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La guerra dei Trent’anni e i suoi significati

Sintesi di Carla Marcellini

Abstract

A partire dalla definizione di guerra dei trent’anni intesa come il periodo delle due guerre mondiali, l’autore illustra quali sono i significati che la storiografia ha attribuito a questa espressione. Accanto ad una interpretazione che si limita a indicare la continuità tra le due guerre, senza tuttavia alludere ad alcun denominatore comune, ve ne sono altre che considerano la guerra dei trent’anni come una guerra civile europea in cui si sono fronteggiati due opposti schieramenti ideologici, il fascismo e il comunismo. Senza voler sottovalutare il contributo che la paura del comunismo con la sua minaccia di guerra civile rivoluzionaria in ogni paese ha dato all’affermarsi del fascismo in Italia e ancora più del nazionalsocialismo in Germania, tuttavia l’autore sottolinea che una lettura della vicenda europea fino alla fine della seconda guerra mondiale principalmente in termini di conflitto tra comunismo e fascismo, appare estremamente povera e sostanzialmente infondata. Attraverso un percorso di lettura attenta e argomentata delle principali vicende della storia europea in quei trent’anni e degli interessi in gioco dei protagonisti (dittature fasciste e democrazie), Gabriele Ranzato spiega come il nazionalismo aggressivo sia invece da considerare il denominatore comune che può giustificare una lettura del periodo 1914-1945 come guerra dei trent’anni.

Carta_umoristica_1914

Introduzione

Definendo guerra dei trent’anni il periodo delle due guerre, ci si limita a indicare una continuità tra le due guerre senza però alludere ad alcun denominatore comune, relativo alle motivazioni e alle cause di queste guerre.

Diversi autori hanno preferito o sovrapposto alla definizione di guerra dei trent’anni quella di guerra civile europea, volendo indicare che il fattore essenziale dei due grandi conflitti che hanno caratterizzato quel periodo è stato di natura politico-ideologica e che, essendo sopranazionali le ideologie che si affrontavano in quei conflitti, gli schieramenti che si sarebbero scontrati sulla scena continentale e in prospettiva mondiale non sarebbero stati costituiti principalmente dagli stati ma da grandi comunità di uomini uniti da una stessa ideologia al di sopra delle appartenenze nazionali.

L’autore sostiene che questa visione della storia di quel periodo non fa i conti con gli eventi più per un eccesso di ideologizzazione che per una deformazione ideologica: quella tendenza così tanto diffusa, tanto in ambito collettivo che individuale, a incorniciare il proprio passato in un quadro di spiegazioni a tutto tondo e frequentemente nobilitanti. In verità la forzatura di volere assegnare ad entrambe le guerre mondiali un eguale posta in gioco ideologica di carattere sopranazionale è stata apertamente o implicitamente respinta da gran parte degli storici che si sono occupati del periodo. Tuttavia secondo Ernest Nolte, il noto caposcuola della storiografia cosiddetta “revisionista”, durante la Grande Guerra, con la rivoluzione russa si sarebbero gettate le basi di quella «guerra civile europea» che si sarebbe combattuta tra il 1917 e il 1945 tra il bolscevismo e il nazional-socialismo.

Ma, senza voler sottovalutare il contributo che la paura del comunismo con la sua minaccia di guerra civile rivoluzionaria in ogni paese ha dato all’affermarsi del fascismo in Italia e ancora più del nazionalsocialismo in Germania, occorre sottolineare che una lettura della vicenda europea fino alla fine della seconda guerra mondiale principalmente in termini di conflitto tra comunismo e fascismo appare estremamente povera e sostanzialmente infondata.

Il comunismo fuori dall’Unione Sovietica

Già dal 1923 dopo l’insuccesso delle insurrezione della Ruhr e di Amburgo, divenne via via sempre più evidente quanto fosse velleitaria la pretesa di esportare il comunismo fuori della Russia. Quei fallimenti erano stati preceduti da altri negli anni del dopoguerra in diverse zone della Germania, dell’Ungheria e dalla sconfitta dell’Armata rossa in Polonia.

In Germania con la vittoria di Hitler il comunismo è annientato e in Spagna dove con la guerra civile del 1936/39 sembra avere più successo, va incontro allo stesso fallimento anche perché l’Unione Sovietica è colta impreparata dagli eventi spagnoli e cerca di utilizzarli più per realizzare una sua strategia difensiva contro una possibile aggressione tedesca, che per instaurare un regime comunista nella lontana penisola iberica.

La democrazia liberale e la politica di appeasement

In quel trentennio un ruolo fondamentale è da assegnare anche alla democrazia liberale a cui si ispiravano Francia Gran Bretagna e Stati Uniti. E sarebbe necessario passare in rassegna le condotte belligeranti che, in chiave offensiva o difensiva, si sarebbero tenute in suo nome e in prospettiva internazionalista nei decenni che avevano preceduto la seconda guerra mondiale.

In realtà prima dell’avvento di Hitler al potere le uniche giustificazioni di un intervento armato da parte dei governanti di questi paesi in nome dei valori democratici sono state quelle del presidente Wilson nel momento dell’entrata in guerra a fianco delle potenze dell’Intesa e quelle mormorate più che proclamate di quelli di loro che mandarono alcuni contingenti militari per tentare di soffocare la rivoluzione bolscevica durante la guerra civile che ne era seguita.

