza, di fatto, mutare mai: si adatta al contesto sociale all’interno del quale deve operare per adeguare la sua operatività e il suo controllo territoriale. Un esempio sta nel passaggio da una dimensione rurale che dura sino agli anni Cinquanta ad una fase legata alla speculazione edilizia, rappresentata dal “sacco di Palermo” dei primi anni Sessanta.[15]

«La mafia siciliana», afferma il cronista Attilio Bolzoni, «è sempre la stessa e sempre diversa; si adatta e si trasforma, a volte si nasconde, a volte si manifesta con violenza a seconda delle sue necessità».[16] Restituita questa sorte di “immutevole mutevolezza” di Cosa Nostra, è possibile affrontare la specificità del periodo 1978-92. Anzitutto per quanto concerne la principale fonte di business: la seconda metà degli anni Settanta sono segnati dal boom del narcotraffico. Dagli Stati Uniti giungono ingenti somme di denaro – attraverso canali bancari che saranno la pista principale del cosiddetto “metodo Falcone” – e dalla Sicilia partono oltreoceano fiumi di eroina. Dal 1978 alla prima metà degli Ottanta, inoltre, la Sicilia è dilaniata da due conflitti paralleli.[17] Il primo, che possiamo intendere come “fronte interno”, è dentro Cosa Nostra: è una guerra intestina che inizia con l’omicidio Bontate e si conclude solo nel 1983 con l’affermazione di quello che Bolzoni ha definito il «golpe dei Corleonesi».[18] In parallelo si apre un “fronte esterno”: per la prima volta nella sua storia, la mafia siciliana scatena un conflitto contro le istituzioni.[19] Tra il 1979 e il 1983 si sveglia «un’anima terroristica mai vista prima»[20] che raggiungerà l’apice con le stragi del 1992. Attraverso una mappa digitale realizzata con StoryMap JS viene restituito alla classe, in una sorta di “viaggio della memoria” virtuale a Palermo, il biennio 1979-80, periodo nel quale perdono la vita in attentati figure che svolgevano mestieri assai differenti tra loro:[21] il giornalista Mario Francese, il politico Michele Reina, il capo della squadra mobile Boris Giuliano, il consigliere Istruttore Cesare Terranova, il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, il carabiniere Emanuele Basile e il procuratore Gaetano Costa. Omicidi preventivi e dimostrativi, alla luce del giorno e con il medesimo obiettivo: «Tutti i personaggi pubblici, qualunque fosse il loro rango, che intralciavano il cammino di quello Stato nello Stato che era la mafia siciliana, sarebbero stati eliminati».[22]

Un primo anno spartiacque: il 1982

La stagione terroristica non si esaurisce nel biennio affrontato ma vede un crescendo di violenza direttamente proporzionale al progresso dell’antimafia, istituzionale e civile. Le biografie di Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, ricostruite con StoryMap JS,[23] permettono di chiarire il 1982 come anno di svolta, secondo questa doppia linea di lettura. Si prendano, ad esempio, alcune tappe della vita di La Torre, ucciso in via Li Muli insieme al suo collaboratore personale Rosario Di Salvo la mattina del 30 aprile 1982 come avrà a dire lo stesso Dalla Chiesa «per tutta una vita».[24] La Torre è «testimone oculare della mutazione mafiosa»:[25] è alla Camera del Lavoro di Corleone nel marzo 1948 inviato dal Pci per indagare sulla scomparsa del sindacalista Placido Rizzotto,[26] nei primi anni Sessanta combatte tra i banchi dell’opposizione del comune di Palermo i cosiddetti “boss del cemento”. Dal 1972 sposta la lotta alla mafia dal contesto regionale a quello nazionale, in Parlamento. Ed è a Roma che propone una vera e propria rivoluzione della giurisprudenza antimafia, ma non solo: essere mafioso non è un modo di essere, volendo riallacciarsi alla visione stereotipica proposta in apertura, ma è un reato. Lo fa concretamente, attraverso la proposta di legge 1581, della quale vengono proposti alla classe alcuni estratti legati alle due innovazioni principali: l’introduzione del reato di “associazione di tipo mafioso” (futuro art.416 bis) e le misure patrimoniali applicabili all’accumulazione illecita di capitali. La data d’approvazione di quella che è conosciuta come Legge Rognoni-La Torre, il 13 settembre, permette l’aggancio biografico con Dalla Chiesa, ucciso la sera del 3 settembre in via Carini insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo. Dalla Chiesa arriva a Palermo, dopo i successi nella lotta alle Brigate Rosse del Nucleo speciale antiterrorismo, il giorno stesso in cui perde la vita La Torre. Se, da un lato, la sua biografia permette di inquadrare una fase particolarmente complessa della storia della Repubblica, dall’altro i cosiddetti “cento giorni a Palermo” consentono di proporre alla classe una doppia lettura: l’isolamento di queste figure che combattono la mafia e l’avvio di una stagione peculiare dell’antimafia.[27] Per quanto concerne il primo aspetto vengono proposti degli stralci dell’intervista rilasciata a Giorgio Bocca, pubblicata sulle pagine di La Repubblica il 10 agosto 1982.[28] Per quanto riguarda la seconda prospettiva, invece, le reazioni alla strage di via Chiarini consentono di aprire il tema dell’antimafia sia nel suo aspetto istituzionale, con l’approvazione della legge Rognoni-La Torre, che civile con la nascita di un primo movimento antimafia formato da associazioni, sindacati e privati cittadini.[29]

