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Formarsi sulla didattica della Shoah: un ventaglio di esperienze

Formarsi sulla didattica della Shoah: un ventaglio di esperienze

Il prisma di ingresso al Museo dell’Olocausto dello Yad Vashem
By Andrew Shiva / Wikipedia, CC BY-SA 4.0, Link

Abstract

Dopo l’emanazione della legge istitutiva del Giorno della memoria, si sono moltiplicate le occasioni di formazione offerte ai docenti di tutti gli ordini e gradi di scuola sulle tematiche legate alla Shoah. Il Miur sta investendo risorse per consentire ai docenti di frequentare corsi di altissimo livello presso istituzioni internazionali di riconosciuta competenza. Senza la pretesa di fare una disamina completa di quanto offerto al mondo della scuola, con questo intervento ci si propone di raccontare, dal punto di vista parziale e soggettivo di un qualsiasi docente, le esperienze di formazione vissute in prima persona presso lo Yad Vashem di Gerusalemme, il Memorial de la Shoah (nei corsi di primo e secondo livello a Parigi e Berlino) e in recenti occasioni formative in Italia e in alcuni paesi dell’Est Europa.

Didattica della Shoah: le prime esperienze in Italia

Qualche anno fa, Alessandra Chiappano, che fu anche comandata presso la sede nazionale dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (d’ora in poi Insmli, ovvero l’attuale Istituto nazionale Ferruccio Parri), dedicò un lungo e prezioso intervento per fare il punto su La didattica della Shoah in Italia. Era il 2005. L’articolo, ricco di riferimenti e osservazioni, è ancora reperibile online[1]. In esso, Chiappano ricordava come le prime sperimentazioni, scaturite dalla lettura di Primo Levi e del diario di Anne Frank, fossero iniziate nel corso degli anni ’70 e come avessero subito una prima accelerazione dopo l’uscita della miniserie Olocausto (USA, 1978), trasmessa dalla Rai nel 1979. Negli anni ’80, Aned e Regione Piemonte iniziarono a promuovere concorsi tematici che premiavano i vincitori con «viaggi della memoria» ad Auschwitz[2]. Tuttavia, fino al decreto Berlinguer (681/1996)[3] e all’istituzione dell’obbligatorietà dello studio del Novecento nell’ultimo anno del percorso scolastico, vi fu molta resistenza a trattare la contemporaneità a scuola, nel timore di «fare politica» anziché storia[4]. Dal 1996 in poi, finalmente, crebbe nelle scuole l’interesse per la Shoah e si moltiplicarono iniziative e ricerche, anche negli archivi scolastici, sui temi delle leggi razziali e dei loro effetti su insegnanti e studenti ebrei.

1998: il sessantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali

Il 1998 fu un anno importante. In occasione del sessantesimo anniversario dall’emanazione delle leggi razziali, l’allora Presidente della Camera Luciano Violante promosse la pubblicazione di uno studio ad esse dedicato[5] e presso la stessa Camera dei deputati, il 3 dicembre 1998 si svolse una giornata di studio, promossa in collaborazione con l’Insmli e il Ministero della Pubblica Istruzione, dal titolo L’invenzione del nemico. Sessantesimo anniversario delle leggi razziali[6]. Nei tre anni successivi, il Ministero della Pubblica Istruzione lanciò su scala nazionale il progetto I giovani, Il Novecento e la memoria, che permise di sviluppare nelle scuole e su tutto il territorio nazionale una gran mole di ricerche, spesso supportate da agenzie educative come la Fondazione Cdec, l’Aned, l’Insmli stesso.

1998: nasce la Task Force for International Cooperation on Holocaust Education, Remembrance and Research

Ma il 1998 fu anche l’anno della creazione, su impulso del primo ministro svedese Göran Persson, della Task Force for International Cooperation on Holocaust Education, Remembrance and Research[7], col compito di rafforzare l’educazione all’Olocausto e alla memoria, non solo nei paesi promotori – fra cui l’Italia, che nel 2018 è tornata a riassumerne la presidenza, affidata a rotazione ai paesi membri – ma soprattutto nei paesi dell’est che si trovavano impegnati, dopo la caduta del muro di Berlino,  in un difficile processo di ricostruzione della loro storia passata. In quest’ottica, all’interno della Task Force si diede avvio a progetti che avevano come obiettivo principale la formazione degli insegnanti sul tema della Shoah, la traduzione di testi scolastici ad hoc, il recupero e la conservazione dei luoghi della memoria. La Task Force si impose all’attenzione internazionale durante il Forum sull’Olocausto svoltosi a Stoccolma dal 26 al 28 gennaio 2000, cui parteciparono sette capi di governo e quarantasette delegazioni da tutto il mondo. In quella sede i rappresentanti dei governi presenti sottoscrissero la Dichiarazione di Stoccolma[8], con la quale i singoli paesi si impegnarono a: promuovere e implementare l’educazione all’Olocausto; istituire in ogni paese un giorno della memoria; preservare e mantenere la memoria della Shoah; promuovere l’apertura di tutti gli archivi. All’interno della Task Force venne costituito un Education Working Group, composto da pedagogisti ed educatori esperti nel campo della didattica della shoah, che elaborò le Linee guida per l’insegnamento della shoah nelle scuole, nell’intento di rispondere a tre quesiti fondamentali: perché insegnare l’Olocausto; cosa insegnare sull’Olocausto; come insegnare l’Olocausto[9].  

2000: l’istituzione del Giorno della memoria

Si arrivò così, anche in Italia, con la legge n. 211 del 20 luglio 2000[10], all’istituzione di un Giorno della memoria. La scelta, come in molti altri paesi europei, cadde sul 27 gennaio[11]. Nello stesso anno, grazie ad accordi bilaterali tra i governi italiano e israeliano, una prima selezione di 20 docenti italiani, (fra cui Chiappano stessa), vennero ospitati presso lo Yad Vashem di Gerusalemme, per un corso intensivo di ben 120 ore. Grazie all’istituzione del Giorno della memoria, si moltiplicarono del resto iniziative e opportunità di formazione anche sul territorio nazionale. Nell’impossibilità di dar conto di tutte[12], ricordiamo solo come la rete degli istituti legati all’Insmli, grazie al lavoro dell’Istituto di Ravenna in collaborazione col Comune di Bagnocavallo, fra il 2002 e il 2008 svolse ben sette edizioni di un seminario residenziale sulla didattica della Shoah dal titolo Futuro antico. Nel 2008 prese anche avvio la collaborazione fra il Comune di Rimini e il Memorial de la Shoah di Parigi[13].

