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Scontro di civiltà? Laboratorio di didattica controversiale

Scontro di civiltà? Laboratorio di didattica controversiale

Dettaglio dal ciclo di affreschi della “Leggenda della santa Croce” nel coro della Basilica di San Francesco ad Arezzo. Di Piero della Francesca – The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN: 3936122202., Pubblico dominio, Collegamento

Debate presentato alla Summer school 2018
dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri
e legato al dossier tematico

Tolleranza e intolleranza. Stranieri e diversi nel mondo contemporaneo

Abstract

Analisi della tesi dello “scontro di civiltà” propugnata da Samuel P. Huntington e delle dinamiche in atto in Occidente, in una fase storica sempre più connotata dagli effetti della globalizzazione, di una crescente immigrazione e di una società multietnica e multiculturale.

Il debate e l’insegnamento della storia

Sottoporre a “processo” un evento, una fase, un tema storico – in questo caso il supposto “scontro di civiltà” che, secondo alcuni studiosi e opinionisti, connoterebbe il futuro prossimo della storia mondiale –, analizzare criticamente i vari aspetti del problema e soppesare la legittimità storiografica di tesi contrastanti, consente allo studente, impegnato nella controversia, di cogliere la complessità e problematicità della questione presa in esame, non riducibile a banali schematizzazioni o a generici giudizi.

Il debate, applicato alla storia, non deve mirare a incentivare abilità retoriche negli studenti o a sviluppare una vis polemica fine a se stessa, ma si ripromette di far crescere in loro la capacità critica, l’attitudine all’analisi dei documenti e al dibattito storiografico.

Un obiettivo da perseguire tramite un’attività didattica stimolante, innovativa e coinvolgente.

 

Sequenza didattica

  • l’insegnante introduce il tema dello “scontro di civiltà” tramite la lettura di due brevi brani dalla tesi opposta.
  • dopo aver brevemente introdotto e inquadrato l’argomento oggetto della discussione, l’insegnante propone un piccolo dossier, composto da una decina/quindicina di brevi documenti, preceduti da sintetiche note esplicative sull’autore. All’occorrenza il docente può fornire rapide informazioni o ulteriori delucidazioni sugli autori dei brani, sul contesto storico ecc.
  • divisa la classe in due gruppi, si estrae a sorte (oppure decide il docente) il compito, apologetico o critico, affidato ad ognuno di essi: il gruppo A dovrà quindi “difendere” la tesi dello scontro di civiltà, il gruppo B dimostrarne l’infondatezza e gli aspetti maggiormente critici e problematici.
  • i due gruppi avranno un tempo assegnato per esaminare il dossier e prepararsi al proprio compito, apologetico o critico.
  • il giorno convenuto – o la stessa mattina, qualora il tempo a disposizione per il debate sia di almeno 2 ore consecutive – si terranno le due “orazioni”, che dovranno risultare ben impostate e convincenti.
  • dopo aver ascoltato le due relazioni, ogni gruppo farà le obiezioni alle tesi dell’altro; la discussione dovrà vertere sulla bontà e fondatezza degli argomenti portati a sostegno della propria tesi. Si dovranno citare i documenti, si potrà criticare la lettura che di questi è stata fatta dal gruppo avversario, si potrà rispondere alle critiche. Sarà cura del docente garantire l’ordinato svolgimento della discussione.
  • la “giuria”, composta dall’insegnante, affiancato eventualmente da altri colleghi disponibili a prendere parte al progetto didattico, prenderà nota delle obiezioni e delle risposte, ai fini di una valutazione storiografica. Il docente può assegnare un punteggio alle argomentazioni delle due squadre in base alla loro maggiore o minore attendibilità. Nel caso di un debate multidisciplinare si terrà conto, ovviamente, anche degli aspetti linguistici, letterari ecc.
  • l’insegnante alla fine della discussione comune potrà stabilire il punteggio finale e decretare il gruppo vincitore. Questa opzione, demandata alla libera scelta del docente, riveste un carattere puramente strumentale ai fini della riuscita dell’attività didattica: si può anche decidere di non decretare la vittoria di un gruppo sull’altro per puntare invece alla individuazione dei punti forti e deboli delle argomentazioni dei due gruppi.
  • alla fine – in realtà è questo il momento decisivo del laboratorio – il docente presenterà agli studenti un testo da lui ritenuto tra i più aggiornati, autorevoli e significativi sull’argomento. Entrambi i gruppi, a prescindere dal punteggio ottenuto e dalle argomentazioni svolte, si confronteranno con questo testo. Lo scopo è quello di osservare se e in quale misura gli studenti riescono a cogliere differenze e analogie tra il ragionamento professionale dello storico e le argomentazioni portate nel dibattito a sostegno o detrimento di determinate tesi.

Per iniziare il dibattito: due tesi a confronto

“La tesi di fondo di questo saggio è che la cultura e le identità culturali – che al livello più ampio corrispondono a quelle delle rispettive civiltà – siano alla base dei processi di coesione, disintegrazione e conflittualità che caratterizzano il mondo post-Guerra fredda. […] In questo nuovo mondo, la politica al livello locale è basata sul concetto di etnia, quella al livello globale sul concetto di civiltà. La rivalità tra superpotenze è stata soppiantata dallo scontro di civiltà.

In questo nuovo mondo i conflitti più profondi, laceranti e pericolosi non saranno quelli tra classi sociali, tra ricchi e poveri o tra altri gruppi caratterizzati in senso economico, bensì tra gruppi appartenenti ad entità culturali diverse”.

[Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, 1997]

 

“Negli ultimi anni, intercultura e multiculturalismo sono entrati nel linguaggio attuale come segnale di presa di coscienza e di auspicio per alcuni, come presagio di decadenza per altri. Infatti, sul fronte opposto ci sono coloro che paventano lo scontro tra culture: ma dove stanno le culture? In tutta sincerità, chi ha mai visto due culture incontrarsi o scontrarsi? Si tratta di espedienti retorici e analitici, di astrazioni formulate dagli studiosi per indicare a posteriori processi storici, ma utilizzare tali categorie per leggere la nostra realtà quotidiana può risultare fuorviante. In questa realtà noi vediamo donne, uomini e bambini conoscersi, convivere, lottare, combattere […] Una donna o un uomo che hanno fame non sono prima di tutto islamici o induisti: sono affamati […] Furto e delinquenza non sono il prodotto di una particolare cultura o religione, ma di particolari individui, e si tratta di un prodotto che accomuna in forma maggiore o minore tutte le società del pianeta.

Il problema è che spesso, attraverso un uso qualunquistico, o peggio strumentale, della comunicazione mediatica e scientifica, si opera una sorta di classificazione “culturale” degli individui (classificazione che ricorda in modo inquietante quelle razziali del secolo scorso che associavano a presunte diversità biologiche determinate caratteristiche culturali). Il risultato sarà allora un mondo diviso in “civiltà”, come sostiene Huntington, ognuna delle quali presenterebbe connotazioni culturali definite che impedirebbero in molti casi ogni forma di comunicazione, anzi, condurrebbero allo scontro”

[Marco Aime, Eccessi di culture, Einaudi, 2004]

Tesi #1

“La tesi di fondo di questo saggio è che la cultura e le identità culturali – che al livello più ampio corrispondono a quelle delle rispettive civiltà – siano alla base dei processi di coesione, disintegrazione e conflittualità che caratterizzano il mondo post-Guerra fredda. […] In questo nuovo mondo, la politica al livello locale è basata sul concetto di etnia, quella al livello globale sul concetto di civiltà. La rivalità tra superpotenze è stata soppiantata dallo scontro di civiltà.

In questo nuovo mondo i conflitti più profondi, laceranti e pericolosi non saranno quelli tra classi sociali, tra ricchi e poveri o tra altri gruppi caratterizzati in senso economico, bensì tra gruppi appartenenti ad entità culturali diverse”.

[Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, 1997]

Tesi #2

“Negli ultimi anni, intercultura e multiculturalismo sono entrati nel linguaggio attuale come segnale di presa di coscienza e di auspicio per alcuni, come presagio di decadenza per altri. Infatti, sul fronte opposto ci sono coloro che paventano lo scontro tra culture: ma dove stanno le culture? In tutta sincerità, chi ha mai visto due culture incontrarsi o scontrarsi? Si tratta di espedienti retorici e analitici, di astrazioni formulate dagli studiosi per indicare a posteriori processi storici, ma utilizzare tali categorie per leggere la nostra realtà quotidiana può risultare fuorviante. In questa realtà noi vediamo donne, uomini e bambini conoscersi, convivere, lottare, combattere […] Una donna o un uomo che hanno fame non sono prima di tutto islamici o induisti: sono affamati […] Furto e delinquenza non sono il prodotto di una particolare cultura o religione, ma di particolari individui, e si tratta di un prodotto che accomuna in forma maggiore o minore tutte le società del pianeta.

Il problema è che spesso, attraverso un uso qualunquistico, o peggio strumentale, della comunicazione mediatica e scientifica, si opera una sorta di classificazione “culturale” degli individui (classificazione che ricorda in modo inquietante quelle razziali del secolo scorso che associavano a presunte diversità biologiche determinate caratteristiche culturali). Il risultato sarà allora un mondo diviso in “civiltà”, come sostiene Huntington, ognuna delle quali presenterebbe connotazioni culturali definite che impedirebbero in molti casi ogni forma di comunicazione, anzi, condurrebbero allo scontro”

[Marco Aime, Eccessi di culture, Einaudi, 2004]

Dossier per il debate

È evidente che ogni docente potrà individuare i documenti che riterrà più opportuni per il lavoro con la propria classe: il presente dossier ha quindi un valore puramente indicativo e presenta un numero rilevante di documenti che certamente potrà essere ridotto a seconda delle specifiche esigenze didattiche; anche il singolo documento può essere eventualmente accorciato.

I siti internet, da cui abbiamo tratto i brani inseriti nel dossier, sono stati consultati nel giugno 2018.

Documenti

Scontro di civiltà: la tesi di Huntington

Politologo statunitense e docente alla Harvard University, Samuel P. Huntington (1927-2008) ha raggiunto la fama mondiale, nel 1996, con il libro The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, pubblicato in italiano l’anno successivo. Opponendosi alla tesi di Francis Fukuyama, fautore della “fine della storia” in seguito al crollo dell’Urss e all’avvento della globalizzazione nel segno della liberal-democrazia, Huntington preconizza un futuro connotato dal declino dell’Occidente e dallo scontro di civiltà.

Di seguito presentiamo alcuni estratti dal suo saggio.

La fine del comunismo non significa il trionfo di un’unica, universale civiltà

“Il concetto di civiltà universale è un prodotto distintivo della civiltà occidentale. Nel XIX secolo l’idea della «responsabilità dell’uomo bianco» contribuì a giustificare l’estensione del dominio politico ed economico occidentale sulle altre società. Alla fine del XX secolo il concetto di civiltà universale contribuisce a giustificare il dominio culturale dell’Occidente su altre società e la necessità per queste ultime di imitare istituzioni e modi di vita occidentali. L’universalismo è l’ideologia dominante dell’Occidente nei confronti delle culture non occidentali […] L’idea di una civiltà universale trova infatti scarso seguito presso altre civiltà. I non occidentali definiscono occidentale ciò che gli occidentali definiscono universale […] L’integrazione del mondo in un’unica entità è percepita dai non occidentali come una minaccia.

La tesi secondo cui starebbe emergendo una qualche sorta di civiltà universale si basa su tre presupposti. Primo, la convinzione […] che il crollo del comunismo sovietico abbia significato la fine della storia e la vittoria universale della democrazia liberale in tutto il mondo. Tale presupposto contiene un errore di fondo che potremmo definire il «sofisma dell’unica alternativa». E’ infatti fondato sull’errata convinzione, tipica della Guerra fredda, che l’unica alternativa al comunismo sia la democrazia liberale e che la scomparsa del primo comporti automaticamente la diffusione su scala universale della seconda […] Cosa ancor più importante, esistono poi le diverse alternative religiose che trascendono il mondo percepito in termini di ideologie secolari […] Pensare che poiché il comunismo sovietico è crollato l’Occidente abbia conquistato il mondo una volta e per sempre e che musulmani, cinesi, indiani e altri popoli si stiano precipitando ad abbracciare il liberalismo occidentale quale unica alternativa, è pura arroganza. La divisione dell’umanità prodotta dalla Guerra fredda è venuta meno, ma le ben più fondamentali divisioni dell’umanità in termini di etnia, religione e civiltà restano immutate e innescano nuovi conflitti.

Secondo, c’è chi ritiene che una maggiore interazione tra i popoli – commercio, investimenti, turismo, mass-media, comunicazioni elettroniche in generale – stia generando un’unica cultura planetaria […] L’esperienza storica semplicemente non supporta la tesi liberale, internazionalista, secondo cui il commercio promuoverebbe la pace. […]Il terzo e più generale presupposto a sostegno della tesi secondo cui starebbe emergendo una civiltà universale considera una simile entità come il risultato dei profondi processi di modernizzazione avviati a partire dal XVIII secolo. Modernizzazione significa industrializzazione, urbanizzazione, maggiori livelli di alfabetizzazione, istruzione, ricchezza e mobilità sociale, nonché strutture occupazionali più complesse e diversificate […] un processo rivoluzionario paragonabile soltanto al passaggio dalle società primitive a quelle civilizzate […] Preso singolarmente, quasi nessuno di tali fattori costituisce un elemento peculiare della civiltà occidentale; ciò che contraddistingue l’Occidente è la loro presenza congiunta […]. Modernizzazione, in definitiva, non significa necessariamente occidentalizzazione. Le società non occidentali possono modernizzarsi, e l’hanno fatto, senza abbandonare la propria cultura e senza adottare in blocco valori, istituzioni e costumi occidentali. […] Sotto molti importanti aspetti, il mondo sta diventando più moderno e meno occidentale”.

Diritti umani veramente “universali”?

“[Negli anni Novanta] in Occidente, e particolarmente negli Stati Uniti, [si è diffusa] la convinzione che fosse in atto una rivoluzione democratica universale e che in breve tempo la visione occidentale del concetto di diritti umani e le forme occidentali di democrazia politica avrebbero prevalso in tutto il mondo. Promuovere la diffusione della democrazia divenne quindi un obiettivo primario per gli occidentali […] A tutto il 1995, gli sforzi americani ed europei di raggiungere questi traguardi avevano registrato un successo solo parziale. Quasi tutte le civiltà non occidentali si sono dimostrate reticenti alle pressioni occidentali, ivi inclusi i paesi induisti, ortodossi, africani e in certa misura persino quelli latinoamericani. La resistenza più tenace ai tentativi di democratizzazione occidentali è giunta tuttavia dal mondo islamico e dall’Asia. […]La disparità di vedute tra l’Occidente e le altre civiltà sul tema dei diritti umani e la ridotta capacità del primo di perseguire i propri obiettivi sono apparse in tutta la loro evidenza in occasione della Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sui diritti umani svoltasi a Vienna nel 1993 […] Su tutti questi temi emersero grandi differenze tra i paesi occidentali e il blocco asiatico-islamico. Due mesi prima della conferenza di Vienna, i paesi asiatici si erano riuniti a Bangkok e avevano redatto una dichiarazione nella quale si sottolineava come la questione dei diritti umani dovesse essere considerata «nel contest delle peculiarità regionali e nazionali e dei vari retroterra storici, religiosi e culturali», che il controllo sul rispetto dei diritti umani violava la sovranità degli stati e che il condizionare l’assistenza economica al pieno rispetto dei diritti umani violasse il diritto allo sviluppo. […] Così, a parte un forte richiamo alla difesa dei diritti delle donne, la dichiarazione approvata dalla conferenza conteneva obiettivi minimi. Si trattò, come disse un sostenitore dei diritti umani, di un documento «fiacco e contradditorio», una vittoria per la coalizione asiatico-islamica e una sconfitta per l’Occidente. La dichiarazione di Vienna non conteneva alcun richiamo specifico ai diritti concernenti la libertà di parola, di stampa, di riunione e di religione ed era dunque sotto molti aspetti più debole della Dichiarazione universale dei diritti umani adottata dalle Nazioni Unite nel 1948”.

Promuovere sempre e comunque la democrazia?

