Rivista dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia

La crisi del 1929

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(sintesi di Giovanni Palmieri)

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Abstract

L’autore affronta i seguenti problemi: la crisi del 1929 e il suo essere globale; cosa avvenne dopo il crollo della borsa di New York? Perché la crisi durò così a lungo? Perché l’Italia risentì poco della crisi? Postilla sull’antisemitismo. Vengono trattati inoltre: il concetti di crisi e depressione, il caso Italia, i cicli economici, l’industria mondiale e infine le ragione della crisi e della sua durata.

1929-1939: dalla crisi finanziaria alla depressione.
Perché?

La crisi del ’29 fu una crisi globale? Se sì, cosa rese possibile l’allargamento planetario della grande depressione degli anni Trenta?

La crisi americana si diffuse rapidamente coinvolgendo l’intera economia mondiale (arrivando a coinvolgere, anche se indirettamente, la stessa Unione sovietica, spesso ritenuta “immune” in ragione della fine degli interscambi finanziari e commerciali del periodo presovietico). Sin dalla fine dell’Ottocento si era creato un complesso mercato mondiale, soprattutto per quanto riguarda le commodities (normalmente la commodity è un prodotto agricolo o di base non lavorato, come il carbone e il petrolio, o anche l’oro, il sale, il caffè e lo zucchero, ecc.). Uno degli strumenti finanziari che aveva contribuito a creare e ad allargare questi mercati, integrandoli sempre più, erano i contratti cosiddetti derivati, tra cui i futures. I primi contratti futures si sviluppano in modo sistematico – e dilagante – presso il Board of Trade di Chicago a metà Ottocento, anche se ve ne è traccia già a metà Settecento ad Osaka, relativamente al mercato giapponese del riso (The Dojima Rice Market and the Origins of Futures Trading, 2010, in http://disciplinas.stoa.usp.br/mod/resource/view.php?id=35782)

Estratto video: I problemi della crisi

Il crollo finanziario è una causa o è un sintomo della crisi globale?

La seconda questione riguarda i rapporti che esistevano a livello mondiale tra la finanza (borsa di New York, ad esempio) e il mondo produttivo. È giusto chiedersi se la crisi del 1929 sia stata determinata dal crollo azionario o se tale crollo sia stato in realtà il sintomo di una più ampia e meno visibile crisi strutturale. La risposta più convincente offerta dalla storiografia, a mio avviso, è che, al di là del surriscaldamento del comparto azionario che porta al crollo del tardo 1929, nel decennio che precede la crisi era stato creato un sistema economico mondiale profondamente squilibrato, come acutamente – e precocemente – aveva denunciato John Maynard Keynes fin dal 1919, in qualità di membro della Delegazione britannica alle trattative di pace a Versailles (Le conseguenze economiche della pace, 1919). Come ha magistralmente chiarito Charles Kindleberger (La grande depressione nel mondo 1929-1939), negli anni della crisi, in particolare tra 1929 e 1933, in ragione di queste debolezze pregresse (il sistema perverso delle riparazioni e dei debiti di guerra, per fare un esempio) non vi era più nessun paese in grado di esprimere una vera leadership mondiale sul piano economico e politico: se la Gran Bretagna vede esaurirsi il suo ciclo di “prestatore di ultima istanza” garantito per tutto l’Ottocento e fino alla prima guerra mondiale, gli Stati Uniti non sono ancora disposti ad assumersi tale gravoso compito, come si dimostrerà nella conferenza monetaria di Londra del 1933, vero spartiacque politico ed economico della crisi: il fallimento della conferenza segnerà in sostanza la fine di ogni residua speranza di poter metter mano collettivamente e congiuntamente ad una riforma del sistema monetario internazionale e del commercio mondiale. Da lì in poi sarà una ridda di guerre protezionistiche e di risposte “nazionali” alla crisi, con diversi gradi di successo.

Cosa avvenne realmente dopo il crollo della borsa di New York nel 1929?