I protocolli d’intesa del Miur per la formazione dei docenti

Dopo il promettente avvio nel 2000, l’invio di docenti in formazione presso lo Yad Vashem non ebbe la continuità che ci si era auspicati in sede di accordi bilaterali. Fino al 2005, complici anche i complicati scenari internazionali, ci fu una lunga pausa. Nel 2005, però, lo Yad Vashem creò un Dipartimento Europeo nell’ambito della International School for Holocaust Studies (Ishs)[14] e, nello specifico, anche un Desk Italia per promuovere progetti educativi rivolti al nostro paese; contestualmente si riattivarono i seminari, che si svolsero nel 2005, nel 2007, nel 2009, nel 2010[15]. Nel 2011, infine, il Miur firmò un protocollo d’intesa con lo Yad Vashem, per l’organizzazione di tre seminari all’anno rivolti agli educatori italiani, della durata di una settimana ciascuno, uno dei quali finanziato in toto dal Miur stesso. Nel 2016 fu invece siglata la convenzione fra il Miur e il Memorial de la Shoah Italia, per incentivare la partecipazione degli insegnanti italiani ai corsi di aggiornamento storico sulla Shoah e sui genocidi del Novecento organizzati a Parigi e Berlino[16]. La collaborazione fra Miur e Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei), risalente ancora al 2001 con l’istituzione del concorso per le scuole I giovani ricordano la Shoah[17], fu ridefinita con convenzione nel 2014 e successivo protocollo d’intesa del 2015, che impegnano a promuovere non solo il concorso e la relativa mostra itinerante, ma altre iniziative di comune interesse come l’attivazione e gestione del portale scuolaememoria[18] e, dalla primavera di quest’anno, di un seminario nazionale di formazione degli insegnanti dal titolo Passaggio di testimone: la memoria della Shoah dai sopravvissuti alle pratiche scolastiche[19]. Fra i partner del Miur è stata infine inclusa, a seguito di protocollo d’intesa firmato nel 2017, la Fondazione Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah (Meis)[20]. Il Miur ha dunque dispiegato negli anni un notevole impegno, anche di risorse, nella formazione degli insegnanti italiani. Chi scrive ha avuto l’opportunità di frequentare una o più di queste occasioni formative. Senza la pretesa di fare una disamina completa di quanto offerto al mondo della scuola, con questo intervento ci si propone di raccontare, dal punto di vista parziale e soggettivo di un docente interessato a queste tematiche[21], le esperienze di formazione vissute in prima persona presso lo Yad Vashem di Gerusalemme, il Memorial de la Shoah, nei corsi di primo e secondo livello a Parigi e Berlino e in recenti occasioni formative in Italia e in alcuni paesi dell’est Europa.

Formarsi allo Yad Vashem di Gerusalemme

(Nadia Olivieri) 

Lo Yad Vashem[22] è l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele, istituito nel 1953 per «documentare e tramandare la storia del popolo ebraico durante la Shoah preservando la memoria di ognuna delle sei milioni di vittime», e per ricordare e celebrare i non ebrei di diverse nazioni «che rischiarono le loro vite per aiutare gli ebrei durante la Shoah» (al 1° gennaio 2018 i cosiddetti «Giusti fra le nazioni» erano 26 973 di 51 paesi diversi). Il complesso dello Yad Vashem, posto sul Monte Herzl di Gerusalemme, comprende oggi: gli archivi storici, una biblioteca, gli istituti di ricerca sulla Shoah, la scuola per gli studi sull’Olocausto, il Museo storico dell’Olocausto, il «Giardino dei giusti» e numerosi memoriali e spazi museali e espositivi[23].

La fiamma eterna e il memoriale alle vittime dei campi di concentramento. By MrbrefastOwn work, CC BY-SA 3.0, Link

 

La Scuola internazionale per gli studi sulla Shoah

Nasce nel 1993, quando lo Yad Vashem decide di affiancare alla commemorazione e al ricordo, anche l’educazione, la documentazione, la ricerca, la divulgazione e lo studio sulla Shoah. È un punto di riferimento internazionale nello studio della Shoah: conta duecento educatori, migliaia di professionisti e studenti impegnati ad «integrare la ricerca accademica con le necessità pedagogiche», diciassette classi multimediali, un centro multimediale, un centro pedagogico e un auditorium. Si trova nell’area nord dello Yad Vashem, accanto all’Istituto internazionale di ricerca sull’Olocausto e alla biblioteca, in una grande area, separata da tutta l’area museale. Nel 2005 Yad Vashem fonda il Dipartimento europeo della scuola internazionale per gli studi della Shoah e stipula accordi con diverse istituzioni statali ed organizzazioni non-governative per sviluppare programmi di istruzione sulla Shoah pensati ad hoc per ogni diverso contesto nazionale. L’attività della Scuola include la produzione di materiali didattici in diverse lingue e per diverse fasce d’età e organizza seminari full immersion per educatori. Come già detto, il Dipartimento prevede da subito un Desk Italia dedicato ai docenti italiani. Gli scambi con l’Italia erano del resto già iniziati in precedenza. 

La mission della Scuola

Il sito dello Yad Vashem spiega, a proposito degli scopi che si prefigge la Scuola:

Gli insegnanti che desiderano trasmettere ai loro studenti i valori di questo importante capitolo della storia umana devono prima intraprendere loro stessi un percorso didattico, al fine di costruire un saldo bagaglio di conoscenze. Dopo aver acquisito le informazioni necessarie e dopo essersi sentiti pronti ad occuparsi di questo tema, è nostro compito quello di presentare loro vari approcci di come insegnare la Shoah. I metodi didattici e il materiale pedagogico del nostro Istituto forniranno agli insegnanti strumenti preziosi per insegnare la Shoah alle giovani menti del 21mo secolo»[24]

Compito della scuola è dunque quello di fornire solide conoscenze storiche e strumenti didattici spendibili in classe. 

Formarsi allo Yad Vashem: il «percorso didattico»[25]

Il percorso formativo predisposto per gli insegnanti prevede una impegnativa full immersion. Le giornate di formazione iniziano fra le 8.30 e le 9.00 del mattino e terminano fra le 16.30 e le 18.30 del pomeriggio. Si svolgono tutte all’interno del perimetro del complesso dello Yad Vashem. Presso la Scuola internazionale ogni gruppo lavora in un’aula «dedicata». Più gruppi, di diversi paesi, sono ospitati contemporaneamente, ma ricevono un’attenzione specifica e non hanno occasioni di interazione fra loro. La giornata alterna lezioni frontali e workshop svolti nell’aula, con visite alle diverse parti del complesso dello Yad Vashem. Il venerdì e il sabato, coincidenti con il fine settimana israeliano, vengono invece organizzate uscite sul territorio[26].

Formarsi allo Yad Vashem: le conoscenze

Una prima preoccupazione del Centro di formazione è assicurarsi che i docenti abbiano un’adeguata informazione sull’ebraismo e sugli aspetti storici della Shoah. Il primo aspetto viene introdotto con l’incontro con un rabbino. L’approfondimento storico è stato invece affidato in parte a lezioni frontali, in parte alla visita del bellissimo Museo storico dell’Olocausto. I temi affrontati nelle lezioni frontali sono stati, nel mio caso: l’Olocausto in Italia; il ruolo dei ghetti nell’Olocausto; chi diede l’ordine? Passaggi chiave nell’evoluzione dell’Olocausto; il ritorno alla vita dopo l’apertura dei campi; l’antisemitismo contemporaneo. 

Formarsi allo Yad Vashem: gli strumenti didattici

La Scuola si propone però anche di fornire strumenti didattici che permettano di affrontare la tematica della Shoah in classe. Esperti della Scuola hanno elaborato percorsi didattici per le varie fasce d’età, che ci sono stati illustrati in parte ancora con metodologie frontali, in parte sotto forma di workshop più laboratoriali. I percorsi sono tutti reperibili sul sito dello Yad Vashem[27]. Fra le varie proposte «pronte all’uso» ci sono state presentate e illustrate quelle destinate agli alunni più giovani: La valigetta di Tommy (scuola dell’infanzia, primi anni primaria) e Volevo volare come una farfalla (8-10 anni). Alcune di quelle rivolte agli alunni più grandi sono state invece in parte spiegate, ma anche fatte sperimentare sotto forma di workshop. Si tratta dei percorsi La figlia che avremmo sempre voluto. Storia di Marta (età 10-12); Vita quotidiana nel Ghetto di Varsavia (secondaria) e Il trasporto (secondaria). Una parte degli approfondimenti didattici è stata dedicata agli «altri linguaggi», non solo a quelli artistici – ovvero a come insegnare la Shoah attraverso la poesia, le immagini, i dipinti – ma all’uso della testimonianza nella didattica della Shoah. Se da un lato abbiamo avuto la possibilità di ascoltare in classe la voce della testimone Susanna Cassuto Evron, dall’altro, dopo la visione del documentario Possa il tuo ricordo essere amore: la storia di Ovadia Baruch, ci è stato spiegato come utilizzare didatticamente le testimonianze, purtroppo sempre più necessariamente affidate a registrazioni audio e video. 

