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Carosello. La trasmissione più amata dagli italiani

Abstract

I vent’anni di Carosello accompagnarono la grande trasformazione dell’Italia in una moderna società industriale-urbana, basata sulla progressiva diffusione dei consumi di massa e su profondi mutamenti dei costumi.  E’ dunque utile indagare come, di quel processo, Carosello sia stato al contempo specchio, iniziatore, protagonista. Il dossier è composto dal testo per gli studenti e da 32 documenti audiovisivi: 30 scenette di Carosello e due esempi di Intervallo, tutti tratti da Youtube. E’ rivolto a classi quinte di scuola secondaria superiore, ma con qualche adattamento può essere utilizzato anche nella scuola secondaria di Primo grado.

Durata

2 ore, più un compito individuale a casa

Premessa

Lo studio di caso si occupa di Carosello, il programma più rappresentativo della paleotelevisione (così Umberto Eco per primo designò i primi vent’anni della Tv:  in bianco-nero, in regime di monopolio Rai, con esplicite finalità pedagogiche). Vuole indagare la grande trasformazione della società italiana che ebbe luogo proprio in quel ventennio: ovvero la nascita di una moderna società industriale-urbana, caratterizzata dalla progressiva diffusione dei consumi di beni durevoli, in gran parte prodotti secondo il modello fordista.

La televisione, e al suo interno Carosello, vanno considerati un osservatorio privilegiato per il loro ruolo nei cambiamenti dei consumi e dei costumi, fondamentali in quella grande trasformazione. Carosello nacque nel 1957 e finì nel 1977 (con la Tv a colori, la fine del monopolio Rai e l’entrata i scena delle Tv commerciali ovvero con l’inizio della neotelevisione). Furono pressoché gli stessi anni dell’inizio e della fine della grande trasformazione: nel 1958, primo anno del “miracolo economico”, gli addetti all’industria sorpassarono i lavoratori in agricoltura; ma poco tempo dopo, nella seconda metà degli anni ’70, presero avvio il declino del lavoro nella grande industria (simboleggiato dalla “marcia dei quarantamila” a Torino nell’autunno 1980) e la crescita del terziario.  Possiamo cogliere l’ampiezza e la profondità di quella grande trasformazione, però, solo se sappiamo quanto diversa fosse l’Italia nel primo decennio del dopoguerra. Come scrive Paul Ginsborg (1989, p. 283: « A metà degli anni ’50 l’Italia era ancora per molti aspetti un paese sottosviluppato ».  Alle stesse conclusioni di Ginsborg ci conducono le ricerche, tra gli altri, di Lanaro (1982) e più recentemente di Crainz (1997, 2003, 2016).

Dai libri di testo di storia per le scuole superiori, però, non ricaviamo affatto l’idea né dell’arretratezza delle condizioni di partenza dell’Italia nel dopoguerra, né di quanto la sua trasformazione sia stata poi grande (cioè ampia, profonda, ma anche lunga: appunto ventennale). Ho messo a confronto un numero significativo di manuali di storia del 5^ anno, constatando che le drammatiche condizioni del paese dopo la seconda guerra mondiale vengono riassunte in poche righe e, soprattutto, sono riferite solo ai mesi immediatamente post-bellici, cosicché si perde del tutto la consapevolezza che quella situazione (per molti aspetti più gravosa che alla fine degli anni trenta) si protrasse poi per un decennio.  Anche sull’altro tema, i manuali si limitano quasi sempre a descrivere il quinquennio del “miracolo economico”, spesso in modo succinto, con scarsa attenzione alle modificazioni dei costumi e dei modi di vita; e trascurano il fatto che in molte aree del paese (è il caso di molti distretti industriali della “Terza Italia”) il “miracolo” arrivò ben più tardi, negli anni ’70, e così pure per le classi subalterne, rimaste in gran parte estranee negli anni ’60 all’espansione dei consumi.

Viene davvero spontaneo estendere ai libri di testo di storia il giusto rilievo rivolto al giornalismo italiano, così vicino alle élites politiche e così distante dai processi profondi della società.  Carosello, dunque, può essere una fonte molto ricca per osservare come l’Italia divenne una società industriale-urbana (a sua volta molto diversa da quella attuale, che cominciò a prendere forma negli anni ’80). Se però il libro di testo non fornisce informazioni di contesto adeguate su quella trasformazione, deve essere il docente a farsene carico, oppure si apre un problema: non tanto e non solo per lo studio di caso, quanto (cosa ben più rilevante) per la formazione storica degli studenti.

Testo per i docenti    

Carosello: per vent’anni la più amata dagli italiani.