D’altro canto è molto noto che fino al 1933, quando la Germania diventa nazista, nessuna concreta ostilità mostrarono i governanti delle potenze democratiche verso il fascismo italiano ed è anzi conosciuta la simpatia e l’indulgenza dei conservatori inglesi verso di esso. E neppure appaiono particolarmente preoccupati del crollo in serie di quasi tutti i regimi democratici dell’Est europeo. Certamente non si propongono di dare un solido aiuto in nome dell’internazionalismo democratico alle forze di opposizione che in ciascun paese volessero sovvertire quei regimi dittatoriali o autoritari.

Nel grande malessere degli anni Trenta si diffondono più estesamente tra gli uomini le passioni ideologiche, ma non sono queste a orientare principalmente le condotte degli Stati, salvo naturalmente quella della Germania il cui regime nazista la proietta in forma sempre più aggressiva verso l’esterno. A preoccupare le potenze democratiche e la Russia comunista allora è molto più la minaccia tedesca, che il nazismo.

L’alleanza tra democrazie occidentali e Unione Sovietica che si costituì durante la Seconda Guerra Mondiale non aveva di per sé nulla di ideologico e sebbene fondatamente si definisse antifascista non era però mai riuscita a costituirsi prima che la Germania attaccasse l’Unione Sovietica.

Infatti nell’anteguerra l’antifascismo radicale era minoritario nei paesi democratici, per cui non poteva orientare la politica dei governi e anche in Francia dove la sua maggiore consistenza avrebbe portato alla vittoria del Fronte popolare, la sua opposizione al fascismo non arrivò al punto di renderlo disponibile ad affrontare una guerra per abbattere i regimi che ad esso si ispiravano.

L’esempio più significativo fu la passività con cui Francia e Inghilterra accettarono la rimilitarizzazione della Renania da parte della Germania nazista.

I governi democratici allora e negli anni a venire, fin quasi allo scoppio della guerra, adottarono la politica dell’appeasement anche perché, sebbene poco saggia, era la più democratica delle politiche, nel senso che era la più popolare, la più rispondente all’indisponibilità alla guerra della gran parte delle popolazioni quali che ne fossero gli orientamenti politico ideologici.

Altro esempio è costituito dalla guerra di Spagna considerata per eccellenza un conflitto ideologico, in cui però la democrazia fu la grande assente.

Gli interessi in gioco

Sebbene fascismo e comunismo fossero le ideologie che in estrema sintesi ispirarono i protagonisti spagnoli di quel conflitto, anche al di sotto della crociata contro il comunismo con cui la Germania e l’Italia motivarono il loro intervento a favore dei franchisti , e al di là della difesa della democrazia spagnola con cui l’Unione Sovietica giustificò il suo sostegno alla repubblica, ci furono ragioni più sostanziali che non quelle ideologiche.

Alla Germania e all’Italia, più che fascistizzare la Spagna, interessava avere al di sotto dei Pirenei e nel Mediterraneo occidentale uno stato legato a loro da un debito di riconoscenza, amico e potenziale alleato nella guerra contro la Francia che era già nei loro intenti.

Dal canto suo l’Unione Sovietica di Stalin dominata in questi anni dalla paura di rimanere isolata di fronte a un’aggressione tedesca, era stata in realtà messa in grave difficoltà dalla rivoluzione spagnola, perché se da una parte questa rivoluzione la costringeva a sostenerla per non compromettere i suoi equilibri interni, la sua guida del movimento comunista internazionale che sentiva minacciata dal trozkismo, dall’altra condannava al fallimento i suoi preventivi tentativi di stabilire un’alleanza antitedesca con le potenze occidentali. Di qui quella sua condotta protratta durante tutta la guerra civile spagnola rivolta a impedire che la repubblica fosse immediatamente sconfitta, ma anche che risultasse vittoriosa esclusivamente grazie ai suoi aiuti. Una condotta che può considerarsi orientata da ragioni ideologiche solo ritenendo, come faceva Stalin, un’unica cosa la sopravvivenza dell’URSS e quella del comunismo.

Il nazionalismo come comune denominatore ideologico

Se allora per una ragione o per l’altra le grandi ideologie soprannazionali non possono costituire il tessuto connettivo tra prima e seconda guerra mondiale, rimane solo un dato di fatto molto più semplice come elemento di continuità che possa giustificare la definizione “guerra dei Trent’Anni”. La Germania, sconfitta nella Grande Guerra, ha voluto prendersi la rivincita in un nuovo conflitto totale. Se in entrambe le guerre c’è un comune denominatore ideologico, questo è il nazionalismo. In tutte e due, anche se in forma più simmetrica nella prima guerra mondiale che nella seconda, tanto i governi che buona parte dei combattenti furono animati dall’ideologia nazionalista che legittimava l’uso della forza per stabilire o mantenere un predominio sulle altre nazioni.

