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“Ditelo ben a quelli che vengono davanti, cioè dietro di noi”. Educazione alla pace tra storia e memorie

FIG.1 “Bandenbekämpfung” Fonte: Bandenbekaempfung in Oberitalien, 29 marzo 1945, Germania, pubblicato da General Kommando I Fallschirm Korps – Fuhrungsgruppe 1C. Biblioteca Istituto per la storia e le memorie del '900 Parri Emilia Romagna.

FIG.1 “Bandenbekämpfung”
Fonte: Bandenbekaempfung in Oberitalien, 29 marzo 1945, Germania, pubblicato da General Kommando I Fallschirm Korps – Fuhrungsgruppe 1C.
Biblioteca Istituto per la storia e le memorie del ‘900 Parri Emilia Romagna.

29 settembre – 5 ottobre 1944.
La 16a divisione corazzata granatieri Reichsführer delle SS attua un’operazione militare per il rastrellamento del “territorio nemico” e per debellare la presenza partigiana nell’area collinare compresa tra le valli del fiume Reno e del torrente Setta, tra i comuni di Grizzana Morandi, Marzabotto e Monzuno. L’ultima linea del fronte, la Linea Gotica, passava poco lontano e rappresentava la retroguardia difensiva del confine meridionale del Terzo Reich nazista, di cui andava garantita la sicurezza e la tenuta.
Il bilancio di questa operazione è di 770 civili uccisi, di cui 216 bambini al di sotto dei 12 anni.

Alcuni interrogativi

A più di settant’anni di distanza dalla fine della seconda guerra mondiale qual è il ruolo pedagogico di luoghi come Monte Sole? Come educare alla complessità partendo dalla strage più grande dell’Europa occidentale occupata?
Com’è possibile ragionare sulla guerra senza rendere la guerra ragionevole?
Come conciliare l’impatto della sofferenza estrema con un atteggiamento scientifico?
Come evitare che Monte Sole diventi inutile tappa di un problematico turismo della memoria[1]?
Come preservare la memoria dal “dovere di memoria”[2]?

FIG.2 Monumento al centro del Parco Storico di Monte Sole. Archivio Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole

FIG.2 Monumento al centro del Parco Storico di Monte Sole.
Archivio Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole

Quello che la Scuola di Pace porta avanti non è né ricerca storica né didattica in senso proprio, ma su queste si basa e da esse originano i percorsi educativi e laboratoriali in cui le persone vengono coinvolte, sia come singoli che come gruppi. Chi incontra la proposta della Scuola, infatti, lo fa permeato dell’ambiente culturale che ricerca e didattica hanno contribuito a creare e ad alimentare.

E tuttavia, come scrivono Luca Baldissara e Paolo Pezzino, “della strage di Marzabotto si conosce quasi tutto, del massacro di Monte Sole relativamente poco”[3].

Uno dei nuclei problematici del trovarsi sul crinale tra la valle del Reno e quella del Setta è infatti quello di doversi destreggiare tra storia e memoria le quali, come è noto, pur non potendo essere definite come ambiti contrapposti, rispondono certamente a criteri e scopi differenti. Quando ci si avvicina a una vicenda come quella di Monte Sole lo si fa solitamente – e da un certo punto di vista per motivi legittimi – con la convinzione di stare facendo qualcosa per evitare che una tale tragedia abbia a ripetersi. La volontà di ricordare – non necessariamente di studiare – questi eventi, insomma, è legata all’immancabile mai più. La pratica della visita, così come quella dell’ascolto del testimone, viene considerata come un’efficace strumento di modellazione del futuro; in particolare la memoria degli eventi tragici del passato è ritenuta antidoto al ripetersi degli stessi in futuro.

FIG. 3 Villaggio di Caprara, Monte Sole, Marzabotto. Archivio Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole

FIG. 3 Villaggio di Caprara, Monte Sole, Marzabotto.
Archivio Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole

In questo andirivieni tra passato e futuro si tende a dimenticare (sic!) che la pratica si dispiega in un tempo (presente) ben determinato e caratterizzato. Ci si scorda, cioè, che la memoria collettiva è funzionale agli interessi, alle sensibilità e ai progetti di chi la gestisce e che i filtri culturali che selezionano gli episodi ritenuti memorabili dipendono dalle preoccupazioni e dai “pensieri dominanti” delle società a cui fanno capo[4]. Vale a dire che «ci sono eventi storici […] che per la loro rilevanza morale e politica sono posti a fondamento del presente, di cui rappresentano una vera e propria Costituzione»[5].