Una trasmissione tv, profeta e maestra della società dei consumi di massa

Carosello nacque il 3 febbraio 1957 e venne “prepensionato” il capodanno 1977, ancora all’apice del successo. In quei vent’anni, rimase il programma più seguito dal pubblico televisivo italiano. Ricambiò questa fedeltà presentandosi puntuale al suo appuntamento quotidiano (sole eccezioni per motivi religiosi: il Venerdì Santo e il 2 novembre), attorno alle nove di sera, dopo il telegiornale delle 20,30, per circa 12 minuti suddivisi in 4-5 spazi pubblicitari.

Come è possibile che il programma più amato dagli italiani fosse la pubblicità? Per venire a capo di questo piccolo mistero, dobbiamo capire che cosa erano tre realtà: Carosello; la televisione; la società di quel tempo. Lo faremo partendo dalla fine, per maggiore efficacia.

La società italiana: com’era negli anni ’50 e come cambiò

Fino a metà degli anni ’50, quattro italiani su 10 erano agricoltori; su 24 milioni di donne, quasi 20 milioni erano casalinghe. Il 60% degli italiani aveva frequentato solo le scuole elementari Il 30% neppure quelle, o comunque era senza alcun titolo di studio. Solo il 6% aveva frequentato le scuole medie, il 3% le superiori e solo l’1% era laureato: insomma, un livello di alfabetizzazione avvilente, con larghissime sacche di analfabetismo, la dialettofonia come norma e l’uso della lingua italiana come eccezione. Un’inchiesta sulla miseria in Italia, promossa dal Parlamento nei primi anni ’50, accertò che 889 mila famiglie, di cui 744 mila nel Mezzogiorno, non si cibavano mai di carne e di zucchero. Per la maggioranza delle altre famiglie, la carne era un lusso occasionale. La stessa inchiesta rilevava che solo il 7% delle abitazioni disponeva del telefono. Erano nella stessa percentuale le case provviste dell’insieme di tre beni (per noi oggi non solo essenziali ma ovvi) come l’elettricità, l’acqua corrente, il bagno interno. L’alimentazione assorbiva quasi la metà (47%) dei consumi, mentre i beni durevoli ne coprivano appena il 2%.

Durante i vent’anni di vita di Carosello, però, gli agricoltori divennero tre volte meno numerosi (dal 41% al 14% dei lavoratori); i possessori del titolo di scuola media triplicarono (passando dal 6% al 17% della popolazione); per più di tre volte si moltiplicarono i consumi di beni per la casa, ma si decuplicarono addirittura i possessori di automobili e di televisori. Più che rincorrere i dati statistici, però, è forse preferibile usare un paio di esempi. Quanto incise l’importazione del fordismo lo mostra al meglio il caso dei fratelli Fumagalli, falegnami brianzoli che, sulla base di scarni disegni di una lavabiancheria spediti dal fratello, prigioniero di guerra negli Stati Uniti, iniziarono a produrre lavatrici. Così nacque la Candy, che nel 1947 produceva artigianalmente un unico esemplare al giorno; vent’anni dopo, produceva una lavatrice ogni 11 secondi ed era diventata una delle sei maggiori aziende italiane, nel settore in cui l’Italia era leader in Europa.

In un paese che nel dopoguerra si muoveva a piedi, in bicicletta o in treno, la motorizzazione iniziò con gli scooter, con la geniale invenzione della Vespa nel 1946, da parte della Piaggio; poi, a mettere gli italiani su quattro ruote furono le utilitarie prodotte dalla metà degli anni ’50 nel nuovo stabilimento Fiat Mirafiori: prima la 600, poi la 500. Un’altra geniale invenzione italiana, quella del chimico Giulio Natta (per questo insignito del premio Nobel nel 1963), consentì alla Montecatini di produrre industrialmente il Moplen, la nuova fibra sintetica che riempì le case italiane di suppellettili in plastica.

Automobili e scooter, elettrodomestici, articoli per la casa, nelle nuove “cucine all’americana” (cioè componibili), e spiagge prese d’assalto dal nuovo fenomeno del turismo di massa. Tutto questo e altro ancora, ma la prima rivoluzione, nei primi anni ’60, fu alimentare: la comparsa quotidiana della carne sulla tavola della maggioranza degli italiani, con la nascita di un menu-tipo, composto da pasta asciutta, “fettina” e insalata. Quella rivoluzione ebbe rapidissimi effetti in varie direzioni: da quella antropometrica, con l’aumento della corporatura e della statura media, a quella dei gusti e dei modelli estetici. Fino agli anni ’50, quando mettere in fila il pranzo e la cena era per molti un problema, furoreggiavano le bellezze prosperose (come Silvana Pampanini e Gina Lollobrigida). Nei ’60, quando la fame non era più un problema, si cominciò ad apprezzare la bellezza filiforme e ancora acerba della Catherine Spaak della commedia all’italiana. Così, sul versante maschile, si affermò la moda di abiti affusolati per uomini alti e magri, mentre l’obesità diventò oggetto di dileggio e di comicità (vedi i casi di Gino Bramieri e Aldo Fabrizi), laddove nei ’50 i personaggi comici e i caratteristi nei film erano stati spesso presentati come ometti magri e segaligni.

