Rivista dell'Istituto Nazionale Ferruccio Parri

Comprendere il sistema Gulag tra immagini e immaginazione

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sistema gulag

By Unknown – scan from Knigge, Scherbakowa: GULAG – Spuren und Zeugnisse 1929- 1956, p. 20, private Archive Tomasz Kizny, Wroclaw, Poland, Public Domain, Link

Il sistema Gulag: tra repressione e industrializzazione

La storia del Gulag non si presta ad una ricostruzione lineare, per via della sua metamorfosi sia sotto il profilo quantitativo che geografico, di un’estensione e di una specializzazione che sono cambiati in base ai necessari adattamenti – vere e proprie mute – che il sistema produttivo richiedeva e che l’ideologia politica legittimava. Lo sfruttamento del lavoro forzato dei detenuti attraverso un sistema-campo vasto e capillare ha permesso di industrializzare il paese a tappe serrate e di pianificare l’economia, realizzando grandi opere pubbliche e sfruttando i giacimenti del sottosuolo (canale del mar Bianco, valorizzazione dei giacimenti auriferi della Kolyma, costruzione di ferrovie, per dirne alcuni). La costruzione del sistema Gulag non è l’ombra del sistema politico sovietico né una sua patologia, ma rappresenta l’intreccio tra apparato economico e repressivo inscindibile dalla storia stessa del paese. Il Gulag è parte costitutiva e integrante del sistema che lo dirige e lo produce, ed è altresì parte essenziale della storia del secolo scorso.

Amnesia Gulag

Se la pubblicazione degli scritti di Aleksandr Solženicyn o dei racconti di Varlam Šalamov hanno certamente avvicinato l’opinione pubblica a una struttura così estesa ed articolata, il ritardo negli studi e nella divulgazione di questi fatti non può non sollevare interrogativi. L’atteggiamento di disinteresse che per decenni ha investito il Gulag, l’incapacità o la mancata volontà di farne un oggetto di analisi scientifica ci interroga sulle cause di questa rimozione e inibizione della memoria. Norman Davies ha rilevato come la parola Gulag, per quanto diffusa, sia priva di quella pregnanza e carica emotiva che avvertiamo quando ci riferiamo ai campi di sterminio nazista[1]. A questo si aggiunga che i nomi dei più grandi campi amministrati dal Gulag, quali Solovki, Canale del mar Bianco, Vorkuta, Vaigač o Kolyma, restano sconosciuti ai più, sono nomi incapaci di evocare un qualche luogo fisico realmente esistente e di attivare una memoria. Ciò indica come questi luoghi liberticidi e mortiferi continuino a rimanere periferici non solo dal punto di vista geografico, ma anche all’interno del catalogo novecentesco dei siti deputati alla disumanizzazione.

La memoria dei totalitarismi

La memoria che conserviamo di eventi tragici e paradigmatici del Novecento come la Shoah o il sistema Gulag – senza voler stabilire momenti apicali in una presunta scala del male – è legata ai tempi e ai modi attraverso i quali questi fatti sono trasmessi a chi non ha avuto esperienza diretta di essi. Molto sappiamo del sistema totalitario nazista, dei meccanismi industriali di messa a morte e di liquidazione delle differenze che è riuscito a mettere in campo, grazie ai racconti dei testimoni, al lavoro degli storici e all’interesse progressivo mostrato dal cinema, almeno negli ultimi trent’anni, per il soggetto Shoah. Non è accaduto lo stesso per il sistema concentrazionario sovietico e per il reticolo di campi di lavoro che ne ha costituito a lungo l’ossatura. Per comprendere il silenzio che ha connotato questi fatti storici può essere utile muovere da strumenti concettuali che possiamo ricavare dalla stratificata letteratura che è stata prodotta sullo studio della Shoah.

Narrazione e ricordo

Nella prefazione de I sommersi e salvati, Primo Levi rievoca il sogno dei prigionieri di tornare a casa, raccontare le proprie vicissitudini ai cari e non essere creduti, anzi neppure ascoltati[2]. Questo sogno ricorrente ci conduce dinanzi alla difficoltà nel raccontare e testimoniare l’enormità di quanto vissuto, nonché alla paura che quell’esperienza potesse cadere nell’oblio. È un tema che rinvia a quello delle prove, dei luoghi e dei racconti dei superstiti che, nel caso di tragedie esemplari, non può non costituire la materia principale con la quale ricostruire la genealogia degli eventi. La storia di un “secolo armato” come il Novecento è esito di una decantazione grazie alla quale i fatti emergono con il loro chiaroscuro. Solo a distanza di anni si è compreso il carattere esemplare della strage nazista che sarà ricordata come un autentico spartiacque nella storia e nella cultura dei popoli. La paura e la difficoltà nel raccontare la propria esperienza – che emerge a più riprese nei pochi documentari sul Gulag che dedicano spazio a interviste dei testimoni o dei loro parenti[3] – e i molti ostacoli che si sono frapposti nel tempo a che si avesse una memoria pubblica di questi fatti ci danno la misura di quanto sia lungo il cammino da compiere verso la comprensione del totalitarismo sovietico. Lo sottolinea bene Irina Shcherbakova rimarcando come i ricordi degli ex detenuti costituiscano la principale fonte per ricostruire quello che avvenne nei campi sovietici, con tutto quello che ne consegue, perché la memoria umana, come ha scritto Levi, non è incisa su pietra, ma è una materia soggetta a deperimento e ad alterazioni dovute soprattutto a rimozioni e repressioni[4]. Il lento processo di ricostruzione della memoria è lontano dall’essere una foto esatta capace di riprodurre fedelmente il passato.

