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Pietre d’inciampo in Italia: introduzione

Pietre d’inciampo in Italia: introduzione
Introduzione al dossier “Le Pietre d’inciampo in Italia”

Gli Stolpersteine nascono da un progetto artistico ispirato da regioni etiche, storiche e politiche, sono strumenti contro l’oblio, il negazionismo e il revisionismo storico. La loro forma materiale è quella di un sampietrino con la superficie d’ottone, sulla quale sono incisi i dati identificativi del deportato, che viene interrato nella zona prospiciente la sua ultima abitazione. In italiano il termine è stato tradotto con “Pietre d’inciampo”, come era stato suggerito dal direttore del museo di via Tasso per la declinazione romana del progetto nel 2010.

Pensati nel 1993 dall’artista tedesco Gunter Demnig, due anni dopo furono installati per la prima volta senza autorizzazione nella città di Colonia; oggi gli Stolpersteine sono diffusi in centinaia città europee e in diciassette Stati, tra cui l’Italia, e ciascuno di essi, in modo transnazionale, partecipa alla costruzione di questo monumento diffuso, mosaico di memorie europee. Come scrive Adachiara Zevi, “gli Stolpersteine sono davvero come le tessere di un mosaico, come i pezzi di un puzzle che renderà possibile, in un tempo inimmaginabile, visualizzare l’orrore della deportazione nella sua ipertrofica dimensione1”.

Demnig prepara ogni singolo Stolperstein e lo interra personalmente, pienamente consapevole della responsabilità che porta.

Sono sempre inorridito ogni volta che incido i nomi, lettera dopo lettera. Ma questo fa parte del progetto, perché così ricordo a me stesso che dietro quel nome c’è un singolo individuo. Si parla di bambini, di uomini, di donne che erano vicini di casa, compagni di scuola, amici e colleghi. E ogni nome evoca per me un’immagine. Vado nel luogo, nella strada, davanti alla casa dove la persona viveva. L’installazione di ogni Stolperstein è un processo doloroso ma anche positivo perché rappresenta un ritorno a casa, almeno della memoria di qualcuno.2

Privi della verticalità tipica dei monumenti, hanno bisogno della distanza ravvicinata per essere notati e osservati.

La richiesta di installare le Pietre parte nella maggioranza dei casi dalle famiglie o dagli amici delle vittime, che forniscono anche i dati biografici essenziali; l’autorizzazione alla posa è fornita dai municipi, che si incaricano di tutelarne la permanenza.

Le persone ricordate dagli Stopernsteine sono tutti i deportati per motivi razziali, politici, militari, i rom, gli omosessuali, i testimoni di Geova: nel contro-monumento ideato da Demning prevale l’aspetto inclusivo e il riferimento corretto al contesto storico che ha prodotto le persecuzioni.

La prima posa in Italia delle Pietre d’inciampo è stata realizzata a Roma il 28 gennaio del 2010 grazie all’associazione “Arte in memoria”: trenta sampietrini, dedicati a ebrei, politici e carabinieri sono stati installati in cinque municipi della capitale. Negli anni successivi sono seguite con regolarità altre installazioni a Roma e in altre città italiane: Genova, L’Aquila, Prato, Livorno, Brescia, Ravenna, Venezia, Reggio Emilia e Torino.

Elementi costitutivi del progetto sono: l’attivazione di un comitato promotore, un comitato scientifico per il reperimento dei dati e delle fonti, un comitato organizzativo e un progetto didattico, con il coinvolgimento di studenti e insegnanti, che accompagna solitamente l’installazione delle Pietre.

Le scuole che aderiscono al progetto si impegnano a svolgere una ricerca storica sui deportati alla cui memoria sono dedicati i sampietrini e a elaborare una restituzione del loro lavoro, attraverso pubblicazioni, performance artistiche, mostre ecc..

I progetti didattici di Roma, Reggio Emilia e Torino.