Com’era la paleotelevisione

Quando esordì Carosello nel 1957, la TV era nata da appena tre anni, il 3 gennaio 1954. Dunque era ancora “bambina”: aveva solo 366.000 abbonati. Era presente nelle case di appena il 3% degli italiani, mentre i più la guardavano nei bar o in altri spazi pubblici, o magari riunendosi presso l’unica famiglia del caseggiato che già la possedeva. Anche in quella situazione iniziale di fruizione collettiva, che rimase prevalente per tutti gli anni ’50, l’influenza della televisione fu dirompente. Significativa la testimonianza di un sacerdote (cfr. G. Crainz, 2016, pag.95):

«Quando visito i circoli dove è installata la televisione ci tengo ad assistere con loro [ndr: con i parrocchiani] per vedere come reagiscono, come bevono questa vita che intravedono dalla finestra della televisione. La reazione – muta ma eloquente – delle facce, degli occhi, dell’atteggiamento, purtroppo è sempre la stessa: “cretini noi, siamo proprio gli unici cretini al mondo che ce ne stiamo ancora qui, accanto al parroco, all’ombra del campanile, a faticare, a rinunciare, a soffrire!”».

Dopo quella fase transitoria intermedia di fruizione collettiva, già nei primi anni ’60 il televisore divenne, ormai quasi in tutte le case, “il nuovo focolare”; con quali conseguenze sulla vita delle persone e delle famiglie, ce lo dice nitidamente un’intervista resa nel 1964 a «L’Europeo» da un immigrato, al quale le rate per l’acquisto del televisore costavano più dell’affitto:

«Ma con la televisione si risparmia. Io alla sera non esco più, non vado al bar, sto in casa. E poi è buona con i bambini che possono vedere tante cose e conoscere il mondo e imparare» (A.Grasso, 2004, pag.XVI).

La Rai

Quella Tv trasmetteva in bianco-nero su un solo canale, poi su due dai primi anni ’60, e dai ’70 anche su un terzo (le odierne reti Rai2 e Rai3). Nacque, già si è detto, come monopolio Rai, l’azienda subentrata nel dopoguerra all’Eiar nella gestione della radio, sempre sotto lo stretto controllo del governo. In America, il sistema televisivo fin dall’inizio era affidato al mercato delle Tv private commerciali, che si finanziavano con la pubblicità. In Europa, viceversa, fece scuola la britannica BBC, impostata come servizio pubblico sotto il controllo governativo e rigorosamente senza pubblicità. La Rai adottò la triplice mission della BBC, in italiano riassunta nelle tre I: “Informare, istruire (cioè educare, formare), intrattenere”.

In realtà, la TV dei primissimi anni intratteneva ben poco. Usava una lingua alta, colta e forbita; era seriosa e piuttosto noiosa, oltre che assai parca nello spazio orario: iniziava alle 17 con la Tv dei ragazzi e finiva alle 23 (solo alla domenica vi era anche un paio d’ore di programmi al mattino con La Tv degli agricoltori seguita dalla Santa Messa). In tutta la settimana, veniva trasmesso solo un film, al lunedì sera, e un solo spettacolo di intrattenimento, il gioco a quiz Lascia o raddoppia, ideato e condotto da un giovanissimo italo-americano, Mike Buongiorno. Questo gioco fu così popolare che i gestori dei cinema chiesero e ottennero il suo spostamento dal sabato al giovedì, e in quella sera i cinematografi posticipavano l’inizio del film e allestivano in sala il televisore per consentire al pubblico di vedere Lascia o raddoppia. Seguirono Un, due, tre con i comici Tognazzi e Vianello, Telemach e Campanile Sera con Enzo Tortora, e spettacoli musicali: Il Musichiere, condotto da Mario Riva, e per molti anni le diverse versioni di Studio Uno e di Canzonissima, al sabato sera.

Ben più ampio era lo spazio dedicato a informare e a formare.

Una tv con un codice morale

L’informazione del telegiornale era del tutto filo-governativa e strettamente controllata dalla DC, il partito di maggioranza. Solo nei primi anni ’60 nacque Tribuna politica, con interviste di giornalisti ai leader politici, e solo da allora gli esponenti politici d’opposizione ebbero un volto e una voce in Tv (sia pure solo per quella mezz’ora ogni tanto). Cattolici e militanti nella Democrazia Cristiana furono sia il primo direttore della Rai, Filiberto Guala (dal 1954 al ’56), sia Ettore Bernabei, fedelissimo di Fanfani, già direttore del quotidiano della Dc “Il Popolo” negli anni ’50 e poi ininterrottamente alla guida della Tv di Stato dal 1961 al 1975.