“Non solo l’autorità dell’Occidente è diminuita, ma il paradosso della democrazia indebolisce altresì la sua volontà di promuovere lo sviluppo democratico nel mondo post-Guerra fredda. Durante la Guerra fredda l’Occidente e l’America in particolare ebbero il problema del «tiranno amico», la necessità cioè di collaborare con giunte militari e dittatori anticomunisti, utili in quanto tali. Questa collaborazione produceva disagio e a volte imbarazzo allorché questi regimi commettevano flagranti violazioni dei diritti umani, ma poteva comunque essere giustificata come il male minore: erano generalmente meno repressivi dei regimi comunisti e considerati meno durevoli e comunque più sensibili all’influenza americana e di altri paesi […] Nel mondo post-Guerra fredda la scelta, ben più difficile, potrebbe essere quella tra un tiranno amico e una democrazia ostile. Il superficiale presupposto occidentale secondo cui i governi democraticamente eletti saranno sempre cooperativi e filoccidentali non si dimostra necessariamente vero per le società non occidentali, dove la competizione elettorale può portare al potere forze nazionaliste e fondamentaliste antioccidentali. L’Occidente tirò un sospiro di sollievo allorché nel 1992 l’esercito algerino intervenne per annullare le elezioni che Il Fis fondamentalista aveva chiaramente vinto, e altrettanto fece allorché il fondamentalista Partito del benessere in Turchia e i nazionalisti del Bjp in India furono esclusi dal potere pur avendo ottenuto delle sonanti vittorie elettorali nel 1995 e 1996. […]In molti paesi arabi, ivi compresi Arabia saudita ed Egitto, libere elezioni produrrebbero quasi certamente dei governi molto meno rispondenti agli interessi occidentali rispetto ai loro predecessori non democratici. Un governo popolarmente eletto in Cina avrebbe un forte stampo nazionalista. Via via che i leader occidentali si rendono conto che i processi democratici nelle società non occidentali producono spesso governi ostili all’Occidente, tentano di influenzare tali elezioni e al contempo perdono ogni entusiasmo per la promozione della democrazia in quelle società”

[Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, 1997]

Scontro di civiltà? Confutazioni e prospettive differenti
Una trovata da “guerra dei mondi”

Edward Said (1935-2003), americano di nascita palestinese, è stato uno studioso di letteratura e docente alla Columbia University di New York, noto a livello mondiale per la sua critica al concetto di “orientalismo”, viziato, secondo la sua analisi, da pregiudizi e stereotipi del mondo occidentale e funzionale alla creazione di una permanente alterità. Orientalismo, edito nel 1979 e pubblicato in traduzione italiana nel 1991, è il suo libro più famoso.

“L’articolo di Samuel Huntington “The clash of civilizations?” (“Scontro di civiltà?”) apparve nella primavera del 1993 su Foreign Affairs e subito suscitò una sorprendente quantità di attenzione e di reazioni. Dato l’intento, fornire agli americani una tesi originale sulla “nuova fase” della politica mondiale dopo la fine della Guerra fredda, i termini del ragionamento di Huntington apparvero irresistibilmente ampi, audaci, addirittura visionari. L’autore aveva ben presenti i rivali tra i ranghi della politica attiva, i teorici come Francis Fukuyama e le sue tesi sulla fine della storia, al pari delle schiere di coloro che avevano inneggiato all’avvento del globalismo, del tribalismo e alla dissoluzione dello stato. Ma essi, concedeva Huntington, avevano compreso solo alcuni aspetti di questo nuovo periodo. Egli si accingeva ad annunciare quello che definiva “l’aspetto cruciale, realmente centrale” di ciò “che la politica globale probabilmente sarà nei prossimi anni”. Senza incertezze incalzava: “La mia tesi è che la fonte prima di conflitto in questo nuovo mondo non sarà né essenzialmente ideologica né essenzialmente economica. Le grandi divisioni all’interno dell’umanità e la fonte di conflitto predominante avranno carattere culturale. Gli stati nazione resteranno i protagonisti più potenti degli affari mondiali ma i principali conflitti della politica globale avranno luogo tra nazioni e gruppi di civiltà diverse. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le faglie tra civiltà saranno i fronti di battaglia del futuro”. Quando Huntington nel ’96 pubblicò il libro con lo stesso titolo, cercò di aggiungere un po’ di sottigliezza al suo ragionamento e molte, molte note a piè di pagina, ma non fece altro che confondersi, dando prova della rozzezza del suo scrivere e dell’ineleganza del suo pensiero.

Il paradigma fondamentale dell’Occidente contro tutti (che riformula la contrapposizione della guerra fredda) restò intatto ed è ciò che è rimasto, spesso in maniera insidiosa e implicita, in discussione a partire dai terribili eventi dell’11 settembre: l’orrendo attentato suicida con motivazioni patologiche da parte di un piccolo gruppo di militanti usciti di senno è stato trasformato in prova della tesi di Huntington. […]Fu Conrad a comprendere che le distinzioni tra la Londra civilizzata e il “Cuore di tenebra” facevano presto a crollare in situazioni estreme, e che le vette della civiltà europea potevano trasformarsi all’istante nelle pratiche più barbare senza preavviso né transizione […] Esistono legami più stretti tra civiltà apparentemente in guerra tra loro di quanto alla maggior parte di noi piaccia credere e, come hanno dimostrato sia Freud che Nietzsche, il traffico tra confini attentamente salvaguardati, persino presidiati, avviene con una facilità che spesso spaventa. Ma poi queste idee fluide, piene di ambiguità e scetticismo riguardo a concetti cui restiamo aggrappati, stentano a fornirci orientamenti appropriati e pratici per affrontare situazioni simili a quella attuale. Da qui gli ordini di battaglia tutto sommato più rassicuranti (una crociata, il bene contro il male, la libertà contro la paura ecc.) tratti dall’opposizione tra Islam e Occidente teorizzata da Huntington, dalla quale la retorica ufficiale ha derivato nei primi giorni il suo vocabolario […]Ma noi tutti nuotiamo in queste acque, occidentali, musulmani e altri, allo stesso modo. E poiché le acque fanno parte dell’oceano della storia, cercare di dividerle con barriere è inutile. Viviamo momenti di tensione ma è meglio pensare in termini di comunità che detengono il potere e comunità che ne sono prive, di secolari politiche di raziocinio e ignoranza, e di principi universali di giustizia e ingiustizia, piuttosto che smarrirsi in astrazioni che possono essere fonte di soddisfazione momentanea ma producono scarsa auto-consapevolezza. La tesi dello “scontro di civiltà” è una trovata tipo “Guerra dei mondi”, più adatta a rafforzare un amor proprio diffidente che la conoscenza critica della sorprendente interdipendenza del nostro tempo”.

[Edward Said, Più che di civiltà è scontro di ignoranze (1° novembre 2001), in http://www.repubblica.it/online/mondo/idee/said/said.html]

La diversa percezione nel mondo orientale

Articolo on-line del giornalista Alessandro Turci, tratto da “Panorama” (4 dicembre 2017)

“Lo scontro di civiltà tra Occidente e Oriente visto da New York, o meglio da Ground Zero, non somiglia a quello osservato da Baghdad o da Teheran. Anzi, non sembra nemmeno lo stesso concetto, visto che di scontro di civiltà in quella porzione di Asia mesopotamica non si ragiona.
Qui ci troviamo ben oltre il fenomeno, ricorrente nella storiografia, di dare nomi differenti allo stesso evento. Quella che per noi Occidentali è la Guerra del Vietnam, per i vietnamiti è la Guerra contro gli statunitensi per la Salvezza. Quella che per noi è la Seconda Guerra Mondiale, per i russi è la Grande Guerra Patriottica (Velikaja Otečestvennaja vojna). Nel caso dello scontro di civiltà, tuttavia, si va ancora oltre lo slittamento semantico. Perché, a ben guardare, esso esiste principalmente per gli occidentali. Per il mondo Orientale il conflitto è interno, puramente economico, e con declinazioni confessionali e settarie. Secondo il report sul terrorismo dell’Institute for Economics & Peace, il think tank australiano che effettua un monitoraggio annuale approfondito del fenomeno, le percentuali di morti causati dal terrorismo nei paesi islamici è in continua crescita, ed è arrivata nel 2016 ormai al 75% del totale delle vittime mondiali”.

I Paesi maggiormente interessati al fenomeno sono Iraq, Nigeria, Afghanistan, Pakistan e Siria. E’ molto interessante a questo punto sovrapporre la cartina della violenza terroristica con quella della cosiddetta “Guerra Civile Araba” in tema energetico (un confronto che vede protagonisti paesi produttori ed esportatori di petrolio), dove troviamo di nuovo la Siria e l’Iraq, ma questa volta in compagnia di Yemen e Libia.

Con chiave di ricerca terrorismo, abbiamo quindi solo Siria e Iraq – non a caso i teatri delle due principali guerre contemporanee – a conferma dell’evidenza che il terrorismo non abbraccia tutte le criticità della Regione; o meglio ancora, ne rappresenta forse il sintomo ma non certo la causa.

Il concetto non è difficile da capire ma appare ancora più chiaro se si osservano le grandi monarchie patrimoniali dell’Area – Arabia Saudita ed Emirati – arroccate in un potere autocratico e incapaci di favorire forme di transizione democratica all’interno delle proprie istituzioni […]Lo scontro tra sunniti e sciiti è quindi alla base di una conflittualità per l’egemonia che non lascia intravedere al momento segnali di allentamento. Nessuna fazione ha infatti la forza per sottomettere l’altra, come già avvenuto in passato; inoltre il dossier Israele, con le enormi implicazioni che esso si trascina, rimane più irrisolto che mai. Anzi, lo scontro appare cruento già nel perimetro di ciascuna fazione, e principalmente in quella sunnita dove le forze moderate (Oman e Kuwait) non hanno il peso specifico necessario per influenzare le decisioni del Consiglio di cooperazione del Golfo, l’organismo regionale dove si misurano i rapporti di forza.
Il Qatar è invece in una posizione critica per il motivo opposto, e cioè il supporto al sedicente califfato. I palestinesi, infine, sono di volta in volta il capro espiatorio o il simbolo del martirio, e spesso ostaggio delle logiche di potere tra cancellerie.
Il conflitto che sfocia nel terrorismo, i cui tentacoli colpiscono anche le città occidentali, ha insomma radici profonde nel mondo arabo musulmano e ci ricorda come la categoria “scontro di civiltà” tra Occidente e Oriente (cioè tra “noi e loro”) non sia solo una banale semplificazione senza senso, ma anche un’arma di propaganda distorta per avvelenare il dibattito politico.”

[Alessandro Turci, Scontro di civiltà: l’equazione sbrigativa che allontana dal problema terrorismo, in “Panorama” (4/12/2017), in www.panorama.it/news/esteri/scontro-di-civilta-lequazione-sbrigativa-che-allontana-dal-problema-terrorismo/]

Il rischio della profezia che si autoavvera

Pierre Haski, giornalista del settimanale francese L’Obs (denominazione assunta dal 2014 dal “Nouvel Observateur”) e tra i fondatori del sito d’informazione Rue89, critica l’approccio del presidente statunitense Donald Trump al problema del terrorismo mondiale e del jihadismo.

“Nel conflitto con i jihadisti, gli occidentali si sono sempre preoccupati di distinguere tra la minoranza degli estremisti e il miliardo di musulmani di tutto il mondo. Donald Trump ha abbandonato questa importante precauzione. Il rischio è che lo “scontro di civiltà” teorizzato da Samuel Huntington diventi una profezia che si autoavvera e pone all’Europa una difficile sfida.

Trump aveva già attaccato i musulmani in campagna elettorale, ma molti osservatori si aspettavano che una volta arrivato alla Casa Bianca avrebbe smorzato i toni, adottando un atteggiamento più riflessivo e che tenesse conto della complessità dei rapporti tra islam e occidente.

Ma era solo un’illusione, come ha dimostrato il cosiddetto muslim ban, il decreto che vieta l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di sette paesi a maggioranza musulmana e alle persone che vi sono nate: un provvedimento d’esclusione fondato unicamente su criteri religiosi, anche se la Casa Bianca ha subito respinto l’accusa. La misura ha incontrato la resistenza di una parte della società civile statunitense ed è oggetto di un braccio di ferro con la giustizia federale [il 26 giugno 2018 la Corte Suprema degli USA ha sancito che il “muslim ban” non è contrario alla Costituzione, rigettando le istanze di diversi tribunali federali] ma ormai il danno è fatto.

L’ordine esecutivo firmato da Trump suggerisce che la sua amministrazione sarà molto diversa da quella di Barack Obama, che fin dal discorso tenuto al Cairo nel 2009 aveva cercato di tendere la mano al mondo islamico pur lanciando una guerra senza confini ai jihadisti”.

[Pierre Haski, Donald Trump riaccende lo scontro di civiltà, “L’Obs”, 7/2/2017, in www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2017/02/07/trump-scontro-civilta]

Il “ciclone” Fallaci: un virulento atto di accusa all’Islam e alle debolezze dell’Occidente

La rabbia e l’orgoglio è il titolo di un articolo, apparso su “Il Corriere della Sera” del 29 settembre 2001, che la celebre giornalista Oriana Fallaci (1929-2006) ha scritto in seguito all’attacco alle Twin Towers di New York dell’11 settembre 2001. La versione estesa del pezzo è stata pubblicata con lo stesso titolo nel 2001, costituendo il primo libro di una trilogia che avrebbe annoverato La forza della ragioneOriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse, usciti nel 2004.

Con i toni dell’invettiva polemica, spesso sopra le righe, Oriana Fallaci si scaglia contro l’Islam e denuncia la debolezza di una civiltà occidentale soggetta, a suo giudizio, a un processo di decadenza e ritenuta incapace di reagire alle crescenti minacce portate alla sua identità.

“Sveglia, gente! E’ in atto una guerra di religione”

“Sto parlando alle persone che pur non essendo stupide o cattive, si cullano ancora nella prudenza e nel dubbio. E a loro dico: sveglia, gente, sveglia! Intimiditi come siete dalla paura d’andar contro corrente cioè d’apparire razzisti (parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Voluta e dichiarata da una frangia di quella religione, forse, comunque una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. E con quello distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri… Cristo! Non vi rendete conto che gli Usama Bin Laden si ritengono autorizzati a uccidere voi e i vostri bambini perché bevete il vino o la birra, perché non portate la barba lunga o il chador, perché andate al teatro e al cinema, perché ascoltate la musica e cantate le canzonette, perché ballate nelle discoteche o a casa vostra, perché guardate la televisione, perché portate la minigonna o i calzoncini corti, perché al mare o in piscina state ignudi o quasi ignudi, perché scopate quando vi pare e dove vi pare e con chi vi pare? Non v’importa neanche di questo, scemi? Io sono atea, graziaddio. E non ho alcuna intenzione di lasciarmi ammazzare perché lo sono. Da vent’anni lo dico, da vent’anni”

[Oriana Fallaci, La rabbia e l’orgoglio, “Il Corriere della Sera”, 29 settembre 2001, in http://www.oriana-fallaci.com/29-settembre-2001/articolo.html]

Occidente e Islam: due culture a confronto

“A me dà fastidio perfino parlare di due culture: metterle sullo stesso piano come se fossero due realtà parallele, di uguale peso e di uguale misura. Perché dietro la nostra civiltà c’è Omero, c’è Socrate, c’è Platone, c’è Aristotele, c’è Fidia, perdio. C’è l’antica Grecia col suo Partenone e la sua scoperta della Democrazia. C’è l’antica Roma con la sua grandezza, le sue leggi, il suo concetto della Legge. Le sue sculture, la sua letteratura, la sua architettura. I suoi palazzi e i suoi anfiteatri, i suoi acquedotti, i suoi ponti, le sue strade. C’è un rivoluzionario, quel Cristo morto in croce, che ci ha insegnato (e pazienza se non lo abbiamo imparato) il concetto dell’amore e della giustizia. C’è anche una Chiesa che mi ha dato l’Inquisizione, d’accordo. Che mi ha torturato e bruciato mille volte sul rogo, d’accordo. Che mi ha oppresso per secoli, che per secoli mi ha costretto a scolpire e dipingere solo Cristi e Madonne, che mi ha quasi ammazzato Galileo Galilei. Me lo ha umiliato, me lo ha zittito. Però ha dato anche un gran contributo alla Storia del Pensiero: sì o no? E poi dietro la nostra civiltà c’è il Rinascimento. C’è Leonardo da Vinci, c’è Michelangelo, c’è Raffaello, c’è la musica di Bach e di Mozart e di Beethoven. Su su fino a Rossini e Donizetti e Verdi and Company. Quella musica senza la quale noi non sappiamo vivere e che nella loro cultura o supposta cultura è proibita. Guai se fischi una canzonetta o mugoli il coro del Nabucco. E infine c’è la Scienza, perdio. Una scienza che ha capito parecchie malattie e le cura. Io sono ancora viva, per ora, grazie alla nostra scienza: non quella di Maometto. Una scienza che ha inventato macchine meravigliose. Il treno, l’automobile, l’aereo, le astronavi con cui siamo andati sulla Luna e su Marte e presto andremo chissàddove. Una scienza che ha cambiato la faccia di questo pianeta con l’elettricità, la radio, il telefono, la televisione, e a proposito: è vero che i santoni della sinistra non vogliono dire ciò che ho appena detto?!? Dio, che bischeri! Non cambieranno mai. Ed ora ecco la fatale domanda: dietro all’altra cultura che c’è? Boh! Cerca cerca, io non ci trovo che Maometto col suo Corano e Averroè coi suoi meriti di studioso. (I Commentari su Aristotele eccetera), Arafat [leader dell’OLP e dal 1996 dell’Autorità palestinese] trova anche i numeri e la matematica […] I suoi nonni, Illustre Signor Arafat, non ci hanno lasciato che qualche bella moschea e un libro col quale da millequattrocento anni mi rompono le scatole più di quanto i cristiani me le rompano con la Bibbia e gli ebrei con la Torah”.

[Oriana Fallaci, La rabbia e l’orgoglio, “Il Corriere della Sera”, 29 settembre 2001, in http://www.oriana-fallaci.com/29-settembre-2001/articolo.html]

Corano, messaggio di pace, fratellanza e giustizia?