Il ben noto periodo di euforia che aveva preceduto il crollo azionario aveva coinvolto non solo i grandi gruppi economici della finanza speculativa ma anche molti americani non abbienti che si erano illusi di guadagnare forti somme in breve tempo. L’esempio conosciutissimo, consegnatoci da film e romanzi, è quello del fattorino di banca che gioca in borsa dopo aver ascoltato i consigli di qualche affarista. Più seriamente, ebbe conseguenze devastanti il diffuso coinvolgimento di molte piccole banche del Midwest e dell’Ovest, scarsamente controllate da un debole potere bancario centrale (il Federal Reserve System era nato solo nel 1913), che – detto brutalmente – si giocarono in borsa i depositi dei correntisti, in gran parte farmers, agricoltori già in grave difficoltà perché non più in grado (a causa del calo dei prezzi agricoli verificatosi nel corso degli anni venti), di far fronte ai debiti contratti con le banche per ripagare i forti investimenti in macchinari fatti durante la guerra e nei primi anni del decennio (in particolare trattori: l’agricoltura americana è all’avanguardia nella motorizzazione, cosa diversa dalla semplice meccanizzazione). Di conseguenza i costi e le sofferenze della crisi del ’29 furono pagate, direttamente o indirettamente, da una miriade di attori, e non solo dai detentori dei capitali azionari bruciati a Wall Street in quel maledetto novembre del ’29.

Perché la crisi del ’29 durò così a lungo e quali furono le risposte politiche ed economiche che vennero date?

Le risposte date a livello mondiale non furono coordinate, furono del tutto unilaterali e “individuali”. In pratica si stabilirono dei dannosissimi incroci protezionistici all’insegna della Beggar my neighbour policy, ovvero di cercare di migliorare la situazione interna a spese degli altri paesi: una strategia che porterà tra 1929 e 1933 alla perdita di circa i due terzi del commercio internazionale. Si può però dire che, una volta terminata la crisi (con la ripresa della produzione industriale a fini bellici) le élites politiche seppero fare tesoro degli errori fatti creando organismi monetari ed economici di carattere internazionale (accordi di Bretton Woods, 1944, nascita dell’Onu).

Tra le risposte di tipo politico-ideologico alla crisi, la meno conosciuta riguarda lo sviluppo di un singolare movimento politico, la “Tecnocrazia”. Un termine introdotto già nel 1919, il cui contenuto divenne però di moda nei primi anni Trenta (soprattutto tra l’estate del 1932 e l’inizio del 1933. Un movimento dunque effimero, ma a cui dobbiamo l’introduzione di un termine assai diffuso – ed abusato – nel linguaggio politico-giornalistico odierno. Per un breve periodo, ad esempio, tale corrente fu catalogata da analisti della Società delle Nazioni come una delle “risposte” elaborate per fronteggiare la crisi, accanto a “capitalismo”, “comunismo” e “fascismo”. Ideologicamente la Tecnocrazia degli anni trenta risale al pensiero e ai progetti di Saint-Simon e dei suoi seguaci, al pensiero di un sociologo radicale come Thorstein Veblen, che nel 1919 scriverà un singolare pamphlet Il Soviet degli ingegneri, che in particolare si scagliava contro la moneta finanza internazionale e tutto ciò che veniva considerato “improduttivo”. Il movimento della Tecnocrazia degli anni trenta prometteva di risolvere, grazie alle presunte, gigantesche capacità produttive dell’industria in virtù del raggiunto grado di automazione, il problema del pieno impiego e della redistribuzione della ricchezza, sostituendo alla moneta “buoni di energia”. La politica, sostenevano i tecnocrati, non era più necessaria, le scelte andavano fatte sulla base di priorità “tecniche” e in virtù del principio di efficienza. Al di là del singolare destino di Technocracy, l’apparizione e il radicamento di simili illusioni era il sintomo di una marcata, diffusa sfiducia nei confronti della democrazie e della capacità del libero mercato di sopravvivere alla crisi. La parola d’ordine, perfino nella liberale America, era “pianificazione”: non a caso nel 1934 perfino Walter Lippmann, il grande giornalista che diffonderà la definizione di “guerra fredda”, scrisse nel 1934 che si poteva discutere tra pianificazione hard e soft, ma che sulla sua necessità nessuno nutriva più dubbi.

Perché l’Italia risentì poco gli effetti della grande crisi?

