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Immaginario genocidiario. Lager e Gulag nella “cultura della rappresentazione”

Il senso di una comparazione

Questo “percorso interdisciplinare” individua alcuni snodi dell’analisi e della comparazione delle due forme più estreme che la violenza di Stato ha assunto nel Novecento: l’universo concentrazionario nazista e l’arcipelago Gulag stalinista, esplorando con rapidi cenni e suggestioni visuali il senso filosofico e i limiti ontologici di tale confronto, soprattutto in relazione al presente storico inteso come luogo in cui domina incontrastata la “cultura della rappresentazione” e le sue conseguenze in termini di banalizzazione, mercificazione, uso consumistico. Infatti oggi avvertiamo sempre più prepotentemente la capacità che hanno i mezzi di comunicazione di massa e gli strumenti dello “spettacolo generalizzato” di fagocitare, digerire e metabolizzare quel tragico lascito che il Novecento, “secolo breve” ma mostruosamente distruttivo, ha lasciato in eredità a noi in termini di immaginario del genocidio, dello sterminio, dell’annichilimento dell’umanità e che oggi, col necessario “pathos della distanza”, possiamo tentare di mettere a fuoco.

Visualizzazione degli abusi di memoria: Austerlitz di Sergei Loznitsa

Il film recentemente presentato a Venezia, Austerlitz di Sergei Loznitsa – in cui il regista in una calda giornata estiva piazza la macchina da presa ad altezza d’uomo all’ingresso del campo di concentramento di Sachsenhausen (a Orianenburg, 35 km. a nord di Berlino) e la lascia lì, dritta e frontale, a riprendere i gruppi di turisti che passeggiano per il campo oppure li ritrae che stanno facendosi i selfie nei crematori e nelle camere a gas, mettendosi in posa per la foto sul palo delle esecuzioni, passeggiando allegramente fra i viali delimitati da dormitori, baracche e celle di detenzione e mangiando il pranzo al sacco seduti sul lastricato che separa la strada dalle fosse comuni – è la prova definitiva di una vera deriva di senso delle attività memoriali, di uno scollamento tra la tragica fattualità storica e l’effimera smania consumistica che ne dissipa i significati.

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Fotogrammi del film
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“Industria della memoria” e “Pop Shoah”

Questo film dimostra la potenza commerciale dell’“industria della memoria”, ma anche che è sempre più invasivo quel processo, che si è messo in moto negli ultimi decenni e che abbiamo battezzato “Pop Shoah”, in base al quale lo sterminio ebraico – la sua storia, i suoi luoghi, i suoi racconti, la sua memoria – è divenuto un oggetto pop, è stato cioè sussunto dall’industria della comunicazione e all’interno dei meccanismi della spettacolarizzazione e da lì viene ripetutamente riproposto al pubblico degli spettatori nelle forme commerciali, talvolta banalmente dozzinali, che invadono quotidianamente il mercato delle merci culturali (con i film, i libri, gli spettacoli, i viaggi della memoria, la museificazione e il turismo memoriale), realizzando la profezia annunciata nel 1986 da Primo Levi che ne I sommersi e i salvati descrive proprio quella progressiva “spaccatura che esiste, e che si va allargando di anno in anno, fra le cose com’erano ‘laggiù’ e le cose quali vengono rappresentate dalla immaginazione corrente, alimentata da libri, film e miti approssimativi [che] fatalmente, slitta verso la semplificazione e lo stereotipo”.

L’arte contemporanea anticipa le derive memoriali

Presso The Museum of Contemporary Art (MOCAK) a Cracovia si è tenuta nel 2015 una mostra intitolata Poland – Israel – Germany: The Experience of Auschwitz che dimostra come l’arte contemporanea, con la sua capacità d’intuizione, presagisca le derive della memoria. Per esempio, le opere ivi incluse di Agata Siwek, Original Souvenirs from Auschwitz-Birkenau (2002) e di Zbigniew Libera KLZ Lego (1996) interpretano egregiamente tali possibili deviazioni coniugando cultura pop e mercificazione della memoria. L’installazione della prima lo fa riproducendo in ogni minimo dettaglio un plausibile quanto sconvolgente negozio di souvenir del campo di Auschwitz-Birkenau, che col suo improponibile merchandising e con i gadget più imbarazzanti riesce a cogliere criticamente sia la “vocazione turistica” del luogo che la degenerazione commerciale e mercificata della memoria; l’opera del secondo invece lo fa attraverso un campo di concentramento ricostruito nei minimi particolari con i mattoncini Lego, azienda che peraltro sponsorizza l’operazione provocando un vero e proprio cortocircuito tra la storia nella sua versione più tragica e le infinite possibilità che si concede il mercato, almeno potenzialmente, di incorporarla.