La parte preponderante era occupata di programmi formativi, con l’esplicita finalità di educare e di elevare la cultura degli italiani. Molti erano i documentari e programmi di inchiesta. Dal 1960 al 1968 andò in onda un programma giornaliero, con l’obiettivo esplicito di alfabetizzare i moltissimi adulti analfabeti: Non è mai troppo tardi (sottinteso: “per imparare a leggere e scrivere”), che ebbe grandissima efficacia per le doti comunicative del conduttore, il maestro elementare Alberto Manzi. Sia pure in forme più indirette, anche la maggior parte degli altri programmi aveva valenze formative e pedagogiche: opere liriche, teatro di prosa, sceneggiati a puntate, che erano riduzioni televisive di grandi romanzi ottocenteschi (come Il mulino del Po, I promessi sposi, I fratelli Karamazov, e molti altri).

Nella Tv degli anni ’50 e ’60 imperavano severissimi codici morali, con rigide forme di censura preventiva contro ogni anche minima devianza dalla cultura cattolica dominante. Il primo direttore della Rai, Filiberto Guala, fu un tecnico di grande spessore che valorizzò molti talenti (come Furio Colombo, Umberto Eco, Gianni Vattimo), ma di rigidissimi principi in materia religiosa: a 18 anni aveva fatto voto di castità  e povertà, e dopo le dimissioni nel 1956 si fece frate. Durante la sua presidenza, impose alla Rai un codice d’autodisciplina strettissimo, che rimase poi in vigore fino agli anni ’70 (e che, ad esempio, vietava l’uso di parole come “parto”, “verginità”, “vizio”, o “gravidanza” e “suicidio”, da sostituire rispettivamente con “lieto evento” e “insano gesto”). Va detto che tra i motivi per i quali Guala fu costretto alle dimissioni nel 1956 vi fu anche la sua assoluta contrarietà a introdurre qualunque forma di pubblicità. Non a caso Carosello prese il via appena dopo la sua uscita di scena, all’inizio del 1957: era una specie di “terza via” tutta italiana – e, come vedremo, del tutto originale – diversa sia dal modello pubblico nord-europeo, senza alcuna pubblicità, sia da quello opposto d’oltreoceano.

Come Carosello si faceva desiderare

Nel panorama così austero della prima televisione, Carosello rappresentò una felice eccezione, un’oasi di divertimento, nonostante i fortissimi vincoli ai quali era sottoposto; o forse proprio grazie ad essi, come ora vedremo.  Ciascuno dei cinque pezzi che lo componevano (quattro dagli esordi al 1961) era costituito da una scenetta di 2 minuti e 15 secondi, dei quali non più di 35 secondi (finali, o in parte all’inizio e in parte alla fine, ma mai mescolati alla scenetta) potevano essere dedicati alla réclame del prodotto; questo, poi, non poteva essere nominato più di sei volte. Soprattutto, nessun pezzo (perciò nessun prodotto) poteva andare in onda più di una volta la settimana. Spieghiamolo con un esempio: Calimero, il pulcino nero che pubblicizzava un detersivo, poteva riferirsi al prodotto per pochi secondi, entro uno spettacolino di due minuti trasmesso solo una volta in una settimana, che la settimana dopo doveva essere confezionato con una storia diversa. Dunque, ogni réclame era un pezzo unico, e questo aveva due importantissime conseguenze:

  1. costava moltissimo al committente, per cui solo le grandi aziende vi potevano accedere (poche centinaia, nei vent’anni di vita di Carosello);
  2. stimolava a produrre mini-spettacoli in serie, con gli stessi personaggi ma con variazioni minime, cosa che determinò il successo di attori e personaggi.

Nell’esempio appena fatto, la scenetta di Calimero cambiava ogni volta, destando così nuovo interesse, ma Calimero rimaneva, ed era lui che il pubblico doveva ricordare e desiderare di rivedere. Oggi può apparirci impensabile, ma in quel modo la pubblicità non solo non era mal sopportata, ma era amata e desiderata! Infatti le serie più fortunate divennero dei mini-serial, piccoli telefilm a puntate con cadenza settimanale, che davano appuntamento al pubblico, addirittura preannunciati sui giornali con annunci pubblicitari: sì, la pubblicità della pubblicità! Ovviamente valeva anche per Carosello il citato codice Guala, che escludeva scene e situazioni “che presentino disonestà, vizio o delitto in modo compiacente, o volgari”, e – inizialmente – proibiva la pubblicità di biancheria intima (anzi, del “reggiseno” non si poteva neppure pronunciare la parola, figurarsi mostrarlo!).

