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Come cambia la storia nell’era digitale

Dossier @storia: la storia nell’era digitale, pubblicato sul numero 1, dicembre 2013.

Relazione sull’intervento di Serge Noiret: Come cambia la storia (ricerca, scrittura, divulgazione, ecc.) nell’era digitale

Nel corso di una ventennale esperienza di lavoro legato alla didattica e alle biblioteche, nell’ambito della storia digitale, Serge Noiret propone una panoramica dei profondi cambiamenti che hanno interessato la scienza storica e la sua divulgazione.

Per capire cosa è cambiato, si può fare un paragone con ciò che sta succedendo a livello politico, in quanto la rete sta operando un cambiamento che la Public History conosce da 12 anni: da quando il web è passato a 2.0 ed è diventato partecipativo, la politica sta diventando la politica di ognuno. Roy Rosenzweg (Center for History and New Media, George Mason University, Virginia) uno dei padri della storia digitale, aveva scritto che la rete permetteva la storia di ognuno.

Si delega sempre più alla gente la dimensione professionale di storia e politica: chi si occupa di storia e di politica è nella condizione di porsi necessariamente il problema di avere la capacità professionale di dominare il cambiamento.

La dimensione del cambiamento è imponente, se si sceglie di stare fuori da quello che il digitale offre, non è possibile capire il mondo, correndo il rischio di perdere il contatto con le nuove generazioni, che sono immerse in una cultura diversa. Nella scuola esiste una cesura tra un nuovo mondo e un mondo passato che è sempre presente e insegna, che ha potere, possiede i contenuti della comunicazione e la possibilità di dettare ancora le forme della didattica.

L’avvento del digital turn e la necessità di dominare le nuove tecnologie per la storia

Con l’avvento del digitale viviamo dunque una nuova querelle degli antichi e dei moderni, che non è solo prerogativa della provincia italiana, è presente anche negli Stati Uniti, dove la riflessione è a uno stadio diverso rispetto all’Italia e la Digital History ha 10 anni di esperienza in più. Negli istituti di ricerca statunitensi c’è un dibattito molto acceso per riflettere sulla natura della storia digitale, per proporre nuove tecnologie, accedere ai finanziamenti. Le associazioni storiche americane, a cominciare dall’American Historical Association, sono alle prese con discussioni importanti al loro interno sulla capacità di utilizzare e dominare nuove tecnologie per fare storia.

Questo cambiamento si può definite un digital turn che ha portato gli storici ad una profonda riflessione epistemologica, paragonabile a quella epocale della fine dell’Ottocento, che verteva sugli strumenti della scienza storica. E’ disponibile un testo, Atlas of European Historiography (cfr. Atlas of European Historiography. The Making of a Profession, 1800-2005. Edited by Ilaria Porciani and Lutz Raphael, Palgrave Macmillan, London 2010), che mappa tutti questi cambiamenti in Europa sotto la pressione della storiografia nazionale, degli archivi, di tutto il patrimonio culturale che coinvolse il processo di costruzione della nazione, ma anche la costruzione del mestiere storico. Esattamente un secolo dopo, con l’avvento del digitale e con la nascita della rete, (il web nasce nel 1991 da una intuizione di Bernes Lee, ma solo nel 1995-’96 le maggiori università si dotano di siti web) si verifica il passaggio dai cataloghi cartacei delle biblioteche a quelli digitali, un primo grande cambiamento di modalità di pensare il contatto con la ricerca e con le fonti. Cambiano le modalità di accesso e approccio agli strumenti che oggi possiamo trovare in rete offrendo nuove opportunità per la ricerca e la didattica. Vengono lasciate sullo sfondo le grandi ideologie che hanno accompagnato la storia del dopoguerra, che hanno fatto la storia dei partiti politici, per ripensare gli strumenti.