1992: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Il periodo compreso tra il 1982 e il 1992 viene affrontato attraverso le biografie di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ricostruite in un’unica StoryMap.[30] Ripercorse rapidamente le vicende legate agli esordi in magistratura, con un focus più mirato sulle innovazioni metodologiche introdotte da Falcone con l’indagine Pizza Connection, come data spartiacque viene proposto il 29 luglio 1983 quando una Fiat 126 carica di 75 kg di tritolo esplode davanti all’abitazione del magistrato Rocco Chinnici, ideatore del pool antimafia. L’idea non viene abbandonata: tre mesi dopo, in novembre, il pool viene istituito, ed è affidato ad Antonino Caponnetto che ha il compito di guidare Falcone, Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe di Lello. Ed è nel contesto delle prime indagini condotte con questa innovativa metodologia investigativa che s’inserisce quel turning point proposto agli studenti in apertura d’attività: la decisione di Tommaso Buscetta di collaborare con la giustizia. Le indagini portano a risultati concreti: il 10 febbraio 1986, nell’aula bunker dell’Ucciardone si apre il Maxiprocesso a Cosa Nostra che si concluderà l’anno seguente, il 16 dicembre 1987, con 19 ergastoli e 2665 anni di carcere.[31] Se, sul piano giudiziario, il Maxiprocesso risulta essere uno dei momenti più significativi della lotta alla mafia, dall’altro viene mostrato agli studenti come a partire da quel successo abbia inizio una fase estremamente complessa per quelle che sono conosciute come le figure più rappresentative dell’antimafia. Nel gennaio 1987 Leonardo Sciascia pubblica sulle pagine de Il Corriere della Sera il famoso fondo sui «professionisti dell’antimafia».[32] Già da tempo, inoltre, serpeggia un certo disappunto di parte della cittadinanza palermitana sulla presenza dei giudici in città, ampiamente accolto dal Giornale di Sicilia, come la nota lettera della vicina di casa di Falcone, Patrizia Santoro preoccupata per la sua incolumità.[33] All’indomani del pensionamento di Caponnetto, Falcone viene battuto da Antonino Meli alla guida del Consiglio superiore di Magistratura. Nel 1988 il pool viene sciolto. Il 29 giugno 1989 un primo attentato a Falcone, all’Addaura, è fallimentare: a Palermo viene messa in giro la voce che la bomba Falcone se la sia messa da solo.[34]

Il 30 gennaio 1992 la Corte di Cassazione conferma in via definitiva le sentenze del Maxiprocesso: è la più dura sconfitta subita da Cosa Nostra. Poco più di due settimane dopo, il 17 febbraio, il Pm Antonio Di Pietro richiede e ottiene un ordine di cattura per il deputato socialista e presidente del Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa, reo d’aver incassato una tangente di circa 7 milioni di lire: è l’avvio di Mani Pulite, punto di rottura di una lunga crisi della cosiddetta “Prima Repubblica” avviata dalla seconda metà degli anni Settanta.[35] Le stragi del 1992 s’inseriscono in questo contesto. Si prenda ad esempio la strage di Capaci. Dopo giorni d’impasse, il 25 maggio, il Parlamento italiano sblocca la corsa al Quirinale: viene eletto Oscar Luigi Scalfaro.[36] La strage di Capaci ha un effetto che può essere inteso in questo senso “stabilizzante” per la politica italiana.[37] La narrazione dei cinquantasette giorni che separano Capaci dalla strage di Via d’Amelio chiude questa prima parte di attività. Il 19 luglio 1992, con la coda delle bombe del maggio-luglio 1993 e l’arresto di Totò Riina, segna la fine di una fase specifica di Cosa Nostra, iniziata nel 1978 con lo scoppio della “seconda guerra di mafia” e la strategia terrorista dei Corleonesi che raggiunge, appunto, l’acme nel 1992. Da qui inizia una nuova storia della mafia siciliana che ha mutato nuovamente forma, più nascosta e più difficilmente fotografabile.