Le insidie della memoria

Nel suo testamento letterario, Levi ha messo in guardia con lungimiranza dalle insidie del “rammemorare”, perché se è vero che la memoria è un muscolo che si mantiene attivo e allenato grazie all’esercizio, è altrettanto vero che un ricordo troppo spesso evocato ed espresso in forma di racconto tende a fissarsi in una forma collaudata, finanche stereotipata di esperienza[5]. I luoghi della Shoah sono stati a lungo irrappresentabili e indicibili. Tuttavia, le foto scattate dagli alleati sono divenute le basi della nostra memoria della Shoah e hanno avuto un forte potere di indirizzo nella percezione delle atrocità registrate successivamente dalla storia, sono divenute una cornice di riferimento dell’immaginario occidentale e una rappresentazione iconica del male[6]. Oggi sono molti a interrogarsi su una sorta di sovra-produzione di opere letterarie e cinematografiche giunta sino alla legittimazione della simulazione e della falsa testimonianza. Annette Wieviorka ritiene che Auschwitz corra il rischio di diventare “un luogo muto” e di apparire come uno schermo proiettivo delle paure e delle speranze degli individui e delle collettività se lo si riduce a meta di pellegrinaggi liturgici e commemorazioni ufficiali[7]. Per evitare che il ricordo di un fatto si installi al posto del fatto stesso, è necessario riposizionare l’evento nel suo contesto storico e continuare a interrogarsi sulla sua odierna funzione nel dibattito pubblico sulla memoria.

La memoria dei luoghi: l’opera fotografica di Tomasz Kizny
T. Kizny. Immagini da T. Kizny, Gulag, Mondadori, Milano, 2004

T. Kizny. Immagini da T. Kizny, Gulag, Mondadori, Milano, 2004

Recuperare l’esperienza dei luoghi significa restituirli alla storia. È quello che ha cercato di fare Tomasz Kizny con la sua opera fotografica Gulag, documentando attraverso le immagini ciò che ha rappresentato per molti anni un vero universo a sé stante, sperduto nell’immensità del territorio sovietico[8]. Il suo lavoro è la testimonianza di una lunga ricerca attraverso i luoghi della memoria, tra scatti del passato che riaffiorano dagli archivi statali, dalle foto personali dei sopravvissuti, e immagini contemporanee di quei luoghi che chiamano in causa l’immaginazione di chi le osserva.

Kizny ha scritto in proposito:

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, esistono un numero significativo di fotografie storiche che ritraggono il Gulag sovietico, per un totale di decine di migliaia. Tuttavia, la stragrande maggioranza delle foto di cui siamo attualmente in possesso che ritraggono la repressione sovietica è stata creata per le necessità e sotto il controllo del regime stalinista. Le foto del Gulag sono state scattate per la propaganda sovietica, per docu­mentare “le grandi opere del socialismo” costruite dai detenuti, oppure sono state usate dai servizi di sicurezza come mezzo di controllo interno al sistema Gulag. […] Ammesso che le enormi atrocità commesse nella cornice del Gulag siano mai state immortalate da una macchina fotografica, queste immagini non sono ancora state trovate; è più probabile infatti che non siano mai state scattate. Non ci sono fotografie che documentano la miseria umana e la sofferenza all’interno dei campi di concentramento sovietici […][9].

Gulag: tra immagini e immaginazione

Le immagini ignorano l’essenza che per anni ha costituito la vita nel Gulag, ovvero il dolore di milioni di esseri umani disumanizzati dall’universo concentrazionario. A differenza del ruolo avuto dalle foto dei campi nazisti nella costruzione di una memoria collettiva della Shoah, quelle a disposizione del Gulag, distorte e incomplete, non possono avere la medesima funzione nel renderci consapevoli della portata dei crimini commessi dai sovietici. «L’eredità fotografica dei campi sovietici non contiene un messaggio visivo inequivocabile che possa parlare direttamente al proprio pubblico. Il modo in cui le foto sono percepite dipende da una conoscenza di base del funzionamento del Gulag, che ci permette di capire qualcosa del loro contesto e significato reale»[10]. Tuttavia, proprio la “mancanza” che avvertiamo nelle foto interroga l’immaginazione dello spettatore chiedendogli di provare a immaginare chi fosse quel prigioniero e quale sarà stato il suo destino. La Shoah ci ha insegnato che le espressioni artistiche che sono riuscite realmente a penetrarne il nocciolo intimo sono quelle che non hanno preteso di dire totalmente la disumanizzazione patita dai deportati. E allora le testimonianze, la letteratura sul Gulag e il lavoro degli storici, come pure le immagini carenti del Gulag, possono supportarci nel tentativo di comprendere l’inimmaginabile.