“E ora vediamo quali sono i pregi che distinguono questo Corano. Davvero pregi? Dacché i figli di Allah hanno semidistrutto New York, gli esperti dell’Islam non fanno che cantarmi le lodi di Maometto: spiegarmi che il Corano predica la pace e la fratellanza e la giustizia. (Del resto lo dice anche Bush, povero Bush. E va da sé che Bush deve tenersi buoni i ventiquattro milioni di americani-musulmani, convincerli a spifferare quel che sanno sugli eventuali parenti o amici o conoscenti devoti a Usama Bin Laden). Ma allora come la mettiamo con la storia dell’Occhio-per-Occhio-Dente-per-Dente? Come la mettiamo con la faccenda del chador anzi del velo che copre il volto delle musulmane, sicché per dare una sbirciata al prossimo quelle infelici devon guardare attraverso una fitta rete posta all’altezza degli occhi? Come la mettiamo con la poligamia e col principio che le donne debbano contare meno dei cammelli, che non debbano andare a scuola, non debbano andare dal dottore, non debbano farsi fotografare eccetera? Come la mettiamo col veto degli alcolici e la pena di morte per chi li beve? Anche questo sta nel Corano. E non mi sembra mica tanto giusto, tanto fraterno, tanto pacifico. Ecco dunque la mia risposta alla tua domanda sul Contrasto-delle-Due-Culture. Al mondo c’è posto per tutti, dico io. A casa propria tutti fanno quel che gli pare. E se in alcuni paesi le donne sono così stupide da accettare il chador anzi il velo da cui si guarda attraverso una fitta rete posta all’altezza degli occhi, peggio per loro. Se son così scimunite da accettar di non andare a scuola, non andar dal dottore, non farsi fotografare eccetera, peggio per loro. Se son così minchione da sposare uno stronzo che vuole quattro mogli, peggio per loro. Se i loro uomini sono così grulli da non bere la birra e il vino, idem. Non sarò io a impedirglielo. Ci mancherebbe altro. Sono stata educata nel concetto di libertà, io, e la mia mamma diceva: «Il mondo è bello perché è vario». Ma se pretendono d’imporre le stesse cose a me, a casa mia… Lo pretendono. Usama Bin Laden afferma che l’intero pianeta Terra deve diventar musulmano, che dobbiamo convertirci all’Islam, che con le buone o con le cattive lui ci convertirà, che a tal scopo ci massacra e continuerà a massacrarci. E questo non può piacerci, no”.

[Oriana Fallaci, La rabbia e l’orgoglio, “Il Corriere della Sera”, 29 settembre 2001, in http://www.oriana-fallaci.com/29-settembre-2001/articolo.html]

Fanatismo e spirito da crociata

“La Crociata è in atto da tempo. E funziona come un orologio svizzero, sostenuta da una fede e da una perfidia paragonabile soltanto alla fede e alla perfidia di Torquemada quando gestiva l’Inquisizione. Infatti trattare con loro è impossibile. Ragionarci, impensabile. Trattarli con indulgenza o tolleranza o speranza, un suicidio. E chi crede il contrario è un illuso. Te lo dice una che quel tipo di fanatismo lo ha conosciuto abbastanza bene in Iran, in Pakistan, in Bangladesh, in Arabia Saudita, in Kuwait, in Libia, in Giordania, in Libano, e a casa sua. Cioè in Italia”.

[Oriana Fallaci, La rabbia e l’orgoglio, “Il Corriere della Sera”, 29 settembre 2001, in http://www.oriana-fallaci.com/29-settembre-2001/articolo.html]

Migrazioni di ieri, migrazioni di oggi: inaccettabili similitudini

“Anche se i nostri ospiti sono assolutamente innocenti, anche se fra loro non c’è nessuno che vuole distruggermi la Torre di Pisa o la Torre di Giotto, nessuno che vuol mettermi il chador, nessuno che vuol bruciarmi sul rogo di una nuova Inquisizione, la loro presenza mi allarma. Mi incute disagio. E sbaglia chi questa faccenda la prende alla leggera o con ottimismo. Sbaglia, soprattutto, chi paragona l’ondata migratoria che s’è abbattuta sull’Italia e sull’Europa con l’ondata migratoria che si rovesciò sull’America nella seconda metà dell’Ottocento anzi verso la fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento. Ora ti dico perché. Non molto tempo fa mi capitò di captare una frase pronunciata da uno dei mille presidenti del Consiglio di cui l’Italia s’è onorata in pochi decenni. «Eh, anche mio zio era un emigrante! Io lo ricordo mio zio che con la valigetta di fibra partiva per l’America!». O qualcosa del genere. Eh, no, caro mio. No. Non è affatto la stessa cosa. E non lo è per due motivi abbastanza semplici. Il primo è che nella seconda metà dell’Ottocento l’ondata migratoria in America non avvenne in maniera clandestina e per prepotenza di chi la effettuava. Furono gli americani stessi a volerla, sollecitarla. […] Ch’io sappia, in Italia non c’è mai stato un atto del Parlamento che invitasse anzi sollecitasse i nostri ospiti a lasciare i loro paesi. Venite-venite-ché-abbiamo-tanto-bisogno-di-voi, se-venite-vi-regaliamo-il-poderino-nel-Chianti. Da noi ci sono venuti di propria iniziativa, coi maledetti gommoni e in barba ai finanzieri che cercavano di rimandarli indietro. Più che d’una emigrazione s’è trattato dunque d’una invasione condotta all’insegna della clandestinità. Una clandestinità che disturba perché non è mite e dolorosa. È arrogante e protetta dal cinismo dei politici che chiudono un occhio e magari tutti e due. […] Il secondo motivo, caro nipote dello zio con la valigetta di fibra, lo capirebbe anche uno scolaro delle elementari. Per esporlo bastano un paio di elementi. Uno: l’America è un continente. E nella seconda metà dell’Ottocento cioè quando il Congresso Americano dette il via all’immigrazione, questo continente era quasi spopolato. Il grosso della popolazione si condensava negli stati dell’Est ossia gli stati dalla parte dell’Atlantico, e nel Mid-West c’era ancora meno gente. La California era quasi vuota. Beh, l’Italia non è un continente. È un paese molto piccolo e tutt’altro che spopolato. Due: l’America è un paese assai giovane. Se pensi che la Guerra d’Indipendenza si svolse alla fine del 1700, ne deduci che ha appena duecento anni e capisci perché la sua identità culturale non è ancora ben definita. L’Italia, al contrario, è un paese molto vecchio. La sua storia dura da almeno tremila anni. La sua identità culturale è quindi molto precisa e bando alle chiacchiere: non prescinde da una religione che si chiama religione cristiana e da una chiesa che si chiama Chiesa Cattolica. La gente come me ha un bel dire: io-con-la-chiesa-cattolica-non-c’entro. C’entro, ahimé c’entro. Che mi piaccia o no, c’entro. E come farei a non entrarci? Sono nata in un paesaggio di chiese, conventi, Cristi, Madonne, Santi”.

[Oriana Fallaci, La rabbia e l’orgoglio, “Il Corriere della Sera”, 29 settembre 2001, in http://www.oriana-fallaci.com/29-settembre-2001/articolo.html]

Migrazioni incompatibili con la nostra identità culturale

“Sto dicendoti che, proprio perché è definita da molti secoli e molto precisa, la nostra identità culturale non può sopportare un’ondata migratoria composta da persone che in un modo o nell’altro vogliono cambiare il nostro sistema di vita. I nostri valori. Sto dicendoti che da noi non c’è posto per i muezzin, per i minareti, per i falsi astemi, per il loro fottuto Medioevo, per il loro fottuto chador. E se ci fosse, non glielo darei. Perché equivarrebbe a buttar via Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, il Rinascimento, il Risorgimento, la libertà che ci siamo bene o male conquistati, la nostra Patria. Significherebbe regalargli l’Italia. E io l’Italia non gliela regalo. […] Quello che avevo da dire l’ho detto. La rabbia e l’orgoglio me l’hanno ordinato. La coscienza pulita e l’età me l’hanno consentito”.

[Oriana Fallaci, La rabbia e l’orgoglio, “Il Corriere della Sera”, 29 settembre 2001, in http://www.oriana-fallaci.com/29-settembre-2001/articolo.html]

L’Islam moderato non esiste

“Soprattutto non credo alla frode dell’Islam Moderato. Come protesto nel libro Oriana Fallaci intervista se stessa e ne L’Apocalisse, quale Islam moderato?!? Quello dei mendaci imam che ogni tanto condannano un eccidio ma subito dopo aggiungono una litania di “ma”, “però”, “nondimeno”? E’ sufficiente cianciare sulla pace e sulla misericordia per essere considerati musulmani moderati? […] Cari miei, l’Islam moderato è un’altra invenzione. Un’altra illusione fabbricata dall’ipocrisia, dalla furberia, dalla quislingheria e dalla Realpolitik di chi mente sapendo di mentire. E non esiste perché non esiste qualcosa che si chiama Islam Buono e Islam Cattivo.

Esiste l’Islam e basta. E l’Islam è il Corano. Nient’altro che il Corano. E il Corano è il Mein Kampf di una religione che ha sempre mirato ad eliminare gli altri. Una religione che si identifica con la politica, col governare. Che non concede una scheggia d’unghia al libero pensiero, alla libera scelta. Che vuole sostituire la democrazia con la madre di tutti i totalitarismi: la teocrazia. Come ho scritto […] è il Corano non mia zia Carolina che ci chiama “cani infedeli” cioè esseri inferiori, poi dice che i cani infedeli puzzano come le scimmie e i cammelli e i maiali. E’ il Corano non mia zia Carolina che umilia le donne e predica la Guerra Santa, la Jihad. Leggetelo bene, quel Mein Kampf, e qualunque sia la versione ne ricaverete le stesse conclusioni: tutto il male che i figli di Allah compiono contro di noi e contro se stessi viene da quel libro. E’ scritto in quel libro. E se dire questo significa vilipendere l’Islam, Signor Giudice del mio Prossimo Processo, si accomodi pure. Mi condanni pure ad anni di prigione. In prigione continuerò a dire ciò che dico ora. E continuerò a ripetere: “Sveglia, Occidente, sveglia! Ci hanno dichiarato guerra, siamo in guerra! E alla guerra bisogna combattere!”.

[Oriana Fallaci, Le radici dell’odio. La mia verità sull’Islam, Rizzoli, 2015]

Risposte e confutazioni alla Fallaci e al suo “orianismo”
Logiche demonizzanti e bisogni identitari: il “pensare-per-nemici”

Fondatore e direttore della rivista di cultura politica “Reset”, Giancarlo Bosetti prende posizione contro le tesi e il modo di procedere, definito “orianismo”, di Oriana Fallaci, lanciatasi, dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, in una “crociata” ideologica contro l’Islam e in una virulente polemica contro la colpevole debolezza dell’Occidente.

“Orianismo è pensare-per-nemici, cogitare-per-inimicos, pensare attraverso i nemici, usare i nemici come mezzo di conoscenza, come un particolare tipo di lampada, di torcia elettrica che illumina alla sua maniera sbieca la realtà verso la quale la indirizziamo. Significa sviluppare una visione del problema utilizzando un Nemico, il Nemico come bussola. Si pensa per inimicos trasferendo il centro dell’attenzione dalla questione che abbiamo di fronte nella sua specifica oggettiva dimensione a quel che il Nemico sta facendo e pensando, o a quello che il Nemico potrebbe fare o pensare per trarne un vantaggio […] Il pensare-per-nemici trasferisce l’attenzione e la conversazione dalla dimensione oggettiva dei problemi da affrontare […] Non è soltanto una ossessione, una fissazione, una coazione a ripetere come quella degli antisemiti per gli ebrei, degli xenofobi per gli immigrati, dei fondamentalisti islamici per le femministe e i bikini. No, nel suo modo […] deformante, affoscato e poco efficace sul piano operativo, è una forma di conoscenza, di rassicurazione, di edificazione.

[…] Un’avvertenza è qui necessaria: il pensare-per-nemici va inteso, nel suo pieno esercizio, come qualcosa di ben diverso dall’ordinario conflitto che in politica è il sale di una libera vita pubblica, e più del sale un ingrediente delle democrazie che fa tutt’uno con la stessa libertà. Dove non c’è conflitto, divisione, discussione, dove non c’è una opposizione, ma anche soltanto dove l’opposizione è debole, le democrazie soffrono. Sono i regimi autoritari che non vogliono il conflitto. […] Ma il pensare-per-nemici non è questo […] è invece un modo per sostituire un problema che c’è, ed è già di per sé comunque conflittuale, con un fantasma del Nemico, per mettere in primo piano il fantasma e passare in secondo il problema, per imprimere nella mente l’immagine del Nemico e cancellare, attenuare, confortare l’angoscia che quel problema suscita, per mettere il risentimento al posto della curiosità, l’odio al posto della conoscenza. […]IL Nemico è anche la risposta a un bisogno di consolidare la propria identità, il senso della propria esistenza […] Togli un nemico e si dovrà trovarne un altro. Le nazioni hanno bisogno di nemici. E i nemici ideali sono quelli che hanno caratteristiche di ostilità ideologica e diversità razziale e culturale […]  Il pensare per inimicos è una scorciatoia, un aiuto, una facilitazione. Ecco perché piace e viene adottato”.

[Giancarlo Bosetti, Cattiva maestra. La rabbia di Oriana Fallaci e il suo contagio, Marsilio, 2005]

Oriana Fallaci aveva torto

A distanza di quattordici anni dalla pubblicazione di La rabbia e l’orgoglio, Gianluca Briguglia, docente di filosofia medievale e rinascimentale e direttore della Facoltà di Filosofia presso l’Università di Strasburgo, riprende la tesi, sostenuta da Oriana Fallaci, della superiorità dell’Occidente e della violenza religiosa della cultura islamica e la mette in corrispondenza con la strategia politico-militare adottata dopo l’attentato alle Torri Gemelle per evidenziarne il sostanziale fallimento.

Con quattordici anni di ritardo, ieri, ho letto La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci. Incuriosito dall’articolo di Battista sul “Corriere della sera” di domenica – che esplorando Twitter notava tutto un fiorire di “Scusaci Oriana, avevi ragione”, risarcimento postumo di una rancorosa incomprensione in vita – ho deciso di colmare la lacuna […]Il libro ha un’unica tesi, insostenibile nella sua mancanza di flessibilità e pragmatismo: la superiorità dell’Occidente e la violenza religiosa della cultura islamica, a tutti i suoi livelli, che prepara l’attacco finale agli Stati Uniti e all’Europa. È una tesi assoluta, che non ammette diminuzioni e che come tutte le tesi non scientifiche è inconfutabile (e che non ha senso tentare di confutare a distanza di 14 anni).

Il libro è stato scritto nel 2001, pochi giorni dopo l’11 settembre, di cui restituisce tutto il senso di frustrazione e la sacrosanta necessità di una reazione. È di questo che dovremmo ringraziare a quattordici anni di distanza Oriana Fallaci? Aveva ragione lei? Aveva davvero individuato una strategia di risposta, delle soluzioni?

Quattordici anni sono molti e tante cose sono successe.

Nel 2001 il premier britannico era Tony Blair, in Francia c’era Chirac (ma ancora al primo mandato) e la Francia non era nella Nato per antica dottrina gollista e aveva come moneta il franco, noi avevamo la lira, ancora per pochissimo, in Germania c’era Schroeder, il papa era Giovanni Paolo II (sì, Karol Wojtyła), in Palestina c’era Arafat, in Italia gli atei non erano ancora devoti (diventeranno devoti qualche anno dopo e oggi sono ancora atei, ma non più devoti), Magdi Allam era musulmano (moderato), Berlusconi era calvo, poi qua e là c’erano Saddam Hussein, Gheddafi, in Tunisia Ben Ali, in Israele il primo ministro era Ariel Sharon.

Insomma il mondo era molto diverso e aveva di fronte a sé molte opzioni, molte possibilità. Si è scelto di fare delle guerre, alcune inevitabili, giuste e utili (a mio modestissimo parere), come quella contro i Talebani dell’Afghanistan, altre illegali e probabilmente inutili e anzi dannose, come quella che finì con Bush su una portaerei a dire “missione compiuta” (e invece doveva ancora cominciare tutto), altre strane e senza alcuna strategia per il dopo. Tutte guerre militarmente (quasi) vinte e tutti dopoguerra persi. Sono morte centinaia di migliaia di persone, in massima parte civili.

Tutto questo non può essere imputato alla Fallaci, naturalmente. Ma il punto è che a guardare indietro, retrospettivamente, tutta questa strategia politico-militare, durata quattordici anni con fasi alterne e ripensamenti, è quanto di più simile alla linea che quel libro traccia. Radicalizzando, si può dire che l’opzione Fallaci è diventata la realtà storica degli anni successivi al libro. Radicalizzando, possiamo dire che abbiamo fatto del nostro meglio per seguire quanto il libro in certo modo poteva suggerire. I risultati di quella strategia sono catastrofici, oggi lo possiamo dire perché è sotto gli occhi di tutti: non abbiamo risolto quasi nulla. Probabilmente altre guerre ci saranno (ci sono già), e alcune inevitabili e perfino giuste, ma saranno inutili e dannose se associate a quella teoria semplice, assoluta e inconfutabile che i sostenitori di quel libro continuano a ripetere come se niente fosse successo. Quindi dobbiamo dirlo: “Scusaci Oriana, sei stata capace di ispirarci con tutto il tuo percorso, ma su questo avevi torto, torto marcio”.

[Gianluca Briguglia, in www.ilpost.it/gianlucabriguglia/2015/11/17/oriana-fallaci-aveva-torto/]

Se Firenze non è più quella di un tempo, la colpa non è degli immigrati

Con una lettera aperta, datata ottobre 2001, Tiziano Terzani (1938-2004), giornalista, scrittore e profondo conoscitore del mondo orientale, rispondeva all’articolo La rabbia e l’orgoglio pubblicato dalla grande giornalista Oriana Fallaci all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001.

