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“Senza salutare nessuno”

“Senza salutare nessuno”

Una foto di famiglia, pubblicata all’interno del volume.

Silvia Dai Pra’
Senza salutare nessuno. Un ritorno in Istria
Laterza, Bari, 2019, pp. 159.

Senza salutare nessuno. Un ritorno in Istria di Silvia Dai Pra’ – edito da Laterza nel 2019 – è un «memoir, reportage, storia familiare, o forse tutte queste cose insieme»[1]. L’autrice, nata a Pontremoli nel 1977, cresce a Massa Carrara, in una città medaglia d’oro della Resistenza. La nonna materna è stata staffetta e la memoria da parte di madre ricorre, vigorosa e orgogliosa di sé, per aprire a un’adolescenza di quotidiane certezze antifasciste:

[…] fumavo Diana Blu, leggevo «il Manifesto», ascoltavo musica grunge o le canzoni dei gruppetti nati nei centri sociali che invitavano a cavare gli occhi ai fascisti; quando con i miei amici, rientrando tardi la sera, vedevo qualcuno davanti al circolo di Alleanza Nazionale, abbassavo il finestrino per urlargli un insulto o per fargli il gesto di essere appesi a testa in giù: «piazza Loreto!»,  gridavamo e sgasavamo via ridendo.[2]    

Il cortocircuito sta altrove. Suo padre, dichiaratamente comunista, è vittima di una depressione strisciante e un po’ inspiegabile, figlio di una donna reticente che cucina sempre le stesse cose, non parla del suo passato ed esplicitamente chiede, quando nel 1988 la famiglia va in Istria per una vacanza, che – come nel titolo – non le si saluti nessuno.

In effetti, nessuno aveva mai saputo che nonna Jole non fosse veneta ma istriana; originaria di una terra che nel corso di un secolo aveva ospitato conflitti, terze vie dissolte nel sangue appena pochi anni dopo quella vacanza di famiglia, timide aperture a un turismo di massa oggi diventato radical-chic/low-cost. Nessuno aveva ragionato del fatto che, dopo la morte di un padre e di uno zio infoibati a Vines, nonna Jole aveva omesso e cancellato una parte di vita, oltre ai ricordi che quella stessa vita portavano con sé. Così facendo non aveva permesso a nessuno della sua famiglia di frequentarli, di fare i conti con le contraddizioni di quel passato.

La risposta delle generazioni al silenzio della rimozione varia: il figlio di Jole si radicalizza in una scelta ideologica senza appelli che fa di lui un uomo ombroso non sempre risolto; la nipote-autrice inizia a farsi domande scomode e restate a lungo senza risposta, poi sfociate, in piena maturità e solo dopo la nascita di una figlia, nel desiderio di fare una ricerca in quel passato sepolto, completamente rimosso ma non per questo inerte.

Il libro ripercorre la storia di una scoperta lenta che avviene dapprima per piccole casualità e poi grazie a ricerche sempre più mirate: dalle foto ritrovate del bisnonno infoibato, alla ricostruzione della sua storia personale nei luoghi in cui quella vita aveva trovato spazio, assieme a quelle di una famiglia, di un vicinato, di un paese intero. Al centro della scena l’autrice-investigatrice, supportata da alcune persone che le «affidano foto, ricordi, fette della loro vita e della loro memoria»[3].

Un puzzle cui mancano ancora tasselli che Dai Pra’ si appresta ad attendere, perché comprende che scrivere della propria memoria vuol dire aprire spazi per accoglierne altre. Sa, del resto, che non sarà così difficile trasporre la propria memoria famigliare nella memoria collettiva di una nazione che, forse, troppo ha confidato sul fatto che vent’anni di un regime dittatoriale si possano chiudere con i tratti di una parentesi. Sa, e ci tiene a dichiararlo, che la sua non è un’opera storica: ringrazia e cita gli storici che l’hanno sostenuta, ma ci tiene a separare con nettezza i due ambiti. Non tutti coloro che scrivono di memoria ci riescono; molti nemmeno vogliono farlo e, anzi, approfittano delle ambiguità che si generano nella confusione.

In una bella intervista rilasciata alla rivista Exagère nel luglio scorso[4] l’autrice, parlando del suo libro, ragiona di «genogramma spezzato», di «victim blaming», di una guerra alla fine della quale «tutti erano diventati antifascisti» (ma che qualcosa non tornasse doveva essere evidente visto che si trattava dello stesso Paese in cui per vent’anni le piazze si erano a varie riprese riempite di fedeli del regime) e di situazioni in cui «molti preferirono che la memoria si perdesse».