Parte seconda. Mafia e antimafia nel racconto dei media: dal maxiprocesso agli eroi dell’antimafia

Elenco materiali utilizzati parte prima

Tommaso Buscetta e maxiprocesso

  1. Dal film Il traditore diretto da Marco Bellocchio (2019, Italia Francia Germania Brasile, IBC Movie/ Kavac film/ Rai Cinema, 148 min.)
  2. Clip 1: “La vecchia e nobile mafia” – https://www.youtube.com/watch?v=acBnUO2WpCg&t=11s (durata min. 1:22)
  3. Clip 2: “Io non mi considero un pentito” – https://www.youtube.com/watch?v=acBnUO2WpCg&t=11s (durata min. 1:41)

La Strage di Capaci

  1. Dal film Il divo diretto da Paolo Sorrentino (2008, Italia Francia, Indigo Film, 110 min.)
  2. Clip: “Omicidio Falcone”: https://www.youtube.com/watch?v=FFWPOvbFb78&t=57s (durata min. 2.15)

Gli eroi dell’antimafia e una fotografia

  1. “La Stampa”, domenica 24/5/1992, http://www.archiviolastampa.it/component/option,com_lastampa/task,search/mod,libera/action,viewer/Itemid,3/page,1/articleid,0831_01_1992_0140_0001_11639272/anews,true/
  2. Edizione straordinaria telegiornale Rai 3 del 23/5/1992, https://www.youtube.com/watch?v=VGOpgNltAoU
  3. Edizione straordinaria del telegiornale Rai 1 del 23/5/1992, https://www.youtube.com/watch?v=ZCyiDLkrjXQ
  4. Edizione straordinaria del telegiornale Canale 5 del 19/7/1992, https://www.youtube.com/watch?v=4bTc1GLes6c&t=81s
  5. Documentario Nemici della mafia. La solitudine del giudice Falcone (1988) di Marcelle Padovani, https://www.youtube.com/watch?v=IAsJRhH5clM
  6. Ultima intervista di Paolo Borsellino realizzata da Lamberto Sposini, https://www.youtube.com/watch?v=6Qn8ZNcMejI

Parlare di mafia a scuola, come abbiamo visto nella prima parte dell’attività, equivale ad affrontate all’interno della dimensione classe un fenomeno sociale complesso intrecciato con la storia nazionale che il docente non riesce a trattare nel programma scolastico. Il tentativo è di riportare agli studenti la realtà di fatti criminali e di uomini che li compiono come parte integrante della storia d’Italia, evitando quell’atteggiamento che considera la storia delle organizzazioni criminali come «piccoli accidenti nello svolgersi di una grande storia»[38].

Nel progettare la seconda parte dell’attività la domanda che ci siamo posti è stata la seguente: quali possono essere didatticamente gli agganci utili a rendere la complessità di Cosa Nostra e delle personalità che l’hanno combattuta? È molto probabile che gli studenti abbiano avuto notizia della realtà mafiosa, come del resto la maggior parte di noi, attraverso il cinema o la televisione. Abbiamo cercato quindi di utilizzare i media «come varco per tornare alla Storia»[39]. Attraverso un lavoro di individuazione e contestualizzazione di fonti multimediali per costruire e decostruire insieme alla classe le modalità con cui i media hanno contribuito a creare un immaginario potentissimo legato alla narrazione di mafia, antimafia e dei suoi protagonisti[40]. La scelta è caduta su quattro turning point e la relativa rappresentazione mediatica: la figura di Tommaso Buscetta; il maxiprocesso a Cosa Nostra; la strage di Capaci; Giovanni Falcone e Paolo Borsellino eroi dell’antimafia.