“A proposito, Oriana. Anche a me ogni volta che, come ora, ci passo, questa città mi fa male e mi intristisce. Tutto è cambiato, tutto è involgarito. Ma la colpa non è dell’Islam o degli immigrati che ci si sono installati. Non son loro che han fatto di Firenze una città bottegaia, prostituita al turismo! E successo dappertutto. Firenze era bella quando era più piccola e più povera. Ora è un obbrobrio, ma non perché i musulmani si attendano in Piazza del Duomo, perché i filippini si riuniscono il giovedì in Piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione. E così perché anche Firenze s’é “globalizzata”, perché non ha resistito all’assalto di quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile: la forza del mercato. Nel giro di due anni da una bella strada del centro in cui mi piaceva andare a spasso è scomparsa una libreria storica, un vecchio bar, una tradizionalissima farmacia ed un negozio di musica. Per far posto a che? A tanti negozi di moda. Credimi, anch’io non mi ci ritrovo più. Per questo sto, anch’io ritirato, in una sorta di baita nell’Himalaya indiana dinanzi alle più divine montagne del mondo. Passo ore, da solo, a guardarle, lì maestose ed immobili, simbolo della più grande stabilità, eppure anche loro, col passare delle ore, continuamente diverse e impermanenti come tutto in questo mondo. La natura è una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornarci a prendere lezione. Tornaci anche tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo, con dinanzi altri grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti sola davvero; sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto più grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono più. Guarda un filo d’erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace. Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte”.

[Tiziano Terzani, in www.artdirectory-marussi.it/jaccuse/lettera-aperta-di-tiziano-terzani-a-oriana-fallaci-ottobre-2001/]

Islam: una minaccia alla nostra identità e ai nostri valori?
“L’Islam è violento, guai a legittimarlo e a consentire la costruzione di moschee”

Giornalista e scrittore egiziano convertitosi al cattolicesimo nel 2008 ma fortemente critico nei confronti della Chiesa per le sue posizioni verso l’Islam, l’immigrazione e il multiculturalismo, europarlamentare dal 2009 al 2014, Magdi Allam ritiene che il dialogo risulti possibile tra singoli individui ma non tra le religioni, tra cui quella islamica si connoterebbe, a suo giudizio, per un odio profondo nei confronti degli ebrei e dei cristiani.

Onorevole Magdi Cristiano Allam, perché è difficile la convivenza tra cristiani e musulmani?
«Anzitutto, bisogna distinguere sempre tra le persone e le religioni. Con le persone si può e si deve sempre dialogare e cercare una civile e pacifica convivenza perché tutti gli uomini, a prescindere dal loro credo religioso, sono uguali sul piano dei diritti inalienabili alla vita, alla dignità e alla libertà. Sulle religioni invece dobbiamo avere il coraggio di dire che non sono tutte uguali».

L’Islam in cosa si differenzia dalle altre?
«Nella preghiera che i musulmani recitano cinque volte al giorno diretti verso la Mecca, facendo riferimento al Corano, dicono questo: “Credo che non c’è altro Dio al di fuori di Allah. Che Maometto è il suo inviato. Concedici la retta via, non la via di coloro nei cui confronti sei adirato né la via di coloro che hanno negato”. Tutti i teologi islamici concordano sul fatto che “coloro nei cui confronti sei adirato e che hanno negato la verità” sono proprio gli ebrei e i cristiani. Cinque volte al giorno, dunque, i musulmani nella loro preghiera condannano ebrei e cristiani. Se noi ignoriamo tutto questo non riusciamo a capire come sia potuto accadere che dopo sette secoli in cui tutto il Mediterraneo era cristiano a partire dal settimo secolo la sponda orientale e meridionale da cristiana sta diventando gradualmente islamica. Oggi stiamo assistendo alla spoliazione finale di quelle terre dalla residua presenza cristiana dopo l’eliminazione della presenza ebraica».

L’espansionismo aggressivo, quindi, ha un fondamento religioso?
«Nel Corano si dice chiaramente che l’insieme dell’umanità deve essere sottomessa all’Islam anche con la violenza e si fa diretto ed esplicito riferimento agli ebrei, ai cristiani, agli apostati, agli infedeli considerati tutti nemici dell’Islam da sottomettere con la violenza ed eliminandoli, se necessario, anche con l’uccisione. Questo è chiaramente scritto, non è opinabile. Cristianamente noi dobbiamo amare il prossimo a prescindere dalla sua fede, etnia o cultura. Ma al tempo stesso però dobbiamo essere consapevoli che nel momento in cui l’Islam si vuole applicare letteralmente e integralmente, nella sua integrità e integralità, l’Islam è fisiologicamente violento. Possiamo far finta che la realtà non sia questa, poi però dobbiamo fare i conti con la realtà, con quello che, ad esempio, è successo in Iraq, in Egitto e che sta accadendo ora in Siria. Una situazione che personalmente mi sta facendo inorridire» […]Non c’è quindi la possibilità di una vita normale per i cristiani nei paesi a musulmani? 
«C’è stata in passato. Io sono nato nel ’52 al Cairo, in Egitto, e c’era una realtà molto più laica e rispettosa tra persone di religioni diverse anche se era pur sempre una società prevalentemente musulmana. Quello di Nasser era un regime laico socialista, le donne non erano costrette a portare il velo, i Fratelli musulmani erano fuorilegge, i loro dirigenti incarcerati o costretti ad emigrare altrove. Non veniva applicata l’ideologia islamica che è avversa ai cristiani e agli ebrei. Questa è la verità. Dopo la sconfitta degli eserciti arabi nella guerra del 5 giugno 1967, il declino del panarabismo e l’avvento del panislamismo noi assistiamo alla crescita dell’intolleranza islamica nei confronti di cristiani ed ebrei. Aggiungo che il problema si pone anche all’interno dell’Europa stessa. […] il radicalismo islamico è diventata una realtà autoctona europea. Facciamo attenzione quindi a certi errori come quello di immaginare che per il rispetto, doveroso, nei confronti dei musulmani come persone si debba legittimare l’Islam come religione e concedere la costruzione di moschee che si stanno diffondendo a macchia d’olio anche in Europa con il risultato che all’interno di questi luoghi si predica un’ideologia intrisa di odio, di morte e di violenza nei confronti di ebrei e cristiani» […]Un Islam moderato quindi non esiste? 
«Esistono i musulmani moderati, io lo sono stato per 56 anni. Ci sono tanti musulmani per bene con i quali noi possiamo e dobbiamo dialogare ma lo dobbiamo fare nella consapevolezza che la verità è solo nel Cristianesimo e in Gesù Cristo che non può essere relativizzato. Laicamente, il dialogo è possibile a due condizioni: richiedendo a tutti, musulmani e non, la condivisione di quei valori che giustamente si definiscono “non negoziabili” in quanto sostanziano l’essenza della nostra comune umanità, mi riferisco alla sacralità della vita, alla dignità della persona e alla libertà di scelta, ed esigendo il rispetto delle regole che sono a fondamento della civile convivenza».

[intervista a Magdi Allam di Antonio Sanfrancesco del 26/06/2013 in “Famiglia cristiana”, in www.famigliacristiana.it/articolo/magdi-allam-l-islam-e-violento.aspx]

L’Islam non si evolverà mai e l’Europa assiste inerte al disastro

Il politologo Giovanni Sartori (1924-2017), docente per molti anni alla Columbia University di New York e tra i massimi esperti di scienza politica a livello internazionale, in una intervista a “Il Giornale” (18/01/2016) sostiene come sia illusorio pensare di poter integrare le comunità musulmane nelle nostre società, risultando l’Islam, per una serie di ragioni di fondo, incompatibile con i principi basilari dell’Occidente.

Professore su queste parole si gioca il nostro futuro.
«Su queste parole si dicono molte sciocchezze».

Su queste parole, in Francia, intellettuali di sinistra ora cominciano a parlare come la destra. Dicono che il multiculturalismo è fallito, che i flussi migratori dai Paesi musulmani sono insostenibili, che l’Islam non può integrarsi con l’Europa democratica…
«Sono cose che dico da decenni».

Anche lei parla come la destra?
«Non mi importa nulla di destra e sinistra, a me importa il buonsenso. Io parlo per esperienza delle cose, perché studio questi argomenti da tanti anni, perché provo a capire i meccanismi politici, etici e economici che regolano i rapporti tra Islam e Europa, per proporre soluzioni al disastro in cui ci siamo cacciati».

Quale disastro?
«Illudersi che si possa integrare pacificamente un’ampia comunità musulmana, fedele a un monoteismo teocratico che non accetta di distinguere il potere politico da quello religioso, con la società occidentale democratica. Su questo equivoco si è scatenata la guerra in cui siamo».

Perché?
«Perché l’Islam che negli ultimi venti-trent’anni si è risvegliato in forma acuta – infiammato, pronto a farsi esplodere e assistito da nuove tecnologie sempre più pericolose – è un Islam incapace di evolversi. È un monoteismo teocratico fermo al nostro Medioevo. Ed è un Islam incompatibile con il monoteismo occidentale. Per molto tempo, dalla battaglia di Vienna in poi, queste due realtà si sono ignorate. Ora si scontrano di nuovo».

Perché non possono convivere?
«Perché le società libere, come l’Occidente, sono fondate sulla democrazia, cioè sulla sovranità popolare. L’Islam invece si fonda sulla sovranità di Allah. E se i musulmani pretendono di applicare tale principio nei Paesi occidentali il conflitto è inevitabile».

Sta dicendo che l’integrazione per l’islamico è impossibile?
«Sto dicendo che dal 630 d.C. in avanti la Storia non ricorda casi in cui l’integrazione di islamici all’interno di società non-islamiche sia riuscita. Pensi all’India o all’Indonesia».

Quindi se nei loro Paesi i musulmani vivono sotto la sovranità di Allah va tutto bene, se invece…
«…se invece l’immigrato arriva da noi e continua ad accettare tale principio e a rifiutare i nostri valori etico-politici significa che non potrà mai integrarsi. Infatti in Inghilterra e Francia ci ritroviamo una terza generazione di giovani islamici più fanatici e incattiviti che mai».

Ma il multiculturalismo…
«Cos’è il multiculturalismo? Cosa significa? Il multiculturalismo non esiste. La sinistra che brandisce la parola multiculturalismo non sa cosa sia l’Islam, fa discorsi da ignoranti. Ci pensi. I cinesi continuano a essere cinesi anche dopo duemila anni, e convivono tranquillamente con le loro tradizioni e usanze nelle nostre città. Così gli ebrei. Ma i musulmani no. Nel privato possono e devono continuare a professare la propria religione, ma politicamente devono accettare la nostra regola della sovranità popolare, altrimenti devono andarsene».

Se la sente un benpensante di sinistra le dà dello xenofobo.
«La sinistra è vergognosa. Non ha il coraggio di affrontare il problema. Ha perso la sua ideologia e per fare la sua bella figura progressista si aggrappa alla causa deleteria delle porte aperte a tutti. La solidarietà va bene. Ma non basta».

Cosa serve?
«Regole. L’immigrazione verso l’Europa ha numeri insostenibili. Chi entra, chiunque sia, deve avere un visto, documenti regolari, un’identità certa. I clandestini, come persone che vivono in un Paese illegalmente, devono essere espulsi. E chi rimane non può avere diritto di voto, altrimenti i musulmani fondano un partito politico e con i loro tassi di natalità micidiali fra 30 anni hanno la maggioranza assoluta. E noi ci troviamo a vivere sotto la legge di Allah. Ho vissuto trent’anni negli Usa. Avevo tutti i diritti, non quello di voto. E stavo benissimo».

E gli sbarchi massicci di immigrati sulle nostre coste?
«Ogni emergenza ha diversi stadi di crisi. Ora siamo all’ultimo, lo stadio della guerra – noi siamo gli aggrediti, sia chiaro – e in guerra ci si difende con tutte le armi a disposizione, dai droni ai siluramenti».

Cosa sta dicendo?
«Sto dicendo che nello stadio di guerra non si rispettano le acque territoriali. Si mandano gli aerei verso le coste libiche e si affondano i barconi prima che partano. Ovviamente senza la gente sopra. È l’unico deterrente all’assalto all’Europa. Due-tre affondamenti e rinunceranno. Così se vogliono entrare in Europa saranno costretti a cercare altre vie ordinarie, più controllabili».

Se la sente uno di quegli intellettuali per i quali la colpa è sempre dell’Occidente…
«Intellettuali stupidi e autolesionisti. Lo so anch’io che l’Inquisizione è stata un orrore. Ma quella fase di fanatismo l’Occidente l’ha superata da secoli. L’Islam no. L’Islam non ha capacità di evoluzione. È, e sarà sempre, ciò che era dieci secoli fa. È un mondo immobile, che non è mai entrato nella società industriale. Neppure i Paesi più ricchi, come l’Arabia Saudita. Hanno il petrolio e tantissimi soldi, ma non fabbricano nulla, acquistano da fuori qualsiasi prodotto finito. Il simbolo della loro civiltà, infatti, non è l’industria, ma il mercato, il suq».

Si dice che il contatto tra civiltà diverse sia un arricchimento per entrambe.
«Se c’è rispetto reciproco e la volontà di convivere sì. Altrimenti non è un arricchimento, è una guerra. Guerra dove l’arma più potente è quella demografica, tutta a loro favore».

E l’Europa cosa fa?
«L’Europa non esiste. Non si è mai visto un edificio politico più stupido di questa Europa. È un mostro. Non è neppure in grado di fermare l’immigrazione di persone che lavorano al 10 per cento del costo della manodopera europea, devastando l’economia continentale. Non è questa la mia Europa».

Qual è la sua Europa?
«Un’Europa confederale, composta solo dai primi sei/sette stati membri, il cui presidente dev’essere anche capo della Banca europea così da avere sia il potere politico sia quello economico-finanziario, e una sola Suprema corte come negli Usa. L’Europa di Bruxelles con 28 Paesi e 28 lingue diverse è un’entità morta. Un’Europa che vuole estendersi fino all’Ucraina… Ridicolo. Non sa neanche difenderci dal fanatismo islamico».

Come finirà con l’Islam?
«Quando si arriva all’uomo-bomba, al martire per la fede che si fa esplodere in mezzo ai civili, significa che lo scontro è arrivato all’entità massima».

[intervista a Giovanni Sartori di Luigi Mascheroni del 18/01/2016 in “Il Giornale”, in www.qelsi.it/2016/il-politologo-sartori-islam-incompatibile-con-loccidente/]

Compatibile l’integrazione dei musulmani con la salvaguardia della nostra identità?

Nella nota pastorale La città di san Petronio nel terzo millennio (12 settembre 2000), il cardinale di Bologna Giacomo Biffi esprimeva le sue perplessità in merito alla possibile integrazione degli immigrati di fede islamica nella società italiana e rimarcava l’esigenza di salvaguardare l’identità culturale della nazione, fortemente connotata dal cattolicesimo.

“I criteri per ammettere gli immigrati non possono essere solamente economici e previdenziali (che pure hanno il loro peso). Occorre che ci si preoccupi seriamente di salvare l’identità propria della nazione. L’Italia non è una landa deserta o semidisabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza un’inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto.
In vista di una pacifica e fruttuosa convivenza, se non di una possibile e auspicabile integrazione, le condizioni di partenza dei nuovi arrivati non sono ugualmente propizie. E le autorità civili non dovrebbero trascurare questo dato della questione. In ogni caso, occorre che chi intende risiedere stabilmente da noi sia facilitato e concretamente sollecitato a conoscere al meglio le tradizioni e l’identità della peculiare umanità della quale egli chiede di far parte.
Sotto questo profilo, il caso dei musulmani va trattato con una particolare attenzione. Essi hanno una forma di alimentazione diversa (e fin qui poco male), un diverso giorno festivo, un diritto di famiglia incompatibile col nostro, una concezione della donna lontanissima dalla nostra (fino ad ammettere e praticare la poligamia). Soprattutto hanno una visione rigorosamente integralista della vita pubblica, sicché la perfetta immedesimazione tra religione e politica fa parte della loro fede indubitabile e irrinunciabile, anche se di solito a proclamarla e farla valere aspettano prudentemente di essere diventati preponderanti. Mentre spetta a noi evangelizzare, qui è lo Stato – ogni moderno Stato occidentale a dover far bene i suoi conti […] Da ultimo, sarà bene che nessuno ignori o dimentichi che il cattolicesimo – che non è più la “religione ufficiale dello Stato” – rimane nondimeno la “religione storica” della nazione italiana, oltre che la fonte precipua della sua identità e l’ispirazione determinante delle nostre più autentiche grandezze.
Perciò è del tutto incongruo assimilarlo alle altre forme religiose o culturali, alle quali dovrà sì essere assicurata piena libertà di esistere e di operare, senza però che questo comporti o provochi un livellamento innaturale o addirittura un annichilimento dei più alti valori della nostra civiltà.
Va anche detto che è una singolare concezione della democrazia il far coincidere il rispetto delle minoranze con il non rispetto delle maggioranze, così che si arriva di fatto all’elimi-nazione di ciò che è acquisito e tradizionale in una comunità umana. Si attua un’”intolleranza sostanziale”, per esempio, quando nelle scuole si aboliscono i segni e gli usi cattolici, cari alla stragrande maggioranza, per la presenza di alcuni alunni di altre religioni”.