Si può dire che, per farsi perdonare di avere introdotto la pubblicità, la Tv la centellinava, comprimendola in dodici minuti al giorno, e costringeva le aziende committenti a pagarla moltissimo e a confezionarla in modo che apparisse non come pubblicità, bensì come uno spettacolo di intrattenimento. Inoltre, l’estrema brevità (poco più di due minuti: un tempo smisurato, se confrontato agli odierni spot, ma ridottissimo se riferito a mini-spettacoli in serie) costrinse i produttori a invenzioni straordinarie sul piano comunicativo: innumerevoli, e in qualche caso tuttora in auge, le invenzioni linguistiche e “frasi celebri”, gli aforismi e gli slogan di Carosello entrati nell’uso corrente.

Questo si spiega anche col fatto che a produrre i Caroselli erano sia alcuni grandi pubblicitari (come Armando Testa, inventore di pupazzi animati popolarissimi, non solo tra i bambini, e di alcune delle pubblicità di maggior successo), sia i migliori registi cinematografici del tempo, che impiegavano spesso i volti più noti del cinema. Accadde anche che il caso inverso, di  attori e attrici (come Virna Lisi) divenuti celebri proprio grazie alla partecipazione a Carosello.

Le scenette dei primi anni ci colpiscono per l’ingenuità e la “primitività” della loro costruzione e per l’assenza di ogni rapporto tra corpo dello spettacolo e codino pubblicitario. In questo, sono testimonianza di una Tv ancora acerba, inesperta nel valorizzare le possibilità del suo stesso – nuovissimo – linguaggio multimediale. Si pensi che, originariamente, era stato proposto di fare leggere i testi commerciali alle annunciatrici dei programmi!  Nell’arco di poco tempo, però, Carosello divenne una palestra di sperimentazione e di innovazione del linguaggio, verbale, musicale e dell’immagine. Per i suoi spettacoli, “vampirizzava” tutti i generi più popolari: più di ogni altro lo sketch comico, ma anche la fiaba, il teatro di avanspettacolo, il cinema (western, di avventura, giallo), lo sceneggiato televisivo, il cartone animato: quest’ultimo, è stato detto con qualche esagerazione, “sottrasse i bambini alla trasmissione orale delle fiabe raccontate dalle nonne”, ovvero contribuì a modificare anche le relazioni tra le generazioni.

Un grande pedagogo, senza avere l’aria di esserlo

L’efficacia nell’intrattenere spiega l’immensa popolarità di Carosello, ma non esaurisce certo il suo ruolo e la sua importanza nell’evoluzione dei consumi e dei costumi. Carosello divertiva, ma al contempo svolgeva un fondamentale ruolo istruttivo, pedagogico: negli anni del “miracolo economico”, insegnava a diventare consumatori di massa di beni di marca, i brand. Così gli italiani, fino ad allora abituati a risparmiare, ad arrangiarsi col poco, e comprare prodotti alimentari sfusi, anonimi, di un unico tipo, deciso dal rivenditore del negozio sotto casa a gestione familiare, furono indotti a preferire e a cercare prodotti confezionati, di marca, scelti in prima persona sugli scaffali dei supermarket. Quella modernità veniva inoltre accortamente filtrata, presentata come compatibile con la tradizione, perciò rassicurante e per nulla trasgressiva. Si potrebbe dire che, tramite la Tv e Carosello, gli italiani furono introdotti contemporaneamente alla lingua italiana (quando ancora i più erano dialettofoni, e molti analfabeti) e alla nuova “religione dei consumi”, che permetteva di sentirsi moderni, cioè “al passo con progresso”. Se consideriamo l’evoluzione culturale dei costumi, la simultanea “iniziazione” attuata da Carosello fu quadruplice: infatti, a differenza che negli altri paesi occidentali, la maggior parte degli italiani entrò contemporaneamente in contatto con:

  1. la lingua nazionale;
  2. il linguaggio multimediale della Tv;
  3. la possibilità di soddisfare i bisogni essenziali, in primo luogo quelli alimentari, e contemporaneamente di spendere per beni che valicavano i limiti della pura sopravvivenza;
  4. la “nuova religione” dei consumi di massa dei brand e dei beni di consumo durevole (soprattutto quelli rivolti alla famiglia; quelli personali, usa-e-getta, arrivarono solo verso gli anni ’80, dopo la fine di Carosello).

Quella singolare “iniziazione” (addirittura quadrupla, per molti italiani) fece sì che il grande pubblico si trovasse sprovvisto di strumenti critici, cioè ingenuo e del tutto acritico di fronte alla seduzione delle immagini pubblicitarie (con tutto il peso che, a livello di senso comune, ha l’idea che “se l’ha detto la Tv… allora è certamente vero!”).

Forse il segreto del successo di Carosello era proprio questo: era tanto amato dai bambini, ma gli adulti ai quali si rivolgeva erano anch’essi, in un certo senso, dei consumatori–bambini.

L’evoluzione di Carosello

E’ impossibile seguire in breve l’evoluzione di Carosello, che ovviamente accompagnò quella della società italiana. In quei vent’anni, gli abbonati alla Rai passarono da 366.000 a 12 milioni.