In questo senso, sembra esista un’alleanza tra conoscenza ed etica, ovvero il bisogno che esse coincidano. Se questo è vero, la selezione degli episodi memorabili tenderà ad allinearsi all’asse valoriale del continuum Bene/Male, verrà praticata cioè la riproposizione di quei pezzi di passato che permettano una chiara identificazione, nella sostanza o nel racconto che se ne fa, del lato del Bene con la parte relativa al “Noi” contrapposto quindi al lato del Male che viene legato all’altro da noi e cioè il “Loro”. Per lo stesso motivo tenderà a essere omesso il racconto di quelle vicende che porterebbero a sovvertire l’ordine in uno scomodo Male/Noi, Bene/Loro. Nel passato cerchiamo cioè la rassicurazione sulla nostra appartenenza al lato positivo del continuum.

Porre le questioni nell’ambito del processo educativo

Nella pratica esperienziale della Scuola di Pace di Monte Sole questo riconoscimento si svela nel processo educativo. Il fondamento delle attività sviluppate dalla Scuola di Pace sta nell’interrogarsi sulle ragioni che hanno reso possibile quel sistema del terrore e che, in modi e forme diverse, si ritrovano in altri luoghi del mondo e in altri momenti della storia.

Il punto di partenza è dunque una riflessione in chiave storiografica intorno a quei fatti del passato che permetta di arrivare all’identificazione e alla conoscenza dei meccanismi della violenza che li resero possibili. L’idea di base è che la vigilanza vada rivolta non tanto verso un’improbabile riproporsi del fenomeno nazista o fascista come lo abbiamo conosciuto, ma verso questi meccanismi che agiscono e si ripetono secondo le medesime direttrici e che possono quindi condurre e dar vita a nuovi regimi e situazioni di violenza estrema.

L’analisi del comportamento dei perpetratori attiva nei partecipanti al contempo la sfera fisica, emozionale e cognitiva e permette di individuare in alcuni dei fattori che si possono annoverare come fondamentali nella genealogia della violenza nazista quei dispositivi e meccanismi che sono parte del nostro quotidiano stare insieme: la propaganda e la pubblicità; l’educazione; i mezzi di comunicazione di massa; l’imposizione rigida di modelli e identità; la costruzione e la reiterazione, consapevole e non, di stereotipi, pregiudizi e stigmi; l’esclusione, il razzismo e la discriminazione; l’obbedienza all’autorità; la ricerca del prestigio sociale; il conformismo e l’adeguamento alla pressione del gruppo; la categorizzazione e la disumanizzazione dell’altro attraverso il linguaggio verbale e delle immagini; la socializzazione del rancore; la costruzione del capro espiatorio e di identità oppositive Noi/Loro.

FIG.4 Chiesa di Casaglia, Monte Sole, Marzabotto. Archivio Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole

FIG.4 Chiesa di Casaglia, Monte Sole, Marzabotto.
Archivio Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole

Se educare significa “condurre fuori”, “liberare”, “far venire alla luce”, allora è necessario che soprattutto gli educatori e le educatrici facilitino ed accompagnino l’affiorare di una consapevolezza autentica sul proprio e altrui muoversi ed agire nel mondo.

Nell’identificazione dei meccanismi di violenza quotidiani l’analisi critica deve prevalere sul giudizio, la comprensione e la decostruzione sulla condanna e sulla trasmissione valoriale sotto forma di comandamento. Il conflitto e la crisi, una volta nominati e riconosciuti, possono diventare veicoli di cambiamento positivo.

Dopo più di settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale Monte Sole, snodo cruciale delle vicende della Linea Gotica, del suo contesto e dei suoi protagonisti, può giocare un ruolo fondamentale, ma è necessario che sia la ricerca che, soprattutto, la didattica storica relative a questo ambito abbandonino alcune consolidate certezze per esplorare meglio la complessità e gli interrogativi che l’ultima linea del fronte suscita rispetto all’essere umano.