[Cardinal Giacomo Biffi, nota pastorale La città di san Petronio nel terzo millennio, Bologna, 12 settembre 2000, in www.chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/7282.html]

Patto nazionale per un Islam italiano: opportunità di integrazione o pericolo per i valori democratici?

Il 1° febbraio 2017, presso il Ministero dell’Interno, è stato sottoscritto il “Patto nazionale per un Islam italiano, espressione di una comunità aperta, integrata e aderente ai valori e principi dell’ordinamento statale” con i componenti del “Tavolo di confronto con i rappresentanti delle associazioni e comunità islamiche presenti in Italia”. Il documento, ispirato al totale rifiuto di qualsiasi forma di violenza e terrorismo, intende ricercare un equilibrio di diritti e doveri, al fine di promuovere un solido percorso di integrazione.
Su questo documento Magdi Cristiano Allam e Gianluca Roselli esprimono due opposte valutazioni.

Patto nazionale per un Islam italiano: il testo

I rappresentanti delle associazioni e delle comunità islamiche chiamati a far parte del Tavolo di confronto presso il Ministero dell’interno

  • Richiamato il principio supremo di laicità dello Stato quale “garanzia della libertà di religione in regime di pluralismo confessionale e culturale”;
  • Visti gli articoli 2,3,8 e 19 della Costituzione volti a:
    • riconoscere e garantire “i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” e richiedere “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2);
    • stabilire “l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art.3);
    • stabilire che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge” e “hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano” (art. 8 );
    • affermare che “tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume” (art. 19);
  • Visti la legge n. 1159/1929, recante “Disposizioni sull’esercizio dei culti ammessi nello Stato e sul matrimonio celebrato davanti ai ministri dei culti medesimi” e il R. D. 28 febbraio 1930, n. 289, recante “Norme per l’attuazione della legge n. 1159/1929, sui culti ammessi nello Stato e per coordinamento di essa con le altre leggi dello Stato”;
  • Considerata la presenza rilevante anche in Italia di un “nuovo pluralismo religioso” che comprende numerose associazioni, cittadini e residenti che nel rispetto della Costituzione fanno riferimento alla religione islamica;
  • Ritenuto di dover contribuire a favorire la convivenza armoniosa e costruttiva tra le diverse comunità religiose per consolidare la coesione sociale e promuovere processi di integrazione;
  • Considerato il ruolo rilevante che le associazioni islamiche svolgono nell’azione di contrasto a ogni espressione di radicalismo religioso posta in essere attraverso propaganda, azioni e strategie contrarie all’ordinamento dello Stato;
  • Ritenuto proficuo il dialogo da tempo instaurato con le Istituzioni italiane e, in particolare, con il Ministero dell’Interno;
  • Preso atto del lavoro preliminare compiuto presso il Ministero dall’Interno dal Consiglio per i Rapporti con l’Islam italiano;

si impegnano a:

  1. Favorire lo sviluppo e la crescita del dialogo e del confronto con il Ministero dell’Interno, con il contributo del Consiglio per i Rapporti con l’Islam italiano;
  2. Proseguire nell’azione di contrasto dei fenomeni di radicalismo religioso, anche attraverso forme di collaborazione che offrano alle autorità e alle istituzioni strumenti di interpretazione di un fenomeno che minaccia la sicurezza della collettività, ivi compresi cittadini e residenti di fede islamica;
  3. Promuovere un processo di organizzazione giuridica delle associazioni islamiche in armonia con la normativa vigente in tema di libertà religiosa e con i principi dell’ordinamento giuridico dello Stato;
  4. Promuovere la formazione di imam e guide religiose che, in considerazione del ruolo specifico e delicato che rivestono nelle comunità di riferimento e delle funzioni che possono essere chiamati a svolgere in luoghi come ospedali, centri di accoglienza, istituti di pena etc., possano anche assumere il ruolo di efficaci mediatori per assicurare la piena attuazione dei principi civili di convivenza, laicità dello Stato, legalità, parità dei diritti tra uomo e donna, in un contesto caratterizzato dal pluralismo confessionale e culturale;
  5. Proseguire nell’organizzazione di eventi pubblici che attestino l’efficacia del dialogo interculturale sia valorizzando il contributo del patrimonio spirituale e culturale della tradizione islamica alla vita della società italiana, sia nella costruzione di percorsi di integrazione degli immigrati musulmani e di contrasto al radicalismo e al fanatismo religioso, agendo in sinergia con le istituzioni italiane. In tale ottica particolare rilevanza assumerà il ruolo delle giovani generazioni;
  6. Favorire le condizioni prodromiche all’avvio di negoziati volti al raggiungimento di Intese ai sensi dell’art. 8, comma 3, della Costituzione;
  7. Proseguire nell’impegno di garantire che i luoghi di preghiera e di culto mantengano standard decorosi e rispettosi delle norme vigenti (in materia di sicurezza e di edilizia) e che tali sedi possano essere accessibili a visitatori non musulmani, anche attraverso programmi di apertura e di visite guidate dei centri islamici da parte di persone con competenze pedagogico-didattiche e comunicative, attente a valorizzare le occasioni di scambio e dialogo con la comunità civile locale;
  8. Facilitare i contatti e le relazioni delle Istituzioni e della società civile con le associazioni islamiche, rendendo pubblici nomi e recapiti di imam, guide religiose e personalità in grado di svolgere efficacemente un ruolo di mediazione tra la loro comunità e la realtà sociale e civile circostante;
  9. Adoperarsi concretamente affinché il sermone del venerdì sia svolto o tradotto in italiano, ferme restando le forme rituali originarie nella celebrazione del rito, così come le comunicazioni sulla vita della comunità o dell’associazione;
  10. Assicurare massima trasparenza nella gestione e documentazione dei finanziamenti, ricevuti, dall’Italia o dall’estero, da destinare alla costruzione e alla gestione di moschee e luoghi di preghiera;

Il Ministero rinnova l’intendimento a:

  1. Sostenere e promuovere, in collaborazione con le associazioni Islamiche, eventi pubblici intesi a rafforzare ed approfondire il dialogo tra le Istituzioni e la comunità islamica, valorizzando il contributo del patrimonio spirituale, culturale e sociale che le comunità musulmane offrono al Paese, favorendo percorsi di integrazione degli immigrati musulmani e contrastando il radicalismo e il fanatismo religioso;
  2. Valorizzare i programmi e le azioni avviati tramite il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione – Direzione centrale per gli Affari dei Culti;
  3. Favorire specifici percorsi volti a supportare le associazioni islamiche nella elaborazione di modelli statutari coerenti con l’ordinamento giuridico italiano anche ai fini di eventuali richieste di riconoscimento giuridico degli Enti come enti morali di culto (ex l. 1159/1929 e il R. D. 28 febbraio 1930, n. 289) da parte delle “Associazioni Islamiche” ovvero di istanze di riconoscimento dei ministri di culto islamici, ai sensi dell’art. 3 della legge 1159/1929;
  4. Considerare la rilevanza del nuovo pluralismo religioso, in coerenza con il quadro normativo di riferimento nazionale e comunitario e con gli attuali orientamenti giurisprudenziali della Corte Europea per i diritti dell’uomo;
  5. Consolidare le esperienze formative per ministri di culto di confessioni prive di intesa, in linea con quella già avviate dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione – Direzione centrale per gli Affari dei Culti;
  6. Favorire l’organizzazione, d’intesa con le associazioni e Comunità islamiche partecipanti al Tavolo di confronto, il Consiglio per le relazioni con l’Islam e alcune Università, corsi di formazione per i ministri di culto musulmani;
  7. Estendere sul territorio l’esperienza, positivamente sperimentata in alcune aree, della costituzione dei “tavoli interreligiosi” all’interno dei Consigli territoriali per l’immigrazione delle Prefetture, in modo da offrire anche all’islam italiano uno spazio di confronto diretto con le Istituzioni locali;
  8. Avviare un programma per la predisposizione e distribuzione di kit informativi di base in varie lingue concernenti regole e principi dell’ordinamento dello Stato unitamente alla normativa in materia di libertà religiosa e di culto; Programmare uno o più incontri di rilievo nazionale e pubblico tra le Istituzioni e i giovani musulmani in tema di cittadinanza attiva, dialogo interculturale e contrasto all’islamofobia, al fondamentalismo e alla violenza ;
  9. Promuovere una conferenza con l’ANCI dedicata al tema dei luoghi di culto islamici in cui richiamare il diritto alla libertà religiosa che si esprime anche nella disponibilità di sedi adeguate e quindi di aree destinate all’apertura o alla costruzione di luoghi di culto nel rispetto delle normative in materia urbanistica di sicurezza igiene e sanità, dei principi costituzionali e delle linee guida europee in materia di libertà religiosa. In tale ottica saranno incoraggiate analoghe iniziative a livello territoriale soprattutto nelle realtà dove si registrano eventuali criticità.

[Sito del Ministero dell’Interno, www.interno.gov.it/it/servizi-ine/documenti/patto-nazionale-islam-italiano]

Patto nazionale per un islam italiano? Un grave errore

“Il neoministro dell’Interno Minniti ha tradotto in accordo politico la prassi seguita da decenni dalle forze dell’ordine sul campo e che possiamo riassumere nella scelta del male minore, almeno apparentemente, per sconfiggere il nemico manifesto. Che concretamente significa affidarsi principalmente agli estremisti islamici dell’Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), che s’ispirano ideologicamente ai Fratelli musulmani (fuorilegge in Egitto, Emirati Arabi e Arabia Saudita), per contrastare i terroristi islamici conclamati.

Che corrisponde sul piano strategico a consegnare il nostro destino ai taglialingue, quelli che ci impongono pacificamente di legittimare l’islam, con la speranza che siano loro a salvarci dai tagliagole, quelli che aspirano a sottometterci violentemente all’islam. Ebbene tra i taglialingue e i tagliagole c’è una differenza nel metodo, ma entrambi convergono sul fatto che l’intera umanità debba essere islamizzata.

Il fatto più grave del «Patto nazionale per l’islam italiano» è la sostanziale legittimazione dell’islam, nonostante l’islam violi in modo flagrante le due condizioni poste dall’articolo 8 della Costituzione per riconoscere la pari libertà delle religioni, ovvero che il loro ordinamento non contrasti con le nostre le e che abbiano stipulato un’intesa con lo Stato.

Ebbene l’islam non ottempera alle due condizioni: la sharia è in contrasto con le nostre leggi e i musulmani mai si accorderanno tra loro né sui contenuti né su una rappresentanza unitaria per la stipula dell’intesa. Così come è un errore grave individuare gli imam come interlocutori dello Stato e legittimarli come «ministri di culto» mettendoli sullo stesso piano dei sacerdoti o dei rabbini, quando in realtà sono degli impostori che si auto-attribuiscono un’autorità religiosa inesistente nell’islam maggioritario sunnita.

Minniti è caduto in una trappola suicida che consegna la sicurezza dello Stato a dei nemici subdoli. Dovrebbe sapere che siamo in guerra e che l’arma vera del terrorismo islamico è il lavaggio di cervello che si pratica nelle moschee. E’ un errore madornale, frutto dell’ignoranza e della paura, affidarci agli imam e alle moschee. Questa guerra la possiamo vincere solo combattendo chi decapita e liberandoci dall’islam. Per fortuna che c’è Trump che spazzerà via quest’Europa succube dell’islam”.

[Magdi Cristiano Allam, in “il Giornale”, www.italiaisraeletoday.it/perche-e-stato-un-errore-il-patto-nazionale-per-lislam-italiano/]

Patto nazionale per un islam italiano? Un’importante opportunità

“Stiamo parlando di un’intesa che regoli e disciplini i rapporti tra Stato italiano e comunità islamiche presenti sul nostro Paese. Una legge auspicata da anni, che però sembra difficilissima da portare a casa. Un’accelerazione in tal senso è il “Patto nazionale per un Islam italiano” sancito a febbraio tra il ministero dell’Interno e le principali comunità islamiche nostrane, tra cui Ucoii e Coreis. Un documento che fissa alcuni capisaldi che potranno rappresentare l’inizio per la messa a punto di un vero e proprio concordato tra Stato e Islam italiano.

Ma perché c’è bisogno di regolare questo rapporto? I motivi sono diversi, ma i principali sono tre. Il primo è la costruzione delle moschee. In Italia ci sono un milione e mezzo di musulmani, la seconda religione del Paese, che nella maggior parte dei casi non sanno dove pregare […] In secondo luogo, c’è la formazione degli Imam, che sono fondamentali nella guida delle comunità. […] La figura dell’Imam assume una funzione fondamentale nella formazione spirituale dei fedeli ed è essenziale nell’evitare, o accelerare, forme di radicalismo che possono portare alla nascita di terroristi. Il patto tra Viminale e comunità islamiche prevede sermoni in italiano e un controllo sulla loro formazione, in modo che nessuno si possa improvvisare Imam. Infine, una futura legge, secondo gli esperti, dovrà prevedere un maggiore controllo e trasparenza sui finanziamenti. Il maggiore sponsor economico dei luoghi di culto in Italia, infatti, è il Qatar, paese arabo da molti anni sospettato di finanziare anche le frange più estreme e i movimenti jihadisti […] diversi Paesi arabi, specie i più ricchi, dedicano una parte del loro budget finanziario alla promozione dell’Islam in Europa e nel mondo. […]L’auspicio è che i principi sottoscritti nel patto siano poi la base per una vera e propria intesa tra lo Stato italiano e le comunità islamiche. Il concordato potrebbe poi consentire anche l’accesso all’8 per mille. Finora una delle principali difficoltà è il fatto che l’Islam italiano è frammentato e non c’è un unico interlocutore accreditato a parlare con il governo. “Questo è un falso problema, perché lo Stato ha sottoscritto otto intese diverse con i cattolici e due con i buddisti, quindi si può diversificare anche con noi musulmani. La sensazione è che questo argomento finora sia stato utilizzato come una scusa”, osserva l’imam Pallavicini. La divisione tra le comunità ha spesso portato a scontri all’interno dei musulmani nostrani, con l’Ucoii che ha cercato di esercitare una sorta di leadership, grazie anche al legame con i Fratelli musulmani, una delle più importanti organizzazioni islamiste internazionali, caratterizzata da un approccio politico all’Islam, sviluppata soprattutto in Egitto e nella striscia di Gaza. E sono proprio questi legami ad aver reso difficile in passato il dialogo con le istituzioni italiane. “Ora però i tempi sono maturi”, osserva Pallavicini, “e l’accelerazione imposta dal ministro dell’Interno Marco Minniti, dopo le varie ‘consulte islamiche” e tavoli vari messi in piedi dai precedenti ministri, è un’occasione da sfruttare. Sta ora ai rappresentanti dei musulmani in Italia dimostrare di avere l’intelligenza per raggiungere un’intesa attesa da anni. Solo in questo modo si potrà capire la differenza tra le comunità serie e chi invece preferisce muoversi in aree torbide e ambigue”.

[Gianluca Roselli, in www.glistatigenerali.com/geopolitica/la-via-difficile-per-un-islam-italiano-moschee-soldi-e-un-concordato-possibile/]

Islam: sgombriamo il campo da pregiudizi e stereotipi
Combattere la disinformazione e tutelare la verità

Franco Cardini, medievista di fama internazionale, ha dedicato molti libri alla storia dei rapporti tra Europa e mondo musulmano. In un recente e agile volumetto, da cui traiamo due passi, smonta tutta una serie di false affermazioni sull’Islam, denunciando certi approcci, sempre più diffusi, viziati dal pregiudizio e dall’ostilità preconcetta.

“Gli islamofobi continuano a disinformarci. Bisognerebbe farli smettere […] Proviamo comunque a tutelare verità e buon senso partendo da pochi e ben chiari punti. Primo. Coloro che sul piano della tradizione nazionale e familiare possono oggi venir ritenuti sociologicamente parlando musulmani, hanno ormai superato in cifra tonda il miliardo e mezzo di persone e marciano verso 1.600.000 […], fanno nella loro quasi totalità parte di quell’85-90% del genere umano che vive gestendo appena il 10-15% delle ricchezze del pianeta […] (non si tratta quindi solo di un problema “di civiltà”, bensì anche di geopolitica e di distribuzione delle risorse). Tutto ciò non va mai dimenticato. […]Considerando la complessità della storia dei paesi musulmani, la loro eterogeneità etnolinguistica […] nonché la pluralità dei costumi, delle scuole teologico-giuridiche, delle tradizioni pietistiche e devozionali, delle scuole delle confraternite cui i fedeli fanno capo, sarebbe opportuno parlare sempre non dell’Islam, bensì degli Islam. E’ stato ampiamente dimostrato, ad esempio, che tra l’Islam maghrebino e subsahariano, tra quello turcomongolo dell’Asia centrale e quello diffuso nel Sud-est asiatico le differenze nell’approccio al testo arabo del Corano, nelle pratiche giuridiche, nell’etica pratica, nella vita quotidiana, nel rapporto tra fede musulmana e pratiche folkloriche ancestrali (la magia, il feticismo, lo sciamanesimo e via dicendo) sono infinite e le distanze astrali. […]Contrariamente a quello che si afferma (e che forse addirittura si crede), il fenomeno del sorgere del cosiddetto fondamentalismo a partire dagli anni Venti – con radici peraltro già antiche di oltre un secolo – e con nuovo e maggior vigore dai Settanta-Ottanta del secolo scorso, affonda le sue basi più nel pensiero politico e utopistico occidentale che non nella fede coranica e nella tradizione musulmana. […] Il fondamentalismo […] non è per nulla un movimento religioso o politico-religioso animato dalla volontà di un “ritorno alle origini”; non ha niente del movimento tradizionalista (infatti detesta la spiritualità dei sufi). Al contrario, è semmai “modernista” e “occidentalista”: il suo nucleo forte è costituito dalla volontà di appropriarsi degli elementi di potenza propri dell’Occidente conseguendoli però attraverso il linguaggio e i valori musulmani (non “occidentalizzare/modernizzare l’Islam”, bensì “islamizzare l’Occidente/Modernità”). […]Quella dell’IS è un’armata di sanculotti inquadrata da ufficiali giacobini […] e inalberante insegne vandeane. A modo loro e mutatis mutandis, potremmo ben definirli degli “atei devoti”.”