Ma nel secondo conflitto mondiale l’obiettivo della Germania nazista no fu solo il predominio. La vittoria tedesca non avrebbe comportato soltanto un’egemonia della Germania in Europa, ma la realizzazione di quello che essa nel corso della guerra avrebbe chiamato il nuovo ordine europeo e in prospettiva mondiale, fondato su una gerarchia di razze e di popoli al cui fondo c’erano quelli destinati alla schiavitù o allo sterminio.

Il razzismo nazifascista costituisce un assoluto salto di qualità della posta in gioco della seconda guerra mondiale rispetto a quella della prima. Il razzismo nazista non solo non era disgiunto dalla passione nazionalistica, ma era subordinato al nazionalismo perché il nuovo ordine europeo non prevedeva affatto che il suo vertice fosse occupato paritariamente da tutti i popoli ariani, ma invece stabiliva un ben netto predominio del popolo germanico su tutti gli altri, compresi gli ariani. E d’altro canto, come è stato osservato da molti, la pratica del razzismo nazista durante la seconda guerra mondiale non era che uno sviluppo, l’applicazione massiccia, sistematica estesa ai popoli europei del principio di superiorità annientatrice che aveva guidato il nazionalismo imperialista dei più potenti stati europei nella base delle conquiste coloniali. Indicare l’assassinio in massa degli ebrei europei come l’evento che ha caratterizzato ideologicamente il secondo conflitto mondiale e che ha determinato i posizionamenti di uomini e stati che vi si combatterono, come scriveva François Furet (“l’assassinio in massa degli ebrei europei da parte delle armate naziste tra il 1942 e il 1944 deriva in primo luogo da una teoria sull’ineguaglianza delle razze e non da una mera passione nazionale o nazionalistica”), è un altro esempio di retrodatazione e di interpretazione arbitraria.

L’alleanza antifascista

Le nefaste ideologie dei regimi dell’Asse servivano solo a legittimare e potenziare l’impulso alla predazione e al soggiogamento proprio di ogni nazionalismo aggressivo e fu proprio il fatto che nella sostanza i paesi minacciati dalle potenze dell’Asse poterono prescindere da ogni questione ideologica che non fosse in opposizione a quella degli aggressori ciò che permise una solida alleanza tra di loro, l’alleanza antifascista, sebbene le ideologie contrapposte a cui variamente si ispiravano – democrazia e comunismo – si sarebbero combattute per tutto il resto del secolo. Con la sconfitta, lo smembramento e la divisione in due della Germania tramonta infatti l’epoca dei nazionalismi aggressivi, non solo quello tedesco, ma anche quello delle altre potenze europee che si erano illuse di potere continuare a godere i frutti del loro.

Il conflitto democrazia / comunismo

La disfatta dei grandi nazionalismi aggressivi dischiude in Europa e nel resto del mondo l’età di un aperto ed esteso conflitto ideologico tra democrazia e comunismo, che si condensa nel bipolarismo USA-URSS, ma ha i caratteri, questa volta, di una potenziale guerra civile mondiale.

In gestazione fin dalla rivoluzione russa, quel conflitto era rimasto latente, non era mai sfociato in una guerra guerreggiata, né era mai stato sul punto di diventarlo, finché era stato spinto ai margini dall’assalto annientatore dell’ipernazionalismo razzista tedesco. Per quanto quello sovietico fosse uno spaventoso regime totalitario, molto minaccioso nei suoi propositi dichiarati, esso non ha avuto alcun ruolo nello scatenamento della seconda guerra mondiale se non quello di avere agevolato, in primo luogo per un calcolo relativo alla sua propria sopravvivenza, l’aggressione tedesca alla Polonia.

Il quadro cambia completamente dopo che l’Armata rossa nella fase conclusiva di quella guerra dilaga nell’Europa orientale fino a Berlino e oltre. La contrapposizione ideologica democrazia/comunismo trascende allora il continente europeo, si dilata a livello planetario, coinvolge anche un altro enorme paese quando la Cina diventa comunista, si traduce in scontri bellici molto distruttivi, anche se circoscritti, Corea, Vietnam e, in un preciso momento, la crisi di Cuba rischia di precipitare in una cataclismatica guerra atomica.

Ma è proprio la minaccia atomica a diventare, come si disse, l’ombrello che impedisce ai due contendenti di arrivare alla guerra totale, per la consapevolezza di entrambi che la distruzione del nemico avrebbe comportato probabilmente anche la propria. E la forzata coesistenza pacifica avrebbe aperto la strada a una resa dei conti finale tra i due sistemi politico ideologici, molto più incruenta di quanto si era temuto e certamente molto meno distruttiva dello scontro tra i nazionalismi della guerra dei trent’anni.

Dunque la definizione guerra dei trent’anni ha senso, purché la si completi dicendo la guerra dei trent’anni dei grandi nazionalismi aggressivi.

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Dati articolo

Autore:
Titolo: La guerra dei Trent’anni e i suoi significati
DOI: 10.12977/nov85
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Numero della rivista: n. 5, dicembre 2015
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo: , La guerra dei Trent’anni e i suoi significati, Novecento.org, n. 5, dicembre 2015. DOI: 10.12977/nov85

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