Gli articoli che compongono questo dossier sono dedicati ai progetti didattici e ai laboratori di storia che hanno accompagnato la posa delle Pietre d’inciampo a Roma – dal 2010 –, Reggio Emilia e Torino – 2015 –, e raccontano in modo dettagliato le diverse fasi di lavoro. Pensiamo che, al di là del loro interesse intrinseco, possono rappresentare anche un utile quadro di riferimento per tutti coloro che vorranno ripetere l’esperienza nella loro città.

Le scuole che hanno aderito al progetto sono state coordinate rispettivamente dall’Irsifar (Istituto romano per la Storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza), Istoreco (Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Reggio Emilia), Istoreto (Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea), membri anche dei relativi comitati scientifici cittadini istituiti per la realizzazione del progetto.

Elemento comune a tutti i contributi è la rigorosa definizione del lavoro d’inquadramento storico e l’indagine attraverso la documentazione presente negli archivi cittadini, le testimonianze orali, le banche dati on-line e le pubblicazioni di riferimento, indispensabili per ricostruire la biografia dei deportati a cui sono dedicate le Pietre. Questo percorso ci appare come un esempio felice di riappropriazione degli strumenti della ricerca storica nell’ambito della scuola secondaria di primo e secondo grado.

Ciascuno dei progetti che fanno capo alle tre città ha delle peculiarità che ci sembra interessante evidenziare, anche se per una lettura più esaustiva rimandiamo ai singoli articoli. Nel 2014, grazie all’iniziativa dell’associazione “Arte in memoria”, per l’anniversario della razzia al Ghetto di Roma è stata proposta la visita guidata alle Pietre d’inciampo nel quartiere ebraico della capitale, su modello di quanto realizzato a Berlino in occasione dell’anniversario della “notte dei cristalli”. La manifestazione, intitolata “Lustrare e illustrare”, aveva lo scopo di verificare lo stato di conservazione e la ripulitura delle Pietre collocate negli anni precedenti. Le scuole e i docenti che avevano partecipato alle altre edizioni di “Memorie d’inciampo” si sono occupati della ricognizione degli Stolpersteine, delle visite oltre che seguire le vicende che avevano condotto alla deportazione. È stato in questa circostanza che gli studenti della scuola “G. Mazzini” hanno segnalato la scomparsa dello Stolperstein dedicato a don Pietro Pappagallo ucciso alle Fosse Ardeatine, la cui vicenda era stata interpretata da Aldo Fabrizi nel film Roma città aperta di Rossellini. Grazie alla segnalazione la Pietra è stata ricollocata ed ha attivato un altro aspetto della didattica, la “vigilanza attiva” degli studenti sulle Pietre presenti sul loro territorio.

Uno degli obiettivi principali del laboratorio delle Pietre d’inciampo a Reggio Emilia è stata la scoperta dei luoghi della presenza ebraica in città, imparando così a leggere lo spazio, interpretandone le tracce e le cancellazioni, un’operazione di elaborazione di memoria e di ricerca storica, al termine della quale gli studenti hanno potuto scoprire aspetti inediti della città in cui vivono, sia dal punto di vista storico, sociale, urbanistico e artistico.

Il progetto di Torino nasce dall’idea che “fare memoria” è il risultato virtuoso della sintesi tra emozione e rigorosa documentazione e l’evento memoriale, costituito dalla posa della Pietra d’inciampo, è in grado di sprigionare una grande forza comunicativa ed espressiva che incide nelle coscienze di chi, a vario titolo, partecipa all’esperienza. Questa complessità rientra come obiettivo importante del laboratorio di storia, che diventa allora un percorso di lavoro sulla memoria presente e sulle forme di comunicazione e narrazione di questa memoria, così da far emergere, in modo critico, i meccanismi e le dinamiche del ricordo, quindi chi ricorda, cosa si ricorda e in che modo.

Le restituzioni del lavoro degli studenti sono diverse e varie, ogni articolo è corredato da allegati e note che ci permettono di ampliare le informazioni per avere un quadro il più completo e dettagliato delle esperienze raccontate.


Note

1 A. Zevi, Monumenti per difetto dalle Fosse Ardeatine alle pietre d’inciampo, Donzelli, Roma 2014, pp. 171-172.

2 Ibid. p.173