La digitalizzazione del patrimonio archivistico e bibliotecario per la didattica e la ricerca: opportunità e problemi

Che cosa troviamo in rete? Gino Roncaglia, (Università di Viterbo) è il primo a mettere totalmente in rete un manuale già dall’inizio del 2000. Il primo esempio della messa in rete delle informazioni determina il delinearsi del problema di filtrare questa massa di informazioni che possono servire a vari livelli: la didattica, la ricerca, la scrittura, la codifica delle fonti, la strutturazione del materiale che abbiamo nelle nostre istituzioni culturali. La differenza tra un archivio, una biblioteca e un museo si sta progressivamente assottigliando

In rete c’è anche informazione libera, con cui veniamo in contatto quasi immediatamente, che non è indicizzata, che pone molti problemi ma non per questo non deve essere trattata. Vi è poi un’informazione che viene curata dagli operatori culturali che viene arricchita da metadati. E’ la conoscenza che permette di accedere alla conoscenza ed è quello che viene definito web semantico, che grazie ai dati sui dati, permette di mettere insieme professioni come operatore di musei, archivista, bibliotecario. Queste professioni si trovano tutte insieme in un progetto come Europeana, che permette di far convergere la conoscenza europea digitalizzata, progetto molto evoluto che anche in USA si sta cercando di realizzare ma che ancora non esiste.

Tuttavia la documentazione digitale ha un certo numero di caratteristiche delle quali bisogna tener conto, come, ad esempio, la perdita di autenticità. Inoltre, mentre il materiale analogico ha una sua consistenza tangibile, il materiale digitale può essere born digital, oppure una scansione del materiale analogico, cioè, come è stato definito nel dibattito tra medievisti, una metasource o metafonte. Nel passaggio al digitale e nei passaggi ulteriori del materiale digitalizzato, si ha una inevitabile perdita di integrità. Vi è poi una perdita di identità, vi è una volatilità, che però è minore di ciò che si pensa, perché un documento informatico lascia sempre una traccia nella rete e spesso si può reperire, cosa che non è possibile in caso di perdita di documenti analogici. Tutte queste caratteristiche non evidenziano criticità al fine di dare una connotazione negativa alla documentazione digitale, ma devono essere conosciute e dominate.

Estratto video: la storia digitale

Virginia, 1999: Edward L. Ayers, il sito The Valley of the Shadow e la nascita della storia digitale

La storia digitale è un concetto recente, definito per la prima volta nel 1999 da Edward L. Ayers, Preside della University of Virginia, che ha creato il primo sito web importante, The Valley of the Shadow, in cui si ricostruisce la storia di una contea in Virginia, divisa tra Nord e Sud durante la guerra civile. Nel sito si trovano fonti, storiografia, l’interpretazione di fonti e storiografia, mappe, animazioni, documenti ottenuti dalla gente della contea, in pratica dominando ciò che si trova in rete attraverso il mestiere dello storico. Significativo è, poi, uno straordinario rapporto del dicembre 2012 (cfr. Supporting the Changing Research Practices of Historians, Jennifer Rutner Roger C. Schonfeld, December 10, 2012, scaricabile su Ithaka ) sullo stato della scienza storica negli USA su chi insegna, chi studia, chi fa la ricerca, chi si occupa di biblioteche o archivi e le utenze dei siti tutto quello che si dovrebbe fare per dominare il cambiamento.

Nuove fonti per la storia: la Web History e le diverse prospettive di ricerca

Un altro aspetto è la criticità dei contenuti di rete: una importante fonte dell’era digitale è il sito web in se’. Si può fare la storia con i siti: la Web History, un nuovo modo di vivere il mestiere dello storico. Ci sono strumenti che permettono di risolvere il problema della volatilità, delle varie lingue ecc esiste Internet archive il primo archivio della rete che dal 1996 dà le copie successive dei siti web da cui è possibile vedere come si evolve ad esempio un partito, un sito del governo, vedere le versioni archiviate e farne una edizione critica. Sui siti è tuttavia necessario fare alcune riflessioni: su Google i siti non sono indicizzati in base al loro valore, o al loro contenuto. E’ compito degli educatori, di chi insegna fornire gli strumenti critici per operare le scelte.