Linea abbandonata del piccolo treno minerario che serviva la miniera di stagno e di uranio, costruita dai detenuti tra il 1937 e il 1954. Massiccio montagnoso del Butugičak. Kolyma del Sudovest

Linea abbandonata del piccolo treno minerario che serviva la miniera di stagno e di uranio, costruita dai detenuti tra il 1937 e il 1954. Massiccio montagnoso del Butugičak. Kolyma del Sudovest

Convoglio di detenuti che va dalla stazione ferroviaria di Murmansk al campo di transito del campo a destinazione speciale delle Solovki

Convoglio di detenuti che va dallastazione ferroviaria di Murmanskal campo di transito del campoa destinazione speciale delleSolovki

Costruzione del canale sul mar Bianco

Costruzione del canale sul mar Bianco

Kolyma Resti delle miniere di stagno e uranio abbandonate nel massiccio montagnoso del Butugičak.

KolymaResti delle miniere di stagno e uranio abbandonatenel massiccio montagnoso del Butugičak.

Scarpe di detenuti vicino al vecchio campo Central’ny (Centrale), nella valle del Terrasovyj.  Il campo del Butugičak accoglieva quasi esclusivamente prigionieri politici condannati al regime penitenziario più duro

Scarpe di detenuti vicino al vecchio campo Central’ny (Centrale), nella valle del Terrasovyj.Il campo del Butugičak accoglieva quasi esclusivamente prigionieri politici condannati al regime penitenziario più duro

Via Morta La costruzione della linea ferroviaria Čum-Labytnangi,

Via MortaLa costruzione della linea ferroviariaČum-Labytnangi,

Riferimenti bibliografici

Applebaum A., Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici, Milano, Mondadori, 2005

Flores, M. Gori, F. (a cura di), Gulag. Il sistema dei Lager in Urss, Mazzotta, Milano, 2002.

Gori F., Guercetti E. (a cura di), Reflections on the Gulag. With a Documentary Appendix on the Italian Victims of Repression in USSR, Milano, Feltrinelli, 2003

Ginzburg E., Viaggio nella vertigine, Milano, Baldini & Castoldi, 2013

Grossman V., Vita e destino, Milano, Adelphi, 2013

Kizny T., Gulag, Milano, Mondadori, 2004

Liechtenhan F.-D., Il laboratorio del Gulag. Le origini del sistema concentrazionario sovietico, Lindau, Torino, 2009.

Mattucci N. (a cura di), Ricordare il Gulag, Immagini e immaginazione, Macerata, Eum, 2015

Nolte E., Nazionalsocialismo e bolscevismo, Sansoni, Firenze, 1988.

Rossi J., Manuale dei Gulag, Napoli, L’ancora, 2006

Šalamov V., I racconti di Kolyma, Torino, Einaudi, 1999

Solženicyn A., Arcipelago Gulag, Milano, Mondadori, 1975

http://amnesiagulag.eu/


Note:

[1] N. Davies, Introduzione in T. Kizny, Gulag, Milano, Mondadori, 2004, p. 2.

[2] P. Levi, I sommersi e i salvati, in Opere, a cura di M. Belpoliti, Torino, Einaudi, 1997, vol. II.

[3] Si veda <http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/solovki/969/default.aspx>

[4] I. Shcherbakova, Remembering the Gulag. Memoirs and Oral Testimonies by Former Inmates, in E. Dundovich, F. Gori, E. Guercetti (ed.), Reflections on the Gulag. With a Documentary Appendix on the Italian Victims of Repression in USSR, Milano, Feltrinelli, 2003, p. 187.

[5] P. Levi, I sommersi e i salvati, cit., pp. 1006-1007.

[6] B. Zelizer, Remembering to Forget. Holocaust Memory through the Camera’s Eye, Chicago, University of Chicago Press, 1998, p. 1.

[7] A. Wieviorka, Auschwitz e la memoria di Auschwitz, Seminaire de Formation, Université d’Hiver Italienne, Memorial de la Shoah di Paris, gennaio 2012.

[8] T. Kizny, Gulag, cit. Si veda inoltre T. Kizny, La grande terreur en URSS 1937-1938, en coop. avec D. Roynette, Lausanne, Les Editions Noir sur blanc, 2013.

[9] T. Kizny, Fotografie del Gulag. Immagine e memoria, in N. Mattucci (a cura di), Ricordare il Gulag. Immagini e immaginazione, Macerata, Eum, 2015, p. 12.

[10] Ivi, p. 18.