Formarsi allo Yad Vashem: filosofia pedagogica e pedagogia della Shoah

Tutto l’impianto formativo della Scuola è sostenuto da una filosofia pedagogica che ci è stata illustrata all’inizio del percorso. Un primo, fondamentale, principio sta nella centralità dell’uomo nella narrazione storica. La storia della Shoah è una storia umana, fatta da individui che si sono trovati davanti a dilemmi morali e a scelte difficili. Occorre trovare il posto di ciascuno: non solo ad ogni vittima che va sottratta all’anonimato dei grandi numeri (Yad Vashem, appunto), ma anche ai carnefici, agli «spettatori» e, naturalmente, ai «Giusti fra le nazioni». Allo Yad Vashem si sostiene, inoltre, che la storia della Shoah può essere affrontata a qualsiasi età, purché si scelga un approccio appropriato. In Israele la Shoah fa parte della narrazione collettiva quotidiana. Con i bambini e i ragazzi va affrontata in modo lento e graduale, secondo un «modello a spirale» che parte dalla storia dell’individuo, per ampliarsi via via alla famiglia, alla comunità di appartenenza, alla narrazione storica generale. Con i bambini più piccoli va posta attenzione a evitare l’insorgenza di traumi: risparmiare la descrizione dell’orrore, fornire «àncore di sicurezza» nelle storie di deportazione (il papà di Tommy che pensa per lui un futuro; saldare il prima e il dopo dell’evento traumatico) o presentare esperienze di sopravvissuti. Con i ragazzi più grandi si introducono via via elementi storici più approfonditi e sempre più complessi. In ogni caso vanno evitate le banalizzazioni.

Lo studio della Shoah va oltre la conoscenza storica

Lo studio della Shoah come esperienza umana si estende oltre i confini della disciplina storica. Per comprendere l’aspetto umano degli attori di quell’evento storico lo sguardo va allargato all’arte, alla letteratura, alla musica, alla filosofia dell’epoca. Il linguaggio artistico è anche un canale privilegiato per lavorare su aspetti emozionali e favorisce l’empatia con le vittime. Nella didattica va favorito e incentivato, per questo, un approccio quanto più possibile multidisciplinare. Nei percorsi didattici da proporre in classe vanno infatti tenuti presenti tutti e tre gli ambiti di sviluppo personale degli allievi: non solo quello cognitivo, ma anche quelli emotivo e morale. Fra i compiti degli insegnanti vi è infatti l’educazione morale degli allievi, perché non è sufficiente sapere per essere socialmente competenti. L’incontro dello studente con il passato e con i suoi dilemmi etici sarà interiorizzato e negli anni contribuirà a formare la sua identità ed etica personale. Ecco allora l’utilità di porre gli studenti davanti ai «dilemmi morali» che hanno riguardato tutte le categorie di attori: non solo le vittime e i carnefici, ma anche gli spettatori, la cui indifferenza è carica di responsabilità[28]. Per quanto riguarda la sfera emotiva, ciò che occorre perseguire è l’empatia, che può nascere dall’avvicinamento alle storie personali, che vanno tuttavia inserite nel complesso e variegato mondo delle comunità ebraiche europee. La storia della Shoah è spesso ridotta, infatti, al durante, quasi dimenticando che è esistito prima, ma anche un dopo. Occorre dunque partire dagli ebrei prima della Shoah, occuparsi della normalità, conoscere il loro mondo scomparso e conoscere la tragedia della Shoah. E porsi la questione del dopo per i sopravvissuti. In ogni caso va evitata assolutamente ogni forma di identificazione degli allievi con le vittime.

Un bilancio personale

Il percorso formativo allo Yad Vashem è un’esperienza professionale arricchente non solo sul piano cognitivo, ma più in generale sul piano personale. Insostituibile il luogo stesso di svolgimento, che permette di calarsi nella realtà ebraica non solo da un punto di vista teorico, ma anche in un «quotidiano» diverso da quello italiano. Una salutare esperienza da «minoranza religiosa» che aiuta a calarsi in un diverso punto di vista e che si tramuta in una maggiore comprensione della complessa realtà politica e sociale di Israele oggi[29]. L’organizzazione del percorso formativo, che ricalca l’impianto filosofico e pedagogico su esplicitato, permette di sperimentare in prima persona la valenza didattica di un apprendimento multidisciplinare che non trascura, anzi, enfatizza, l’aspetto emotivo dell’apprendimento stesso. Peccato che la necessità di comprimere in un tempo limitato le molte conoscenze che si volevano trasmettere (peraltro non nuove a chi abbia già approfondito in precedenza l’argomento e il periodo storico) abbia portato a un approccio in aula piuttosto frontale, con troppo poco spazio lasciato all’interazione coi formatori.

 

Formarsi al Mémorial de la Shoah di Parigi

(Chiara Nencioni)

Per comprendere bene le attività del Mémorial de la Shoah di Parigi è necessario conoscerne la storia. Esso è infatti l’unico centro di studio e luogo della memoria al mondo a nascere non dopo la Shoah, ma durante essa.  La storia del Mémorial Il Mémorial trova infatti la origine durante la guerra nella Francia occupata il 28 aprile 1943, quando Isaac Schneersohn, industriale d’origine russa, riunisce in un appartamento affittato a Grenoble i responsabili di diverse tendenze della comunità ebraica per creare in clandestinità un fondo di archivio finalizzato a riunire le prove della persecuzione degli ebrei, allo scopo di testimoniare e di domandare giustizia alla fine della guerra. Dopo la riunione a Grenoble, i fondatori di questi fondi di archivi, ormai chiamati Centre de Documentation Juive Contemporaine (Cdjc) cominciano a riunire dei documenti, ma la loro attività è bloccata dall’invasione tedesca nel settembre 1943 della zona che fino ad allora era occupata dagli Italiani. Schneersohn si unisce alla Resistenza e, quando iniziano i combattimenti per la liberazione della Francia, lui e la sua équipe raggiungono Parigi per salvare dalla distruzione e dal sequestro i fondi di archivio provenienti da Vichy e dalla zona di occupazione nazista. Con l’aiuto della Resistenza e di Léon Poliakov, il Cdjc mette le mani sui preziosi archivi dell’ambasciata tedesca, dello Stato maggiore e soprattutto del servizio antiebraico della Gestapo a Parigi. Alla fine delle ostilità, il Cdjc inizia a classificare i suoi archivi al fine di studiare i processi che avevano condotto alla distruzione degli ebrei di Francia. Crea una propria casa editrice, pubblica i  primi lavori sui campi di internamento e si dota, nel 1946, della prima rivista di storia della Shoah: Le Monde Juif. Parallelamente a questo lavoro di storia e di memoria, il Cdjc è sollecitato dal governo francese a trasportare la sua documentazione al processo di Norimberga. Le prove raccolte da Schneersohn contribuiscono alla giustizia internazionale. Questo ruolo è proseguito nei processi dei responsabili e dei complici della soluzione finale in Germania e in Francia; Georges Weller, responsabile scientifico del Cdjc, è chiamato in Israele a deporre al processo Eichmann. Negli anni Ottanta, il Cdjc fornisce documenti relativi alle vicende di Izieu, che hanno permesso di procedere alla condanna per crimini contro l’umanità di Klaus Barbie, il capo della Gestapo di Lione.