L’Italia in realtà era già in uno stato di semi recessione, in ragione delle scelte di politica economica del fascismo, in particolare la quota 90, la rivalutazione della lira rispetto alla sterlina voluta da Mussolini nel 1926. Questa scelta danneggiò profondamente l’intero comparto industriale più evoluto, rallentando il flusso delle esportazioni. Il sistema bancario non era adeguato e in più andava crescendo il fenomeno dell’assorbimento delle aziende da parte delle banche, che diverrà drammatico nel 1932-33 e porterà quasi al collasso del sistema bancario e industriale italiano (ad esso si risponderà con la creazione dell’Imi, dell’Iri e con le leggi bancarie del 1933 e soprattutto del 1936). Per queste ragioni l’impatto della crisi sull’Italia sarà inizialmente minore.

Postilla finale sull’antisemitismo

L’ultima considerazione riguarda il fatto che sempre, durante tutte le crisi economico-finanziarie, tra Otto e Novecento, è facile notare come in una parte dell’opinione pubblica possano facilmente risorgere forme di antisemitismo anche acceso. La finanza e i banchieri ebrei vengono infatti accusati di aver ordito a loro favore un complotto che ha determinato la crisi (in questo, il falso della polizia segreta zarista di primo Novecento, i Protocolli del Savi di Sion assume una sua sinistra, grande valenza, e bisognerebbe misurarne il successo sulla scala della diffusione delle crisi). Del resto, su un piano più generale, durante i periodi di depressione economica, la gente è spesso portata a perdere fiducia nei sistemi democratico-rappresentativi e, in qualche caso, ad invocare la mano forte di un dittatore che rimetta a posto le cose.

La grande depressione: un problema di leadership mondiale?

Il concetto di crisi e quello di depressione

Per “crisi” si intende propriamente una fase di breve durata in cui viene sovvertito il sistema dei rapporti economici ordinari. Invece per “depressione” si intende, sul lungo periodo, il progressivo deterioramento del quadro economico generale e la cronicizzazione dei problemi causati dal momento di crisi. Se affermiamo che la depressione del ’29 colpì su scala mondiale dobbiamo chiederci perché. Perché sin da metà dell’Ottocento si poteva già parlare di una economia mondiale integrata. Integrata in base soprattutto a tre fattori:
a) la convergenza internazionale dei salari;
b) la nascita di una società di massa;
c) un sistema mondializzato di comunicazioni basato soprattutto sull’uso del telegrafo, delle ferrovie e della navigazione a vapore, o ancora, per fare un esempio, sull’adozione del tempo unico mondiale (International Prime Meridian Conference, Wahington 1884).
Tra Otto e Novecento si affermò inoltre una ampia e crescente libera circolazione di uomini, merci e capitali (simbolizzata, in molti paesi, tra cui la Francia, dall’abolizione dei passaporti).
La depressione del ’29 fu preceduta, e in parte causata, da una serie di instabilità economiche presenti già negli anni Venti in un’economia già largamente globalizzata. Dopo la prima guerra mondiale si era inoltre contratto il numero di organismi internazionali essenziale per risolvere pacificamente conflitti commerciali, politici, di frontiere, ecc. Per contro erano aumentate le iniziative economiche unilaterali dei singoli Stati. Erano anche emersi sulla scena economica paesi non direttamente coinvolti dalla prima guerra mondiale, in America Latina e in Asia, la cui crisi di paesi esportatori negli anni venti acuì fortemente l’instabilità internazionale. Contemporaneamente, come si è visto, Londra non riusciva più a svolgere il ruolo di centro unico del capitalismo e di arbitro internazionale, le relazioni commerciali dei paesi nati sulle ceneri dei grandi collassati nel 1918 (Ottomano, Austro-Ungarico e Zarista) erano estremamente ridotte: insomma, l’eco della guerra passata si fece sentire a lungo, in quadro anche di sostanziale blocco delle migrazioni.

Il caso Italia

Si è visto che l’Italia fascista era già in crisi ben prima degli anni Trenta e ciò fece sì che il paese risentisse meno gli effetti della crisi. Tra l’altro il regime faceva scelte contraddittorie come la volontà di costruire un impero coloniale e di avviare un’aggressiva politica estera finalizzata alla guerra, il che logicamente avrebbe implicato una fiorente industrializzazione) e la tentata “ruralizzazione” dell’Italia. Il mito dell’autarchia portò poi l’Italia ad un progressivo isolamento dai Paesi europei e determinò di fatto una severa politica economica autarchico-protezionistica.