[Franco Cardini, “L’Islam è una minaccia” (Falso!), Laterza, 2016]

Islam, realtà complessa e contraddittoria

“Il quadro che abbiamo cercato di delineare non è né “buonista”, né “ottimista”, qualifiche a noi estranee. L’Islam di oggi si presenta, a chi cerca d’intenderne seriamente e serenamente i connotati, come una realtà polimorfa e contraddittoria, attraversata da paradossi continui e per un verso in grave e profonda crisi di contraddizione, per un altro in ora straordinaria, ora ambigua crescita. Per comprendere qualcosa del “garbuglio islamico” è necessario che l’opinione pubblica dei nostri paesi abbandoni decisamente i pregiudizi collegati con la superbia occidentocentrica che la conduce a ritenere dogmaticamente che il nostro – appunto “occidentale” e “moderno” – sia il migliore dei mondi possibili e che tutte le altre culture desiderino ad esso adeguarsi: che è errore non meno grave dell’altro, in certo senso opposto tanto tra chi è musulmano quanto tra chi non lo è, consistente nel ritenere che sia oggi in atto uno “scontro di civiltà” i protagonisti del quale sono condannati a combattersi senza comprendersi e senza potersi reciprocamente integrare; o dell’altro ancora, secondo il quale il mondo musulmano sarebbe sempre e comunque, e per interro, estraneo e ostile ai nostri stili di vita e di pensiero, mentre è largamente vero il contrario.”

[Franco Cardini, “L’Islam è una minaccia” (Falso!), Laterza, 2016]

Contro la logica del “noi” versus “loro”

Mimmo Cándito (1941-2018), giornalista e inviato di guerra della Stampa, mette in guardia dal rischio di letture semplificate e uniformi delle società islamiche contemporanee, non assimilabili a un’unica indistinta categoria concettuale.

“Le cronache che nel tempo dopo l’11 settembre in molti abbiamo frattanto scritto per raccontare che cosa accade a Oriente, all’ombra insanguinata delle bandiere verdi di Allah, hanno certamente ricostruito storie dove la violenza e il fanatismo inquinavano pesantemente le forme tentate del cambiamento, ma si sono narrate, anche, storie dove la speranza della rottura con il passato, il desiderio della laicità, una capacità problematica di dialogo, erano ugualmente presenti come atti vivi della quotidianità, perfino la più drammatica.

La crisi delle Primavere arabe denuncia una difficoltà ad accogliere nelle forme della democrazia i processi del cambiamento politico, ma sarebbe stato illusorio credere che la cultura della democrazia potesse impiantarsi senza alcun trauma né rischiosi avvitamenti. Per un passo indietro che fa la Turchia, per un’esplosione di violenza che frantuma l’Egitto, ci sono però i segnali positivi dell’Iran riformista di Rohani, o c’è la nuova Costituzione tunisina che sancisce la parità di tutti i cittadini. E c’è comunque l’infinita realtà di società nazionali, nel Maghreb come nel Mashrek, che vivono ai margini dei riflussi della violenza e non vogliono esserne coinvolte.

È sicuramente poco, di fronte alle speranze illusorie di questi anni; e quanto accade in Siria rischia d’impedirci di leggere correttamente quali siano i soggetti reali che combattono quella guerra dannata. La galassia dell’Islam non ha vissuto ancora il tempo della pace di Westfalia, e nel vortice dei suoi fanatismi trascina via progetti, volontà, tentativi, desideri. Ma cedere a una visione globalizzante delle sue tensioni significa paradossalmente dare sostegno alle componenti più radicali del jihad, le stesse che propagandano una immagine polarizzata del confronto, Noi contro Loro. Questo sancisce un errore drammatico, perché cancella lo spazio della ragione e della politica, e cede alla logica riduttiva del fanatismo. Nel «Noi contro Loro» sparisce la dialettica del confronto, costretto così a trovare nella guerra finale la sua unica realizzazione possibile”.

[Mimmo Candito, Noi contro Loro: un errore che favorisce i jihadisti, in  www.lastampa.it/2014/01/19/cultura/occidente-e-islam-scontro-o-civilt-fKHhSthtAP0V8GmvGGvW8I/pagina.html]

Come spiegare il divario scientifico-tecnologico tra Occidente e Islam?

Luigi Tumbarello è redattore di “Dialoghi Mediterranei”, periodico bimestrale dell’Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo che si propone di essere un osservatorio sulla realtà euro-mediterranea e di rilanciare la centralità di questo mare, da sempre crogiuolo di culture e scambi commerciali, affinché torni ad essere spazio di dialogo e incontro.

“Che cosa impedisce nei Paesi islamici la diffusione del pensiero scientifico? La risposta a tale domanda diventa essenziale per comprendere il significativo divario tecnologico e scientifico tra la così detta società occidentale e quella islamica. La risposta non è semplice, né sono sempre convincenti le analisi che da più parti vengono fatte. È un problema religioso? È un fatto culturale? Dipende dalla struttura sociale?

Dal punto di vista religioso sembra che non dovrebbero esserci, almeno a livello teorico, incompatibilità di principio tra Scienza e Islam. Secondo questa linea di pensiero, se si ripercorrono i secoli bui del Medioevo, si devono all’Islam la conservazione e la reinterpretazione del pensiero ellenistico e la sua diffusione nelle sponde del Mare Nostrum e da qui in tutta l’Europa. In questo contesto storico–geografico, la civiltà musulmana ha prodotto nuove conoscenze scientifiche e un proprio illuminismo di natura filosofica, fungendo anche da anello di congiunzione fra la grande eredità del pensiero antico e l’era moderna. Il pensiero islamico classico, pertanto, si avvale di culture e tradizioni diverse assorbite dalla civiltà musulmana nel corso della sua espansione, dall’Iran all’Andalusia, passando per la penisola arabica e il Nordafrica. «Una volta tanto si può parlare di incontro e non di scontro di civiltà», era solito commentare il nobel Abdus Salam.

Culture e scienze che però verranno adattate ai canoni della dottrina dell’Islam, andando a costituire, attraverso un eccezionale lavoro di traduzione dal greco o dal persiano all’arabo, il corpus del pensiero filosofico e scientifico dell’Islam; una tale armonia tra scienza e dottrina ha determinato una scarsa conflittualità tra religione e pensiero razionale. Non per niente in quel periodo non sono esistiti casi di intolleranza e di forte intrusione religiosa e non si conoscono casi simili a quello del “nostro Galileo”.

Allora perché nei Paesi musulmani dura da qualche secolo questo stato di “sonno” scientifico? Perché in questi Paesi la scienza, o meglio gli scienziati, vivono una condizione di disagio? La spiegazione a questo deficit scientifico e di conoscenze ha cercato di darla, in una lontana intervista, lo stesso Premio Nobel per la Fisica Abdus Salam, fondatore del Centro Internazionale di Fisica teorica di Trieste, il quale non aveva dubbi a far risalire il declino culturale dell’Islam a cominciare dal IX secolo. Da una parte, la “reconquista cristiana” di Cordoba e Toledo e conseguente caduta del califfato, e dall’altra l’invasione mongola di Bagdad, hanno di fatto diviso in due parti non comunicanti il mondo islamico, determinandone il declino. La successiva dominazione ottomana e l’irrigidimento dei dettami religiosi dei mullah diedero infine il colpo di grazia al libero spirito scientifico, a causa soprattutto del clero e della pretesa obbedienza all’autorità […] ogni atto è un atto di Dio e gli altri non sono che mezzi e strumenti. Il mondo è diretto dalla mano potente di Dio che crea ogni cosa nel tempo e pone ogni cosa nello spazio; la mano di Dio è presente ovunque e in tutti i tempi. […] Per l’Islam, le scienze come ricerca e analisi delle cause naturali sono intese come eretiche, in quanto non esiste la possibilità né il bisogno di razionalizzare il mondo. […] Secondo al Ghazzali [teologo, filosofo e mistico del secolo XI], «un pezzo di cotone che prende fuoco non si consuma a causa del calore, ma perché Dio vuole che lo faccia».

Incomincia così il divorzio tra religione e scienza. Una delle conseguenze fu che si smise di stampare libri, causa di diffusione di idee nuove considerate illegittime e dannose dai mullah. Ebbe così inizio un processo di estinzione della lettura e della scrittura dal quale ne deriverà l’impoverimento culturale dell’Islam. Una tale ostilità religiosa è diffusa ancora oggi nei Paesi islamici verso la scienza. […] Tre premi Nobel vinti da musulmani a fronte di 180 vinti da scienziati ebrei. Il motivo è da ricercarsi innanzitutto nella scarsa scolarizzazione del mondo musulmano rispetto a quello cristiano o occidentale; inoltre, l’alfabetizzazione nel mondo cristiano è pari al 90% e i 15 Stati a maggioranza cristiana raggiungono il 100%. Uno stato a maggioranza musulmana ha una media di alfabetizzazione intorno al 40% e non esiste un solo stato musulmano con un tasso di alfabetizzazione pari al 100%. Il 98% degli alfabetizzati nel mondo cristiano finisce le scuole primarie, mentre meno del 50% degli alfabetizzati nel mondo musulmano fanno la stessa cosa. Sono dati che lasciano riflettere.

Illuminante appare l’analisi del giornalista pakistano Farrukh Saleem: ci sono 57 paesi membri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI) e in tutti gli stati membri esistono 500 università: una università per tre milioni di musulmani. Gli Stati Uniti hanno 5.758 università (1 per 57.000 americani). Nel 2004, la Shanghai Jiao Tong University ha comparato le performance delle università nel mondo e curiosamente neanche una università di un Paese islamico si trova nella top 500. […] Un altro dato significativo sta nella pubblicazione di libri: nel Regno Unito, il numero di libri pubblicati per milione di abitanti si eleva a 2.000, mentre si attesta a 20 in Egitto; ne consegue che i Paesi musulmani non sono in grado di produrre conoscenza, di diffondere il sapere e quindi incapaci di trovare delle applicazioni alle nostre conoscenze. E l’avvenire appartiene alle società del sapere. […]Come potrebbero uscire i Paesi islamici da questo letargo scientifico e culturale? Secondo Bernard Lewis [orientalista britannico di fama internazionale (1916-2018)] l’unico modello di sviluppo è quello di percorrere la strada della democrazia, della libertà e della laicità, pilastri sui quali si basa la straordinaria performance dei Paesi occidentali e che hanno giocato un ruolo fondamentale nella simultanea crescita economica, scientifica, politica e sociale.”

[Luigi Tumbarello, Islam e Scienza. Un notevole divario tecnologico e scientifico divide l’Occidente dal mondo musulmano, in “Dialoghi Mediterranei”, n. 2, giugno 2013, in http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/islam-e-scienza-un-notevole-divario-tecnologico-e-scientifico-divide-loccidente-dal-mondo-musulmano/]

Immigrazione: pericolo per l’Europa?
L’impossibile integrazione: Europa a rischio disintegrazione

Giornalista e redattore specializzato sulle tematiche del sottosviluppo e dell’Africa, Rodolfo Casadei ha lavorato fra il 1985 e il 1998 a “Mondo e Missione”, rivista mensile del Pontificio Istituto Missioni Estere di Milano (PIME Milano); dal 1998 è inviato del mensile “Tempi” di Milano e collabora con il quotidiano “Il Foglio”. E’ autore di libri su tematiche africane, dello sviluppo umano e della politica internazionale.

“[…] tutti in Europa mostrano di essere d’accordo sul fatto che gli immigrati in ogni caso devono integrarsi e devono essere integrati. Per alcuni l’integrazione è sinonimo di assimilazione, per altri significa conformità coi valori fondamentali affermati nelle costituzioni nazionali, lasciando un po’ di spazio alla diversità culturale. Per alcuni gli immigrati devono diventare come noi, tali e quali a noi; per altri la loro diversità è benvenuta purché sull’essenziale dei valori politici e civili che regolano attualmente la convivenza sociale nei paesi dell’Unione Europea essi si conformino. Per alcuni l’integrazione ricade principalmente sulle spalle dei migranti, che devono dimostrare la volontà di adattarsi al nostro modo di vivere, per altri ricade soprattutto sui paesi ospitanti, che devono impegnarsi a offrire scuola, formazione e lavoro ai nuovi arrivati e ai loro figli, e a vigilare sulle discriminazioni.

A criticare il mantra dell’integrazione sono pochi. Certamente un Fabrice Hadjadj, che ha scritto che gli attentatori di Charlie Hebdo erano figli di immigrati perfettamente integrati, ma «integrati al nulla» della cultura postmoderna reale che vige in Europa, centrata sul consumismo e sull’edonismo. Su Italia Oggi è apparso un paio di settimane fa un intervento contro corrente di Marco Cobianchi, che faceva notare come l’insistenza sull’integrazione non sia realistica. Ogni essere umano, spiegava, è convinto che la sua cultura sia superiore o perlomeno soggettivamente preferibile a tutte le altre. Perciò insistere sull’integrazione degli immigrati alla cultura europea può solo provocare reazioni di rigetto (che si notano soprattutto nelle seconde generazioni, aggiungo io) […]L’integrazione non avrà luogo: i milioni di stranieri che si stanno trasferendo in Europa non saranno integrati. Né nella forma dell’assimilazione, né nella forma del multiculturalismo attenuato dalla lealtà verso le costituzioni nazionali vigenti. Per molti motivi, dei quali i principali sono l’alto numero dei nuovi arrivati, lo squilibrio fra i tassi di natalità dell’Europa e quelli di Africa e Vicino Oriente e il basso costo dei trasporti e delle comunicazioni nell’epoca della globalizzazione. Chi richiama l’attenzione sugli esempi del passato per confutare la tesi dell’impossibilità dell’integrazione non tiene conto delle differenze esistenti fra l’emigrazione di ieri e quella di oggi. Gli emigranti europei nelle Americhe sono stati perfettamente integrati: italo-americani come Frank Sinatra, Robert De Niro o Frank Giuliani, o italo-argentini come Juan Manuel Fangio, Cesar Luis Menotti o Jorge Mario Bergoglio ora papa Francesco, sono veri statunitensi e veri argentini, la loro italianità riducendosi a un dato biografico e a qualche elemento folkloristico. Culturalmente e psicologicamente sono dei nordamericani e dei latinoamericani, non sono degli italiani. Però i loro genitori o antenati sono emigrati in terre spopolate, le loro famiglie avevano tassi di natalità prossimi a quelli di chi già viveva nei paesi dove sono emigrati, i loro viaggi di là dall’oceano erano virtualmente senza ritorno a causa della distanza e dei costi da sopportare, la persistenza di legami e rapporti con la patria d’origine era estremamente labile in assenza di forme di comunicazione diverse da quella postale. Oggi chi emigra resta in contatto con la terra di origine attraverso le tecnologie informatiche che permettono di comunicare a prezzi bassissimi o comunque contenuti (e-mail, social media, telefoni cellulari); le tivù satellitari che ogni sera riversano notizie della patria nella lingua madre e i viaggi aerei low cost che permettono di fare la spola fra il luogo di nascita e quello di emigrazione più volte all’anno con costi contenuti, fanno sì che il cordone ombelicale col mondo di provenienza non venga mai tagliato. Oggi non ci sono fattori materiali come la grande distanza e gli alti costi per superare la distanza che costringano gli emigranti allo sradicamento completo e all’adattamento alla nuova realtà […]Le leggi approvate dalla maggioranza valgono per tutti e tutti devono accettarle. Questo modo di funzionamento della politica presuppone una certa omogeneità culturale: ci si divide e si discute su tanti argomenti, ma alla fine chi si ritrova in minoranza accetta, anche se malvolentieri, la volontà della maggioranza perché ciò che unisce è più profondo di ciò che divide […] Ora, è evidente che democrazia liberale e pluralismo culturale assoluto non possono convivere. Come si può legiferare su un tema come la blasfemia in un paese dove le opinioni sono radicalmente opposte? Se metà della popolazione pensa che le offese a Dio meritano la pena di morte, e l’altra metà pensa che sia diritto di ogni artista reale o presunto e di ogni umorista reale o presunto offendere la divinità in nome di messaggi estetici, satirici, comunque concettuali, come possono queste due metà convivere nello stesso stato? La metà messa in minoranza dalla legge non si considererà più veramente cittadina dello stesso Stato, non riconoscerà più la legittimità di chi governa.

Ecco perché io credo che l’Europa, dopo 70 anni di processi di integrazione, vada incontro alla più grande disintegrazione della sua storia dall’epoca della fine dell’Impero Romano. L’immigrazione proseguirà, gli stati si frammenteranno di diritto o di fatto a causa delle differenze culturali fra vecchi e nuovi abitanti. Ci scambieremo merci, servizi e manodopera, ma scordatevi l’Europa unita nell’Inno alla gioia di L. van Beethoven”.