La nascita del Mémorial du Martyr Juif Inconnu

Nel 1950, per volere di Schneersohn il centro di documentazione viene trasformato in Mémorial destinato alle vittime della Shoah: Le Mémorial du Martyr Juif Inconnu (Mmji). Il 17 maggio 1953 viene posta la prima pietra su un terreno donato dalla Ville de Paris nel quartiere del Marais, in pieno centro, là dove viveva la maggior parte degli ebrei francesi prima della guerra. Molti paesi europei, fra cui Francia, Belgio, Lussemburgo e Yugoslavia contribuiscono alla costruzione del Mémorial donando opere d’arte per finanziarlo. Quando il capo di governo del neonato stato di Israele, David Ben Gurion, prende consapevolezza che il primo memoriale dedicato alle vittime ebree del nazismo è stato creato a Parigi, decide di erigere il suo proprio memoriale, Yad Vashem, a Gerusalemme con il quale il Mmji instaura un legame privilegiato. Le Mémorial du Martyr Juif Inconnu è inaugurato il 30 ottobre 1956. Ceneri provenienti dai campi di concentramento e dal ghetto di Varsavia son deposte il 24 febbraio 1957 nella cripta del Memoriale. Esso è divenuto monument historique nel 1991. Nel 2004 sono state aggiunte sale di lettura, un museo con una esposizione permanente sulla storia della Shoah, due esposizioni temporanee, un centro archivistico, un luogo di memoria e di  trasmissione, uno spazio multimediale,  un  auditorium  e le Mur des noms, un muro dove sono stati incisi i nomi di tutti gli ebrei deportati dalla Francia. Nel 2012, il Mémorial de la Shoah ha aperto un museo a Drancy, campo di internamento: luogo di storia e di trasmissione, complementare al Mémorial de Paris, ha per vocazione di presentare la storia del campo di transito di Drancy, dal quale sono partiti la maggior parte dei convogli francesi diretti ad Auschwitz[30].  

Dettaglio del Muro dei nomi al Memoriale della Shoah di Parigi.
By JbleveeOwn work, CC BY-SA 4.0, Link

 

Relazioni internazionali del Mémorial de la Shoah

Il Mémorial de la Shoah è anche presente in altre regioni della Francia e all’estero: a Toulouse, dove dal 2016 ha organizzato per i professori la prima Università del sud della Francia; in Polonia, sia con i viaggi della memoria sia con l’Université d’été; negli Stati Uniti, dove propone delle esposizioni temporanee grazie a dei partenariati locali. Il Mémorial de la Shoah è entrato a far parte dell’European Holocaust Research Infrastructure (Ehri)[31], un consorzio internazionale di fondi di archivio, biblioteche, musei, istituzioni di memoria e di ricerca. L’obiettivo principale dell’Ehri è il sostegno alle comunità di ricerca sull’Olocausto attraverso un portale che dia accesso a informazioni sugli archivi e alle collezioni sull’Olocausto in Europa e nel mondo. L’Ehri mette anche a disposizione borse di studio per ricercatori di tutte le nazionalità (dottorandi, dottori di ricerca, archivisti, bibliotecari), al fine di sostenere progetti che aprano nuovi campi di conoscenza della Shoah e permettano un approccio comparativo e transnazionale. 

Le attività per docenti italiani

Il Mémorial de la Shoah dispone dal 2009 di un corrispondente permanente in Italia: Laura Fontana[32]. La formazione continua, il partenariato con alcuni istituti della Resistenza e dell’età contemporanea (in particolare quello di Bergamo), la rete universitaria costituiscono i grandi assi dell’azione del Mémorial nella nostra penisola. Dal 2010, si svolge annualmente il corso destinato a docenti italiani «Penser et enseigner l’histoire de la Shoah», della durata di una settimana, presso il Mémorial de la Shoah a Parigi. Da allora circa 1300 professori italiani hanno preso parte ai seminari organizzati dal Mémorial. «Penser et enseigner l’histoire de la Shoah» è un seminario a carattere residenziale e permanente, promosso dal Mémorial de la Shoah in collaborazione con il Miur. È aperto ad un gruppo  selezionato di  massimo 30 docenti di lingua italiana in servizio presso le scuole secondarie di primo e secondo grado, con precedenza agli insegnanti di storia, e lettere e filosofia. I partecipanti sono coinvolti in un intenso programma di studio attraverso conferenze magistrali affidate a storici e ricercatori europei che trattano temi volti a stimolare il dialogo e la condivisione di esperienze e riflessioni. Alle sessioni di studio si alternano sessioni di taglio più didattico e visite guidate al Mémorial de la Shoah di Parigi e a quello di Drancy. 

La didattica del Mémorial de la Shoah

Il Mémorial de la Shoah ha raccolto e selezionato risorse di diversa natura, messe a disposizione degli insegnanti e degli educatori desiderosi di iniziare il giovane pubblico alla storia della Shoah o di approfondire con i loro allievi un aspetto particolare del periodo della seconda guerra mondiale, della storia della persecuzione e della distruzione degli ebrei di Europa. On line si trovano materiali di archivio, cartine, materiali audiovisivi, una bibliografia selezionata, una filmografia, l’enciclopedia multimediale della Shoah e brochure tematiche. Il materiale didattico e le attività sono differenziate per scuola primaria, secondaria e università. I punti centrali su cui insiste l’approccio pedagogico del Mémorial sono un approccio storico e non solo emozionale, per favorire la comprensione di un fenomeno che deve comunque essere riportato in una sfera interpretativa che sia in grado di spiegarne cause, dinamiche ed evoluzione; l’analisi della Shoah in un contesto più ampio in cui siano presi in esame anche gli altri crimini perpetrati dal Terzo Reich; l’uso critico delle fonti primarie, numerose e diversificate per tipologia; il ricorso a un lessico preciso e «professionale» (ad es. quello usato dai nazisti stessi per «deumanizzare»); l’adozione di una prospettiva transnazionale, al fine di collocare la storia nazionale nell’ambito del panorama europeo e nel contesto più generale della storia europea e mondiale; la comparazione con altri genocidi e violenze di massa del XX secolo al fine di tracciare analogie e differenze, nel tentativo di sviluppare gli anticorpi necessari per riconoscere e combattere le manifestazioni di discriminazione, sopraffazione, razzismo, antisemitismo, intolleranza. Infine, nella pedagogia del Mémorial una particolare rilevanza è data a «come si forma un carnefice».  Sulla base del lavoro di  Christopher Browning[33], si mira a dare gli strumenti per far riflettere gli allievi sull’attitudine ordinaria degli uomini a una disumanità straordinaria, sulla banalità degli assassini e del male[34], sulla sottomissione cieca alla legge e sull’obbedienza all’autorità attraverso l’ideologia e l’indottrinamento, nonché sulla volontà di conformarsi al gruppo. 