Interdisciplinarietà delle Digital Humanities come sviluppo della scienza storica e la storiografia digitale

In rapporto con la Digital History è al nuova disciplina delle Digital Humanities ambito disciplinare in cui si continua ad investire (Gran Bretagna) perché pone ancora nuove domande metodologiche ed epistemologiche della transdisciplina: c’è l’idea delle materie umanistiche che mettono insieme e combinano diverse discipline. La transdisciplinarietà presuppone la possibilità di sviluppare gli strumenti stessi della ricerca e dell’insegnamento e ci sono molte facoltà e dipartimenti che creano e offrono strumenti in open sources, softwere per l’insegnamento e l’apprendimento. E’ un livello alto, c’è l’opportunità di dominare la disciplina anche dall’interno.

D’altra parte devono esserci utenti consapevoli che devono avere una conoscenza dei contenuti di rete, dei diversi servizi e delle diverse risorse localmente ed internazionalmente.

Esiste poi un altro campo, quello della storiografia digitale, una nuova forma di narrazione che oggi con la rete prende forme diverse: scrivere con video e immagini in combinazione è ormai multimediale e tutta questa multimedialità diventa un modo di raccontare la storia, diventa storiografia.

Ancora afferiscono alla Digital History le fonti native digitali e le metafonti, cioè tutto un patrimonio di fonti archivistiche e bibliotecarie che in maniera progressiva vengono messe sul web, non più solo a livello di catalogo, ma a livelli sempre più analitici fino alla digitalizzazione. Google ha 60 milioni di libri in accesso ed ha recentemente fatto un accordo con la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, per cui sta digitalizzando migliaia di libri sotto il controllo dei bibliotecari.

In ultimo troviamo le tecniche e softwere che possono essere utilizzate per attività pedagogiche e apprendimento.

La Public History: una disciplina strutturata finalizzata alla comunicazione della storia per pubblici scelti

Esiste un ambito in cui la storia digitale e la storia tout court possono avere una forma di fusione, la Public History, tradotto in maniera impropria in italiano con l’espressione uso pubblico della storia con una forte connotazione di strumentalizzazione politica. La rivista Memoria e Ricerca, nel 2011 ha dedicato numero monografico sulla storia pubblica, come una disciplina senza nome.

Estratto video: la Public History

Tuttavia la Public History è una disciplina strutturata (Serge Noiret è il presidente della prima federazione internazionale di Public History) che vanta di 34 anni di esperienza negli Stati Uniti. È una capacità di dominare delle tecniche, delle informazioni particolari per fare la storia fuori dalle università. Implica la formazione scientifica di tutte le persone che hanno una relazione con la storia (musei biblioteche, archivi ecc…) che devono padroneggiare la scienza storica per portarla verso la società, verso pubblici scelti e diversi, ognuno con proprie specificità, come studenti, comunità locali o comunità che si trovano attorno ad un istituto. Public History è pensare il passaggio didattico verso dei pubblici scelti. Come anche la Public Archeology, la Public History evidenzia la volontà della gente di partecipare, conoscere e interagire con chi ha le conoscenze, offrendo nuove, inedite prospettive alla divulgazione.

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Dati articolo

Autore:
Titolo: Come cambia la storia nell’era digitale
DOI: 10.12977/nov4
Parole chiave: , , , ,
Numero della rivista: n. 1, dicembre 2013
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo: , Come cambia la storia nell’era digitale, Novecento.org, n. 1, 2013. DOI: 10.12977/nov4

INDICI

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Italia repubblicana, 70 anni di storia da insegnare Dossier del n. 7 della rivista
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La linea gotica fra ricerca e didattica Dossier del n. 6 della rivista
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Editoriale
Didattica della storia e laboratori digitali: la guerra dei Trent’anni (1914-1945) Dossier del n. 5 della rivista
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Sguardi sul Mediterraneo Gli studi di caso
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A cura di Carla Marcellini e Giovanni Palmieri

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