Tommaso Buscetta

La decisione del boss Tommaso Buscetta[41] di collaborare con la giustizia è un momento chiave per la storia interna di Cosa Nostra, ma soprattutto per gli inquirenti. L’immagine delle mafie è fissata da chi le combatte, dai mass media, ma anche dai mafiosi stessi che attraverso la loro retorica contribuiscono a disegnare, con impatti diversi sull’opinione pubblica, la stessa immagine pubblica delle mafie. Il passaggio appena descritto riveste un’importanza cruciale da un punto di vista didattico, perché ci dà la possibilità di analizzare e decostruire insieme alla classe l’immaginario e gli stereotipi sulle mafie, nello specifico Cosa Nostra. Le fonti di accesso al personaggio Buscetta sono quelle provenienti da film e documentari. In particolare, la scelta è caduta su due brevi scene tratte dal film Il traditore[42] di Marco Bellocchio (2019). Nella prima[43] vediamo Buscetta, che, interrogato da Falcone, rispolvera il mito della vecchia e nobile mafia buona. Buscetta parla a Falcone di una «Cosa Nostra che aveva dei valori, conosciuti e condivisi da tutti». Il giudice Falcone lo ferma subito, contestando a Buscetta che la mafia non è mai cambiata. Nello specifico è interessante ragionare con la classe sulla descrizione di Buscetta per cercare di decostruire la figura del mafioso e il suo immaginario. Buscetta si presenta come l’uomo d’onore di una mafia, che a suo dire, non esiste più. Motiva la sua scelta di collaborare con la giustizia come una dissociazione dai nuovi metodi spietati dei Corleonesi di Totò Riina. Falcone comprende subito il trucco. Il giudice e il boss: osservando le dinamiche del rapporto tra queste due opposte figure – con un riferimento agli aspetti biografici – possiamo mettere in luce due aspetti: l’immaginario mafioso costellato da false autorappresentazioni e di contro l’intuizione del giudice Giovanni Falcone sull’importanza della collaborazione di Buscetta come grimaldello per svelare codici e struttura di Cosa Nostra.

Nella seconda clip[44] selezionata siamo spettatori dell’entrata in scena di Tommaso Buscetta al maxiprocesso[45] il 3 aprile 1986. “Don Masino”, nel film interpretato dall’attore Pierfrancesco Favino, è in aula per confermare le dichiarazioni rilasciate in più di quattrocento pagine d’interrogatorio. Il boss, davanti al giudice Alfonso Giordano, conferma quello che i giornali avevano subito etichettato come il “teorema Buscetta”. Prima di iniziare però sottolinea che non è un pentito. Cosa Nostra è cambiata, si dissocia non si riconosce in un’organizzazione che a suo dire non rappresenta più i “valori” della vecchia mafia. Siamo di fronte ad un’auto-rappresentazione che ancora una volta può essere riportata alla classe per farne un ragionamento sui modi e sulle espressioni mafiose. In questo caso è possibile aprire un discorso su quanto i collaboratori di giustizia, svelano sull’organizzazione criminale anche attraverso il retroterra biografico[46].

La strage di Capaci

La sentenza del maxiprocesso viene pubblicata il 30 gennaio 1992 e la mafia non tarda a dare la sua risposta: la sentenza di morte contro Giovanni Falcone. La strage di Capaci è uno squarcio nella percezione pubblica proprio quando Cosa Nostra «appariva più forte e lo Stato più lontano, assente, debole, colluso con la mafia in alcuni dei suoi più significativi rappresentanti»[47]. Il 23 maggio 1992 è entrato nel calendario civile e le stragi di mafia sono un punto di svolta che rafforzano la partecipazione e il tessuto di una comunità. Sono passati trent’anni da quegli eventi. Nelle classi la trattazione di questo argomento passa certamente dal calendario civile. La strage di Capaci e via D’Amelio occupano uno spazio importante nel grande contenitore del passato in relazione all’ identità nazionale. C’è un prima e dopo le stragi. Ci sono almeno due generazioni di italiani che ricordano quei traumi. L’impatto emotivo generato produce una percezione di un cambiamento della storia e della propria vita personale: un vero e proprio evento periodizzante. Le stragi diventano parte di quelle funzioni tipiche dei media: commemorare, trasformare, riparare.

Per raccontare Capaci in classe abbiamo scelto il cinema e la televisione. Nel film Il divo di Paolo Sorrentino c’è una scena[48] in cui il regista riesce in modo geniale a raccontare l’impatto della strage. Uno skateboard attraversa il corridoio di Montecitorio di fronte allo stupore dei parlamentari. La sequenza sembra priva di senso finché l’oggetto non sfonda la finestra e, attraverso un trucco di montaggio, entra in relazione con una macchina incenerita che cade dall’alto ed esplode al suolo. Lo skateboard è il mezzo utilizzato dai mafiosi per far piazzare gli oltre 400 kg di tritolo all’interno del canale di scolo sotto l’autostrada. La miscela esplosiva viene fatta detonare al passaggio del corteo di auto che trasporta Giovanni Falcone dall’aeroporto di Punta Raisi alla città di Palermo. Il silenzio che avvolge la caduta dell’auto serve a far comprendere il silenzio assordante e il trauma generato dalla strage, ma anche l’impatto sulle istituzioni. Tutti restiamo in silenzio attoniti come, nella sequenza, restano attoniti i politici al passaggio dello skateboard. La Fiat Croma di Falcone non esplode solo a Capaci ma anche nei palazzi delle istituzioni perché la strage è compiuta nel momento più alto della ritualità repubblicana: l’elezione del Presidente della Repubblica[49]. Non solo il cinema, la televisione[50] consacra Giovanni Falcone e Paolo Borsellino come protagonisti di una narrazione da tramandare. Vengono mostrate in classe e analizzate tre edizioni straordinarie dei telegiornali che danno la notizia dell’attentato e della morte di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli uomini della scorta e della strage di via Mariano D’Amelio a Palermo nella quale vengono uccisi Paolo Borsellino e gli uomini della scorta [51].