[Rodolfo Casadei, Perché l’integrazione degli immigrati è impossibile, (12 aprile 2016), in www.tempi.it/blog/integrazione-degli-immigrati-e-impossibile#.Wx41S4ozbct]

Immigrati: modelli per l’integrazione e dinamiche identitarie

I brani seguenti sono tratti dalla tesi di dottorato, consultabile on-line, di Laura Caroli, “Seconde generazioni” di immigrati in Italia: un ponte per l’integrazione?, Università di Trieste, anno accademico 2009/2010.

Assimilazionismo o melting pot?

“La disciplina per l’ottenimento della cittadinanza è una buona spia del modello che il singolo Stato sceglie per affrontare la sfida dell’integrazione degli immigrati al proprio interno, inquadrandosi in un complesso di norme che ne costituiscono l’impianto giuridico. Bisogna comunque precisare che esso è una mera costruzione astratta, mai del tutto applicabile nella realtà. Inoltre, i principali Paesi europei hanno elaborato tale modello a seconda della propria esperienza coloniale o del bisogno interno di manodopera. Tra i più noti e maggiormente studiati vi è quello assimilazionista, adottato principalmente dalla Francia nella versione statalista: nel quadro di questo modello, la cittadinanza è agevolata e vista come un contratto, stipulato il quale il neo-cittadino deve uniformarsi ai valori del suo nuovo Paese, rinunciando al proprio. Insomma, si prevede l’attribuzione universalistica di diritti che sono riconosciuti all’individuo in quanto tale e non a gruppi e comunità. Non sono cioè consentite eccezioni al diritto comune, né il riconoscimento di diritti collettivi, differenziati per le diverse minoranze (ne è un esempio emblematico l’eterno dibattito sulla proibizione del velo per le donne islamiche, durato in Francia almeno 16 anni). Riguardo alla sfera religiosa, questo si traduce nell’affermazione del principio di separazione tra lo Stato e le varie confessioni presenti sul suo territorio. Vi è, poi, un’altra declinazione di questo modello, in cui l’integrazione si esplica attraverso il mercato e la società civile: si tratta dell’assimilazionismo societario, che trova applicazione invece negli Stati Uniti. Secondo questo approccio, lo Stato deve mantenersi neutrale rispetto alle varie comunità e limitarsi ad assicurare l’uguaglianza di opportunità per tutti i cittadini, nell’istruzione come nell’accesso al lavoro, senza favorire o discriminare nessun gruppo. Tale modello è maggiormente noto come melting pot, per via dell’incoraggiamento alla mescolanza tra i diversi gruppi e, viceversa, lo scoraggiamento della chiusura identitaria e della segregazione, della discriminazione in negativo come in positivo. Questo modello risponde al percorso storico degli Stati Uniti, nati come colonia di popolamento e sviluppatisi con il contributo di tutte le varie comunità immigrate. In ogni caso, entrambi i modelli assimilazionisti sono di tipo inclusivo, accettano cioè l’immigrazione come un fenomeno positivo e tentano di favorirne l’integrazione nella società. L’altro macro-modello è quello multiculturalista, che si riscontra, nella declinazione inclusivista, sostanzialmente in Inghilterra, Olanda e nei Paesi scandinavi. Esso consiste nel riconoscimento dei diversi gruppi e delle loro specificità, consentendo cioè ai singoli di partecipare alla vita economica, politica e sociale del Paese, pur consentendo loro di salvaguardare la propria identità culturale e religiosa. Nella pratica, questo approccio è consistito nel lasciar proliferare dei “club”, delle comunità ristrette e isolate, non comunicanti tra loro, al punto da arrivare a costituire dei veri e propri sistemi giuridici paralleli. Tra le varie comunità, e tra comunità e Stato, infatti, non vi è interazione, al punto che in Inghilterra esistono oggi ben 7 tribunali sharaitici (in cui, cioè, si applica la sharia) che sono stati recepiti dalla common law come forma di arbitrato. Questo modello, nonostante sia improntato alla tolleranza e al rispetto reciproco, ha mostrato tutti i suoi rischi con gli attentati del luglio 2005 a Londra, quando dei cittadini britannici di origine pakistana hanno potuto attuare i loro propositi stragisti proprio perché la loro formazione di stampo estremistico non ha incontrato alcun ostacolo e non si poneva in contraddizione con il loro essere cittadini inglesi a tutti gli effetti”

Identità dell’immigrato: un processo dinamico, non statico

La discussione sulla cittadinanza e sul modello di integrazione porta con sé un altro aspetto fondamentale che tocca da vicino le seconde generazioni: il tema dell’identità. Per “identità” si intende l’insieme degli elementi che definiscono l’essere riconoscibili come tali e, conseguentemente, l’essere diversi dagli altri. Tuttavia, tale insieme è il risultato di un processo, non è statico ma dinamico, e si modifica continuamente. Attraverso questo processo, l’individuo inizia a percepire, costruire e sviluppare la coscienza di sé durante il percorso di socializzazione, sin dai primi anni di vita. Gli studiosi distinguono, in materia, tra identità personale e identità sociale. Se la prima consta del modo in cui l’individuo vede e riconosce se stesso, la seconda deriva dalla consapevolezza di essere membro di un determinato gruppo sociale rispetto ad altri, dal quale si viene accettati e nel quale ci si può esprimere più liberamente. È dall’interazione tra queste due componenti che si forma l’identità complessiva dell’individuo. L’immigrato spesso è considerato come portatore di una identità “altra” rispetto a quella del Paese in cui si stabilisce, coincidente con quella costruitasi nel Paese che lascia. Eppure ciò è frutto di una semplificazione. Infatti, già attraverso il viaggio intrapreso per la migrazione e nel periodo di residenza nel nuovo territorio, l’identità si modifica, diviene più complessa, non rigidamente riconducibile a quella del Paese di provenienza, ma arricchita di nuovi elementi. La decisione di migrare e il viaggio affrontato distinguono in modo definitivo i migranti da quanti rimangono nel Paese lasciato: essi per primi non hanno accettato la propria condizione, ma hanno deciso di rischiare tutto quello che possedevano (anche, a volte, la stessa vita) allo scopo di migliorarla.

Bisogna perciò tenere presenti anche questi elementi, nel discutere di identità e immigrazione. A maggior ragione, le seconde generazioni, che siano o meno nate in Italia (ovviamente con risultati diversi, come del resto sono diversi da individuo a individuo, da comunità a comunità etc.) possiedono un patrimonio identitario complesso, che riunisce elementi di entrambe le culture e genera spesso in loro un sentimento di appartenenza duplice, in cui sono compresenti, anche se in proporzioni naturalmente diverse, quello per il Paese di arrivo e quello per il Paese di origine, in un costante confronto, un continuo scambio. Chi nasce in Italia sentirà più facilmente una maggiore appartenenza a questo Paese e ai suoi valori e una in qualche misura minore al Paese dei genitori, mentre man mano che si innalza l’età dell’arrivo in Italia si accresce anche il sentimento di appartenenza al Paese che si è lasciato, anche se naturalmente non esiste una vera e propria linearità. Tutto questo differenzia le seconde generazioni in modo sostanziale rispetto ai coetanei italiani, ma anche rispetto agli stessi genitori. La costruzione dell’identità, nonostante si tratti di un processo continuo, subisce un punto di svolta nell’età adolescenziale, quando avviene il distacco dai modelli predefiniti dai genitori. Si tratta di un’età cruciale per tutti gli individui e, a maggior ragione, per i figli di stranieri. Infatti, essi hanno di frequente nei genitori dei modelli di riferimento più chiari, con ruoli più tradizionali rispetto a quelli occidentali, e per questo la rottura può essere più problematica, divenendo fonte di conflitto quando non si riconoscono in tali modelli. Ciò avviene perché essi hanno trascorso buona parte del loro percorso formativo in Italia, il che li ha portati a un contatto ravvicinato e costante con i coetanei nativi, con il risultato che hanno finito per assorbirne usi e costumi, interessi, aspirazioni.”

Identità in bilico e conflitti intergenerazionali

“Quindi i figli di stranieri si trovano costantemente divisi tra l’appartenenza etnica, che li rende diversi agli occhi degli altri, e la frequentazione di ragazzi italiani, rispetto ai quali si sentono vicini eppure, al contempo, lontani. Questo genera un confronto costante tra diversi elementi che influiscono sulla loro identità: il Paese di origine, quello di nascita (o di arrivo), la rielaborazione della famiglia e il contesto dato dai coetanei. Da tutti questi elementi si intuisce appena quanto complesso possa essere il percorso di affermazione di un’identità propria, di una differenziazione e autonomia dall’altro per un giovane figlio di immigrati, soprattutto rispetto ai coetanei italiani. Ciò può portare anche a conflitti di tipo intergenerazionale con la famiglia, per via del rifiuto dell’appartenenza originaria e dei modelli imposti dai genitori. Tuttavia, tale conflitto, tale difficoltà non si consuma soltanto rispetto ai genitori, ma si riscontra anche al di fuori della famiglia, con l’ambiente e la società circostante con la quale si inizia a interagire a partire dai primi anni di scuola, e in cui inizia a manifestarsi la necessità di una continua negoziazione interculturale.”

[Laura Caroli, “Seconde generazioni” di immigrati in Italia: un ponte per l’integrazione?, Università di Trieste, anno accademico 2009/2010, in https://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/4216/1/Tesi_.pdf]

A proposito di cultura e valori…

Marco Aime, antropologo dell’Università di Genova, critica il concetto di cultura intesa come entità fissa, rigida e priva di dinamismo nel corso della storia e respinge le accuse di quanti individuano nel relativismo un atteggiamento mentale dannoso per la società occidentale e i suoi valori.

Relativismo, fondamentalismo culturale e razzismo senza razza

“[Il relativismo] si alimenta di una profonda presa di coscienza del fatto che la cultura non è un dato naturale, ma un prodotto umano, una costruzione che nasce in base alle materie prime disponibili, alle necessità e all’inventiva dei suoi costruttori. Ambienti naturali, eventi storici, intuizioni talvolta fortuite, hanno contribuito al nascere di diverse forme di pensiero, così come climi e terreni diversi hanno dato vita a quella biodiversità che è oggi sempre più minacciata. «Nessuna società è profondamente buona, ma nessuna è assolutamente cattiva; offrono tutte certi vantaggi ai loro membri», scriveva Lévi-Strauss [Tristi tropici]. In fondo, la nostra cultura è una delle tanti varianti di un progetto umano universale, che di comune ha solo una finalità: sopravvivere. […] Pur dando prova di una certa schizofrenia, dopo avere per secoli aggredito, colonizzato e sottomesso gran parte del pianeta, solo l’Occidente ha manifestato curiosità verso le altre culture e la capacità di mettersi in discussione in modo autocritico. […] Oggi il relativismo – specificità occidentale, conquista culturale del nostro mondo – viene visto come segno di debolezza, se non come depravazione che […] non porterebbe tanto alla tolleranza quanto all’arrendevolezza […] Come afferma Franco Cassano «la differenza tra universalisti e relativisti non coincide […] con la banale contrapposizione tra chi ha dei valori e chi non ne ha, tra chi ha forti principi etici e chi, affermando agnosticamente che ‘tutto è relativo’, accetta le usanze ‘barbariche’ degli altri, ma tra coloro che vogliono imporre agli altri la propria forma di vita e quanti invece ritengono che il rispetto dell’altro impedisca di farlo» [Per un relativismo ben temperato] […]Il riconoscere una diversità di approcci alla realtà, cioè una diversità tra culture, non significa né accettare tutto di esse, né intenderle come entità fisse, rigide, come pacchetti preconfezionati, sigillati e impermeabilizzati. E’ vero, infatti, che negli ultimi tempi il termine cultura ha pericolosamente preso il posto di un altro, divenuto obsoleto: razza. Si finisce spesso con l’utilizzare il concetto di cultura esattamente come nel secolo scorso si impiegava quello di razza, con fini discriminatori e soprattutto con una visione statica della cultura. Ci troviamo così davanti a nuove forme di «fondamentalismo culturale», che sovente conducono a un razzismo senza razza […] Le culture mutano, non sono gabbie rigide, si trasformano”.

 [Marco Aime, Gli specchi di Gulliver, Bollati Boringhieri, 2006]

Le culture non sono gabbie

“Oggi si assiste sempre di più a una tendenza alla radicalizzazione e a una polarizzazione del concetto di cultura, visto come una gabbia rigida che costringe gli esseri umani a esserne prigionieri. Paradossalmente si è arrivati a professare quello che Verena Stolcke definisce ‘fondamentalismo culturale’. Secondo questo approccio, gli esseri umani sono per natura portatori di cultura, le culture sono distinte e incommensurabili, i rapporti tra portatori di culture differenti sono intrinsecamente conflittuali, la xenofobia è tipica della natura umana.

Sempre più spesso il dibattito politico viene spostato sul piano culturale. Così facendo, da un lato si rimuovono le cause sociali che stanno alla base di tensioni e conflitti […], dall’altro si riformula il problema ponendolo come una questione di fede e come tale non suscettibile di mediazioni. “I problemi, essendo esistenziali, sono universali; le loro soluzioni, essendo umane, sono diverse”, scrive Clifford Geertz.

Quello dello scontro culturale è una maschera che nasconde le radici di fondo della questione presentandoci invece, con l’esasperazione talvolta caricaturale delle maschere, i tratti più estremi di ciò che si vuole rappresentare. Nasconde l’universale di molti elementi culturali, patrimonio di popoli e fedi diverse, per dare voce solo alle possibili risposte, che sono umane e perciò non ‘naturali’, non assolute. […]Quello dello “scontro di civiltà” di Huntington “è un concetto scientificamente sbagliato” sostiene Martha Nussbaum, docente di Legge ed Etica della Università di Chicago, “perché gli stessi sentimenti di tolleranza e intolleranza si possono ritrovare tanto nella civiltà occidentale, quanto in quella orientale, islam compreso. Non sono le civiltà che si scontrano, ma le persone all’interno di esse che sono intolleranti”. Persone, quindi, che portano con sé un modo di leggere il mondo, non culture in senso astratto. E le persone non sono monoliti inscalfibili. […]Alla concezione biologica della razza, intesa come elemento determinante le differenze culturali, si rischia di sostituire un’enfatizzazione radicale delle caratteristiche culturali. Il “razzismo” culturale elabora categorie analoghe, gerarchie che e finalizzate anch’esse alla distinzione all’esclusione, ma fondate sui tratti culturali. Entrambi finiscono per diventare spinte alla differenziazione che pretendono di spiegare se non addirittura di prevedere le attitudini, le disposizioni e gli atteggiamenti delle persone o dei gruppi”.

[Marco Aime, Culture, non gabbie, in Paolo Battifora (a cura di), Patria, cittadinanza, Europa. Un percorso nella storia italiana del Novecento, De Ferrari, 2013]

Controproducente “esportare” democrazia?

Studiosa americana di origini cinesi, Amy Chua insegna alla Law School della Yale University. Analizzando l’impatto della globalizzazione in ogni parte del mondo, l’autrice evidenzia come in certe aree geografiche l’introduzione del libero mercato e di un regime democratico, lungi dal favorire pace, concordia e prosperità, possa spesso creare i presupposti per l’esplosione della violenza e dei conflitti sociali dalla forte connotazione etnica.