Comparare la Shoah

Punto centrale nella didattica del Mémorial è la comparazione fra la Shoah e altri genocidi del XX secolo (quello degli Armeni, quello accaduto 25 anni fa in Rwanda, e quello a danno dei Bosniacchi durante le guerre balcaniche). Infatti il Mémorial ha avviato attività didattiche anche su questi altri genocidi (compreso quello degli Herero e Nama), ha allestito mostre tematiche, svolto viaggi della memoria e tenuto seminari anche nei luoghi in cui i genocidi sono stati perpetrati, ad esempio in occasione del centenario del genocidio armeno e dei 25 anni da quello in Rwanda. Partendo dal genocidio del popolo armeno che, durante la Prima guerra mondiale, è stato attuato dall’Impero ottomano con un bilancio complessivo circa 1,3 milioni di vittime (su un totale di 2 milioni di Armeni che vi vivevano nel 1914), il Mémorial individua analogie e differenze con la Shoah. Fra le prime: il contesto di guerra (la Prima guerra mondiale per il genocidio armeno, la Seconda per il popolo ebraico), il considerare l’altro popolo come un «tumore interno», il retroterra del darwinismo sociale, la creazione di campi di concentramento, la costrizione a marce della morte, infine la diaspora di un intero popolo. Quanto alle diversità: gli ebrei, in quanto accusati di deicidio, avevano patito, già prima dello sterminio, una più marcata esclusione sociale. Essi vivevano, inoltre, in molteplici territori sia in Germania sia nel resto d’Europa, mentre gli Armeni popolavano la loro terra tra la Cilicia e l’Anatolia. Infine, mentre il genocidio degli Armeni non è mai stato riconosciuto dal governo turco e parlarne tuttora è un reato, la Shoah è riconosciuta a livello mondiale e la Germania in primis ha aperto centri di studio, documentazione, ricerca e memoriali ed ha fatto i conti con il suo passato. Analoga metodologia didattica è utilizzata nella comparazione fra la Shoah e il genocidio dei Tutsi in Rwanda, dove dall’aprile al luglio 1994, uomini, donne e bambini sono stati sterminati in massa dagli estremisti Hutu, con un bilancio di circa un milione di vittime in meno di tre mesi (tre quarti della popolazione Tutsi). Si possono osservare punti in comune fra i discorsi dei dirigenti nazisti e quelli hutu per la volontà di sterminare una popolazione fino all’ultimo dei suoi membri, a cominciare dai bambini, mentre è diverso il modo artigianale del genocidio ruandese (persone uccise a colpi di machete)  che contrasta con il modo industriale con cui fu attuato lo sterminio degli ebrei di Europa. 

L’Olocausto come punto di partenza: altre esperienze formative sul «confine difficile balcanico»

Dal momento che uno degli obiettivi del Mémorial è quello di affrontare la Shoah in chiave comparativa, attraverso l’apertura, lo studio e il confronto con altri genocidi, l’Olocausto deve essere un punto di partenza. Può, per esempio, rappresentare un’opportunità importante per approfondire, in una prospettiva transnazionale, la storia della Shoah e delle violenze di massa nei paesi balcanici sottoposti all’occupazione, italiana prima e tedesca poi, di quei territori. Da questo point de départ si arriva a parlare delle guerre nella ex Jugoslavia negli anni ‘90, anch’esse attuate su base etnica (e anche religiosa), con l’obiettivo di stimolare il dialogo, il confronto fra gli insegnanti di più nazioni, interrogando conoscenze e memorie diverse. In quest’ottica, dal 2018 si sono tenuti tre seminari nel «confine difficile balcanico», con il sostegno del programma Europe for Citizens, del Ministero tedesco degli Affari esteri, in collaborazione con la Maison de la Conférence de Wansee. Il primo si è tenuto a Lubiana dal 3 al 6 luglio 2018, dove, per la prima volta, insegnanti croati, sloveni e italiani si sono riuniti per discutere delle politiche genocidarie – non solo quelle a danno della popolazione ebrea – e per dibattere sulla difficile uscita dalla guerra nell’Adriatico settentrionale che continua ad alimentare tensioni in quella regione. Il secondo ha avuto luogo a Zagabria fra il 2 e il 4 ottobre 2018, dove insegnanti di diversa nazionalità (in prevalenza serbi e croati, ma anche 15 bosniaci e 3 italiani), hanno consolidato il dialogo incentrato sulle atrocità di massa durante la Seconda guerra mondiale, creando interazioni fra gli avvenimenti di quell’epoca e i conflitti degli anni ‘90. Il terzo, infine, si è svolto a Trieste fra il 9 e l’11 luglio 2019, grazie al protocollo d’intesa sottoscritto fra il Miur e il Mémorial de la Shoah. Ha accolto 45 docenti provenienti dalla Croazia, dall’Istria e dall’Italia ed è stato incentrato sulla situazione istriana con l’obiettivo di approfondire la storia delle persecuzioni, delle deportazioni e delle violenze di massa perpetrate in una regione di confine come l’Istria, mettendo a confronto esperienze, narrazioni e memorie pubbliche diverse, in un dialogo tra storici, ricercatori ed insegnanti provenienti dai tre paesi confinanti che furono il terreno di politiche repressive e di atrocità contro i civili: fra queste la deportazione degli ebrei e la Shoah, la deportazione e l’internamento degli Sloveni e dei Croati, le violenze delle foibe. 

Le mie considerazioni conclusive

Riassumendo, i punti di forza nella didattica della Shoah del Mémorial sono: la chiave storicistica, perché non ci può essere memoria senza storia e non si può comprendere la Shoah se non nell’ambito della Seconda guerra mondiale; l’impostazione comparativa e l’apertura ad altri genocidi – la Shoah comme point de départ, appunto – e il non considerare la Shoah come riguardante soltanto gli ebrei. Essi sono senz’altro stati le vittime più numerose, ma non le sole: ricordiamo anche Sinti e Rom, oppositori politici, testimoni di Geova, omosessuali, asociali, internati militari.

La formazione del Mémorial de la Shoah a Berlino

(Elena Mastretta) 

A chi abbia già frequentato il corso di primo livello presso il Mémorial de la Shoah di Parigi è offerta la possibilità di seguire un corso di secondo livello, a Berlino, dal titolo «Rethinking and Teaching the Nazism, Ripensare e insegnare il nazismo», che ho potuto seguire nella sua prima edizione. Il titolo denuncia già la sua peculiarità: lo studio del nazismo. L’organizzazione scientifica dell’edizione cui ho partecipato era curata da: Mémorial de la Shoah, Gedenkstätte Haus der Wannsee-Konferenz, Gedenkstätte Deutscher Widerstand, Gedenkstätte und Museum Sachsenhausen, Stiftung Topographie des Terrors, Stiftung Denkmal für die ermordeten Juden Europas, con coordinamento di Laura Fontana per il Mémorial de la Shoah di Parigi. Gli enti coinvolti sono stati sedi delle lezioni, ma anche di visite guidate, approfondimenti, laboratori e la città di Berlino è di fatto diventata il setting formativo. I relatori, nella mia esperienza, hanno vissuto fianco a fianco dei formandi, rispondendo a tutte le domande e prestandosi ad una mobilità con i mezzi pubblici che ha abbattuto una serie di barriere, non solo linguistiche. Le lezioni monografiche sono state tenute da accademici, direttori di Museo, ma anche operatori che incontrano quotidianamente il pubblico, tedesco e straniero, come le guide in lingua italiana, che accolgono le nostre scolaresche. Ci si è confrontati con la realtà di insegnamento di questo tema in Germania e credo si possa affermare che si è tentato, con successo, di offrire agli insegnanti che seguivano il corso un punto di vista su questi argomenti diverso da quello con cui di solito vengono affrontati. Trovarsi nella «culla del nazismo» e in relazione con studiosi tedeschi ci mette brutalmente di fronte alla necessità di considerare la Shoah non sempre e non solo dalla prospettiva delle vittime – con tutto quello che questa scelta, didatticamente, comporta – ma di tenere presente, come spesso si sottolinea anche a Yad Vashem, che in essa ci furono anche carnefici, spettatori, salvatori.