Gli eroi dell’antimafia e una fotografia

A conclusione del percorso si analizzano stralci di due video e a seguire una foto per ragionare sulle figure di Falcone e Borsellino per comprendere il processo di costruzione di realtà che ha portato i due magistrati ad essere identificati come eroi e martiri[52]. Lo scatenarsi della violenza mafiosa contro le forze dell’ordine e la magistratura dalla seconda guerra di mafia fino alle stragi del 1992-93 ha portato alla ribalta la categoria dell’antimafia. Falcone diventa un uomo simbolo a partire dal maxiprocesso. È lui che, nell’immaginario collettivo, ha messo fine all’impunità mafiosa. Dopo l’attentato di Capaci, la sua figura «subisce un processo di sublimazione per via della morte violenta e spettacolare»[53], diventa un’icona per molti italiani e soprattutto un elemento unificante per tutto il movimento antimafia dalla metà degli anni Novanta. Vengono mostrati agli studenti alcuni stralci del documentario Nemici della mafia. La solitudine del giudice Falcone (1988)[54] di Marcelle Padovani, nel quale il giudice palermitano viene raccontato come un eroe solitario che combatte la mafia e Falcone si presenta invece come un giudice nell’esercizio delle sue funzioni. Altri stralci di video riguardano l’ultima intervista[55] a Paolo Borsellino prima della morte, realizzata dal giornalista Lamberto Sposini a un mese dalla strage di Capaci. Entrambe i magistrati mettono in risalto l’aspetto umano. Le due interviste sono utilizzate anche per evidenziare e ragionare insieme alla classe sulle differenze tra Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che nell’immaginario collettivo sono invece diventati una cosa sola anche perché sono i protagonisti «di una straordinaria impresa di innamoramento collettivo […] hanno portato la vita nella morte, il senso nel non senso. Per questo sono creatori di senso, come tutti coloro che sono capaci di amare e dare amore»[56].

L’ultima parte dell’attività è dedicata alla iconica foto scattata da Tony Gentile a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. È l’immagine diventata simbolo e che nella memoria ci riporta ai due magistrati, insieme. Scattata da Tony Gentile del Giornale di Sicilia nel marzo del 1992 a Palazzo Trinacria nel rione Kalsa a Palermo. Falcone e Borsellino partecipano alla presentazione della candidatura alla Camera del magistrato collega Giuseppe Ayala. Tony Gentile immortala un momento dove i due magistrati ridono come due amici qualunque. La foto non viene pubblicata. Il giorno dopo la strage di via D’Amelio qualcuno si ricorda di quella bella foto e i maggiori quotidiani nazionali la pubblicano in prima pagina. La foto è considerata un simbolo di rinascita della Sicilia ma molto peso ha avuto la scelta dei media di usarla come icona della memoria. Moltissimi gli esempi di utilizzo di questa foto mostrati alla classe. Ad esempio, quest’anno in occasione del trentennale delle stragi è stata coniata una moneta[57] da due euro dalla Zecca di Roma dedicata ai due magistrati. Sulla faccia della moneta è incisa proprio la celebre fotografia scattata da Gentile. La moneta dal mese di gennaio è stata messa in circolazione con tre milioni di pezzi.

Conclusione

Per concludere proponiamo un breve bilancio dell’attività proposta. Sul piano delle richieste abbiamo riscontrato un significativo incremento nell’anno scolastico in corso, complice il trentesimo anniversario delle stragi del 1992. Da un punto di vista metodologico è risultata particolarmente efficace la struttura in due parti distinte, che ha consentito agli studenti coinvolti di comprendere in maniera chiara il periodo preso in esame attraverso la doppia chiave di lettura proposta. La narrazione per turning point permette di ricostruire un contesto storico fatto di fasi e momenti differenti. Colpisce come gli studenti si appassionino, più che alle loro note vicende di Falcone e Borsellino, alla figura di Pio La Torre, la cui biografia risulta significativa per la costruzione di un contesto ampio, sfaccettato e complesso. Diversamente la lettura delle figure di Falcone e Borsellino attraverso lo sguardo dei media restituisce i dettagli che hanno contribuito alla costruzione di un immaginario collettivo potente che ancora oggi sopravvive a distanza di trent’anni.