locandina della mostra

locandina della mostra

mostra1 mostra2mostra3Tre immagini dell’istallazione di Agata Siwek, Original Souvenirs from Auschwitz-Birkenau
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Quattro immagini dell’opera di Zbigniew Libera, KLZ Lego
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La sovraesposizione del genocidio ebraico

Posto che l’immaginario collettivo è stato potentemente colonizzato dalla iper-rappresentazione della Shoah, la principale preoccupazione gnoseologica, quando ci si accosti al sensibilissimo parallelismo storico tra lager e gulag, non può non essere l’approfondimento documentario e la salvaguardia delle rispettive specificità al fine di cogliere analogie e differenze non solo tra i due sistemi concentrazionari ma anche tra i totalitarismi che li hanno prodotti. Al contrario la sovrapposizione lager/gulag rischia di tradursi, in virtù della predominanza egemonizzante della cultura visuale rispetto alle possibili articolazioni dell’immaginario, nella supremazia di un modello assimilazionista unico di rappresentazione che, oscurando i campi di lavoro sovietici dietro l’immagine imponente di quelli di concentramento nazisti, influenza profondamente la capacità di tenere distinti anche altri elementi che connotano come entità ben differenziate i due totalitarismi del Novecento con i loro rispettivi apparati sistemici di controllo e annientamento del “nemico”, così provocando effetti di confusione, omogeneizzazione, banalizzazione. Tutto ciò è il prodotto di uno slittamento sostanziale che negli ultimi decenni ha condotto dall’“irrappresentabilità” e dall’interdizione dell’immagine connessa allo sterminio ebraico (“inimmaginabile”, “indicibile”, “impensabile”) messa in rilievo da Jean-Luc Nancy, al suo opposto, cioè ad una ipervisibilità, una sovraesposizione che rende quelle immagini e l’immaginario che ne deriva così dilagante e totalizzante da monopolizzare ogni altra possibilità di rappresentazione.

Metodiche comparative wittgensteiniane

Perseguire l’obiettivo scientifico di una comparazione valida deve comportare l’adozione di una metodologia comparativa che sola può produrre quella che Wittgenstein – nelle sue Note sul Ramo d’oro di Frazer – definisce una “rappresentazione perspicua” (übersichtliche Darstellung), ovvero capace di illustrare le somiglianze, i nessi e le relazioni, rendendo “il nostro occhio sensibile a una connessione formale”. Occorre applicare la stessa strategia ermeneutico-interpretativa suggerita da Wittgenstein in ambito etno-antropologico, infatti gli eventi, i rituali, le credenze, in una parola, i “fatti etnologici” che sono al centro degli interessi gnoseologici dell’antropologia culturale possono, secondo tale prospettiva epistemologica, essere interpretati solo attraverso la disposizione di essi “in un ordine illuminante, […] si può dire, ‘parlante’” attraverso una “rap-presentazione perspicua”. Anche in ambito storico la comparabilità potenziale e il confronto concreto tra eventi diversi – tra fatti storici – che presentano vistose somiglianze può essere condotto adeguatamente solo se una tale forma di “rappresentazione perspicua” giunga a mediare la comprensione, che consiste appunto nel “vedere le connessioni” attraverso la messa a fuoco di quelli che Wittgenstein definisce gli “anelli intermedi”, i nessi, le relazioni.

Letteratura testimoniale

A questo scopo un ruolo decisivo è fornito dalla narrazione, dal racconto che si solidifica nella scrittura di coloro che, con le parole di Todorov, hanno attraversato “il secolo delle tenebre” che “non è buio da un capo all’altro” poiché “alcuni degli individui che vi hanno camminato” possono “servirci da guide in questa traversata del male”: è qui il valore della letteratura testimoniale di Primo Levi e di Robert Antelme, di Elie Wiesel e di Jean Amery, così come di Vasilij Grossman, l’autore di Vita e destino, di Margarete Buber-Neumann la Prigioniera di Stalin e Hitler e di Varlam Šalamov lo scrittore de I racconti di Kolyma.

La narrazione memoriale delimita un terreno fondamentale per la comparazione, non a caso quel che emerge dall’analisi di Todorov è l’obiettivo comune dei totalitarismi: eliminare la realtà e sostituirla con un’immagine, edificando un essere umano nuovo dopo aver soppresso tutto quanto gli è d’ostacolo, compresi altri esseri umani disumanizzati ridotti a sub-umani o annichiliti nella cenere. E questo vale per la Kolyma e per Auschwitz. Grossman, definisce il Novecento “il secolo dei cani lupo”, un’apocalisse totalitaria che ha condotto masse umane di varia entità verso una simile identica evasione suicida dalla realtà.