Quando democrazia e libero mercato possono scatenare conflitti etnici

“Questo libro si incentra su un fenomeno – dilagante all’esterno dell’Occidente eppure raramente riconosciuto e di fatto spesso considerato tabù – che trasforma la democrazia liberista in un motore di conflagrazioni etniche. Il fenomeno cui faccio riferimento è quello delle minoranze economicamente dominanti, quelle minoranze etniche che, per i motivi più svariati, tendono nelle attuali condizioni del mercato a stabilire un predominio economico, spesso di portata straordinaria, sulle maggioranze “autoctone” che le circondano. […] Per gli entusiasti della globalizzazione, la cura per l’odio di gruppo e la violenza etnica diffusi nel mondo è lampante: basta diffondere il mercato e la democrazia. […] Per contro, questo libro si propone di placare gli animi troppo entusiasti sostenendo che la diffusione globale del mercato e della democrazia costituisce uno dei principali fattori responsabili dell’aggravamento dell’odio di gruppo e della violenza etnica in tutto il mondo non occidentale. Nelle numerose società la cui economia è dominata da una minoranza, mercato e democrazia non si rafforzano a vicenda. […] L’instaurazione della democrazia in queste condizioni non trasforma gli elettori in cittadini di ampie vedute appartenenti a una comunità nazionale; anzi, la competizione elettorale favorisce la comparsa di demagoghi che trasformano la minoranza detestata in capro espiatorio e fomentano la nascita di movimenti etnonazionalisti militanti auspicando che il patrimonio e l’identità del paese siano restituiti ai ‘veri proprietari della nazione’ […]Quando in presenza di una minoranza economicamente dominante si persegue la ‘democrazia di mercato’, quasi invariabilmente il risultato è una reazione violenta, che in genere si manifesta in tre forme diverse: la prima è una reazione contro i mercati, rivolta contro il patrimonio della minoranza dominante; la seconda, operata da forze favorevoli alla minoranza economicamente dominante, è diretta contro la ‘democrazia politica’; la terza è la violenza, talvolta genocida, contro la stessa minoranza egemone. […] I mercati e la democrazia saranno pure in grado, nel lungo termine, di offrire le più rosee speranze di stampo economico e politico ai paesi in via di sviluppo e alle società postcomuniste, ma nel breve periodo non sono che singoli aspetti del medesimo problema. […] Vale la pena di sottolineare il fatto straordinario che nessun paese occidentale ha ma realizzato il capitalismo liberista e il suffragio universale immediato nello stesso momento, un connubio che tuttavia viene imposto a tutti i paesi in via di sviluppo del mondo come unica ricetta della democrazia liberista. […]Nel presente contesto, presuppongo che l’«etnia» non costituisca una conduzione suscettibile di determinazione scientifica, e con questo termine faccio riferimento a un meccanismo di identificazione di gruppo, a un senso di appartenenza a un popolo. […] L’identità etnica non è statica, bensì mutevole e fortemente malleabile. In Ruanda, ad esempio, per quattro secoli la minoranza tutsi, corrispondente al 14 per cento della popolazione, ha dominato la maggioranza hutu […] tuttavia, per quasi tutto il tempo il confine tra gli hutu e i tutsi è restato permeabile: i due gruppi parlavano la stessa lingua ed erano aperti ai matrimoni misti, e gli hutu di successo potevano ‘diventare tutsi’. La situazione venne a cambiare con l’arrivo dei belgi che, imbevuti di capziose teorie sulla superiorità razziale, emisero carte d’identità diverse a seconda dell’etnia basandosi sulla lunghezza del naso e sulla misura della circonferenza cranica. […]In primo luogo, questo libro non propone una teoria universale da applicare ovunque […] In secondo luogo, non è mia intenzione sostenere che il conflitto etnico insorge esclusivamente in presenza di una minoranza economicamente dominante […] Infine, non intendo nel modo più assoluto ricondurre alcun caso di violenza etnica […] al risentimento di natura economica, al mercato, alla democrazia, alla globalizzazione o a qualsiasi altro fattore isolato. [….] Ciò che intendo affermare è piuttosto che nei numerosi paesi interessati da un’indigenza dilagante in cui sia presente una minoranza economicamente dominante, la democrazia e il mercato possono generare soltanto profonde tensioni reciproche. […] In tali circostanze, l’aspirazione combinata al libero mercato e alla democratizzazione ha ripetutamente canalizzato il conflitto etnico secondo dinamiche fortemente prevedibili e con conseguenze catastrofiche, comprese la violenza genocida e la stessa sovversione del mercato e della democrazia.”

[Amy Chua, L’età dell’odio. Esportare democrazia e libero mercato genera conflitti etnici?, Carocci, 2004]

Gli “spettri” della società multietnica

La 25ª ora è un film del 2002, diretto dal regista americano Spike Lee: tratto dall’omonimo romanzo di David Benioff, è uno dei primi film ambientati a New York dopo la tragedia dell’11 settembre 2001 e il primo a mostrare, in una sequenza, lo squarcio di Ground Zero. Di seguito il monologo che il protagonista – uno spacciatore condannato a sette anni di carcere, interpretato da Edward Norton – recita guardandosi allo specchio del bagno: si tratta di un’apocalittica invettiva contro tutto e contro tutti, da cui traspare il livore per la realtà di una metropoli, in questo caso New York (ma potrebbe trattarsi di qualsiasi altra città), nell’era della globalizzazione e della società multietnica.

Delirio metropolitano: gli “altri” come bersaglio della propria rabbia e frustrazione

“Sì…vaffanculo anche tu – Affanculo io? Vacci tu! Tu e tutta questa merda di città e di chi ci abita. In culo ai mendicanti che mi chiedono soldi e che mi ridono alle spalle. In culo ai lavavetri che mi sporcano il vetro pulito della macchina. In culo ai Sikh e ai Pakistani, che vanno per le strade a palla con i loro taxi decrepiti…puzzano di curry da tutti i pori; mi mandano in paranoia le narici… aspiranti terroristi, e rallentate cazzo! In culo ai ragazzi di Chelsea, con il torace depilato e i bicipiti pompati, che se lo succhiano a vicenda nei miei parchi e te lo sbattono in faccia sul Gay Channel. In culo ai bottegai Coreani, con le loro piramidi di frutta troppo cara, con i loro fiori avvolti nella plastica: sono qui da 10 anni e non sanno ancora mettere due parole insieme. In culo ai Russi di Brighton Beach, mafiosi e violenti, seduti nei bar a sorseggiare il loro tè con una zolletta di zucchero tra i denti; rubano, imbrogliano e cospirano…tornatevene da dove cazzo siete venuti! In culo agli Ebrei Ortodossi, che vanno su e giù per la 47ª nei loro soprabiti imbiancati di forfora a vendere diamanti del Sudafrica dell’apartheid. In culo agli agenti di borsa di Wall Street, che pensano di essere i padroni dell’universo; quei figli di puttana si sentono come Michael Douglas/Gordon Gekko e pensano a nuovi modi per derubare la povera gente che lavora. Sbattete dentro quegli stronzi della Enron a marcire per tutta la vita… e Bush e Chaney non sapevano niente di quel casino?! Ma fatemi il cazzo di piacere! In culo alla Tyco, alla ImClone, all’Adelphia, alla WorldCom… In culo ai Portoricani: venti in una macchina, e fanno crescere le spese dell’assistenza sociale… e non fatemi parlare dei pipponi dei Dominicani: al loro confronto i Portoricani sono proprio dei fenomeni. In culo agli italiani di Bensonhurst con i loro capelli impomatati, le loro tute di nylon, le loro medagliette di Sant’Antonio, che agitano la loro mazza da baseball firmata Jason Giambi, sperando in un’audizione per I Soprano. In culo alle signore dell’Upper East Side, con i loro foulard di Hermes e i loro carciofi di Balducci da 50 dollari: con le loro facce pompate di silicone e truccate, laccate e liftate…Non riuscite a ingannare nessuno, vecchie befane! In culo ai negri di Harlem. Non passano mai la palla, non vogliono giocare in difesa, fanno cinque passi per arrivare sotto canestro, poi si girano e danno la colpa al razzismo dei bianchi. La schiavitù è finita centotrentasette anni fa. E muovete…le chiappe, è ora! In culo ai poliziotti corrotti che impalano i poveri cristi e li crivellano con quarantuno proiettili, nascosti dietro il loro muro di omertà. Avete tradito la nostra fiducia! In culo ai preti che mettono le mani nei pantaloni di bambini innocenti. In culo alla Chiesa che li protegge, non liberandoci dal male. E dato che ci siamo, ci metto anche Gesù Cristo. Se l’è cavata con poco. Un giorno sulla croce, un weekend all’inferno, e poi gli alleluja degli angeli per il resto dell’eternità. Prova a passare sette anni nel carcere di Otisville. In culo a Osama Bin Laden, a Al Qaeda e a quei cavernicoli retrogradi dei fondamentalisti di tutto il mondo. In nome delle migliaia di innocenti assassinati, vi auguro di passare il resto dell’eternità con le vostre settantadue puttane ad arrostire a fuoco lento all’inferno. Stronzi cammellieri con l’asciugamano in testa, baciate le mie nobili palle irlandesi! In culo a Jackob Elinsky, lamentoso e scontento. In culo a Franck Slaughtery, il mio migliore amico, che mi giudica con gli occhi incollati sulle chiappe della mia ragazza. In culo a Naturelle Riviera: le ho dato la mia fiducia e mi ha pugnalato alla schiena, mi ha venduto alla polizia…maledetta puttana! In culo a mio padre, con il suo insanabile dolore: beve acqua minerale dietro il banco del suo bar, vendendo whisky ai pompieri inneggiando ai Bronx Bombers. In culo a questa città e a chi ci abita. Dalle casette a schiera di Astoria agli attici di Park Avenue, dalle case popolari del Bronx ai loft di Soho, dai palazzoni di Alphabet City alle case di pietra di Park Slope e a quelle a due piani di Staten Island. Che un terremoto la faccia crollare. Che gli incendi la distruggano. Che bruci fino a diventare cenere, e che le acque si sollevino e sommergano questa fogna infestata dai topi. No, no, in culo a te, Montgomery Brogan [protagonista del film e autore del soliloquio]. Avevi tutto e l’hai buttato via, brutta testa di cazzo!”.

[Spike Lee, La 25ª ora, 2002; il monologo è visibile in: www.gliscrittoridellaportaaccanto.com/2018/02/il-monologo-di-edward-norton-da-la-25-ora-di-spike-lee.html]

TESTO DI RIFERIMENTO

François Jullien, L’identità culturale non esiste, Einaudi, 2018

“Apparirà infatti chiaro che la specificità del culturale, a qualunque livello si consideri, è di essere plurale e allo stesso tempo singolare. O, per rovesciare i termini del discorso, ci si deve disfare della rappresentazione comoda, ma anch’essa indelebilmente mitologica, secondo la quale esiterebbe innanzitutto un’unità-identità culturale che si diversificherebbe soltanto in un secondo tempo, come per effetto di una maledizione (Babele) o almeno di una complicazione (grazie alla sua proliferazione) […] Direi, anzi, che la specificità del culturale sta nel suo dispiegarsi in questa tensione – o questo scarto – tra il plurale e l’unitario: il culturale è preso in un doppio movimento di etero e omo-geneizzazione ed è indotto a fondersi e al tempo stesso a smarcarsi, a disidentificarsi e reidentificarsi, adattarsi e a resistere; insomma, non esiste una cultura dominante senza che si formi anche – e subito – una cultura dissidente (underground, «off», ecc.) […]Allo stesso modo, a valle, trattare la diversità delle culture in termini di differenza ci porterà a voler isolare e fissare ciascuna cultura nella propria identità. Ma è impossibile, perché la specificità del culturale è mutare e trasformarsi – questa ragione è fondamentale perché attiene all’essenza stessa della cultura. Una cultura che non si trasforma più è una cultura morta (come si parla di una lingua morta: una lingua che, non venendo più parlata, non si evolve più). La trasformazione è alla base del culturale ed è per questo che non si possono fissare delle caratteristiche culturali né si può parlare dell’identità di una cultura. […]Occorre, però, rendersi conto di quanto sia alto il prezzo da pagare quando si sbaglia in questo modo con i concetti. Bisogna valutare quanto possa essere pericoloso, dal punto di vista politico, questo modo di affrontare la diversità delle culture in termini di differenze e identità: quanto alto sia il prezzo non soltanto per il pensiero, ma nella Storia. Da questo punto di vista un libro come The Clash of Civilisations (Lo scontro delle civiltà) di Samuel P. Huntington è memorabile. Certo a decretarne il successo è stato proprio il modo assai comodo di descrivere cosa sarebbero le principali culture del mondo (la «cinese» / l’«islamica» / l’«occidentale») in termini di differenze e dunque di identità, e di averne stabilito alcuni tratti caratteristici, di averle quindi schematizzate e sistemate per tipologia. Questo approccio non creava infatti alcun disturbo, non apriva alcuno scarto rispetto a quanto era prestabilito: non toccava i luoghi comuni – i pregiudizi – a cui ci si compiace di ridurre le culture per non sentirci più in difficoltà. […] Esiste, dunque il «nocciolo duro» – puro – di una cultura? Huntington, così facendo, non solo non coglie nulla di interessante in queste culture, riducendole a banalità, ma, isolandole le une dalle altre, murandole in quelle che dovrebbero essere le loro rispettive specificità, le loro differenze più marcate, ripiegandole sulla loro identità, non può far altro che giungere a uno «scontro» tra loro, come ha scritto nel titolo: un clash.

Che questo approccio abbia un prezzo e faccia dei danni, possiamo valutarlo, più vicino a noi, alla luce di ciò che ha causato il fallimento dell’Europa. Quando abbiamo voluto scrivere un preambolo per la Costituzione europea, abbiamo pensato di definire che cosa fosse l’Europa, di metterci d’accordo sulla sua identità, ma la definizione di un’identità europea era impossibile e ci si infilava in un vicolo cieco. L’Europa è cristiana, come l’hanno definita alcuni (invocando «le sue radici cristiane»: «Clodoveo» in Francia?) O piuttosto è laica (pensiamo ai tanti frutti dei «Lumi» e alla diffusione del razionalismo)? Non essendo riusciti a definire un’identità europea, abbiamo rinunciato a scrivere un «preambolo». E, di conseguenza, le convinzioni sono state dissolte, le volontà sciolte, le energie sopite. La Costituzione europea non è stata votata: abbiamo disfatto l’Europa. L’Europa non si è più ripresa. Naturalmente ciò che fa l’Europa è il fatto di essere al tempo stesso cristiana e laica (e altro), e di essersi sviluppata nello scarto tra le due cose: nel grande scarto tra la ragione e la religione, tra la fede e i Lumi. Nel tra dei due, un «tra» che non è un compromesso, una semplice via di mezzo, ma un metterli entrambi in tensione ravvivandoli. […]Da questo deriva la ricchezza o la risorsa che fa l’Europa, o meglio, di ciò che «fa Europa». E, rispetto a questo, qualunque definizione della cultura europea, qualunque approccio identitario all’Europa, non è soltanto terribilmente riduttivo e pigro, ma sminuente, deludente e demotivante.”

Bibliografia

  • Marco Aime, Eccessi di culture, Einaudi, 2004
  • Id., Gli specchi di Gulliver, Bollati Boringhieri, 2006
  • Id., Culture non gabbie, in Paolo Battifora (a cura di), Patria, cittadinanza, Europa. Un percorso nella storia italiana del Novecento, De Ferrari, 2013
  • Stefano Allievi, Gianpiero Dalla Zuanna, Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione, Laterza, 2016
  • Luigi Anolli, La sfida della mente multiculturale. Nuove forme di convivenza, Cortina, 2011
  • Giancarlo Bosetti, Cattiva maestra. La rabbia di Oriana Fallaci e il suo contagio, Marsilio, 2005
  • Franco Cardini, “L’Islam è una minaccia” (Falso!), Laterza, 2016
  • Amy Chua, L’età dell’odio. Esportare democrazia e libero mercato genera conflitti etnici?, Carocci, 2004
  • Oriana Fallaci, La trilogia di Oriana Fallaci, Rizzoli, 2004 (contiene La rabbia e l’orgoglio, 2001; La forza della ragioneOriana Fallaci intervista sé stessa, 2004)
  • Clifford Geertz, Interpretazione di culture, il Mulino, 1987
  • Ulf Hannerz, La diversità culturale, il Mulino, 2001
  • Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, 1997
  • François Jullien, L’identità culturale non esiste, Einaudi, 2018
  • Massimo Livi Bacci, In cammino. Breve storia delle migrazioni, il Mulino, 2014
  • Francesco Remotti, L’ossessione identitaria, Laterza, 2010
  • Pietro Rossi, L’identità dell’Europa, il Mulino, 2007

Filmografia

  • Spike Lee, Fa’ la cosa giusta, 1989
  • Mathieu Kassovitz, L’odio, 1995
  • Thomas McCarthy, L’ospite inatteso, 2007
  • Clint Eastwood, Gran Torino, 2008
  • Laurent Cantet, La classe, 2008
  • Aki Kaurismäki, Le Havre, 2011
  • Gianfranco Rosi, Fuocoammare, 2016

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Dati articolo

Autore: and
Titolo: Scontro di civiltà? Laboratorio di didattica controversiale
Parole chiave: , , , , , , ,
Numero della rivista: n.11, febbraio 2019
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo: and , Scontro di civiltà? Laboratorio di didattica controversiale, Novecento.org, n. 11, febbraio 2019.

INDICI

n. 10, agosto 2018
"Con le lenti di Gramsci"
Dossier del n. 10 della rivista
Pensare la didattica
Storia pubblica
Didattica in classe
n. 9, febbraio 2018
Editoriale
"Insegnare l’europa contemporanea"
Dossier del n. 9 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
Ipermuseo
n. 8, agosto 2017
DOSSIER "ITALIA DIDATTICA"
PENSARE LA DIDATTICA
USO PUBBLICO DELLA STORIA
DIDATTICA IN CLASSE
IPERMUSEO
n. 7, febbraio 2017
Italia repubblicana, 70 anni di storia da insegnare Dossier del n. 7 della rivista
La violenza di stato nel Novecento: lager e gulag Dossier del n. 7 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
n. 6, luglio 2016
Il genocidio armeno Dossier del n. 6 della rivista
La linea gotica fra ricerca e didattica Dossier del n. 6 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
Ipermuseo
n. 5, gennaio 2016
Editoriale
Didattica della storia e laboratori digitali: la guerra dei Trent’anni (1914-1945) Dossier del n. 5 della rivista
Le relazioni
I laboratori
I gruppi
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
Dossier "Le Pietre d'inciampo in Italia"
Ipermuseo
n. 4, luglio 2015
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier "Mediterraneo contemporaneo"
Sguardi sul Mediterraneo Gli studi di caso
Uso pubblico della storia
n. 3, gennaio 2015
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier "Le risorse didattiche digitali su Resistenza e seconda guerra mondiale"
Uso pubblico della storia
Ipermuseo
n. 2, giugno 2014
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier: "Le grandi crisi del mondo contemporaneo"

A cura di Carla Marcellini e Giovanni Palmieri

Uso pubblico della storia
Ipermuseo
n. 1, dicembre 2013
LA STORIA NELL’ERA DIGITALE
PENSARE LA DIDATTICA
USO PUBBLICO DELLA STORIA
DIDATTICA IN CLASSE
IPERMUSEO