 

Bibliografia parte prima
  • Bolzoni-G. D’Avanzo, Il capo dei capi: vita e carriera criminale di Totò Riina, BUR, Roma 1993.
  • Bolzoni, Uomini Soli, Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Melampo, Roma 2012.
  • Dickie, Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana, Laterza, Roma-Bari 2007.
  • Dickie, Mafia Republic. Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta dal 1946 a oggi, Laterza, Roma-Bari 2016.
  • Falcone, Cosa di Cosa Nostra, BUR, Roma 2010 (I ed. Rizzoli, 1991).
  • Pietro Grasso, Lezioni di mafia, Sperling & Kupfer S.p.A., 2014.
  • La Licata, Storia di Giovanni Falcone, Rizzoli, Milano 1993.
  • Lupo, La mafia: Centosassant’anni di storia. Tra Sicilia e America, Donzelli, Roma 2018.
  • Lupo, Storia della mafia. La criminalità organizzata in Sicilia dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma 2004.
  • Ravveduto, 1992. L’anno che cambiò l’Italia, Castelvecchi, Roma 2012.

 

Bibliografia parte seconda
  • Gentile, Le religioni della politica, Laterza, Roma- Bari, 2001.
  • Lupo, 1986. Il maxiprocesso, in E Gentile et.al., Novecento italiano, Laterza, Roma- Bari, 2008.
  • Meccia, Cosa nostra tra cinema e TV, di girolamo, Trapani, 2014.
  • Moge, Eroe, uomo, santo? Il paradosso della memoria di Giovanni Falcone, in T. Caliò L. Ceci (a cura di), L’immaginario devoto tra mafie e antimafia, vol. 1, Viella, Roma, 2017.
  • Pezzino, La mafia, in M. Isneghi (a cura di), I luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell’Italia unita, Laterza, Roma-Bari, 2010..
  • Ravveduto, Lo spettacolo della mafia. Storia di un immaginario tra realtà e finzione, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2019.
  • Sales, Storia dell’Italia mafiosa. Perché le mafie hanno avuto successo, Rubettino, Soveria Mannelli, 2015.

 


Note:

[1] M. Ravveduto, 1992. L’anno che cambiò l’Italia, Castelvecchi, Roma 2012

[2] Per ricostruire questo primo momento sono stati utilizzati i seguenti testi di riferimento: S. Lupo, Storia della mafia. La criminalità organizzata in Sicilia dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma 2004; G. Falcone, Cose di Cosa Nostra, BUR, Roma 2010 (I ed. Rizzoli, 1991)

[3] Un’ampia e dettagliata ricostruzione storica di Cosa Nostra, con particolari riferimenti al periodo analizzato si trova in J. Dickie, Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana, Laterza, Roma-Bari 2007 (I ed. or. Cosa Nostra. A History of the Sicilian Mafia, Hodder & Stroughton, 2004)

[4] Le biografie sono state ricostruite prendendo spunto da A. Bolzoni, Uomini Soli, Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Melampo, Roma 2012

[5] Per la definizione dello strumento digitale, e del suo utilizzo nella didattica, ci permettiamo di rimandare a http://www.novecento.org/insegnare-la-contemporaneita-oggi/secondo-novecento-e-didattica-digitale-il-sessantotto-il-muro-di-berlino-e-another-brick-in-the-wall-6537/

[6] Falcone, 2010, pp. 41-42

[7] Dickie, 2007, pp. XVIII-XX

[8] Bolzoni, 2012, p. 111

[9] Dickie, 2007, pp. XI-XVI

[10] Pietro Grasso, Lezioni di mafia, Sperling & Kupfer S.p.A., 2014

[11] Falcone, 2010, p. 41

[12] Falcone, 2010, pp. 100-102

[13] Tra questi “non desiderare la donna di altri uomini d’onore”, “non rubare” e “non uccidere altri uomini d’onore (salvo stretta necessità”) richiamano da vicino i comandamenti alla base della religione cattolica

[14] La religione contro il culto della mafia. Intervista a Lucia Ceci, Reset, 20 novembre 2014 https://www.reset.it/articolo/una-religione-civile-contro-il-culto-della-mafia

[15] Viene proposta alla classe una prima fase, peculiare del contesto siciliano dell’immediato dopoguerra, legato al lavoro della terra: Cosa Nostra affonda le sue radici in quel terreno, e si premura di eliminare quelle figure che ne ostacolano l’ascesa. Emblematica in tal senso è la figura di Placido Rizzotto, sindacalista ucciso a Corleone nel 1948. Al modificarsi del contesto socio-lavorativo italiano, corrisponde una mutazione dell’interesse mafioso: la ricostruzione del Paese nel periodo post-bellico, nel dettaglio Palermo, passa anche dalla edificazione di nuovi fabbricati abitativi, distrutti dal conflitto. Nella prima metà degli anni Sessanta, il Comune concede oltre 4000 licenze edilizie, la maggior parte delle quali appaltate a società, poi si è scoperto, vicine ad ambienti mafiosi.