Il pensiero di Laura Fontana

Credo sia importante ricordare quanto ha scritto Laura Fontana, che di questi due seminari è la mente ideatrice, nell’introduzione all’edizione 2013 del seminario di secondo livello:

Nell’Europa occidentale, a distanza di quasi settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, il nazismo occupa indubbiamente una posizione centrale nell’insegnamento della storia del Novecento e nella trasmissione della memoria dei suoi crimini, a incominciare dal genocidio degli ebrei, la Shoah. Sfogliando i manuali scolastici in uso nei licei in Italia come in Francia, la storia della Germania di Hitler, dei campi di concentramento, dello sterminio degli ebrei, pare rivestire un’importanza particolare, almeno a giudicare dal numero di pagine dedicate a tale periodo. Del resto, ogni anno – in particolare attorno al 27 gennaio – il Terzo Reich è al centro di una saggistica, narrativa, produzione cinematografica, teatrale e artistica quanto mai prolifica, tanto che oggi possiamo considerare il nazismo un fenomeno culturale in piena espansione, nonché l’evento di storia contemporanea (insieme alla Shoah che del nazismo è un suo tragico prodotto) più commemorato, dibattuto e reinterpretato al mondo. Eppure, se la storia del nazismo – col suo nesso inscindibile nazismo-Shoah – è diventata un evento centrale nella memoria collettiva, l’ignoranza del grande pubblico resta grande, tanto che di questo fenomeno ci si limita, spesso, a trasmettere un’idea generica di totalitarismo in contrapposizione al comunismo, oppure a farne una metafora del male assoluto e della deviazione della razionalità umana. Così, convinti di sapere già tutto su Hitler e sui lager, molti sfuggono alla comprensione profonda della natura specifica di questo regime politico che affonda le sue radici sia nell’Europa moderna dell’Anti-Illuminismo che in una storia per molti versi specificatamente tedesca (il Sonderweg, il percorso speciale di cui hanno parlato a lungo gli storici?). Un regime che ha pensato il male prima di compierlo e che ha saputo giustificare e condividere il crimine con le masse prima di metterlo concretamente in atto. Pensare il male significa avvalersi del contributo intellettuale di intere categorie di persone (medici, scienziati, demografi, politici, giuristi, scrittori, ecc.) che hanno saputo legittimare e sposare l’idea che sopprimere la vita di una parte dell’umanità fosse la chiave indispensabile per ottenere il benessere di un’altra e, più in generale, dell’intera società. Oggi insegniamo e rappresentiamo il nazismo esclusivamente come repressione e violenza, dimenticando che esso è stato innanzitutto adesione, consenso, seduzione, entusiasmo da parte delle masse. Un consenso che ha iniziato a sgretolarsi solamente negli ultimi anni di guerra e che, per esempio, ha reso difficile una resistenza tedesca ben organizzata e capillare o un’aperta opposizione alla persecuzione degli ebrei. Focalizzare la memoria solo sulla parte buia del fenomeno è, d’altronde, rassicurante. Ci induce a pensare che il nazismo sia stata una vergognosa parentesi nella storia, uno sbandamento della ragione, una sorta di ubriacatura collettiva, impedendoci di comprendere che continuiamo a vivere nella stessa civiltà che ha prodotto Auschwitz e nello stesso mondo che da un lato proclama i diritti umani e commemora la Shoah e dall’altro volta la testa di fronte ai massacri quotidiani in Siria o di fronte a qualunque prevaricazione e violenza ai danni di popolazioni inermi o di minoranze.

Un seminario itinerante che valorizza i luoghi

Molti dei Musei e dei memoriali che sono stati oggetto di studio e visita nella cinque giorni del corso sono molto recenti e la loro costruzione è arrivata alla fine di un dibattito pubblico cui nessuno ha potuto sottrarsi. Da questa operazione sono nati la Topografia del Terrore, il Memoriale degli Ebrei assassinati d’Europa, che sono stati oggetto delle nostre visite insieme alla Casa della Conferenza di Wannsee, all’ex campo di concentramento di Sachsenhausen, al Memoriale della Resistenza tedesca al Nazismo, altra importante tappa utile a comprendere davvero i meccanismi di nascita del nazismo uscendo da stereotipi e false vulgate. Luoghi diversi, ma tutti ricchi di significato e di spunti di discussione da riportare in classe. Il carattere itinerante del seminario permetteva infatti di riflettere su come sia possibile utilizzare la topografia e l’architettura come strumenti di insegnamento civico, oltre che di valorizzazione del passato. Questo, fra i tanti corsi sul tema che ho frequentato, è stato l’aspetto che ho maggiormente apprezzato e che mi fa dire si sia trattata dell’esperienza formativa in assoluto più utile, che mi ha lasciato con più strumenti e risposte, oltre che con la fiducia che una didattica della Shoah sia veramente possibile.

Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa a Berlino. By Stefan Wagner, http://trumpkin.deStefan Wagner, http://trumpkin.de, CC BY-SA 2.0 de, Link

 

Alcune considerazioni

La trasmissione alle giovani generazioni di storie complesse, ed il nazismo è una di queste, rappresenta una sfida educativa irrinunciabile e la formazione degli adulti, che di questo processo sono mediatori, è di fondamentale importanza. Lo sguardo privilegiato sulla memoria del nazismo in Francia, Italia e Germania piuttosto che sulle vittime, come già accennato, è stata la cifra del seminario e, come in altri casi, mi sono trovata a riflettere su come manchi, in Italia, una formazione su queste delicate tematiche, che sono così importanti nella quotidianità non solo per gli insegnanti, ma per tutte le categorie professionali. Lasciare che a formarsi siano quasi solo gli insegnanti significa delegare questa azione educativa e la ricerca degli strumenti per attuarla alla scuola; significa dare l’idea che siano un problema «chiuso», di quelli che si studiano sui libri in linea teorica e che non ci sia alcun legame con l’oggi e con la vita di tutti i giorni. Purtroppo, la cronaca non smette di smentire chi la pensa così[35]. La presenza di altre figure professionali, così diverse, tra i docenti del corso, è stato un aspetto particolarmente arricchente del seminario. Si è trattato, come nel caso di Parigi, al corso che avevo frequentato nell’estate immediatamente precedente, pochi mesi prima di andare a Berlino nel dicembre 2013, di giorni molto intensi, ma questa esperienza diversamente dalla precedente, pur essendo in linea con le scelte metodologiche del Mémorial Shoah[36], a mio avviso, ha una spendibilità più immediata nel lavoro in classe. In particolare, diventa abbastanza naturale pensare all’organizzazione di un viaggio in questi luoghi, che possono aiutare i ragazzi – come hanno aiutato i docenti che hanno seguito la prima edizione del corso – a comprendere cosa davvero è stato il nazionalsocialismo.

Altre occasioni formative in Italia: il primo seminario nazionale sulla didattica della Shoah