Silvia Dai Pra’ sceglie di essere testimone – prima per sé e poi per chi legge il suo libro coraggioso – dell’evidenza scomoda di chi comprende che le memorie divise in Italia esistono, e non sono esclusivamente problemi per specialisti o “strumenti di lavoro” da hate speeches. Stanno lì, sedute al nostro tavolo di cucina, mute e implacabili nel loro desiderio quasi inesprimibile di essere viste, raccontate, riconosciute da tutti e non solo da chi si sente di parte.

Va detto che il passo essenziale e originale che l’autrice fa rispetto ad altre simili operazioni è puntualizzare – senza proclami, solo attraverso la narrazione – che avanzare l’accoglienza di queste memorie non significhi rimettere in discussione la storia. Sdoganare il mantra “…e allora le foibe”, accettare di mettere nuovamente la croce su una generazione che non c’è più e ci sta chiedendo, come l’Ungaretti citato in testa all’opera testimonia, di non essere uccisa, ancora una volta, fra le grida di chi resta.

Senza salutare nessuno è una ricerca documentata che non perde mai di vista un registro narrativo volutamente leggero e di facile approccio. Anche per questo motivo può essere di grande utilità a scuola: permette di affrontare molte delle questioni che stanno attorno al Giorno del Ricordo in una maniera che restituisce senso concreto alla storia di quei fatti perché li affida a chi oggi ne vive le conseguenze. Leggerlo in classe (per intero, ma anche solo stralciandone alcuni brani) o affidarlo alla lettura degli studenti per discuterne poi, permette di superare l’imbarazzo che molti insegnanti spesso provano nel dovere affrontare un tema da mettere in programma perché c’è una legge che lo impone o un calendario civile che lo inserisce in agenda. Perché alcune famiglie si aspettano sia sviscerato con opportuna rilevanza. Perché l’opinione pubblica, soprattutto in certe arene social, lo pretende come prova regina di una malintesa equidistanza che garantirebbe la professionalità docente.

Di fronte a tanta complessità far finta di niente non serve. Quante volte abbiamo permesso che alcune enfatiche retoriche celebrative ci aiutassero a sentirci nel giusto e a dimenticare quel malessere che può provarsi di fronte a certi doveri memoriali? Quante volte abbiamo contribuito a rilanciare la sfida di una malintesa battaglia che si gioca nel campo delle date del calendario civile? Forse – come sottolinea Claudio Giunta nella sua recensione all’opera – conta non «farsi contagiare dalla strada dell’indignazione morale che soffoca i social network»[5]. Serve, invece e come sempre nel nostro mestiere, mettersi alla ricerca di strumenti adeguati ad affrontare il lavoro che abbiamo scelto. Quella di Dai Pra’ è una chiave senza dubbio interessante, anche e soprattutto perché l’autrice è essa stessa una docente che, in più, ha nel suo bagaglio formativo un dottorato su Elsa Morante. Una professionista, insomma; una che La Storia, per forza di cose, deve averla pensata, praticata nelle aule periferiche di una scuola romana (descritte in un altro suo bellissimo romanzo-reportage pubblicato da Laterza nel 2011: Quelli che però è lo stesso) e poi pensata e praticata di nuovo, nell’affanno di un’ostinata ricerca che riesce a restituire un senso a vicende che parevano incomprensibili.

Sembra esattamente quello che dobbiamo insegnare ai nostri studenti.


Note:

[1] S. Dai Pra’, Senza salutare nessuno. Un ritorno in Istria, Laterza, Roma-Bari, 2019, p. 159.

[2] Dai Pra’, 2019, p. 10.

[3] Dai Pra’, 2019, p. 159.

[4] G. Brevetto, Il genogramma spezzato, Intervista a Silvia Dai Pra’, in EXagère Rivista, 3, luglio, 2019; https://www.exagere.it/il-genogramma-spezzato-intervista-a-silvia-dai-pra/?fbclid=IwAR1pxOAPWonOI6mBNeH0DTl77gvTzS3LzmNt_OvKPOe3TVOTRI–8tf5Toc, url consultata il 4.2.2020.

[5] C. Giunta, , Il sole 24 ore, 1 settembre 2019, https://www.laterza.it//images/stories/pdf/9788858136881_sole24ore.pdf, url consultata il 4.2.2020.