[16] Bolzoni, 2012, cit. p. 26

[17] Lupo, 2004, pp. 241-242

[18] Bolzoni, 2012, pp. 41-42

[19] Bolzoni, 2012, pp. 41-42

[20] Bolzoni, 2012, pp. 41-42

[21] https://uploads.knightlab.com/storymapjs/7adec9fef93c2713073eb1a761df99ac/1979-1980/index.html

[22] Dickie, 2007, p.406

[23] Pio La Torre: https://uploads.knightlab.com/storymapjs/7adec9fef93c2713073eb1a761df99ac/pio-la-torre/index.html

Carlo Alberto Dalla Chiesa: https://uploads.knightlab.com/storymapjs/7adec9fef93c2713073eb1a761df99ac/carlo-alberto-dalla-chiesa/index.html

[24] Bolzoni, 2012, p. 58

[25] Bolzoni, 2012, pp. 20-26

[26] Dal settembre 1949 a guidare le indagini sarà il giovane carabiniere Carlo Alberto Dalla Chiesa, in un incontro ideale tra queste due figure tanto distanti fra loro che perderanno la vita a poco più di tre mesi di distanza

[27] Lupo, 2004, pp. 247-48

[28] https://www.repubblica.it/cronaca/2012/09/03/news/dalla_chiesta_ultima_intervista_bocca-41889663/

[29] U. Santino, Antimafia civile e sociale, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, https://www.centroimpastato.com/voci-per-il-dizionario-di-mafia-e-di-antimafia-di-narcomafie-2/

[30] https://uploads.knightlab.com/storymapjs/7adec9fef93c2713073eb1a761df99ac/giovanni-falcone-e-paolo-borsellino/index.html

[31] Bolzoni, 2012, p. 127-133

[32] https://www.archivioantimafia.org/sciascia.php

[33] F. La Licata, Storia di Giovanni Falcone, Rizzoli, Milano 1993, pp. 84-85

[34] La Licata, 1993, pp. 141-142

[35] Ravveduto, 2012, pp. 6-14

[36] Ravveduto, 2012, p. 41-42

[37] A. Bolzoni, Vita e morte di Giovanni Falcone, 25 anni dopo la strage di Capaci, “La Repubblica”, 18 maggio 2017, https://www.repubblica.it/super8/2017/05/18/news/falcone_venticinque_anni_dopo_la_strage_di_capaci-165726994/

[38] I. Sales, Storia dell’Italia mafiosa. Perché le mafie hanno avuto successo, Rubettino, Soveria Mannelli 2015, p.20.

[39] M. Ravveduto, Lo spettacolo della mafia. Storia di un immaginario tra realtà e finzione, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2019, p. 15.

[40] Trattare di immaginario in classe ha il significato di provare ad analizzare il passato che torna nel presente. La rappresentazione delle mafie – Cosa Nostra per lungo tempo ha costituito il riferimento dell’immaginario relativo alle mafie – è ricchissima di riproduzioni che derivano dalle narrazioni e dalla coscienza popolare. L’immaginario da una parte contribuisce a costruire anche la società che lo ha prodotto dall’altra difende e fissa identità, ruoli e comportamenti. Il risultato di questo processo è la formazione di stereotipi, che si stabilizzano nella memoria collettiva, in grado di generare ricordi condivisi. Stereotipi e memoria collettiva scelgono le scene del passato e garantiscono interconnessione con l’immaginario del presente. Tutto questo può avvenire però soltanto attraverso la comunicazione e la trasmissione culturale. Ecco che i media svolgono un ruolo cruciale come amplificatori attraverso le generazioni della memoria culturale.

[41] Tommaso Buscetta aveva costruito la sua carriera criminale prima in Sicilia nella gestione del racket, nel contrabbando di sigarette e poi conquistandosi un posto importante nel traffico internazionale di stupefacenti attraverso Messico, Canada, Stati Uniti, Brasile. Sulla figura di Buscetta è incentrato il film Il Pentito (1985) di Pasquale Squitieri. Ritroviamo il personaggio anche nella serie televisiva La mafia uccide solo d’estate (2016), ideata da Pierfrancesco Diliberto (Pif), e ancora in un documentario dal titolo Our Godfather: La vera storia di Tommaso Buscetta (2019) di Mark Franketti ed Andrew Meier (andato in onda su Netflix).

[42] Sull’utilizzo in classe di altre scene del film Il traditore e in generale sul valore didattico dell’opera si veda http://www.novecento.org/recensioni/il-traditore-6591/.