Per chiudere, vorrei tornare in Italia. Ad aprile 2019 si è svolto a Milano, presso il Memoriale della Shoah del Binario 21, il primo seminario nazionale sulla didattica della Shoah curato dal Miur in collaborazione con Ucei. Si è trattato di un seminario di due giorni, per il quale ciascuna regione poteva candidare due docenti, scelti sulla base di una griglia di valutazione. Ai due docenti primi nella graduatoria delle diverse regioni venivano riconosciute le spese di trasferta, vitto e alloggio, ma la capienza della sala e il periodo scolastico avanzato hanno comunque permesso a coloro che non richiedessero la gratuità, o non avessero una posizione in graduatoria utile per ottenerla, di iscriversi. Spesso si lamenta che tra i docenti italiani i corsi sulla Shoah e sulla didattica della Shoah siano frequentati da un numero ristretto, in genere non giovanissimo, di insegnanti: in effetti devo riconoscere che tra gli oltre cento docenti che si sono iscritti a questa Summer school ci sono molte delle mie colleghe di corso del 2013, persone che ho poi avuto modo di rivedere in occasioni simili alle quali, è vero, sembriamo non mancare mai. Credo però non si presti abbastanza attenzione a due fattori: la difficoltà degli insegnanti di ottenere, nonostante la legge dica che ci sono cinque giorni a disposizione per la formazione, le giornate necessarie per seguire i corsi, in qualunque periodo dell’anno essi vengano calendarizzati[37]; il problema del costo, più difficile da sostenere da parte dei più giovani[38]. Il convegno nazionale si intitolava «Passaggio di testimone: la memoria della Shoah dai sopravvissuti alle pratiche scolastiche». Le relazioni sono state tenute da esperti provenienti da tutto il territorio nazionale[39] e largo spazio è stato dato al lavoro svolto dai docenti nelle scuole, a partire dalla presenza della mostra itinerante dei lavori vincitori del concorso nazionale «I giovani ricordano la Shoah», che è stata oggetto di una sessione di visita guidata. Lo scopo del seminario era proprio quello di valorizzare le attività delle scuole e dei suoi insegnanti nel difficile compito di tramandare la memoria e stimolare lo studio e la ricerca sul tema. Le due giornate di lavoro hanno compreso lezioni frontali e momenti di confronto all’interno dei quali gli insegnanti sono stati chiamati a dialogare e raccontare le proprie esperienze, un po’ come abbiamo cercato di fare noi oggi con questo intervento e con quello che seguirà, nel quale verrà riscostruito il pluriennale impegno su questa delicata tematica da parte della rete nazionale degli Istituti, iniziando con l’analisi delle pionieristiche iniziative organizzate da Alessandra Chiappano nei suoi anni di comando. Una osservazione che ritengo utile sui contenuti del seminario, che ha trattato del concorso, della mostra itinerante, delle linee guida per la didattica della Shoah del Miur, è l’accento posto sul ruolo dei testimoni: una possibilità sempre più rara, rispetto alla cui sostituzione si discute molto, ma che viene riproposta in ogni occasione in cui è possibile. Trovarsi in un luogo di memoria come il Binario 21 ha caricato emotivamente la formazione e la possibilità di visitare con una guida la mostra dei lavori delle scuole ha permesso un utile momento di confronto con quanto in tutta Italia e in ogni ordine e grado di scuola viene svolto sul tema della Shoah. L’organizzazione di una formazione a livello nazionale con intervento del Ministero era invocata da tempo e io non credo debba porsi in modo concorrenziale a quelle già presenti, ma complementare, andando a colmare eventuali vuoti e declinandosi secondo le specifiche esigenze della storia della Shoah in Italia.

Bibliografia citata:
  • H. Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, Milano, 1964
  • C. Browing, Uomini comuni, Einaudi, Torino 1992
  • Camera dei Deputati, La persecuzione degli ebrei durante il fascismo. Le leggi del 1938, Camera dei Deputati, Roma 1998
  • L. Fontana, Comprendere e insegnare la Shoah: coniugare insegnamento politico e insegnamento morale, 2014 (http://www.fontana-laura.com/2019/08/22/comprendere-e-insegnare-la-shoah/), url consultata il 18 febbraio 2020 .
  • L. Fontana, Verso una memoria europea della Shoah? L’esperienza del Mémorial de la Shoah di Parigi, in Baiardi M. (a cura di), Dopo i testimoni. Memorie, storiografie e narrazioni della deportazione razziale, Viella, Roma 2014
  • E. Mastretta, 16 ottobre 1943: la retata nel ghetto ebraico di Roma, in “novecento.org”, n.9, febbraio 2018 (http://www.novecento.org/calendario-civile/16-ottobre-1943-la-retata-nel-ghetto-ebraico-di-roma-2712/) url consultata il 18 febbraio 2020
  • E. Traverso,  Insegnare Auschwitz. Questioni etiche, storiografiche, educative della deportazione e dello sterminio, Bollati Boringhieri, Torino 1995.

 


Note:

[1] https://archivio.pubblica.istruzione.it/shoah/biblio/articoli/chiappano.pdf.

[2] Ne diede conto Enzo Traverso nel suo libro Insegnare Auschwitz. Questioni etiche, storiografiche, educative della deportazione e dello sterminio, Bollati Boringhieri, Torino 1995.

[3] Scaricabile dal link http://storicamente.org/sites/default/images/figures/2011/sabbatucci/sabbatucci_2011_01.pdf.

[4] Una visione tutt’altro che tramontata. Se in molte realtà scolastiche lo studio del Novecento si arresta ancora alla fine della seconda guerra mondiale – l’Istituto Parri dedicò nel 2015 una Summer school alla storia dell’Italia repubblicana per spingere ad un superamento di questa situazione – proprio sul terreno della didattica della Shoah si è recentemente riaperta la questione della «politica a scuola», riguardo all’invito ad uno scrittore ebreo a portare la propria testimonianza sull’applicazione delle leggi razziali in un istituto superiore del foggiano. Si veda: http://www.ansa.it/puglia/notizie/2018/10/05/polemiche-su-autore-ebreo-a-scuola_d68a4938-9c87-4e4e-b126-b87d03710d1b.html.

[5] Si tratta del volume La persecuzione degli ebrei durante il fascismo. Le leggi del 1938, Camera dei Deputati, Roma 1998.

[6] Programma e interventi sono ancora accessibili online al link  http://www.italia-liberazione.it/novecento/programroma.html

[7] Questa rete internazionale si è ora evoluta nella International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra). Sul sito dell’organizzazione è possibile trovare tutte le informazioni; vd. https://www.holocaustremembrance.com/

[8] La traduzione italiana è al link  https://www.holocaustremembrance.com/it/node/17

[9] Le diverse sezioni delle Linee guida sono ancora accessibili online sul vecchio sito del Ministero della pubblica istruzione al link https://archivio.pubblica.istruzione.it/shoah-itfitalia/ewg.shtml. Con queste stesse domande si apre anche la recente versione delle Linee guida diffuse dal Miur nel gennaio 2018; vd. https://www.miur.gov.it/-/linee-guida-nazionali-per-una-didattica-della-shoah-a-scuola, da cui si può scaricare il documento.

[10] Vd. https://www.camera.it/parlam/leggi/00211l.htm.

[11] La scelta della data suscitò qualche dibattito. Le comunità ebraiche, in particolare, avrebbero preferito che si optasse per il 16 ottobre, giorno della retata nel Ghetto di Roma. Su quel tragico evento si veda l’articolo di Elena Mastretta in questa stessa rivista (http://www.novecento.org/calendario-civile/16-ottobre-1943-la-retata-nel-ghetto-ebraico-di-roma-2712/).

[12] Segnaliamo solo che nell’anno accademico 2005-2006 venne istituito, presso l’ateneo di Romatre, un master di II° livello sulla Didattica della Shoah, mentre nell’anno accademico 2007-2008, presso l’Università Statale di Milano, venne attivato un laboratorio di Storia della Shoah, entrambi ancora attivi.

[13] https://www.comune.rimini.it/comune-e-citta/citta/arengo/memorial-de-la-shoah

[14] La Scuola Internazionale per gli studi della Shoah venne fondata presso lo Yad Vashem nel 1993, con l’intento di affiancare ai compiti fondativi di commemorazione e ricordo, anche l’educazione, la documentazione, la ricerca, la divulgazione e lo studio sulla Shoah. Vd. https://www.miur.gov.it/scuola-e-shoah.

[15] https://www.yadvashem.org/education/other-languages/italian/about-school/desk.html.

[16] L’organizzazione chiarisce che: «Due seminari permanenti si sono costituiti come Università: il primo livello Pensare e insegnare la Shoah si tiene ogni anno a fine maggio a Parigi per la durata di una settimana, mentre il secondo livello si tiene ogni due anni a Berlino la prima settimana di dicembre per 5 giorni. Ad ognuna di queste sessioni sono ammessi su selezione delle candidature massimo 25 partecipanti, con priorità per gli insegnanti di storia» (www.assemblea.emr.it › cittadinanza › img › at_download › file).

[17] Le notizie sul concorso, giunto quest’anno alla 18° edizione, sono tratta da: https://www.scuolaememoria.it/site/it/il-concorso-i-giovani-ricordano-la-shoah/

[18] sito https://www.scuolaememoria.it/site/it/progetto/

[19] https://www.scuolaememoria.it/site/it/2019/04/15/seminario-nazionale-di-formazione-sulle-tematiche-relative-alla-shoah/?rit=articolo–2.