Mettere in discussione il concetto di rappresaglia

Per fare solo un esempio, tratto dall’esperienza più che decennale di lavoro con le scuole, potrebbe essere utile mettere in discussione il concetto di rappresaglia che viene costantemente attribuito agli eccidi. La ragione prima è ovviamente legata al fatto che è un errore: Monte Sole fu un’operazione militare pianificata a tavolino e finalizzata al massacro. E da questa ragione discende una serie di buoni motivi. La rappresaglia veicola l’idea di azione e conseguente reazione, proprio come fa la terza legge della dinamica, implicandone l’ineluttabilità. Ciò che viene immediatamente naturale contestare è dunque il fatto che la rappresaglia, contrariamente alla dinamica, non prevede una forza uguale ma moltiplicata: è il famoso rapporto di 10 vittime per ogni soldato che genera lo scandalo e non che a violenza si risponda con violenza.
Continuando a parlare di rappresaglia, si finisce per legittimare la violenza, se ne asseconda la logica, mentre descrivendo ciò che realmente accadde, questo sostrato viene a cadere perché non è possibile vedere nessuna ragione nel pianificare un’operazione per arrivare al massacro.

FIG.5 Cimitero di Casaglia, Monte Sole, Marzabotto. Archivio Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole

FIG.5 Cimitero di Casaglia, Monte Sole, Marzabotto.
Archivio Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole

Non solo. Se si parla di operazione pianificata non è più possibile eludere le domande sul perpetratore, non è più possibile adagiarsi sulla comoda idea che vuole che: “hanno fatto quello che hanno fatto perchè sono stati attaccati”. Certo, hanno esagerato, ma sono stati provocati. Invece, quali ragioni, quali motivazioni possono stare alla base della programmazione di uno sterminio? E come mai, date le medesime condizioni di contesto, alcuni militari hanno deciso di dare ordini diversi? Infine, la rappresaglia delinea, in teoria, uno scenario a 4 attori: gli attaccanti primi, le vittime del primo attacco, coloro che reagiscono, le vittime della reazione. Quello che accade nel senso comune, invece, è che gli attori vengono ridotti a 3: i partigiani che attaccano, i nazisti che reagiscono, i civili che subiscono. In questa semplificazione, ancora una volta si perde la messa in discussione originaria della violenza, e si rischia di porre in secondo piano l’approfondimento sul concetto di civile, poiché ci si perde nella questione dell’attribuzione della colpa ai partigiani o ai nazisti. Mentre rimanendo sulla definizione del massacro il civile diventa centrale ed è quindi possibile approfondirne le problematiche legate alla sua definizione e al suo status in tempo di pace e in tempo di guerra.

Mentre la definizione di rappresaglia, connessa al meccanismo memoriale dell’identificazione del bene con “le vittime” e quindi con “Noi” e del male con “i soldati” e quindi con “Loro”, la definizione di massacro eliminazionista permette di esplorare il complesso territorio della possibilità di scegliere tra “bene” e “male” e rende possibile sondare appieno concetti che ci vengono dal passato per discutere del presente.


Note:

[1]      Sulla problematicità dei “viaggi della memoria” cfr. ad esempio le riflessioni di G. Borghi, studente di liceo, al ritorno da un viaggio ad Auschwitz in La memoria di un viaggio, a cura di M. Bacchi, Edizioni Artestampa, Modena, 2010, p.74: “(…)ciò che ho provato io è stata più che altro rabbia non ben identificata: rabbia verso l’ipocrisia dei ragazzi presenti che osservano un silenzio religioso e fanno la faccia triste alla vista dei forni crematori e che poi non fanno niente per combattere il fascismo nella vita di tutti i giorni; rabbia verso l’ipocrisia delle istituzioni che si autoassolvono con celebrazioni sempre uguali e sempre più vuote; rabbia verso il silenzio che avvolge i campi di sterminio, lo stesso silenzio che si deve tenere in Chiesa, al cimitero, ai funerali; rabbia verso questo obbligo. Io a Birkenau avevo proprio voglia di urlare”.

[2]      Cfr. T. Todorov, Memoria del male, tentazione del bene, Milano, Garzanti, 2001

[3]      L. Baldissara e P. Pezzino, Il massacro. Guerra ai civili a Monte Sole, Bologna, Il Mulino, 2009, p.9

[4]      V. Pisanty, Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, Torino, Bruno Mondadori, 2012

[5]      F. Dei, Storia, memoria e ricerca antropologica, in Gallini, C. e Satta, G. (eds) Incontri etnografici. Processi cognitivi e relazionali nella ricerca sul campo, Maltemi editore, Roma, 2007, p.43

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Titolo: “Ditelo ben a quelli che vengono davanti, cioè dietro di noi”. Educazione alla pace tra storia e memorie
DOI: 10.12977/nov124
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Numero della rivista: n. 6, luglio 2016
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo: , “Ditelo ben a quelli che vengono davanti, cioè dietro di noi”. Educazione alla pace tra storia e memorie, Novecento.org, n. 6, luglio 2016. DOI: 10.12977/nov124

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