Le ragioni della crisi e della sua durata

L’andamento dell’economia mondiale, prima della grande depressione, si era andato armonizzando dagli anni sessanta dell’Ottocento (sull’onda di una sempre maggiore integrazione economica) sull’alternanza di cicli di sviluppo e deflazione. Uno dei protagonisti di quei decenni furono l’economia e in particolare l’industria statunitense. Negli anni Venti il potenziale produttivo degli Stati Uniti crebbe enormemente grazie anche alle peculiarità del suo ambiente economico-sociale: enormi riserve di energia a basso costo, introduzione precoce di tecniche labour-saving, standardizzazione, adozione di metodiche tayloriste-fordiste, ecc.).
Tuttavia l’iperproduzione fu solo uno delle ragioni della depressione e non ne fu la sola o la vera causa. Piuttosto si stabilì a livello economico un divario tra l’effettivo e reale valore dei titoli e delle merci e la loro quotazione azionaria, che dal ’27 in poi cominciò a crescere senza sosta, attivando un clima di diffusa euforia. Lo scoppio della bolla speculativa fu pertanto traumatico: più di diecimila banche fallirono, un milione di fattorie dovettero cessare le attività e nel corso degli anni Trenta i disoccupati negli Stati Uniti raggiunsero la cifra record di dodici milioni.
 Le banche europee che avevano investito in titoli americani persero notevoli quantità di denaro. Inoltre il flusso dei finanziamenti americani in Europa, molto consistenti soprattutto dopo il piano Dawes (1924) e in buona parte finalizzati alla ricostruzione dell’economia tedesca, cessarono anche in virtù dei facili guadagni offerti in patria dal mercato azionistico, indebolendo così ulteriormente le fragili economie europee e mettendo a rischio la loro capacità di acquisto di prodotti americani. Con la crisi del 1929 il flusso finanziario di denaro americano verso l’Europa diminuì drasticamente. A complicare le cose si aggiunsero le terribili tempeste di sabbia che imperversarono sull’ovest e il sud ovest degli Stati Uniti. 
Il New Deal moderò gli effetti della crisi, sperimentò formule di intervento sociale ed economico che saranno importanti per la costruzione del welfare state del secondo dopoguerra, ma non possiamo affermare che riuscisse ad invertire la rotta: anzi nel 1937 si verificò una seconda violenta recessione. Fu solo la guerra (1940) a far uscire gli Stati Uniti dalla crisi e a far raggiungere al paese americano la piena occupazione.
La spiegazione più convincente della durata della crisi è quella secondo cui le varie strategie economico-politiche prese dai singoli governi hanno finito per stabilizzare e cronicizzare la crisi, invece di risolverla. Infatti queste scelte furono assunte in un modo unilaterale e non concordato con gli altri Paesi. Vi furono solo due tentativi di coinvolgimento internazionali:

a) la Conferenza di Losanna nel 1932;

b) la Conferenza monetaria di Londra nel 1933, che confidava nella presunta volontà di Roosevelt di assumere la guida della politica economica mondiale.
Di fatto il progetto di una cooperazione internazionale e di una programmazione economica mondiale fallì. In sintesi l’interpretazione più convincente sulla depressione del ’29 è a pare mio quella offerta da Charles Kindleberger, nell’opera già citata, secondo cui il sistema economico internazionale restò in uno stato di crisi perché sia gli Stati Uniti che la Gran Bretagna non vollero stabilizzare il sistema su tre piani fondamentali:
a) quello relativo ad un mercato per le merci in difficoltà che non si volle aiutare a sopravvivere;
b) quello relativo ai prestiti anticiclici e a lungo termine che non si vollero concedere;
c) quello relativo ad aiuti al credito (sia negli USA che fuori) che non si vollero stabilire in misura adeguata.
Naturalmente, l’analisi delle risposte economiche date da ogni paese si intreccia con le variabili delle diverse politiche interne e internazionali di ciascuno Stato, ed è solo tenendo presente questi scenari che si riesce ad intendere compiutamente le strategie adottate per difendersi dal cataclisma degli anni trenta.

Estratto video: Conclusioni

Immagine tratta da http://media.cleveland.com/pdq_impact/photo/stock-market-crash-1929jpg-65aa586f4a99f051.jpg