[20] https://www.miur.gov.it/web/guest/-/protocollo-d-intesa-miur-meis. Le partnership sottoscritte dal Miur sono rammentate anche sul sito del ministero, alla pagina https://www.miur.gov.it/web/guest/viewasset/-/asset_publisher/JSNbzntsYmTr/content/i-partner-del-miur?_com_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_JSNbzntsYmTr_groupId=20182

[21] L’accesso alle opportunità formative è mediato e sottoposto a selezione. Vi si accede motivando la richiesta, anche con riferimento ad attività di studio, ricerca o formazione già svolte.

[22] Yad Vashem significa letteralmente «un monumento e un nome». L’Ente si prefigge, infatti, di celebrare e commemorare con un luogo fisico e con un nome letterale, tutti coloro che sono meritevoli di ricordo. Il sito dell’Ente è ricchissimo di informazioni, ma in lingua inglese. In italiano, si può consultare la voce di wikipedia ad esso dedicata: https://it.wikipedia.org/wiki/Yad_Vashem.

[23] Per visite virtuali al complesso dello Yad Vahem si rimanda al sito: https://www.yadvashem.org/

[24] https://www.yadvashem.org/education/other-languages/italian/approach.html

[25] Il racconto a seguire si basa sull’esperienza vissuta in prima persona durante il corso di formazione di 50 ore in Storia e Didattica della Shoah frequentato presso l’Istituto di Studi Superiori per l’Olocausto dello Yad Vashem dal 4 all’11 settembre 2017. Il corso, organizzato in accordo con il Miur, ha ospitato 20 docenti italiani selezionati dagli Uffici scolastici regionali (un insegnante per regione). Al corso è seguito un appuntamento di «follow up» a Roma nelle giornate del 16 e 17 aprile 2018, per altre 15 ore. Il percorso formativo è parzialmente sovrapponibile nei contenuti, ma identico nell’impostazione filosofica e pedagogica, a quello raccontato dalla collega Maria Angela Binetti, che fu allo Yad Vashem nel 2012; vd. http://www.historialudens.it/didattica-della-storia/70-la-didattica-della-shoah.html.

[26] Il mio gruppo ha avuto modo di visitare la città vecchia di Gerusalemme e, durante l’intera giornata di sabato, la fortezza di Masada e una stazione termale sul Mar Morto. Su nostra richiesta, è stato possibile fermarsi brevemente anche presso l’area archeologica di Qumran, luogo di ritrovamento dei celebri «rotoli del Mar Morto».

[27] Si veda https://www.yadvashem.org/education/other-languages/italian/educational-materials.html. Per chi conosce la lingua, è preferibile la consultazione della sezione in inglese, che dispone di un numero maggiore di percorsi rispetto a quella italiana.

[28] Difficile non andare col pensiero alla parola Indifferenza che campeggia all’inizio del Memoriale della Shoah di Milano.

[29] Fin dalla prima lezione, a Scuola viene del resto chiaramente dichiarato che si mira a far comprendere il punto di vista israeliano sulla Shoah. Si può spiegare così la sottolineatura del carattere di unicità della Shoah e una certa stereotipicità nelle narrazioni biografiche, presentate secondo lo schema suggerito anche per i percorsi didattici: racconto della quotidianità prima della Shoah; la discriminazione e la persecuzione; il ritorno a casa del sopravvissuto, con l’immancabile accento posto sulla formazione di una propria famiglia e la nascita di molti figli e nipoti, vera vittoria ebraica sul tentativo di annientamento nazista. Si percepisce chiaramente come la Shoah rappresenti il racconto fondativo dell’identità nazionale israeliana.

[30] http://www.memorialdelashoah.org/le-memorial/qui-sommes-nous/histoire-du-memorial-de-la-shoah.html

[31] https://portal.ehri-project.eu/

[32]  http://www.fontana-laura.it/

[33] Browing Ch., Uomini comuni, Einaudi, Torino 1992

[34]Arendt H., La banalità del male, Feltrinelli, Milano, 1964

[35] Non ovunque la situazione è la stessa. A Yad Vashem è normale incontrare militari israeliani e docenti di varie nazionalità che seguono i seminari, anche se vi è stato illustrato in precedenza che non esiste uno schema universale di corso proposto ad ogni utenza. E non può che essere così, se si tiene conto delle storie nazionali dei paesi di provenienza dei corsisti. Per quanto riguarda la Francia, «dal 2010, a seguito di un accordo stipulato l’anno precedente con la Prefettura di Polizia di Parigi, le reclute della polizia, a qualunque grado esse appartengano, e in servizio nell’area parigina, hanno l’obbligo di frequentare un seminario di formazione della durata di due giorni, presso il Mémorial de la Shoah, centrato sulla persecuzione e deportazione degli ebrei francesi, ovvero interrogando [studiando] il comportamento della polizia francese sotto occupazione e sotto Vichy. Formazioni [Attività di formazione] analoghe, seppur non obbligatorie, vengono realizzate periodicamente anche con i giornalisti e permettono di riflettere su come l’informazione sulla politica antisemita della Germania nazista e dei suoi collaboratori venne divulgata all’epoca dei fatti, sul livello di adesione al nazismo da parte dei rappresentanti degli organi di informazione, sulla responsabilità e moralità degli intellettuali, ecc. Infine, sono stati effettuati anche alcuni seminari rivolti a giudici, magistrati e giuristi, intesi a dibattere la questione dell’obbedienza al potere, dell’obiezione di coscienza di fronte a leggi ingiuste, e soprattutto il ruolo della legge nella persecuzione degli ebrei»; cfr. Laura Fontana, Verso una memoria europea della Shoah? L’esperienza del Mémorial de la Shoah di Parigi, in Baiardi M. (a cura di), Dopo i testimoni. Memorie, storiografie e narrazioni della deportazione razziale, Viella, Roma 2014, pag. 288.  Il saggio di Fontana è scaricabile a questo link https://www.assemblea.emr.it/cittadinanza/archivio-progetti/2017/percorsi-sulla-memoria/FontanaVersounamemoriaeuropeadellaShoah.pdf/at_download/file

[36] Lo studio della Shoah viene affrontato sotto diverse prospettive sia tematiche (cinema, letteratura, testimonianza, ecc.) che geografiche, includendo anche lo studio della Shoah in paesi dell’Est Europeo e utilizzando una prospettiva comparativa con altri genocidi o con altri crimini contro l’umanità.

[37] Il Parri nazionale prova da diversi anni ad organizzare la Summer school venendo incontro alle esigenze degli insegnanti, ma esse sono così diversificate negli impegni di servizio, anche per i mesi di luglio e agosto, che trovare un periodo consono a tutti è di fatto impossibile.

[38] Non possiamo non rilevare che il numero di partecipanti alle Summer school delle rete nazionale è aumentato negli anni anche grazie al bonus docenti, che permette di pagare un pacchetto che comprende quasi tutte le spese e di cui molti dei presenti hanno fruito, probabilmente programmando per tempo la loro partecipazione in modo da avere ancora la cifra necessaria a disposizione sul bonus.

[39] Il programma del seminario è consultabile qui http://www.cdec.it/public/SeminarioMilano15-16.04.PROGRAMMA.pdf

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Titolo: Formarsi sulla didattica della Shoah: un ventaglio di esperienze
DOI: 10.12977/nov311
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Numero della rivista: n.13, febbraio 2020
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo: , and , Formarsi sulla didattica della Shoah: un ventaglio di esperienze, Novecento.org, n.. 13, febbraio 2020. DOI: 10.12977/nov311

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