Head On: “Frontale”

Per esemplificare con un’immagine questa conclusione ci si può servire di un’opera d’arte come quella di Cai Guo-Quiang intitolata Head On.

Questa installazione è stata creata nel 2006 da Cai Guo-Qiang per la piccola sede di Berlino del Guggenheim, ma nel 2009 è stata esposta a Bilbao nella personale dedicata a questo grande artista cinese. 99 lupi vanno a schiantarsi contro un grande blocco di cristallo verso cui si muovono in massa, come attratti da una forza inesorabile, un’attrazione magnetica che non lascia scampo. I lupi, straordinariamente realistici sino ad apparire surreali, sono stati realizzati nella città cinese di Quanzhou usando pellicce d’agnello, fieno, filo spinato, plastica e marmo.

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Quattro immagini dell’installazione di Cai Guo-Quiang ripresa da più angolazioni per dare l’idea delle sue rilevanti dimensioni e dell’impatto sul/la fruitore/trice
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Homo homini lupus 

Un efficace titolo “filosofico” per quest’opera potrebbe essere la celebre espressione coniata da Thomas Hobbes nel De Cive: “Homo Homini Lupus”, mentre una buona descrizione per il parallelismo tra lupi ed esseri umani è quella fornita da Elias Canetti nel suo Massa e potere: “I lupi che l’uomo ben conobbe e trasformò in cani nel corso dei millenni, dovettero molto presto suscitare viva impressione. […] La muta di caccia, che è oggi una muta di cani addestrati per cacciare insieme, costituisce l’ultimo avanzo vivo di quell’antico rapporto. Gli uomini hanno imparato dai lupi. […] Uso l’espressione ‘muta’ per uomini anziché per animali, poiché designa nel modo migliore la collettività del movimento frettoloso e la meta concreta dinanzi agli occhi di tutti coloro che vi sono coinvolti. La muta vuole una preda: vuole il suo sangue e la sua morte. Deve inseguirla veloce e senza lasciarsi distrarre con astuzia e tenacia, per afferrarla. La muta si incoraggia abbaiando tutta insieme. Non si deve sottovalutare il significato di questo clamore, in cui si mescolano le voci dei singoli animali. È un clamore che può diminuire e di nuovo aumentare; ma non tace: esso contiene l’attacco. Ciò che finalmente è stato raggiunto e abbattuto viene mangiato da tutti” (ivi, pp. 115-16).

Materiali e bibliografia:

il trailer di Austerlitz di Sergei Loznitsa: https://www.youtube.com/watch?v=Y8oCvzGVDmE

recensioni al film Austerlitz di Sergei Loznitsa: http://www.sentieriselvaggi.it/venezia73-austerlitz-di-sergei-loznitsa/

http://www.doppiozero.com/materiali/austerlitz

Sito relativo alla mostra Poland – Israel – Germany: The Experience of Auschwitz presso The Museum of Contemporary Art (MOCAK) a Cracovia: https://en.mocak.pl/poland-israel-germany-the-experience-of-auschwitz

Recensione alle opera in mostra: http://jasonfrancisco.net/the-experience-of-auschwitz

AA.VV. Pop Shoah? Immaginari del genocidio ebraico, a cura di Francesca R. RECCHIA LUCIANI e Claudio VERCELLI, Il Melangolo, Genova 2016.

L’Introduzione di Francesca R. Recchia Luciani qui: http://www.leparoleelecose.it/?tag=pop-shoah:

Primo LEVI, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986.

Interessante materiale è reperibile qui: http://www.primolevi.it/

Jean-Luc NANCY, Tre saggi sull’immagine, trad. it. di A. Moscati, Cronopio, Napoli 2002.

Elias CANETTI, Massa e potere, trad. it. di F. Jesi, Adelphi, Milano 1981.

Tzvetan TODOROV, Memoria del male tentazione del bene, trad. it. di R. Rossi, Garzanti, Milano 2001.

Ludwig WITTGENSTEIN, Note sul Ramo d’oro di Frazer, trad. it. di S. de Waal, Adelphi, Milano 1975.

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Dati articolo

Autore:
Titolo: Immaginario genocidiario. Lager e Gulag nella “cultura della rappresentazione”
DOI: 10.12977/nov150
Parole chiave: , , ,
Numero della rivista: n. 7, febbraio 2017
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo:
, Immaginario genocidiario. Lager e Gulag nella “cultura della rappresentazione”, in Novecento.org, n. 7, febbraio 2017. DOI: 10.12977/nov150

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