Un mese dopo l’ultima puntata di Carosello, il cui congedo fu solennemente affidato a Raffaella Carrà, iniziò la Tv a colori. Nel 1976 la Corte Costituzionale aveva liberalizzato le Tv private commerciali, ma solo a livello locale. Aggirando (cioè, violando) questo limite, nel 1978 prese avvio Canale5, primo tassello dell’impero televisivo di Berlusconi, e con l’irruzione della Tv commerciale, la pubblicità entrò non solo tra un programma e l’altro ma all’interno di essi.  Alla fine del 1986, l’introduzione dell’auditel, col peso decisivo che acquisì nell’orientare le scelte delle reti televisive – private o pubbliche – completò il passaggio alla neotelevisione, nella quale non si offre più un servizio e neppure un prodotto a un pubblico, ma si “vende un pubblico” alle aziende acquirenti degli spazi pubblicitari. Non ha neppure senso cercare di confrontare gli spot della neotelevisione e il Carosello della paleotelevisione. Per misurare la distanza abissale tra i due modelli, è molto più efficace e sbrigativo rivedere la rubrica “Intervallo”, che con le pecore o con i paesaggi italiani, riempiva i vuoti tra un programma e l’altro della paleotelevisione, per un tempo del tutto variabile (anche di molti minuti) e mai prevedibile.

Bibliografia e sitografia
  • Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988, Torino, Einaudi 1989
  • Silvio Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana, Venezia, Marsilio 1992
  • Guido Crainz, Storia del miracolo italiano, Roma, Donzelli 2003
  • Guido Crainz, Storia della repubblica, Roma, Donzelli 2016
  • Piero Dorfles, Carosello, Bologna, Il Mulino 1998
  • Marco Giusti, Il grande libro di Carosello, Ed. Frassinelli, 2004
  • Aldo Grasso, Storia della televisione italiana, Milano, Garzanti 2004

 Su youtube sono rintracciabili moltissimi Caroselli.

Testo per gli studenti     

La trasmissione che gli italiani preferirono per venti anni

Anche la tv italiano ha un tempo. Lo possiamo suddividere in tre epoche:

  1. Fino alla metà degli anni ’50, l’Italia era un mondo pre-televisivo;
  2. Dalla metà dei ’50 alla metà dei ’70, si affermò il mondo della televisione in bianco-nero, con la pubblicità concentrata nello spazio di Carosello (12 minuti la sera, dopo il Tg), con un solo canale Rai, all’inizio; poi con un secondo e un terzo, ma sempre come monopolio pubblico.
  3. Dalla seconda metà dei ’70 al presente c’è la televisione che conoscete: a colori, con molte reti in gran parte private, con un larghissimo spazio agli spot pubblicitari (e che in realtà si sta rapidamente trasformando meticciandosi con il computer)

Per avere la percezione di quanto queste epoche siano diverse, è sufficiente vedere Intervallo, lo spazio orario che occupava i minuti tra un programma e l’altro, pochi o tanti che fossero

Cerchiamo ora di scoprire il “segreto” della popolarità di Carosello, la trasmissione che gli italiani amarono di più, per circa venti anni, a partire dai suoi “vincoli” e della sue “risorse”:

  1. I vincoli: Carosello nacque nel 1957 come uno “strappo alla regola” dell’assenza di pubblicità, vigente nei primi tre anni di Tv, ad imitazione del modello inglese della BBC (che non me aveva affatto). Perciò venne confinato in circa 12 minuti, anche se collocati nel momento di massimo ascolto, dopo il telegiornale serale: era composto di cinque pezzi, ciascuno dei quali costituito da una scenetta di 2 minuti e 15 secondi, dei quali non più di 35 secondi (finali, o in parte all’inizio e in parte alla fine, ma mai mescolati alla scenetta) potevano essere dedicati alla réclame del prodotto, il quale non poteva essere nominato più di sei volte. Soprattutto, nessun pezzo (perciò nessun prodotto) poteva andare in onda più di una volta la settimana, per cui al protagonista (uno o una coppia) dovevano essere cucite addosso storielle ogni volta diverse, ovviamente molto brevi, incalzanti, efficaci nel catturare l’interesse del pubblico. Poiché quel pubblico era la famiglia riunita davanti al televisore (grandissima novità, all’epoca), Carosello doveva piacere a tutti i suoi membri; o meglio, il prodotto doveva piacere al membro della famiglia cui era preferenzialmente rivolto (ad esempio un aperitivo al padre-marito), ma possibilmente anche alla donna di casa, quella che faceva la spesa per tutti; e magari anche ai figli piccoli che, passando molto tempo con la madre casalinga, potevano influenzarla negli acquisti.
  2. Le risorse: Carosello aveva dalla sua, come “risorsa esterna”, il fatto che, soprattutto i primi anni, gli altri programmi della Tv erano in maggioranza molto seri, spesso noiosi, poco accattivanti (con poche eccezioni, tra le quali il programma a quiz Lascia o raddoppia). Carosello aveva poi una “risorsa interna” cioè il fatto che, per “farsi perdonare” di fare pubblicità, doveva presentarsi come un programma divertente, di intrattenimento; inoltre il tempo ridotto a disposizione di ognuno dei cinque spettacolini costringeva gli autori – sia grandi pubblicitari sia i migliori registi del tempo, che potevano contare su quasi tutti gli attori più noti – a dare il meglio di sé, con grandi doti di sintesi e di efficacia comunicativa. Ora vedremo alcuni esempi di Carosello, commentandoli insieme, poi proseguirete in lavori di gruppo.