[43] https://www.youtube.com/watch?v=acBnUO2WpCg&t=11s (URL consultato il 30/4/2022)

[44] https://www.youtube.com/watch?v=CIusC1WorT4&t=3s. (URL consultato il 30/4/2022).

[45] Buscetta viene arrestato nell’ottobre del 1983 a Rio de Janeiro, estradato in Italia nel luglio 1984, inizia a collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni saranno fondamentali per le inchieste che porteranno a maxiprocesso. Il maxiprocesso a Cosa Nostra si apre il 10 febbraio 1986 nell’aula bunker costruita appositamente a fianco del carcere dell’Ucciardone a Palermo. Il processo prende il nome di maxi a causa delle sue enormi proporzioni. Sarà un evento mediatico senza precedenti 639 giorni e 349 udienze. Il 30 gennaio 1992 i giudici della Cassazione confermano molte condanne e annullano gran parte delle assoluzioni decise nel processo d’Appello (22/2/1989- 10/11/1990).

[46] Si veda per esempio https://www.lindiceonline.com/osservatorio/economia-e-politica/mafia-gaspare-montanaro-gaspare-mutolo/

[47] P. Pezzino, La mafia, in M. Isneghi (a cura di), I luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell’Italia unita, Laterza, Roma-Bari 2010, p. 133.

[48] https://www.youtube.com/watch?v=FFWPOvbFb78&t=57s (URL consultato il 30/4/2022)

[49] Sorrentino ci racconta nel prosieguo della scena come l’uccisione di Falcone impatti e modifichi la scelta del nuovo presidente della Repubblica che sarà Oscar Luigi Scalfaro. Anche leggendo i giornali del giorno dopo emerge la volontà di trovare subito una soluzione allo stallo politico per l’elezione del Capo dello Stato. Per esempio: http://www.archiviolastampa.it/component/option,com_lastampa/task,search/mod,libera/action,viewer/Itemid,3/page,1/articleid,0831_01_1992_0140_0001_11639272/anews,true/ (URL consultato il 10/5/2022) .

[50] Trent’anni fa il sapere storico veniva costruito anche dalla televisione, oggi molti documenti audiovisivi si trovano caricati su YouTube, la vigilanza storica dei documenti da proporre agli studenti è sempre più in crisi nell’era del web. Questo pone nuove sfide alla didattica della storia. Bisogna ricostruire un nuovo apparato metodologico che tenga conto del rapporto tra storia, cinema televisione. Entrambi visti come agenti di storia, come strumenti per raccontare la storia, come fonti della conoscenza storica.

[51] Edizione straordinaria del telegiornale di Rai 3: https://www.youtube.com/watch?v=VGOpgNltAoU edizione straordinaria del telegiornale di Rai 1: https://www.youtube.com/watch?v=ZCyiDLkrjXQ ; edizione del telegiornale di canale 5: https://www.youtube.com/watch?v=3L_A3RZVm1I. Edizione straordinaria del telegiornale di canale 5 del 19/7/1992: https://www.youtube.com/watch?v=4bTc1GLes6c&t=81s ;

[52] L’eroe è il nucleo della religione civile italiana «una categoria entro la quale collochiamo forme di sacralizzazione di un sistema politico che garantisce la pluralità delle idee […] la religione civile, pertanto, rispetta la libertà dell’individuo, convive con altre ideologie, non impone l’adesione obbligatoria e incondizionata ai propri comandamenti (cfr. E. Gentile, Le religioni della politica, Laterza, Roma- Bari, 2001, p. XIII).

[53] C. Moge, Eroe, uomo, santo? Il paradosso della memoria di Giovanni Falcone, in T. Caliò L. Ceci (a cura di), L’immaginario devoto tra mafie e antimafia, vol. 1, Viella, Roma 2017, p. 219. La memoria di Giovanni Falcone si costruisce in una tensione tra eroicizzazione, umanizzazione e sacralizzazione.

[54] https://www.youtube.com/watch?v=IAsJRhH5clM (URL consultato il 30/4/2022)

[55] https://www.youtube.com/watch?v=6Qn8ZNcMejI (URL consultato il 30/4/2022)

[56] A. Meccia, Mediamafia. Cosa nostra tra cinema e TV, di girolamo, Trapani 2014, pp. 174-175.

[57] Sulla moneta, a opera di Valerio De Seta, si ritrova in alto, ad arco, la scritta “FALCONE – BORSELLINO”; sotto, le date “1992-2022”, rispettivamente anno della scomparsa dei magistrati e anno di emissione della moneta, tra le quali è inserito l’acronimo della Repubblica italiana “RI”; a destra “R”, identificativo della Zecca di Roma; a sinistra, “VdS”, sigla dell’autore Valerio de Seta; nel giro, le dodici stelle dell’Unione europea.