I documenti:  le scenette di Carosello  

Fase 1 – fine anni ’50

1.1- 1.2 (il 1^ e il 4^ dei 4) Shell e Alemagna https://www.youtube.com/watch?v=W254KmNLbU8

1.3 Tino Scotti Basta la parola 1959  https://www.youtube.com/watch?v=VcYi9ypHq_I

1.4 Guttuso Fabbri 1957 https://www.youtube.com/watch?v=nSmrfb5RpEc&list=PL3C04DF081E6AEF48&index=1

1.5 Omino coi baffi Bialetti (1959) https://www.youtube.com/watch?v=Yrz0KVLKh8o

Fase 2 – prima metà degli anni ’60

2.1 Bramieri Moplen 1961   https://www.youtube.com/watch?v=DKDkfHgz2YY

2.2 Kessler e Don Lurio x Omsa 1962   https://www.youtube.com/watch?v=IYZ6gNwRL1g

2.3  Cesare Polacco-Ispettore Rock Linetti 1962  https://www.youtube.com/watch?v=F5G85Xb9e_8

2.4.1 Calimero Ava (1963, il 1^)    https://www.youtube.com/watch?v=BlM–m-AELY

2.4.2  Calimero 2  https://www.youtube.com/watch?v=A6iPaRVlS0M

2.5.1  Punt & 1 (1964) https://www.youtube.com/watch?v=xSEELswCRG4

2.5.2 Punt& in tre  https://www.youtube.com/watch?v=rfJtIGhBL5M

2.6  G. Cervi e Fernandel Stock 1964  https://www.youtube.com/watch?v=5BsGZyls9JI

2.8.1  La tradizione… (Tiberio Murgia 1964) https://www.youtube.com/watch?v=oKS9Dud9Rho

2.8.2  Carmencita (di Arturo Testa 1965)  https://www.youtube.com/watch?v=_elqPaI-XHQ

Fase 3 – seconda metà degli anni ’60

3.1 Salomone pirata pacioccone Fabbri 1966  https://www.youtube.com/watch?v=mDyFuFGIt3A

3.2 Papalla per Philco (Arturo Testa c.a 1970) https://www.youtube.com/watch?v=-J_iLsAToH8

3.3 Montana 1966 https://www.youtube.com/watch?v=7SHVCzohiHM

3.4 Totò (unico ciclo, 1967) Doppio Star https://www.youtube.com/watch?v=0xc2cRnh9qE

3.5  Hai 40 anni… Fiuggi 1967 https://www.youtube.com/watch?v=F-41p87mr-Y

3.6  Calindri contro il logorio… Cynar 1968  https://www.youtube.com/watch?v=CQ2t_PrQtpU

3.7  Chiamami… (con Solvi Stubing Peroni 1968)   https://www.youtube.com/watch?v=kcpH7ogNj9o

3.8  Patti Pravo Algida 1969  https://www.youtube.com/watch?v=C2PZ3vfgG7U

Fase 4 – Gli anni ’70

4.1 Paolo Ferrari coi due fustini (1972)  https://www.youtube.com/watch?v=W-vru5m6tZc

4.2 Gli incontentabili Ignis 1972   https://www.youtube.com/watch?v=5vVT0I-7Bv4  (Emmer, musiche Morricone)

4.3 Gli hippies  Vespa (1973,  di Tinto Brass)   https://www.youtube.com/watch?v=I9EETT256OQ

4.4  Miguel per Talmone (1973)  https://www.youtube.com/watch?v=RIBEmaR7Cv0

4.5 Carlomagno per Petrus (1973)  https://www.youtube.com/watch?v=Yjdx-_bTgHM

4.6  Jo Condor Ferrero e Ricchi&Poveri 1975   https://www.youtube.com/watch?v=5V0A7Zl_sDY

4.7  Pelè per Brut… 1976  https://www.youtube.com/watch?v=hZKdCDjrgCc

4.8  Che sapore è questo qua… Saila (1976)  https://www.youtube.com/watch?v=ioTwWlup_M4

4.9  Raffaella Carrà Stock ultimo 1.1.1977   https://www.youtube.com/watch?v=YCLz8Fg40_4

Le due versioni di Intervallo (tra un programma e l’altro: poteva durare anche più di 10 minuti!):

x  Intervallo con pecore    https://www.youtube.com/watch?v=DSjZwRRD73U

z  Intervallo con paesaggi   https://www.youtube.com/watch?v=YYr-3OIbEaA

Attività didattica

Analisi delle fonti e rapporto tra fonti, testo e contesto

Lavoro di gruppo. Dopo avere visto e commentato insieme 3-4 pezzi di Carosello come esempi, vi dividete in 3 équipe, ciascuna dele quali lavorerà su una consegna specifica:

Consegna comune alla prima équipe: siete gli operatori Rai incaricati di scegliere i cinque pezzi pubblicitari che comporranno il Carosello di stasera. Come al solito, dovete cercare di piacere a tutti i membri della famiglia-tipo alla quale Carosello si rivolge: al bambino piccolo, al fratello o sorella adolescente, alla madre e al padre (e anche un pezzo che piaccia a tutti loro, benché per motivi diversi).  Poi mostrerete alla classe i vostri Caroselli, motivando le vostre scelte o ribattendo alle obiezioni che verranno dai vostri compagni. Per rendere più rapido il lavoro, dividedevi in due gruppi:

1^ gruppo: utilizzerà materiali pubblicitari del primo decennio di vita di Carosello, fino alla metà degli anni ’60

2^ gruppo: utilizzerà i materiali del secondo decennio.

Alla fine, entrambi i gruppi espongono alla classe il proprio Carosello, motivando le scelte fatte.

Consegna per la seconda équipe: siete esperti di comunicazione, con l’incarico di mostrare l’influenza che Carosello ebbe nel “formare” gli italiani ai nuovi valori della società dei consumi. Fatelo con una comunicazione, supportata da 5 o 6 pezzi di Carosello che vi paiono particolarmente significativi.

Consegna per la terza équipe: siete storici ai quali Carosello interessa come specchio che riflette i mutamenti socio-culturali (della mentalità collettiva, dei costumi) accaduti in Italia dagli anni ’50 ai ’70. In questa prospettiva, scegliete 5 o 6 pezzi di Carosello che vi appaiono particolarmente significativi e presentateli alla classe.

Consegna comune finale (lavoro individuale domestico)

Sulla base dei filmati utilizzati e del lavoro svolto, elaborate un saggio storico conclusivo nel quale argomenterete, con gli esempi più opportuni, la seguente tesi:

Carosello fu un programma irripetibile per le sue caratteristiche, ma anche per la situazione molto particolare della società italiana di quegli anni”.

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Dati articolo

Autore:
Titolo: Carosello. La trasmissione più amata dagli italiani
DOI: 10.12977/nov188
Parole chiave: , , , , , , , ,
Numero della rivista: n.8, agosto 2017
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo: , Carosello. La trasmissione più amata dagli italiani, Novecento.org, n. 8, agosto 2017. DOI: 10.12977/nov188

Dossier n. 8, agosto 2017

INDICI

n. 8, agosto 2017
DOSSIER "ITALIA DIDATTICA"
PENSARE LA DIDATTICA
USO PUBBLICO DELLA STORIA
DIDATTICA IN CLASSE
IPERMUSEO
n. 7, febbraio 2017
Italia repubblicana, 70 anni di storia da insegnare Dossier del n. 7 della rivista
La violenza di stato nel Novecento: lager e gulag Dossier del n. 7 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
n. 6, luglio 2016
Il genocidio armeno Dossier del n. 6 della rivista
La linea gotica fra ricerca e didattica Dossier del n. 6 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
Ipermuseo
n. 5, gennaio 2016
Editoriale
Didattica della storia e laboratori digitali: la guerra dei Trent’anni (1914-1945) Dossier del n. 5 della rivista
Le relazioni
I laboratori
I gruppi
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
Dossier "Le Pietre d'inciampo in Italia"
Ipermuseo
n. 4, luglio 2015
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier "Mediterraneo contemporaneo"
Sguardi sul Mediterraneo Gli studi di caso
Uso pubblico della storia
n. 3, gennaio 2015
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier "Le risorse didattiche digitali su Resistenza e seconda guerra mondiale"
Uso pubblico della storia
Ipermuseo
n. 2, giugno 2014
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier: "Le grandi crisi del mondo contemporaneo"

A cura di Carla Marcellini e Giovanni Palmieri

Uso pubblico della storia
Ipermuseo
n. 1, dicembre 2013
LA STORIA NELL’ERA DIGITALE
PENSARE LA DIDATTICA
USO PUBBLICO DELLA STORIA
DIDATTICA IN CLASSE
IPERMUSEO

Iniziative didattiche della rete INSMLI